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Sillogi di poesie e Racconti autobiografici di O. Moretti

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SAMBRUSON. CULTURA, COSTUME, TRADIZIONI, AMBIENTE. - LETTERATURA A SAMBRUSON (III)

Contenuti dell'articolo in sequenza:

Prima e durante il Covid 19 (10 poesie)

Pensando all'Inferno di Dante (1 poesia)

Racconti autobiografici (3 racconti)

7 Poesie per Serena


Caro Olindo
Complimenti, per le belle poesie. La più toccante e significativa per me (credo lo sia anche per te) è l’ultima della silloge “Anche se mi sei vicino”. Il primo verso

Ma dove posso posar le mie carezze

ci rammenta quanto di carezze siamo avari con le persone che amiamo, quando le carezze siamo ancora in tempo a donarle.

Ti ringrazio, Luigi.


Prima e durante il COVID 19

10 poesie

Il tramonto e l’orizzonte

Sono qui, ora,
dov’è l’orizzonte,
dove giunge il vivere,
dove ancor si sente respirar la vita
e palpitare il cuore,
dove pur si soffre, di dolore.
E’ qui che vedo il tramontar,
color di rose,
e il sole che, calando,
lentamente muore.
E se mi provo
a sfidar l’ignoto,
con il pensier che spingo
oltre confine,
la vita ancor riappare,
così, come già vissuta.
Senza però dolore,
e con tanta Bellezza e Amore.
E, nell’immensità del tempo,
mi piace pensar lo Spirito
che, dal terreno vivere rapito,
ancor si prende a nutrimento,
passioni, gioie e sentimento,
tal che la vita nuova
se ne alimenti,
e si rinnovi...all’infinito.

Andando, piano, per la via

S’alza in volo, all’improvviso,
un bell’airone cinerino,
e la garzetta, disturbata,
pure s’alza, spaventata;
poi si fermano, impettiti,
a distanza calcolata.
Andando, piano, per la via,
ogni cosa ci fa compagnia.
Ed alzando gli occhi al cielo,
che ora appare infinito e azzurro,
mi piace chiedergli che, stasera,
mi porti stelle da ammirare
e ch’io possa interrogare:
per dar cibo al mio pensiero
che cerca senso, e vuole amare.
Ed or mi viene da pensare
ch’ero in montagna, ieri, a camminare,
ed entrando dentro al bosco,
volli fermarmi, per ascoltare:
e quanti suoni e freschi odori
ebbi allora da gustare.
Poi, la sera, sul soffice cuscino,
rivedendo il giorno ed il cammino,
mi prese un sonno così profondo,
che vissi, sognando, in un altro mondo.
Ad andar lenti, per la via,
anche l’anima ci fa compagnia.
E, con l’anima e col silenzio,
parlo, ascolto e guardo in alto,
anche se sono tra tanta gente,
come sul ponte di Rialto.
Agendo quindi un poco a rilento,
mi emoziono, penso e son più contento;
e forse è questo il modo migliore
per coltivare e crescere anche l’amore.

Metamorfosi fotografica

Emergono figure, in queste foto,
come spettri,
da un magma caotico e sofferente;
e, con truci sembianze,
quali ombre di fantasmi
provenienti da mondi di paura,
sembran cercar l’umano,
per poi carpirne il senso,
nella quotidianità del vivere.
Ed ecco apparir dal torbido,
all’orizzonte assai lontano,
forme di più umane sembianze;
metamorfosi d’anime sofferenti
che, a poco a poco,
inseguon l’orme delle speranze.
Allora appaiono corpi nuovi,
che dan forma al primordiale intruglio,
ed attingendo vita e spirito,
si mostrano nudi, puliti e belli;
d’una bellezza bianca e candida,
che affonda le radici
nel mito e nella gioia.
Appare infine un volto,
di erotica, trasparente purezza,
che s’accompagna all’anima,
ad esprimere l’umana bellezza.

Quando il cielo scende

Quando il cielo scende, a baciare la terra,
ogni istante, d’una vita felice,
si ferma nel tempo, e si stupisce.
Si avvolge il pensiero all’istante rinato,
e palpiti nuovi si rimettono in moto.
E’ come se il bello non fosse mai morto,
e, col silenzio e la voluta attenzione,
si tornasse a riviverne ogni emozione.
Le emozioni che attingo dal viver lontano
oggi aumentan la gioia, cui dan buona mano.
Il ricordo mi porta al bello che ho avuto
e nel cuore mi resta un sentimento che è muto.
Un lume si accende (che sia la speranza?).
Eri ospite, al mare, di miei parenti in vacanza.
Ora affido ogni istante al ricordo che avanza:
in sottoveste sottile e lingerie tutta bianca,
apparivan le forme in gran trasparenza.
Credo ancor che, la scena, tu l’avessi pensata,
per lasciarmi il ricordo d’un corpo
che, quando riappare, è come d’ambra dorata.
Son finite le ferie e mi vuoi salutare:
mi chiami con te che ti vai a preparare;
allo specchio ti incipri e ti prepari ad andare;
mentr’io, ragazzino, resto dietro seduto,
e (come senz’altro tu avresti voluto),
timidone qual sono, ti osservo ammirato
e, trattenendo il respiro…ne resto turbato.

Gira la ruota

Gira la ruota del molino di Dolo
mentre scorre la vita, con l’acqua del fiume,
e col rumor dei silenzi che ora non odo.
Intanto il pensiero arriva fin là:
dove affioran domande
la cui sola risposta, è: chi lo sa?
E se, nel futuro, posso solo sperare,
a indagare il passato, riesco anche a gioire.
Sono nato, ho vissuto, son qui ora, seduto,
a pensare, guardare, osservare…
e mi par che la vita mi voglia parlare;
col fiume che scorre e va verso il mare,
mi ricorda di giorni che furon d’amore.
Scorgo nel cielo una parentesi rosa
e sento nell’anima l’amor d’ ogni cosa.
Ogni pianta e ogni fiore mi sanno donare
profumi e bei frutti ch’io posso gustare.
Di certo Natura si fa sempre apprezzare,
ancor più quando l’uomo la sa rispettare.
La vita mi ha dato gioie e piaceri,
ma per avere più pace interiore,
mi manca qualcosa, ad esser sinceri.
Vorrei fossimo, tutti, un pò più felici
e che il tempo di ogni dolore,
ogni volta, si potesse spiegare:
e quand’è l’uomo che lo vuol procurare,
non mi è facile capire
com’egli possa essere contento
nel fare che, altri, debbano soffrire.
Forse non sa che amare ogni essere vivente
dona forza al futuro e diventa conveniente.

Coronavirus, non vincerai.

Mi provo a scrivere di...versi,
ma i pensieri vanno…
come fossero dispersi.
Si chiude l’uscio della fantasia,
per colpa d’un virus, che uccide,
e non si sa bene cosa sia.
Oggi il cielo è davvero sereno;
un bel sole splende, ma è come
se l’aria contenesse veleno.
Non vien voglia d’uscire…
e lo vietano leggi e buon senso,
cui conviene senz’altro ubbidire.
L’ambiente è deserto e sembra irreale…
Con le ore che scorrono lente,
rinchiudersi a casa sembra normale.
Gran brutta bestia l’epidemia
che ruba, al vivere, tanti
parenti e amici, e se li porta via.
E credo sia facile immaginare,
con quale tristezza oggi si muore:
soli, e lontano dalle persone care.
Ma tu, Coronavirus, non vincerai:
son troppi gli uomini,
che ti combattono da eroi.
E se oggi cresce il gusto del dare,
al fin della lotta,
avremo un mondo migliore.
A restar soli per necessità,
chissà che accresca il vivere,
con più spirito di comunità.

Una strana primavera

Profumano i fiori di vita neonata
e l’erba si incipria con tanti colori.
Tuban gli uccelli che cercano amori
per darsi, in futuro, una bella nidiata.
Le primavere, son sempre belle,
ma nella presente, con l’epidemia,
mentre guardo, la sera, verso le stelle,
penso a chi piange o è andato via.
E, di giorno, col sole splendente
che indaga sul verde del prato,
nuda, si posa la mente,
a godersi i profumi del fato.
Non si esce di casa, non si va via,
sol corre, se vuole, la fantasia:
a immaginare un futuro migliore,
a cercar spinte e forza interiore.
E’ Pasqua domani, ma niente Messa:
l’entrata in chiesa non è permessa;
leggi e buon senso lo voglion proibire,
per evitare che ancora si debba morire.
E Tu, mio Signore,
per Amor morto, in un grande dolore,
fa che, nel piccolo, Ti possiamo imitare,
anche, soltanto, imparando a donare.

Al limitar dell’uscio

Forse potrei parlarti dentro l’anima
con l’idioma poco usato dei silenzi,
che in ogni vita vive e si tramanda.
Parlar di quei sorrisi complici,
carichi di brividi e scoperte,
con cui marchiavi l’ore della vita;
o di piaceri, e desideri d’infinito;
o della luce che, (saetta tra le canne),
rubava spicchi di passione e di futuro.
O sole, oh quanto sole,
a riscaldare i palpiti e l’umore.
Come pale spinte dal vento,
così giravano vortici e sentimento.
Si godeva d’incanti e pure d’amore,
senza por freni, al galoppare del cuore.
Nel caldo e l’afa del meriggio tardo,
è musica la brezza che sibila leggera.
Mi sembra d’accompagnar la vita
ad altra vita e, mentre respiro e penso,
inciampo, quasi, al limitar dell’uscio
che, nel cader, mi s’apre, sull’immenso.

Un raggio di sole

Un raggio di sole traspare,
sulla riva di un lago dorato,
mentre l’aria mi porta il profumo
dell’amore e dei baci che ho dato.
Traspira, nel cielo, il silenzio,
che è eco di mille parole:
sembran voci di giovani palpiti,
e, di gioia, il cuore mi duole.
Nel vecchio, che ora si esprime
come un frutto che cade maturo,
sembra acerbo quel giovane ardore
che pareva illuminare il futuro.
E mi piace poter confrontare,
le varie stagioni del viver l’amore,
sentendo nel cuore, e pur nella mente,
che ognuna fu bella, e ancor la presente.
Ora ho voglia di centellinare
ogni istante della vita che appare,
ma anche i ricordi di ogni momento,
gustandone umori, passiti dal tempo.

Anche se mi sei vicino

Ma dove posso posare le mie carezze?
Su quale corpo?
Dove sei con i tuoi baci e le tue mani?
Eppure sento che ci sei.
Ci sei e ci sarai sempre.
Ti cerco con le lacrime e col pianto.
Mi raccolgo attorno al tuo ricordo,
ma non ti vedo, anche se mi sei vicino.
Mandami le dolci parole d’amore,
nei sogni della mia notte solitaria.
Mai tu volevi palesar l’amore
che ci stringeva, ma, dove sei ora,
l’amor s’esprime senza pudore.
Ciò che per me sei stata, lo grido ora,
nell’eco disperato del silenzio.
Per me sei stata amore;
amor di passione e di pensiero,
amore vero, amore sincero.
Amor che sussurra al vivere
che l’essere innamorati
è cosa bella, ed è sempre godibile.

Pensando all'Inferno di Dante

Volgeva il giorno alla fin del tramonto,

quando fui preso da uno strano tremore,

sembrandomi d'essere anche un pò tonto.

 

Invero ero entrato all'interno di un sogno,

che, senza volerlo, nè rendermi conto,

mi procurava un grande, impellente, bisogno.

 

Cercavo a ogni costo, e per davvero,

chissà come e per cosa,

d'essere attratto da un buco nero.

 

E così mi trovai d'improvviso,

in un mondo a dir poco pauroso,

che, a descriverlo, mi appare impreciso

 

Mi parve d'esser gettato all'Inferno,

il perché non so dire né riesco a capire,

da forza potente che mi spinse all'interno.

 

Allora iniziai un lento cammino,

accompagnato e sorretto da un amico del cuore,

che, agognato, lì giunse e mi stette vicino.

 

Son qui, egli disse, a condurti per mano,

dove son quelli che in vita,

dall'Amore, si son sempre tenuti lontano.

 

A visitare quei luoghi di pianti e tormento,

mi prendevan la gola, dolore e turbamento;

tempo, infatti, più non c'era, per il pentimento.

 

Andavo convinto di incontrare

chi, vivendo, aveva fatto il male,

scegliendo, quindi, di farsi condannare.

 

Molte domande avevo preparato,

per tanti nomi che mi venivano in mente,

e ch'io, in terra, avrei condannato.

 

Ma quando giunsi alla fin del percorso,

nessun'anima avendo incontrato,

con nessuno avevo fatto un discorso.

 

In ogni luogo un'insegna riportava un peccato,

ma, all'interno, lo spazio era sempre deserto,

e nessun peccatore, finora, l'aveva abitato.

 

Allor mi rivolsi, stupito, all'amico del cuore,

che, col sorriso e modi gentili, mi disse:

“L'Amore condanna il peccato, non il peccatore.

 

L'infinita Bontà del Signore

nessun uomo vuol condannare

a un eterno, tremendo, dolore.

 

Al fin, dunque, a ognuno s'offre un'opportunità:

posto di fronte al Bello e al Buono, nella Verità,

chiunque sceglie il Bene, in tutta libertà.

 

Allor l'Amore subito appare,

e, sentendosi stretto, in un abbraccio sincero,

il peccatore si pente e si fa perdonare.”

 

Così rincuorato, e certo d'essere amato,

fui spinto in un volo, sempre più in alto,

finché, pieno di gioia, mi son risvegliato.

 

Al Cielo quindi mi sono rivolto,

per ringraziare e pregare Colui,

che tanto ci ama e, per noi, è risorto.

 


Racconti autobiografici

 

L'INNAMORAMENTO

La prima volta che vidi Lisa fu quando la incontrai, all'uscita dal lavoro, mentre, con Flavio, ero diretto alla fermata dell'autobus. Mi colpì subito per la sua naturale bellezza. Era alta, elegante, in un sobrio tailleur blu, occhiali scuri, capelli corvini, pelle leggermente abbronzata.

“Ti presento Lisa”, - mi disse Flavio. “Piacere, Olivio”. “Piacere, Lisa”.

Da pochi giorni avevo cambiato lavoro. Per circa due anni avevo lavorato, come aiuto commesso e magazziniere, in una libreria nelle vicinanze della stazione centrale. Mi era sempre piaciuto odorare il profumo dei libri nuovi di stampa e vivere a contatto delle persone che, entrando,  chiedevano informazioni e consigli sui libri da comprare. Ma siccome, la sera, studiavo all'istituto tecnico industriale, da tempo compravo giornali alla ricerca di un lavoro più consono allo studio che praticavo, finchè fui chiamato da un'azienda, di telefonia ed elettronica, che cercava un disegnatore per il proprio ufficio tecnico. A seguito del colloquio intercorso, ero stato assunto. Flavio, già da tempo, era impiegato nello stesso ufficio. Il tempo scorreva veloce, c'era sempre tanto lavoro da fare. Non si trattava solo di disegnare schemi di centralini telefonici o di varie apparecchiature di telefonia, ma anche di progettare meccanismi di varia natura per i quali, oltre al progetto con relativi disegni iniziali, si dovevano poi pensare e selezionare i materiali più idonei al funzionamento richiesto.  Si costruivano quindi i primi campioni, nel reparto attrezzeria, per poterne sperimentare la funzionalità, prima di passare alla produzione di serie. Avevo perciò l'opportunità di svolgere un lavoro interessante che mi poneva in contatto con i diversi reparti dell'azienda e con vari fornitori di materie prime. Flavio, più grande di me e con maggiore esperienza, da subito mi aveva preso in simpatia. Sentivo che mi proteggeva come fosse un fratello maggiore e, d'istinto, fui subito sicuro di potermi fidare di lui. Lo percepivo come un amico vero. Gli confidavo ogni segreto, ogni pena, ogni emozione. Lui, spesso, mi sorrideva lasciandomi sognare, o, nel caso, rimodellando i miei entusiasmi con tatto e simpatia. Mi sembrava che avesse doti innate di psicologo e la capacità di usarle e dosarle con saggezza. Avevo da poco compiuto diciassette anni, ero solo nella grande Milano, e mi piaceva avere Flavio per amico.

Non l'ho mai capita quella strana storia d'amore e di poesia, vissuta con Lisa per qualche mese e che si era da poco conclusa. Mi sembrerebbe fin troppo semplice pensare che per lei si fosse trattato di pura amicizia, quando per me, invece, fu vita palpitante di  emozioni e   sentimenti.

Ogni giorno cercavo occasioni per salire a vederla nel suo reparto, al piano superiore. A volte, sapendo di farmi piacere, anche Flavio mi offriva motivi  di lavoro per avvicinarla. Lei lavorava nel reparto di montaggio di relàis e piccoli interruttori. Ne era anzi la responsabile. Aveva diciannove anni, ma era donna matura e disinvolta.

Nella mensa aziendale, durante la pausa pranzo, non c'era giorno che non mi venisse a sedere vicino. All'uscita dal lavoro, la sera, mi invitava spesso a fermarmi al bar per un caffè. Di rado riuscivo a pagare io. Mi faceva sempre i complimenti perchè ero un bravo ragazzo; perchè vivevo lontano da casa; perchè lavoravo di giorno e studiavo la sera. Secondo lei avrei certamente fatto strada nella vita. Accendeva la sigaretta con gesti di rara finezza e l'aspirava, lenta, fissandomi negli occhi con sorrisi spontanei, quasi volesse comunicarmi d'essere proprio contenta di stare con me. Non potevo che sentire il senso di una grande gratificazione per essere lì con lei. A fatica, quasi sempre, ero io a doverle dire che dovevo andare, per non far tardi a scuola. E lei, subito, “Sì, sì, hai ragione, andiamo!”.

Non mi ci volle tanto tempo per sentirmi innamorato. La mia giovane età, la timidezza atavica e l'incertezza nel capire se ne sarei stato ricambiato, non mi avrebbero tuttavia permesso di trovare il coraggio per dichiararle il mio amore. Dentro di me speravo che, prima o poi, l'avrebbe fatto lei, più grande e matura di me.

A volte Flavio incontrava Lisa per la strada, venendo al lavoro la mattina. Quando poi arrivava in ufficio, me ne parlava. Mi diceva che Lisa gli aveva raccontato del bar, del caffè, di essere stata volentieri con me. Io quindi mi collegavo ai suoi discorsi per dirgli che mi stavo innamorando e per chiedergli se anche Lisa, per caso, non gli avesse confidato di provare analoghi sentimenti verso di me. Flavio sorrideva sornione; mi diceva di andare piano e che, chissà, poteva anche essere che a Lisa fossi particolarmente simpatico; a lui però non aveva comunicato niente in proposito.

Flavio insomma mi lasciava cucinare nel mio brodo, a fuoco lento. Non confermava, non smentiva. Cavalcava con me i miei dolci pensieri, con il piacere del dubbio che accarezza. Lui sapeva; con Lisa erano buoni amici; anche se, a volte, mi sfiorava il sospetto che fosse un po' geloso della mia amicizia con lei. Credo tuttavia che sia dipeso anche da lui, dalla sua capacità di gestire con sensibilità le mie confidenze, se ho potuto sviluppare una storia con Lisa che fu per me importante, vera e appassionante. Godevo di lei e del suo presunto amore, con il contatto continuo e ricercato di una relazione fatta di parole, gesti e azioni reali, senza avere mai maturato la certezza d'esserne ricambiato.

Un giorno Lisa mi invitò ad andare con lei in una gita organizzata, in montagna, e mi chiese di portare un amico per la sua amica Isetta. Tra tanti ragazzi che vivevano nel pensionato con me, mi fu facile trovarne uno disponibile. Martino infatti fu felice di venire con noi. Fu una domenica indimenticabile e piena di occasioni per giocosi e teneri contatti. A volte torno a rivedere le foto di quel giorno, ridondante di piacevoli emozioni; con Lisa a cavalluccio sulle mie spalle o mentre rotoliamo , abbracciati, sull'erba dei prati.

Non posso poi dimenticare quel pomeriggio d'estate, all'idroscalo di Milano. Lisa vestiva un due pezzi nero che dava risalto al suo corpo slanciato e alle belle gambe, lunghe e affusolate. Passammo il pomeriggio vicini, sdraiati, baciati dal sole, come addormentati, senza proferire parola. Sembrava che lo stare vicini appagasse di per sé ogni nostro desiderio. Al tramonto rientrammo felici.

Ci fu anche quella domenica che, tornando in pensionato, dopo essere stato al cinema, cosa che mi capitava spesso di fare come parentesi allo studio, mi dissero che Lisa era venuta a cercarmi e mi attendeva al bar, all'inizio della via. Effettivamente era ancora lì. Mi disse che mi aveva aspettato volentieri e che ora era contenta di vedermi e di prendere un caffè con me. Dopo ci salutammo con un sorriso e l'augurio di una buona serata. E' ovvio che mi innamorassi sempre di più.

Credetti di non riuscire a trattenermi dalla voglia di stringerla e baciarla quando si era offerta di accompagnarmi alla stazione perchè tornavo a casa per le vacanze estive. Nell'autobus, in piedi, mentre mi aggrappavo agli appigli predisposti, ad ogni curva, frenata o accelerazione, non disdegnavo di godermi ogni contatto col suo corpo, reso ancor più desiderabile dai vestiti leggeri, dal caldo e dall'estate. Mi chiedeva di cosa avrei fatto durante la vacanza e di quando sarei tornato a Milano, per riprendere a vederci e a uscire insieme. Era un continuo parlarci con complicità di sorrisi e sguardi indaganti. Rimandavo al momento del distacco, quando avrei dovuto salire sul treno, la decisione di uno slancio  per un bacio appassionato. Non fu così. Al solito, nel timore d'essere ferito nel mio orgoglio da un suo eventuale rifiuto, mi ero trattenuto da gesti e dichiarazioni d'amore.

Lisa si era poi sposata. Me l'aveva detto un giorno, alla mensa, che avrebbe sposato un commercialista. In quel momento, la notizia mi giunse inattesa e sorprendente. Ho dovuto sforzarmi non poco per apparire tranquillo, mentre, nel cuore, lento e impassibile, provavo lo strappo di un'emozione pesante.

Per mesi ci eravamo cercati come amanti, anche solo per stare vicini, attendendoci in ogni occasione, per parlarci  o per consumare il calore del silenzio. Non ci eravamo mai detti: " Ti voglio bene." Eppure questo sentimento veicolava tra i pori della nostra pelle, inumidita dal tepore dell'estate, con la percezione di onde strane e di piacevoli sensazioni. Lisa, in tutto il tempo della nostra storia, aveva sempre cercato ogni occasione per stare con me e, se non mi trovava, si attardava per vedermi arrivare. Sono sicuro che aveva capito quanto fossi innamorato di lei anche se il mio sentimento la penetrava nell'anima senza parole d'amore, senza un bacio.

Poi tutto finì. Non l'ho più sentita.

E' stata il mio  primo, grande amore, vissuto e per sempre avvolto nei miei pensieri e nel mio cuore.

 

STORIA DI UNA POESIA

Ah…ciao Luca, anche tu qui… tutto solo?!

Ciao Michele…eh sì… purtroppo…e tu?

Dovevo andare a Firenze con Adriano…ma si è influenzato…ed eccomi qua.

Luca si era da poco stravaccato su un divano, nel salone TV che sembrava tutto suo. Era la sera dell’ultimo giorno dell’anno. Nel pensionato, dove Luca abitava con tanti altri ragazzi, tutti che lavoravano di giorno e studiavano la sera, non c’era più nessuno. I ragazzi erano in vacanza presso le loro famiglie. Chi, come lui, era rimasto a Milano per lavoro, evidentemente se n’era andato in qualche locale o a casa di amici. In camera, Luca, in una serata così particolare, non ci voleva rimanere, perciò era sceso dalla cameretta al secondo piano, e se pure prevedeva di doversi coricare presto, suo malgrado, non aveva perso tuttavia la speranza in un’occasione dell’ultimo momento.

L’arrivo di Michele suggerì subito un’idea. Perché non andare insieme a spasso per il centro di Milano? Così, tanto per passare il tempo, per vedere l’aria che tira e magari, a mezzanotte, salutare l’anno nuovo, con la gente, in piazza Duomo. Detto, fatto, i due amici si diressero alla fermata del tram n° 3, a Porta Lodovica.

Le strade deserte, la poca gente nel tram, sottolineavano il clima di quella serata diversa.

Serata che era anche abbastanza fredda. L’aria fresca che raspava le guance era impregnata di un odore particolare, come se dovesse nevicare. Le luci, per i viali di periferia come anche per le vie più centrali, sembravano dare risalto all’aria di festa. In piazza del Duomo, migliaia di luminarie lucenti donavano alla sera, una certa patina di esotismo e di magica atmosfera.

Con la classica calma di chi non ha impegni e ha solo tempo da far passare, Luca e Michele passeggiavano sotto i portici, lungo i lati della piazza, soffermandosi qua e là, davanti alle vetrine così bene addobbate, come quella che era piena di caratteristici dolci invitanti, o quell’altra, di abiti, così ben presentati, con tanta raffinatezza e gusto, che, ad osservarne i capi esposti (il pantalone grigio di vigogna e la giacca di lana così eleganti o, anche, la sciarpa d’angora e il cappotto di cashmere), Luca ne percepiva le caratteristiche peculiari di calore e morbidezza, provando sulla  pelle una sensazione di tepore quasi sensuale. Per Luca si trattava di desideri proibiti, dati i prezzi. Non gli restava quindi che godersi il piacere di indossarli con la fantasia.

Fu proprio mentre Luca e Michele sostavano davanti a queste vetrine, nella famosa Galleria, che furono distratti da una voce femminile.

“Siete soli?”. In quell’attimo a Luca venne spontaneo girarsi, anche se non pensava che quella voce, così dolce, si rivolgesse proprio a loro. Aveva di fronte due signore molto eleganti. Non era quindi la voce flebile del vento che arieggiava.

Gli amici si guardarono increduli. Davanti a loro erano due donne, più o meno trentenni. Una molto bella e carina; l’ amica un po’ meno, ma con un’aria di donna matura, più che interessante.

“Avete impegni stasera?”

“No, no…non abbiamo…niente”, disse quasi balbettando Michele.

“Venite con noi allora”, disse Rosa presentandosi. “Andiamo insieme da mia sorella Laura, abbiamo la macchina qua vicino.”

“E perché no, dove abitate?” chiese Michele prendendo il braccio di Luca e spingendolo a muoversi.

Fu così che Luca e Michele, vent’anni il primo, ventisei il secondo, si incamminarono seguendo le due amiche verso la macchina.

Uscendo dal centro di Milano (Laura abitava in periferia) cominciò a fioccare la neve e, contro la luce dei lampioni, appariva soffice e abbondante.

Verso mezzanotte gli amici bussarono alla porta dell’appartamento. Entrando, si capiva subito com’era disposto: una cucinetta abitabile per due, un salottino-soggiorno con  divano-letto, un bagno, una piccola camera matrimoniale. Era arredato con gusto.

Laura e il marito Renato apparivano persone affabili e disponibili. Renato, disse subito a Luca e Michele che era proprio contento che fossero venuti lì. Era per lui una piacevole  sorpresa, che poteva dare sapore a una serata insperata e imprevista. Diceva di star bene con i giovani (lui aveva sui quarant’anni, sua moglie qualcuno di meno). Era da poco rientrato dal lavoro ( dirigeva un ipermercato). Si era appena fatto una doccia, (era ancora in vestaglia) pensando che presto se ne sarebbero andati a dormire.

Laura appariva come una vera signora. Una donna di maniere gentili e sincere. A Luca  piaceva molto la naturalezza che esprimeva, il senso di emancipata maturità che emanava e la  discreta sensualità che distribuiva quasi spontanea, o forse, conteneva e dosava con saggezza.

Fu una nottata fuori programma. Con gli auguri, i cocktails che Renato era bravissimo a preparare. Le musiche lente che ogni uomo ballava, ora con l’una, ora con l’altra. Gli sguardi e il contatto fisico nel ballo alimentavano piacevoli desideri, che via via si esaurivano e si riproponevano, in un'altalena di sognanti attese per qualcosa che, forse, poteva accadere.

Al mattino, verso le sei, Michele e Luca salirono nella macchina con Rosa, per essere accompagnati al pensionato. La neve aveva coperto gli alberi e le strade. In quel mattino, all’apparire dell’alba, il manto nevoso, candido e uniforme, sembrava fatto di cielo e di sogni. Luca chiese a Rosa di fermare l’auto e propose a Michele di scendere in viale Tibaldi, un chilometro prima di arrivare. Era troppo bello camminare lungo i bordi del viale alberato, sul tappeto di neve infinita, avvolti in quel silenzio irreale, tanto più se pensato, sul rumore continuo del traffico che di giorno riempiva quelle strade. Fu una sensazione unica e inebriante.

Il pomeriggio di Capodanno, quando Luca si risvegliò, solo soletto nel tepore dolce della cameretta, immerso in un clima di sognante e assonnata nostalgia, non potè che rivolgere i suoi pensieri, all'imprevista, strana notte appena passata. Notte che poi, tanto strana non era stata. Ma in quanti e quali modi diversi avrebbe potuto andare?

Luca cominciò a fantasticare, lasciandosi coccolare da dolci, docili pensieri.

Fu così che scrisse questa poesia:

 

LA NEVE

Ieri sera, amore,

nevicava.

Quando scesi

per la strada,

i miei pensieri

ubriachi,

correvano felpati

fino a un cielo

di pansè

appeso sulla notte.

Ballavo nella neve,

assorto nel tepore

del tuo corpo.

Avido, ti avevo

amata, cara,

lentamente;

finchè ti addormentasti

in quella culla

che si adagia là,

nel vuoto.

Ed ora

anch'io riposo,

nudo,

sopra la neve

che cade

e mi copre.

 

LETTERA A UN’ AMICA

Cara Lia, mi ero quasi scordato di te. Sono passati tanti anni. Se l'altro giorno Matteo non ti avesse salutato, quando ci siamo incrociati in via Fedro, non ti avrei neanche notata. Ma lui, che abita ancora nel condominio di tua madre, mi ha subito chiesto se ti avevo riconosciuto. “No, chi è?” -ho detto. “E' Lia!” -mi ha detto lui. “Lia?”. E poi, dopo un attimo di esitazione, in un lampo fulmineo: “ E' Lia?!  Richiamala, dai!”

Il tempo, tanto tempo che è passato, mi ha tolto quasi tutti i capelli. A te, pare, ne ha messi di bianchi. Eppure, in quell'istante, nel ricordo improvviso, ho risentito, intatto, un brivido che mi penetrava la pelle, e, nel tempo di una scossa brevissima, mi sono riempito di vecchie emozioni, rinverdite dai ricordi che affluivano freschi. E’ stato come se il tempo scorresse velocemente a ritroso, fino ad allora; con  i ricordi che rimanevano lì, appiattiti, alla pari, senza ordine nè priorità.

“Lia! Aspetta!” “Dimmi Matteo” “Riconosci questo signore? E' Oddo, ti ricordi?” “Oddo...Ah?! Oddo Muvetti...” “Ciao Lia, come stai?” “Bene, grazie, e tu?” “Anch'io sto bene” “Beh...scusate, devo andare, ciao Matteo...ciao Muvetti!”

Ora, cara Lia, ti scrivo.

In poche ore ho ridato ordine ai miei pensieri che riaffiorano chiari e senza fatica. Il tempo che è passato, nulla ha tolto al piacere di rivivere, nel ricordo, l’emozione del nostro brevissimo tempo d’amore. Per fortuna ogni bella emozione rimane per sempre, intatta e piena; anche se poi le cose finiscono. Nel tempo e con l’esperienza, semmai, le emozioni si rivestono di sorrisi e tenerezze. La nostra breve storia d’amore, qualche volta, mi è ritornata nella mente, non già per ricordarmene la fine, ma sempre per rinnovarmene il gusto e la passione dei momenti più belli.

Perciò ora ti scrivo, col conforto di una vita che mi ha donato gioia; lontano quindi dal rischio di rimpianti e, tuttavia, nulla rinnegando di ciò che ho avuto nella mia intensa giovinezza, piena di lavoro, studio, occasioni importanti d'amicizia e storie più o meno brevi d'amore; ma rivivendone anzi le emozioni più belle. Mi piace pensare che la vita abbia riservato gioie anche a te e, con il cuore, ti auguro ogni bene per il futuro.

Quel giorno, sono passati quasi cinquant'anni, quando mi fu recapitata la tua lettera, fui colto da un senso di smarrimento totale. Fui pervaso dall'affluire di tante domande, senza avere risposte. Ricordo  quella sensazione di acuta sofferenza che mi pesava grave nello stomaco. Ero stato sorpreso da un fatto improvviso e inatteso che mi aveva svuotato di senso, lasciandomi sospeso e stordito, sull'orlo di un vuoto che mi sembrava irreale. Mi aggrappavo alla speranza di poterti ancora incontrare, di avere un'altra occasione per poterci chiarire; ma disperavo che l'avresti accettato e non sapevo cosa fare.

Ora mi piace pensare a quei giorni, in ufficio, all’intervallo del pranzo, quand'io mi fissavo, beato, sul tuo viso morbido e rilassato. E mentre raccontavi di te, percepivo nei tuoi languidi occhi e nelle labbra carnose, quell'aria seducente di sensualità diffusa, come di donna appagata e quasi sciupata da un recente rapporto amoroso.

Avevo diciott’anni e tu uno di meno. Eppure, ai miei occhi, apparivi matura, fatta apposta per dare gioie d'amore. Del resto, dicevi, avevi appena lasciato un fidanzato più grande di te che, da tempo, frequentava la tua casa. Tu raccontavi, io ascoltavo e, poco a poco, mi innamoravo.

La prima impressione, vedendoti, fu di una ragazza pallida e fragile, col viso bianco come la luna piena. Eri venuta per portare delle carte al  sig. Tesserollo, il capo del nostro ufficio tecnico. Mi dissero che eri stata assunta in prova, in contabilità, al posto di Matilde che si era licenziata per dedicarsi alla famiglia a tempo pieno.

Dopo il pranzo, nei locali della mensa, risalivo negli uffici e mi rifugiavo in una saletta, di quelle destinate ai visitatori, per studiare in vista di interrogazioni e compiti. Lavorando di giorno e andando a scuola la sera, non avevo tanto tempo per studiare. Quello spazio temporale dopo il pranzo, se pur limitato, diventava preziosa occasione per un ripasso dell'ultimo momento. Una volta, non ricordo con che scusa, sei venuta a cercarmi nella saletta. Fu così, in quell'angolo di tranquillità tutto nostro, che cominciammo a parlarci e a frequentarci. Un giorno poi, un impeto di desiderio mi ha spinto con lo sguardo dentro i tuoi occhi lucidi. Non potevamo baciarci in quel momento. Non era sicuro, potevano vederci. Ci siamo promessi il bacio per la sera, all'uscita dal lavoro. Che carica d’ansie e di emozioni, quel pomeriggio complice di interminabile attesa. Poi ci fu quel bacio; quel bacio lungo e infinito. La neve che cadeva, le tue labbra di miele, le lacrime imbrillantate dalla luce bianca del lampione, il tuo viso di viole. Quella carica dolce di sentimento e di passione che mi penetrava lenta in tutto il corpo e lo riempiva di ingovernabili e intrattenibili palpiti. Che impetuoso turbamento. Il mio Muvetti, mi chiamavi (dicevi che Oddo non ti piaceva). Ero il tuo grande amore, mi ripetevi. Era la sera di un venerdì.

Camminavo, poi, inebetito, per i viali di Milano, verso l'istituto tecnico che frequentavo. La neve soffice che cadeva, avvolgeva i miei pensieri confusi e beati, con carezze che raggiungevano   l'anima. Inutile dire che entrai a scuola in ritardo e che, per tutta la sera,  il mio pensiero rimase fisso sull'immagine dolce dei nostri frenetici baci e sull'impeto ardente dei ripetuti abbracci.

La mattina del sabato, mi arrivò,  accolto coi palpiti di un desiderio che si realizza, un invito insperato a venire a casa tua, a pranzo, la domenica.

Per le prossime festività di Natale, tua madre, mi dicevi al telefono, ti permetteva di invitare a pranzo il tuo amico più caro. Così avevi pensato di chiamare me.

Che magica domenica, nel ricordo, come avvolta nelle braccia di un incantevole sogno.

Per prolungare quel giorno d'amore, chiedesti alla mamma il permesso di andare al cinema.       Scegliemmo di vedere “Per un pugno di dollari”, in prima visione, al cinema Missouri. Ma ci andammo per riempire le ore con baci e parole d'amore.

Ci rivedemmo al lavoro la settimana successiva, con la gioia di vivere, ogni giorno, i nostri incontri segreti, nel salottino d'attesa.

Ma, il lunedì successivo, non arrivasti al lavoro. Correva voce che ti avessero licenziata. Il periodo di prova era finito. Forse eri di costituzione un po’ fragile, di salute cagionevole (un giorno eri anche svenuta). Si diceva che, forse, non ti ritenevano idonea. Fu per me un'amara sorpresa.

Per tutta la settimana ti ho cercata, non rispondevi al telefono, non eri a casa. Poi, quel sabato mattina, arrivò la tua lettera. Non mi avevi mai scritto. Sono salito in camera, con indicibile apprensione, e l’ho aperta.

“Mio caro amore, non so come dirti, ti voglio tanto bene, ma dobbiamo lasciarci. Sono molto malata. Ieri il medico mi ha detto che mi restano sei mesi di vita, ma non mi importa, io ti amo tanto. Il mio ultimo bacio sarà per te, amore. Voglio fissarmi sui momenti più belli, fermarli. Ora amore ti lascio, ti bacio tanto. Ti prego, non cercarmi. Rimaniamo per sempre uniti nel ricordo del nostro grande amore...”.

La lettera ancora tra le mani, mi precipitai di corsa per le scale. Volevo correre a casa tua. Mi ritrovai tra le braccia forti del direttore: “Dove corri ? Cosa fai?” Senza tanto pensare gli misi la lettera  nelle mani. La lesse, poi mi disse: “Calmati e aspetta. Ragioniamo! Non correre subito da lei. Andrai a cercarla poi, fra due o tre giorni. Le cose sono due: o è tutto vero e allora ti resterà in vita  il ricordo di una ragazza forte e meravigliosa; oppure è una grande bugia e, in questo caso, le mancherebbero delle rotelle. Ad ogni modo, a pensarci bene, ti converrebbe non cercarla più. Comunque, ora aspetta!” Mi fermai e rimasi a lungo nella cameretta, a piangere e a pensare.

Dopo due giorni ho suonato a casa tua. Fermo sulla porta, immobile, ti ho chiesto “E’ vero?”. “Cosa?” mi hai detto “. “E’ vero che devi morire?” “No, no, scusami, stai tranquillo. E'  solo...che sono tornata col vecchio fidanzato, e mia madre ha voluto che ti lasciassi”.

“Ciao” ti ho detto, attonito e inebetito. Credevo di soffocare sotto il peso di un'atroce, imprevista delusione. Il mondo mi cadde addosso fulmineo. Andandomene, sapendo che non ti avrei mai più rivista, fui colto da un pianto sconsolato e, allo stesso tempo, liberatorio. Mi ci volle parecchio, per metabolizzare. Ma, per fortuna, la giovinezza mi riservava palpiti nuovi per riempirmi il cuore.

Ora, dopo tanto tempo e a seguito del nostro fortuito incontro, sento viva la voglia di dirti  che, quando riaffiora il ricordo, ogni attimo di quella nostra storia mi riaccende un fuoco di vita e sentimento. E se, a volte, il rinnovo di palpiti mi fa lacrimare, non posso che provare gratitudine per il destino che ci ha fatto incontrare. Ciao Lia. Il tuo “Muvetti.”

 



7 Poesie per Serena

 

Il 5 novembre del ‘69, a Padova

Nell'aria morbida di quegli istanti,

una nuova strada ci penetrava lo spirito,

e ci orientava poi, ad incontrare la luce.

Ci siamo trovati, in poco tempo e quasi ignari,

a parlare di noi, di vita, e dei nostri cari,

finchè m’accorsi, dal ritardo accumulato,

che, del lavoro, m’ero proprio dimenticato.

Dovetti quindi lasciarti, veloce,

non prima, però, d'averti chiesto il telefono,

che raccolsi, a memoria, dalla tua voce.

Rientrai quindi in ufficio, preoccupato,

ma tanto felice, e col cuore in tumulto,

per quell'incontro così fortunato.

Ci siamo visti in quel bar, (tu eri lì di passaggio)

dov'io, dopo pranzo, andavo ogni giorno,

per un caffè che, con te, quella volta,

fu ancora più buono.

Un desiderio, che m'era dentro, latente,

m’iniziava ad un sogno, senza stella cadente;

e a quel desiderio, cui venivo affidato,

in poco tempo, il destino ci avrebbe legato.

Scoprii che era amore, nei giorni a seguire,

percependo di vivere, in un mondo migliore.

Poi andai a Firenze, per lavoro, a studiare.

Ogni giorno era lento a passare,

col pensiero sempre fisso al momento,

in cui, di nuovo, ti potevo incontrare.

Ed era, di solito, il venerdì sera,

quando, uscendo da un corso serale,

mi trovavi, nell'auto, ad aspettare.

In quegli attimi dolci, di sguardi,

silenzi, effusioni ed abbracci,

ci potevamo finalmente baciare,

spesso avvolti nella nebbia più fitta,

che sembrava si potesse toccare.

Poi fu vita di quotidiani sapori.

Ci siamo buttati nel mondo, e nel nostro futuro,

con gioie, paure, emozioni,

speranze, e preoccupazioni.

Ma, per fortuna, ed anche impegno,

vivemmo di sensi, sentimenti e lavoro.

E ancor oggi, e, come allora, col cuore,

ne rivivo i ricordi e le sensazioni d'amore.

In quel bar siamo spesso tornati,

a ricordar che da lì eravamo partiti,

per poi vivere insieme la vita,

che fu proprio bella, e purtroppo è finita.

 

Son qui, fermo, stamattina

Son qui, fermo, stamattina,

ai piedi della tua tomba bianca,

e ti cerco, nel mio silenzio,

con parole mute, e con il pianto.

Ma dove sei? Dove sei andata?

Non col tuo corpo che qui sotto riposa,

finché la terra non se ne sarà cibata,

ma col tuo spirito intriso d’amore

che, se nel corpo non può ritornare,

abbracciandomi, in sogno,

mi può ancor consolare.

 

Io imploro, con la voce tremante,

che un  miracolo ti faccia tornare.

Che tu sia, a me, vicina,

lo voglio senz’altro sperare;

anche se ora non ti posso toccare.

Dai! Dimmi ancora che m’ami,

e che mi puoi ancora aiutare.

 

E ora, con te, voglio anche godere,

dell’amicizia che hai saputo donare.

Ogni giorno, qualcuno mi vuol far sapere,

com’era piacevole, con te, conversare.

 

Ed è bello saperti nel cuore,

di tanta gente che ti vuol ricordare.

E, per me, è sempre caro il pensare,

ai cinquant’anni, che m’hai dato, d’amore.

 

Poco più di un nulla

Siam poco più di un nulla,

ma anche grandi, da goder

dell’immensità del mondo.

Siam poco più di un nulla,

ma capaci, pure, di dolerci

di enormi sofferenze.

 

Mi s’offre un palcoscenico

di bianchi e d’infinito.

Camminerò con te, sul palco,

con l’anima, col corpo e col pensiero;

oppure penetrerò nel vuoto,

a ricordar le tue labbra dolci,

con desideri e baci, nel silenzio.

 

Per vivere il ricordo del tuo amore,

volo, danzo, guardo in alto,

e veloce sfioro l’acque, asciutto,

per arrivar sul monte innanzi,

e lì posare il piede.

 

Di te privo,

solo se dormo e sogno,

ancora, forse, vivo.

 

Dove tutto si potrà fare,

vorrò rivivere più volte

i momenti della vita intera.

 

Ogni ricordo, allora,

si farà fuso nel presente,

così che carezze e baci,

durino, poi, per sempre.

 

Ah, come vorrei

Ah, come vorrei parlarti con parole nuove,

che non pensavo mentr’eri in vita.

Ora che ti sei nascosta,

un fiume di cose vorrei dirti,

ma una sola mi preme e spinge:

ogni giorno scopro quanto bene ti ho voluto,

più di quanto ti ho saputo dimostrare,

e come ancor ti vorrei incontrare

per renderti felice a dismisura.

Cerco, tra i ricordi, quelli più belli,

a riempire oggi la mia vita solitaria,

e, se pur d’essi ne trovo tanti,

m’affliggono spesso i torti,

i singhiozzi e i pianti,

che ti ho fatto talor subire,

e per riparare ai quali,

prima dovrò anch’io morire.

 

Bello sarebbe se la vita, al suo finire,

con l’esperienze fatte, potesse ripartire.

 

Mi resta ora la speranza,

che, tramite il pensiero,

se a volte ti ho ferita, tu veda:

quanto t’amo per davvero.

 

M’accorsi stamattina

M’accorsi stamattina, in pieno sole,

d’esser giunto in un luogo sconosciuto.

Mi sentivo come apparso in un ambiente

che dava gioia e pace, alla mia mente.

Fuori dal mondo, e dal presente,

godevo un silenzio, sinora assente;

ma poi m’accorsi che, all’orizzonte,

appariva qualcosa: era tanta gente,

e mi circondò con calma, lentamente.

Non fui più solo, nell’immensità e nel vuoto,

perché tu, dalla ressa uscendo, sorridente.

mi abbracciasti e mi stringesti, teneramente.

Compresi allora che ci possiamo amare

se avrò fortuna e potrò sognare,

e, nel sogno, sarà l’amor più bello,

perché luce e folla saran solo orpello.

 

S’esprimeva l’oboe

S’esprimeva l’oboe sulle note

di una musica infinita

di cui più volte abbiam goduto

mentr’eri qui, in questa vita.

 

Con la melodia struggente, nella notte,

ti stringevo nell’abbraccio e nel ricordo,

colando lacrime copiose,

sul tuo collo e sulle tue gote.

 

Eravamo fra terra e cielo, al lor confine,

e m’era forte il senso di voler restare,

ma la realtà, con forza, alfine,

mi volle, da te, strappare.

 

Tu sei rimasta lì, presente,

nell’istante che dura eterno,

mentr’io qui vivo, con te assente,

desiderando estate, mentre è inverno.

 

Anche oggi

Anche oggi ti ho cercata,

e poi, al concerto, ti ho incontrata.

Tra cori imploranti e intense emozioni,

la vita danzava e mi offriva visioni.

Amante dell’arte sei sempre stata

e anche la musica l’hai sempre amata.

Incrociavamo gli sguardi, sopra le note,

mentre lacrime e gioia ci bagnavano le gote.

Ogni sguardo scandiva, della vita, un istante,

a cominciare da quello che, muto,

precedette il primo bacio, tremante.

E poi, di sguardi, ce ne furono tanti:

quanti i momenti, per noi, più importanti.

 

Oggi s’è fatta festa, in terra e in Cielo,

finché la musica è finita,

e l’esser tornato solo ha steso,

sulla gioia, pietoso, un velo.

 

Sento che il cuore batte

su un muro di cemento,

ma nessuna porta s’apre:

è come bussare al vento.

 

Tu che del Cielo sei, ormai, sicura,

dai forza alla mia fede

che ancor, forse, non è matura.

 

Sono felice perché ho vissuto con te,

per il tempo della tua vita intera,

ma ora che è finito il canto,

ricomincia, silenzioso, il pianto.

 

 

 


a cura di L. Zampieri


 

Ultimo aggiornamento (Martedì 27 Luglio 2021 11:05)

 

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