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CENNI STORICI Ins. Valentina Cattaruzza sul paese di Sambruson

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IL PERIODO STORICO RECENTE - LA SCUOLA ELEMENTARE DI SAMBRUSON, TESTIMONIANZE

Una visione di Sambruson di alcuni Insegnanti delle Scuole Elementari degli anni '60, in occasione dell'inaugurazione dei nuovi edifici scolastici.

Cenni storici dell'ins. VALENTINA CATTARUZZA DORIGO

Incerte sono le notizie sulla storia di Sambruson, almeno fino ai primi del 1100, epoca a cui risalgono i più antichi documenti con la denominazione esatta, o quasi, della località.

Che il territorio fosse abitato nel neolitico superiore è provato dagli scavi eseguiti nel 1949, durante i quali si rinvennero pochi resti di un villaggio ter­ramaricolo. Il materiale recuperato venne raccolto per breve tempo qui a Sambru­son, in un locale adibito a museo. Una riproduzione fotografica dei resti è pub­blicata nel volume dedicato al Veneto ed edito nel 1952 dal Touring Club Ita­liano.

I primi cenni sull'esistenza delle lagune venete e delle fertili campagne del retroterra ci vengono da Tito Livio. Egli racconta che nel 301 a.C. lo spartano Cleonimo, venuto a capo di una numerosa flotta greca per aiutare Tarante in lotta contro Roma, fu spinto dai venti nell'Adriatico e giunse fino alla laguna veneta. Attratto poi dalla ubertà della zona, risalì con i legni più leggeri parte del fiume, la cui foce era nell'interno di detta laguna, e s'impadronì di tre «vici» appartenenti ai Padovani. Il saccheggio e la distruzione dilagarono nelle cam­pagne circostanti, provocando l'immediato intervento dei Padovani. Gli uomini di Cleonimo furono presto assaliti e sconfitti, e tutta la zona completamente liberata.

Secondo il Filiasi, che esaminò accuratamente questo passo di Tito Livio, nel fiume che sfociava in laguna è da riconoscersi il Brenta e nei «vici» alcune località presso Gambarare e Sambruson.

Durante la dominazione romana, secondo le relazioni degli scrittori latini Vitruvio e Strabene, tutto l'estuario godeva di una certa agiatezza economica, dovuta in particolare alla buona valorizzazione agricola, conseguenza diretta della felice risoluzione del problema idraulico, che Strabene paragonava ad ana­loghe opere eseguite nel basso Egitto.

Sempre in questo periodo, il territorio di Sambruson, con la vicina Daulum (Dolo), era attraversato dalla strada consolare Emilia-Altinate, che univa Padova ad Altino, toccando anche Tombelle, Abbondia, le terre di S. Ilario e Campalto. Ne fa fede il ritrovamento, proprio a Sambruson, di un cippo miliare romano.

Verso la metà del 1800 si potevano ancora scorgere nella zona alcuni tratti di questa strada, che veniva chiamata dalla popolazione locale «Sassàra», per le pietre che ancora la lastricavano, ed era usata, con fondo ormai sabbioso, nel tratto da Sambruson a Menai, fino al Nuovissimo.

Di fondamentale importanza per l'economia della zona furono le diverse de­viazioni del Medoacus, l'attuale Brenta, durante il corso dei secoli.

Il Medoacus, a voler contenere le indagini nell'età augustea, entrava in Pa­dova con due distinti rami, che si univano fino a Noventa, dove si dividevano nuovamente. Il ramo sinistro, chiamato « Maior », attraversava Stra, Sambruson, Lugo, e di qui per altre terre, in mezzo a zone acquitrinose, arrivava a sfociare presso la località Terre Perse, vicino al Porto Medoaco, ora Malamocco. L'altro ramo, invece, si univa più a sud al Bacchiglione ed entrambi fluivano nella laguna di Chioggia (1).

L'alveo abbandonato, che da Sambruson porta a Lugo ed è ora chiamato Brentasecca, segnerebbe l'antico percorso del Medoacus Maior, prosciugato, quin­di ripreso e rettificato dall'uomo, e infine di nuovo lasciato in abbandono.

Nel 589 d.C., in seguito a gravi sconvolgimenti meteorologici e tellurici, l'Adige ruppe gli argini nel Veronese, inondò il Polesine ed il basso Padovano. Anche il corso del Medoaco venne così alterato: il ramo minore non passò più per Padova e si staccò dal maggiore, il quale pertanto si atrofizzò, trasfor­mandosi presumibilmente nel Canai Mazor (2). Nella zona del Medoacus Maior non restarono che fiumicelli di risorgiva, quali il Tergola, il fiume di Oriago ed il Musone.

Il ramo minore che fluiva a Chioggia, non potendo contenere una massa così imponente di acque, all'epoca dei disgeli e in condizioni meteorologiche sfavorevoli, rompeva gli argini, arrecando danni gravissimi alle campagne cir­costanti.

Con la decadenza dell'impero romano e le devastatrici invasioni barbariche (particolarmente disastrosa quella degli Ungari nell'899), vennero a mancare del tutto anche in questa zona le cure e le provvidenze in essa già profuse. Come conseguenza, ne derivò un pesante aggravamento della situazione economica per gli abitanti del retroterra lagunare.

Non furono sufficienti a frenare l'irruenza del fiume neppure le ottime ope­re di arginatura realizzate dai Padovani subito dopo il 1000, esaltate anche da Dante nell'Inferno.

Vennero perciò fatte, nel corso dei secoli, numerose ed importanti diver­sioni, le prime eseguite dai Padovani verso Venezia, per i continui straripa­menti del Brenta; le successive attuate dai Veneziani, preoccupati del continuo interramento della laguna, derivante dalle varie bocche del fiume immesse arti­ficialmente in essa.

Il più importante taglio fu operato appunto dai Padovani sul fianco sinistro del Brenta nel 1142 e, secondo il Gloria, proprio all'altezza di Sambruson, per proseguire verso Lugo, fino a sfociare di fronte all'antico Methamaucus (Mala­mocco), scaricando le acque nel delta ilariano, molto vicino a Venezia.

Annota infatti un cronista del 1500, Andrea Mocenigo: «Postea patavini eius omnis novam scissuram fecerunt ad locum Brusonii, unde Venetias et ad locum hilarii novus alveus querebatur», riferendosi all'incisione del 1142, che appunto fu diretta verso il territorio ilariano, sconvolgendone in gran parte la topografia.

Di diverso parere sono invece il Pavanello (3) ed il Cessi (4), che non ac­cettano questa tesi perché la ritengono non sufficientemente documentata. Di­mostrano, infatti, come il Mocenigo abbia dato una interpretazione non esatta di un passo tratto dagli scritti di Marco Cornaro, vissuto nel sscolo prece­dente, e precisamente il seguente: « ... Padoani e la Comunitade de Padova tajò e reduse quella (Brenta) verso S. Bruson », intendendo indicare la direzione delle acque, non il taglio.

Certo è che, questa incisione, a prescindere dalle polemiche circa il punto esatto in cui essa fu eseguita, provocò inondazioni ed impaludamenti di vasta parte dei territori appartenenti all'abbazia di Sant'Ilario.

Questa abbazia, situata non lontana da Gambarare e da Lugo, era sorta nell'829, su terreno lasciato in donazione testamentaria dai Dogi Agnello e Giustiniano Partecipazio ai Padri Benedettini di San Servilio. Con il tempo si era ingrandita per acquisti vari e nuovi lasciti, ed era divenuta ricca e potente. Ma la sua prosperità cominciò a decadere proprio a causa di questa rovinosa diver­sione (5).

I veneziani allora, sotto la cui protezione era la sopraccitata abbazia, ini­ziarono contro Padova, esecrata artefice di questo arbitrario taglio, una lunga guerra che vittoriosamente conclusero.

I rapporti fra le due città erano, in quel particolare periodo, già molto tesi per ragioni di confine e questa incisione fu buon pretesto per iniziare una lotta che si protrasse per qualche tempo, ripresa ora dall'uno, ora dall'altro dei due contendenti.

Cessate le ostilità, la diversione attuata dai Padovani, che riattivava in buo­na parte l'antico alveo del Medoacus Maior, atrofizzato per più di cinquecento anni, fu considerata anche dai Veneziani commercialmente giovevole, come via fluviale fra le due città. Furono anzi fatte rettificazioni all'alveo del fiume e venne aperto fra Stra e Padova, verso il 1200, il canale Piovego, riduzione dia­lettale di «pubblico», per collegare completamente Venezia con Padova.

La sistemazione idraulica del Brenta non fu certamente risolta se ancora nel 1170 il fiume ruppe a Stra, distruggendo questo centro quasi completamente.

Nel 1177 la gran massa d'acqua si aprì a forza la via verso Mira e Oriago, e nel 1431 ancora premette sul fianco sinistro, appena sopra Oriago. Furono allora proposti alla Serenissima due scaricatori sul fianco destro, uno sopra Oriago, e uno a Sambruson. La deliberazione per quest'ultimo fu emessa nel 1457. Questo canale di sfogo accolse in seguito quasi tutte le acque del Brenta.

In una mappa del territorio di Sambruson, datata 1841, e conservata negli ar­chivi del nostro Comune, si può ancora vedere chiaramente il percorso del Brentone, che da Dolo si dirigeva verso Camponogara, seguendo l'attuale via Argine Sinistro ed attraversando così tutto il paese. Prima della grande ansa del canale verso sud, si può distintamente notare il disegno di un ponte, neces­sario per collegare la via Stradona con il centro del paese, proprio nello stesso luogo dove ora esiste la località che porta appunto il nome di «Ponte».

II Brentone, concludendo, fu la prima tappa per la diversione alta del fiume (la più corretta dal punto di vista idraulico), quella di Stra. Studi vennero fatti a questo riguardo, ancora nel 1700, dai «Savi alle Acque»; ripresi poi nel periodo napoleonico, e finalmente attuati dal governo austriaco su progetto del Fossom-broni e del Paleocapa, verso la metà dell'Ottocento. E fu durante questi lavori che venne chiuso l'alveo del Brentone, modificando sensibilmente l'aspetto topogra­fico e l'economia di Sambruson.

Conclusa questa digressione sulle vicissitudini morfologiche di Sambruson e terre limitrofe, attraverso vari secoli, torniamo allo studio della sua storia qua­le ci risulta da interessanti, ma anche purtroppo rari, documenti delle varie epoche.

Troviamo per la prima volta nominata Sambruson in un documento risalen­te al 1117. Trattasi di un atto di acquisto di centocinquanta masserie, fra le quali «Santo Brusone», per lire veneziane ottomila, effettuato dai Padri Bene­dettini dell'abbazia di S. Ilario.

I proprietari, Ansedisio e Guidotto, conti di Collalto e di Treviso, furono costretti alla vendita (dopo averne ottenuta licenza dall'imperatore) allo scopo di pagare i debiti contratti dal padre loro, Rambaldo. (6)

Un altro documento importante per la storia del nostro paese è il codicillo di Speronella «dai sei mariti», figlia di Delesmano da Curano (località presso Lugo) e datato 1199, nel quale viene nominata la «villa» di Sant'Ambrosonis, che, con la curia di Camponogara e Noventa, veniva donata al Vescovo di Pa­dova. (7)

La denominazione che appare in questo atto, avvalora l'ipotesi secondo la quale venne dato alla località di cui ci stiamo interessando il nome di S. Ambrogio, per ricordare con riconoscenza il santo Vescovo di Milano. Secondo infatti una antica leggenda, S. Ambrogio passò attraverso queste terre, predi­cando e convertendone gli abitanti, i quali eressero in seguito in suo onore una cappella.

Da uno statuto padovano del 1234, possiamo rilevare come Sambruson ap­partenesse in quel periodo al distretto di Piove di Sacco. Stabiliva dunque que­sto atto che i vari distretti sotto la giurisdizione della Repubblica di Padova dovessero contribuire per bisogni di guerra, di strade, di ponti, di argini e ca­nali, in proporzione al reddito ed alla popolazione di ciascuna «villa». In parti­colare Sambruson doveva fornire all'esercito «carra 4».

Un'altra norma statutaria padovana del 1281 comandava che «si colmasse di altri due piedi e si tenesse largo venti l'argine del Brenta dalla riva del Co­lombino lungo il porto di Sambruson, Paluello, Flesso minore, Stra e Noventa, ciò dai villaggi che seguono: Sambruson con Sabbione e le alture in ragione di fuochi 43; ... »

Poiché i «fuochi» si riferivano ai gruppi familiari, si può dedurre che il ter­ritorio era allora abbastanza popolato e di conseguenza ben coltivato, favorito per giunta com'era dall'abbondanza delle acque che lo attraversavano.

Nello stesso anno un'altra legge venne emanata, sempre per regolare le ac­que di questa zona, ed in essa sono nominati il Brentone, che principiava da Sam­bruson, ed il Cauorlata, che da Sambruson si estendeva fino al ponte Zagae. (8)

Nel 1318 finì in Padova il governo comunale e divennero Signori della città i da Carrara, poi gli Scaligeri, i Visconti ed ancora i Carrara fino al 1405, anno in cui i Veneziani entrarono vittoriosi in Padova, cacciandone l'ultimo dei Car­rara, Francesco II, e annettendo questa, con i relativi distretti, alla Repubblica di Venezia.

Ma fu in special modo durante la guerra combattuta nel 1373 fra i Vene­ziani e Francesco I da Carrara, che immense rovine e stragi furono apportate alle «ville» ed alle campagne lungo la Brenta, dove si svolsero i combattimenti.

Ristabilita la pace, sotto il dominio della Repubblica di Venezia, per quattro secoli circa tutta la zona godette di un lungo e prosperoso periodo di benessere, interrotto solo nel 1509 dalla guerra contro l'imperatore Massimiliano ed i col­legati firmatari della Lega di Cambrai, che miravano a ridurre Venezia entro i confini della sua laguna.

Padova venne in quella occasione occupata dall'imperatore e successivamente ripresa dal Provveditore veneziano Andrea Gritti.

Narra a questo proposito il Mocenigo che il Brenta si dimostrò una via preziosa per il rifornimento di uomini e materiali al presidio veneziano che si apprestava ad assalire l'usurpatore in Padova: « ... che per la Brenta via l'ar­mata ben guernita era condotta ... ».

E, malauguratamente, anche allora il territorio che andiamo considerando risentì gravi danni per il passaggio delle truppe e per la guerra così vicino combattuta. (9).

Dobbiamo pensare che Sambruson avesse a quell'epoca una discreta espan­sione ed una notevole rilevanza economica, se la sua chiesa venne proclamata «matrice» di quella di Camponogara, Paluello e Dolo, ed elevata ad «arcipretale».

Già in questo secolo e più ancora nei successivi, la dolce riviera del Brenta attrasse, con il suo romantico e sereno paesaggio, alcune fra le più nobili fa­miglie veneziane, che decisero la costruzione di eleganti ville destinate a loro re­sidenza estiva.

Tracce di una permanenza notevolmente interessata e protratta nel tempo dei patrizi veneziani Badoer si ritrovano in un documento che attesta come il 14 giugno 1508 il Papa Giulio II concedesse loro un gius-patronato, nonché in un manoscritto del 1803, contenente resoconti relativi alla fabbrica della arci­pretale di Sambruson, ed infine dalla dedicazione di una via a questo stesso nome.

Anche i nobili Mocenigo e Farsetti ebbero in Sambruson ville contornate da vasti parchi. Una riproduzione abbastanza chiara di questi la troviamo in una raccolta coronelliana di stampe settecentesche di tutte le ville esistenti a quel tempo lungo la riviera del Brenta.

La villa di più antica data che sia giunta fino a noi in condizioni discrete è quella dei nobili Venier, ora di proprietà Levorato. E' una costruzione in stile cinquecentesco, con nell'interno grandi affreschi raffiguranti scene di battaglie, e ancora una «véra» da pozzo con archetti. (11).

Con la campagna napoleonica in Italia del 1796 e la conseguente caduta della repubblica veneta, l'apparato amministrativo di questo territorio cambiò radicalmente, come si può rilevare da un decreto del 22 dicembre 1807, a firma di Napoleone. I paesi Veneti di nuova aggregazione furono divisi in sette dipar­timenti, e quindi in distretti ed in cantoni. Sambruson veniva assegnato, con Paluello, Mira e Stra, al cantone di Dolo, che apparteneva al distretto di Vene­zia ed al dipartimento dell'Adriatico. (12)

 

Dal 1815 al 1866 Sambruson fece parte del regno Lombardo-Veneto. Ma l'an­sia di libertà e l'aspirazione verso una patria unita ed indipendente spinsero al­cuni giovani «ambrosiani» a prendere parte alla eroica difesa di Venezia, nel 1848-49. Sei di questi entrarono nelle forze regolari addette a tale difesa, e ce ne piace ricordare il nome:

— Gendarme  Barocco Filippo,  di  Paolo e  Lucia,  arruolatesi  volontario l'il aprile 1848;

— Gendarme Coin Antonio, di Angelo e Zotti Maria, nato nell'agosto 1821,
campagnolo, arruolatesi il 27-9-1848;

— Soldato Detadi Antonio, di G. Maria e Giovanna, nato il 18-3-1825, villico,
arruolatesi presso la IV Legione di Linea;

— Gendarme Gottardo Giovanni, di Sebastiano, nato l'8-7-1820, arruolatosi il 6-10-1849;                                                                                                                                    

— Gendarme Rosson Michele, di Alessandro e Agnese Maria, nato nel  1826,
villico, arruolatosi il 6-10-1849;                                          

— Gendarme Simioni Carlo, fu Gio Battista, nato nel 1821, lavandaio, arruo­latosi il 9-4-1848. (13)

Nel 1866 finalmente il Veneto venne liberato ed unito definitivamente al regno d'Italia. Per l'ultima volta Sambruson vide le sue terre attraversate da eserciti in guerra, quello austriaco in fuga verso i presidi di Venezia per un estremo tentativo di difesa, e quello italiano al suo inseguimento. Esiste in me­rito un documento in data 18 luglio dello stesso anno, in cui viene dato l'ordine a quattro battaglioni di bersaglieri e ad un reggimento di cavalleggeri di fian­cheggiare tre divisioni nella marcia dall'Adige al Brenta fino a Sambruson. (14)

Verso la fine dell'Ottocento il paese non doveva attraversare un periodo eco­nomicamente molto felice se il Corti descriveva Sambruson come « ... terra anti­chissima che venne funestata da guerre e distruzioni, cosicché ora trovasi ridotta a poche case ». (15)

L'impressione di squallore che ne ebbe l'autore ora richiamato, è probabile fosse dovuta in buona parte al fatto che l'alveo del Brentone, deviato da più di trent'anni, si presentava ancora completamente abbandonato con residui sta­gnanti e detriti accumulati disordinatamente, come appare in una mappa del 1885, conservata nell'archivio del Comune.

La storia successiva di Sambruson e la storia d'Italia unita, con i suoi pro­blemi, i suoi interessi, la sua partecipazione ai recenti gravissimi conflitti mondiali.      

Giova a questo punto rilevare soltanto che gli anni decorsi dalla fine del­l'ultima guerra, hanno segnato per Sambruson un periodo di efficacissima ri­presa. Ne sono prova lo sviluppo di alcune piccole fabbriche ed aziende, l'evo­luzione nel lavoro agricolo con apporto di macchine specializzate, le numerose costruzioni, fra le quali, data la decadenza del precedente, importantissimo e ri­chiestissimo il nuovo edificio per le scuole elementari.

E' da tenere presente che a questa ripresa contribuisce molto l'attuale mag­giore stabilità di lavoro e la continua richiesta di nuova mano d'opera da parte del vicino centro industriale di Marghera, verso cui affluiscono in gran numero i laboriosi «ambrosiani».

E con questa positiva nota, che è beneaugurale per il suo avvenire vogliamo concludere questo rapido studio intorno alle vicende storiche di Sambruson.

VALENTINA CATTARUZZA DORIGO

Note:

(1) G. marzemin:   «Origini romane di Venezia» - 1937 - pag. 176 - Venezia. 

(2) G. Pavanello - « La laguna veneta » p. ed. Magistrato alle Acque 1931.

(3) marco cornaro:  «Scritture sulla laguna» a. cura di G. Pavanello ed. 1919.

(4) R. cessi:   «La diversione del Brenta nel secolo XII»  -  1920.

(5) A. gloria: «Intorno al comune di Campagna-1869-pag. 17-Padova.

(6) G. gennari:   «Dell'antico corso dei fiumi in Padova» - 1776-pag.  55-Padova.

(7) ìbid., pag. 58.

(8) A. gloria:   Op. eh. - pagg. 27-30, 31.

(9) A. mocenigo:  «Le guerre fatte ai nostri tempi-» - 1544 - libro 1° - pag. 21.

(11) G. mazzotti, «Ville Venete» -  1952 - pag. 41  - Treviso.

(12) biblioteca marciana - Mise. 7310, Raccolta di carte stampate, avvisi... ecc., Milano 1807.

(13) A. stangherlin:  «I minori del '48 che difesero Venezia», 1952, pagg. 14-17.

(14) Campagna del '66-1875 - volume I - pag.  117 - Roma.

(15) corti:   «La provincia di Venezia»  - Ed. Paravia -   1892 - Torino.


articolo a cura di Luigi Zampieri

Ultimo aggiornamento (Domenica 22 Febbraio 2015 17:31)

 

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