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Il paesaggio agrario

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IL PERIODO STORICO RECENTE - MORFOLOGIA DEL TERRITORIO

 

Il paesaggio agrario a Sambruson

Tra le trasformazioni che hanno interessato il territorio di Sambruson nel Novecento non si possono trascurare quelle relative alla copertura del suolo e al paesaggio agrario. Tra esse merita un cenno particolare la sparizione della coltura promiscua della vite, diffusa in molte altre regioni italiane e conosciuta nel Veneto con il nome Spiantata. Si è trattato di una modificazione di grande portata, che si è consumata nel giro di pochi decenni e che ha interessato l'intero territorio, mutando sensibilmente l'aspetto del paesaggio agrario.

Come è noto, la piantata è una sistemazione agraria che prevede l'associazione sullo stesso campo, di colture erbacee, arboree e arbustive: ogni seminativo era diviso in lunghe fasce, separate tra loro dai filari di viti maritate ad alberi. Tra un albero e l'altro pendevano "graziosamente" i tralci, "comme des guirlandes d'un arbre a l'autre", come notava un viaggiatore francese del Settecento9. Oltre che nel Veneto tra l'Otto e il Novecento il paesaggio della coltura promiscua è ancora largamente presente in Emilia (piantata emiliana), nell'Italia centrale (alberata Tosco-umbro-machigiana) e nell'entroterra campano (arbustato). Le varietà con cui questa coltura promiscua si presenta sono moltissime, anche all'interno di ciascuna area geografica.

28 Paesaggio antico ("la vite maritata all'albero in mezzo al grano costituisce il paesaggio classico della cultura promiscua, già evocato duemila anni fa da Virgilio", nota il Desplanques10) nel Dominio Veneto questa sistemazione agraria aveva fin dal tardo medioevo preso il nome di "terra arativa pianta videgà" (letteralmente piantata e vitata, cioè con alberi e viti), espressione molto simile a quella usata dalle fonti catastali ottocentesche, che la indicano come "aratorio arborato vitato".

Le fonti catastali ottocentesche e novecentesche, che diligentemente registrano i tipi e le varianti locali delle colture promiscue, permettono di ricavarne la diffusione e le caratteristiche per tutto il territorio Veneto11. Lo studio diretto di queste fonti, conservate in parte presso l'Archivio di Stato di Venezia e in parte presso gli archivi provinciali, è estremamente oneroso sia per la vastità dei fondi che per la difficoltà di consultazione. Ciononostante, per un territorio di dimensioni ridotte come è appunto quello di Sambruson, è stato possibile interrogare compiutamente la fonte catastale e ricostruire una carta della copertura del suolo che offre una precisione non disprezzabile12.

Incrociando i dati quantitativi provenienti dalle mappe catastali e dai sommarioni con quelli qualitativi provenienti dagli Atti Preparatori, è possibile avere un'idea abbastanza precisa di come doveva apparire il paesaggio agrario di Sambruson nella prima metà dell'Ottocento.

In primo luogo bisogna notare la straordinaria estensione della coltura promiscua, che occupa la quasi totalità del territorio del comune censuario di Sambruson, per lasciare spazio solo a qualche raro vigneto specializzato o al seminativo semplice, e ai prati nella parte del territorio dove le condizioni altimetriche difficili rendono il terreno più umido o soggetto al ristagno d'acqua (carattere che notoriamente la vite non ama).

Nell'immagine alla pagina successiva è visibile l'estensione che l'aratorio arborato vitato aveva nella prima metà dell'Ottocento nel comune censuario di Sambruson.

In secondo luogo è necessario interrogarsi invece sul paesaggio agrario che questa particolare forma di coltivazione costruiva: che aspetto avevano i seminativi arborati vitati di Sambruson?

Il paesaggio della piantata nella pianura veneta non era ovunque lo stesso. Le sistemazioni dei terreni infatti variavano da zona a zona, adattandosi al clima, al tipo di suolo e alla maggiore o minore presenza di acqua. Le variabili erano numerose: tipo di alberi impiegati come sostegno, distanza tra i sostegni vivi, posizione della vite, geometria del filare, distanza tra i filali, tipo di coltura e di rotazione effettuata sulla parte a seminativo, altezza e disposizione della vite e dei tralci, sistemazione del terreno lungo il filare.Conviene dunque lasciare la parola agli Atti Preparatori e alla descrizione particolareggiata che contengono, sulla base della quale si sono costruiti gli schemi interpretativi che proponiamo nelle immagini che seguono.

 

Forma della piantagione. Gli alberi a cui sono avviticchiate le viti sono d'una mediocre portata e tutti ceppati. La specie è mista di forti e dolci e bilanciati i gambi delle viti si può dire che per ogni    albero vi siano almeno due gambi di vite. Le viti sono per la più parte tese da un albero all'altro in linea del fillare. Ordinariamente tra un albero e l'altro avvi la distanza di piedi dodici. La distanza da una piantata all'altra ove il terreno è coltivato è per il più di quattordici pertiche padovane. Quando poi le fille sono doppie la differenza è di pertiche due da una all'altra filla. Sono diverse e varie le distante nei fondi di questo territorio. E perciò bilanciate le varie distante le esistente della doppia piantata, si calcolano che per ogni campo vi sia una quantità maggiore di sessanta alberi con viti e minore di trenta, pure con viti.

La razionalità di questa forma colturale era determinata dalla sua - diremmo     oggi - multifunzionalità. Oltre ad uva, vino e granaglie, infatti, la coltura promiscua garantiva una serie di prodotti secondari. In primo luogo la striscia di prato e sotto la piantata, che resta esclusa dall'aratura, costituiva una piccola riserva di nutrimento per gli animali e contribuiva a ridurre gli effetti della strutturale  carenza di foraggio. La stessa funzione avevano le foglie degli alberi, che potevano essere date agli animali come pastura integrativa, dopo essere state oggetto di una specifica raccolta, necessaria anche al fine di evitare di ombreggiare eccessivamente la vite e il seminativo. Il legname da lavoro, che si ricavava dalla annuale potatura invernale, comprendeva non solo le fascine che concorrevano al pagamento dell'affitto, ma anche le stanghe per le costruzione e la riparazione degli attrezzi, il combustibile per il fuoco da riscaldamento e per cucinare, i pali necessari per le lavorazioni agrarie (tutori morti). Infine le foglie della vite e gli altri residui della potatura fungevano da concime naturale, integrando la limitata produzione animale. Si sfruttava così al meglio il poco terreno a disposizione in un regime aziendale autosufficiente. Soprattutto dopo la metà dell'Ottocento l'impiego non raro del gelso come sostegno lungo i filari, di cui sopravvivono ancora oggi dei frammenti, permetteva di integrare ulteriormente il reddito della produzione agricola con l'allevamento del baco e la produzione della seta14.

Fin dal XVI secolo, però, cominciano ad avanzarsi riserve e dubbi sulla razionalità della coltura promiscua della vite. Molti autori mettono in evidenza infatti che vite, albero tutore e seminativi hanno esigenze contrastanti, in termini di tipo di terreno, di clima, di presenza dell'acqua, di sistemazione agraria, di potatura, ecc. Le critiche si intensificano a partire dal Settecento, quando l'agronomia si formalizza e diventa poco alla volta una scienza vera e propria e cominciano a girare idee di rinnovamento e di razionalizzazione, di affrancamento dal "giogo della tradizione".

I primi esperimenti per la sostituzione della piantata nel Veneto risalgono all'inizio dell'Ottocento. Nella tenuta di Alvisopoli l'agente Toniatti "fu uno tra i primi che denudarono molte campagne dai tradizionali filari di viti vecchie e poco produttive"15, sostituendole con il prato artificiale, il cui reddito compensava quello mancato del vino. Eppure fino alla metà del Novecento le voci degli agronomi contrari alla diffusione della piantata restano per lo più inascoltate e le sporadiche iniziative di pochi non influiscono sulla pratica comune, che resta a lungo legata alla tradizione.

Questa situazione di assoluta prevalenza della coltura promiscua non è però destinata a durare. Già alla fine del secolo si possono notare delle variazioni in diminuzione, che accelereranno nel corso del Novecento, e in particolare dopo la seconda guerra mondiale. È infatti questo il momento in cui una serie di cause concomitanti fanno sì che la presenza delle piantate sui campi diventi non più una risorsa ma un ostacolo da eliminare. La coltura promiscua viene soppiantata dai seminativi semplici e dalle colture specializzate.

Tra le cause che possono aver influito su questo cambiamento radicale gli studiosi16 elencano l'infezione fillosserica17; la diminuita utilità del fogliame come foraggio, stante la diffusione delle foraggere nel ciclo colturale e dell'introduzione dei mangimi per gli animali; la meccanizzazione crescente delle pratiche agricole, che trova nelle piantate un ostacolo; l'introduzione di materiali come ferro e cemento per i manufatti e di combustibili fossili per il riscaldamento, che rendono superfluo il legno ricavato dai sostegni vivi; lo sviluppo delle colture irrigue, poco compatibile con la sistemazione agraria della piantata e con la vite stessa; l'affermarsi di un'agricoltura di mercato, stimolata dalla crescente facilità di trasporto, che rende meno conveniente impiegare terreni non particolarmente adatti alla produzione di generi che possono invece essere importati; la crisi della mezzadria come forma di conduzione, e quindi l'affrancamento da parte del conduttore dall'obbligo di coltivare i generi che poi gli sarebbero stati chiesti come pagamento. Potremmo aggiungere, per Sambruson e forse per il Veneto in generale, il modello di industrializzazione tipico della nostra regione, dove la figura del "metalmezzadro" può dedicare alla coltivazione della terra solo il proprio tempo libero, mentre la conduzione a coltura promiscua richiede una quantità di lavoro manuale assai elevata.

A Sambruson però, come in gran parte della pianura veneta centrale, la semplificazione avviene con modalità particolari. Non si assiste ad estesi riordini e accorpamenti fondiari come avviene invece per esempio nel vicino Friuli -anzi piuttosto in coincidenza con una frammentazione della proprietà - ma si opera per lo più all'interno del perimetro del campo. La trama complessa delle siepi e dei fossati a bordo campo - anch'essi se vogliamo una forma embrionale di coltura promiscua in quanto il legname ricavato dalle potature era usato per riscaldamento e per i pali-viene sostanzialmente conservata. Accade pertanto che il paesaggio agrario centroveneto presenti oggi una compresenza di modernità e di tradizione, almeno fino a che ci saranno appassionati che si ostineranno a potare le siese e a sfalciare i bordi dei fossi, mantenendo quell'aspetto della campagna curato e, per così dire, "abitato", tipico delle nostre zone.

Non c'è più invece quel poco di bosco e di prato che il catasto ottocentesco rilevava. Le ultime tracce della foresta planiziale che ricopriva la pianura veneta nell'antichità, che nel territorio di Sambruson erano rappresentate soprattutto dal cosiddetto "Gorgo", una piccolissima area paludosa lungo la Stradona, coperta ancora nel 1816 da vegetazione seminaturale di latifoglie (bosco dolce), sono state sacrificate ancora nell'Ottocento, quando il legname da un lato, e la terra da coltivare dall'altro, erano diventate risorse sempre più scarse, con il crescere delle necessità di una popolazione in aumento e di un paese che andava modernizzandosi.

Alle siepi a bordo campo - quello che resta oggi della coltura promiscua - sono oggi riconosciute numerose funzioni diverse: tra esse quelle ambientali stanno diventando sempre più rilevanti. La siepe infatti opera come un potente filtro per i fertilizzanti che dal campo scendono nei fossi, diminuendo il rischio di eutrofizzazione delle acque. Inoltre esse sono rifugio, così come capitava in passato, per la fauna selvatica, e per gli insetti antagonisti, contribuendo così alla conservazione della biodiversità. Sono diverse dunque le ragioni per cui oggi ha senso pensare ad una "ricomplessificazione" del paesaggio agrario, ad una campagna immaginata non solo come spazio per la produzione agricola, ma come luogo di vita e luogo di conservazione ambientale.


Gianni Cagnin, Viviana Ferrario
Dal volume "SAMBRUSON TRA OTTOCENTO E NOVECENTO"
(Associazione Culturale Sambruson La Nostra Storia)

 

 


                                                                                    articolo a cura di Luigi Zampieri

 

Ultimo aggiornamento (Mercoledì 13 Maggio 2015 17:23)

 

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