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Storie, Memorie, Persone di A. Zilio (01.03.2019)

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SAMBRUSON. CULTURA, COSTUME, TRADIZIONI, AMBIENTE. - LETTERATURA A SAMBRUSON (II)

Caro Luigi, ho ricevuto la tua corrispondenza sempre gradita. Vi auguro felicità attorno alla piccola Emma, di lei mi parlavi quando non era ancora nata. Affronta l’asilo, per lei è come percorrere un sentiero nella foresta, sconosciuto, ma invitante. Certo non le mancherà l’incoraggiamento dovuto.

Le tue considerazioni sui miei scritti sono sempre obiettive e pertinenti, questo mi serve e mi fa piacere. Le mie storie hanno sempre uno spunto ispiratore, ma siccome non sono storico, come sai, non mi soffermo a descrivere persone o memorie che non devo illustrare e studiare a fondo per rappresentarle, citando rigorosamente. La mia scrittura è molto semplice, elementare. Devo esprimere delle opinioni, delle convinzioni, con spunti letterari, filosofici, ma anche di gente semplice, per fissare meglio il mio pensiero. Quando scrivo inizio sempre da un incipit e concludo con una riflessione personale, di solito morale. Le persone, le storie, i ricordi sono solo “strumenti” per meglio concretizzare e mostrare i miei pensieri. Parlo sempre di persone vere, di fatti veri, di storie lontane, ma anche viste o sentite mentre scrivo altre cose. Non c’è niente di offensivo citare persone che conosco, con cui parlo, perché parlo di cose note a tutti e di cui spesso sorridiamo insieme. Io parlo di loro e loro parlano di me. Ho impiegato molti mesi per scrivere i miei racconti brevi, ma credo incisivi, poi ho smesso, come sempre mi capita, perché scarico, non mi sembrava di avere più niente da dire. Dal primo di settembre ho ripreso, sempre sotto lo stesso titolo, è un secondo tempo! Ci risentiremo a Natale se non altro per farci gli auguri.

Buona giornata,

Andrea


STORIE MEMORIE PERSONE

di A. Zilio


01.03.2019

“STORIE MEMORIE PERSONE”

1

Quante immagini inattese ci appaiono in una giornata, così, all’improvviso. Sto andando in ospedale a piedi, ma non penso alla cardiologia. Certe immagini, dicevo, se le ignori, le perdi per sempre. Quante scivolano via in una giornata! ma alcune mi restano infisse e non si lasciano scardinare. Allora le accetto e le seguo. Ho visto una ghiandaia nei giardini in via Giotto, proprio di lato alla scuola. Prima che volasse via oltre le tre querce l’ho ammirata. Lo splendore celestiale di questo uccello ti attrae e non lo dimentichi. Le immagini non sono mai solitarie, le abbini ad altre più famose e scopri di avere anche tu uno spazio di cielo personale da ammirare.

Pochi lo sanno, io lo so. Ecco, l’apparizione mi ha fatto brillare innanzi la storia di Rossella O’Hara, che non era una bellezza, dice Margaret Mitchel nel suo incipit di “Via col vento”.

Non è vero. Scopriamo leggendo che Rossella era invece una bella ragazza, era piuttosto capricciosa, aveva un carattere difficile e ciò la rendeva antipatica. Ma solo all’inizio. Alla piantagione delle Dodici Querce si incontrava la migliore gioventù sudista alla vigilia della guerra di secessione americana. E Rossella O’Hara là era la reginetta, tutti i ragazzi le facevano la corte, ma lei, ribelle, regolarmente li respingeva. Il collante, per me, è stato la parola “querce”.

Ho cercato notizie sulla ghiandaia che ama le querce, bella nel suo manto celeste delle ali, simile al tappeto di nontiscordardime del prato. Ho scoperto che è un corvide. Faccio un tratto di strada con Antonio Fabbro, mio vicino di casa, esperto cacciatore, che mi dà subito spiegazioni esaurienti. Altre spiegazioni mi ha dato Franco Marchiori che abita a ridosso del parco di villa Brusoni. Nella quiete verde vive uno scoiattolo e molte ghiandaie nidificano nella fitta vegetazione. A volte sconfinano nel suo campo e fanno strage nel frutteto. Soprattutto sul ciliegio che ha i frutti a grappoli. Col becco, per staccare una ciliegia, ne buttano a terre altre tre. Il colore celeste la rende inconfondibile, ammirevole, è vero. Ma come tutti i corvidi, mi spiega, devasta i nidi degli altri uccelli, e questo basta perché perda la mia simpatia.

I più deboli soccombono ovunque, da sempre. Non bastano filosofie, sermoni, lezioni scolastiche per modificare l’assioma. Non si può esigere che agisca contro natura, se quelli sono i suoi nutrimenti, quelli restano. Anche se, aggiunge Antonio, la ghiandaia non si nutre solo di ghiande, perché è onnivora. Allora non è un caso! anche Rossella nei suoi affetti è piuttosto aperta. Rifiuta i giovani spasimanti per l’impeccabile Ashley, troppo diverso da lei che neanche la cura. Cadrà tra le braccia, o le grinfie, di Rhett Butler, l’affascinante avventuriero che alla fine la lascerà.            Anche tu, meravigliosa ghiandaia, nonostante la tua bellezza, non troverai amici e resterai sola. Qualche avido cacciatore c’è sempre e alla fine ti vedranno imbalsamata appesa ad una parete.             Ecco, si attenua l’immaginazione, ma subito s’incunea un altro ricordo, il ricordo dell’amato Giovanni Pascoli quando parla della Romagna e del dolce paesello: … e perderci nel verde, e di tra gli olmi, nido alle ghiandaie. Bè! una ghiandaia tra gli olmi proprio non la vedo. Però se lo dice il poeta ci credo. Arrivo alla cardiologia di Dolo, entro in reparto, mi metto in fila, mi assegnano l’ambulatorio verde con il numero 22. Mi sembra di essere a teatro dove svolgo la mia parte. Confronto la mia storia con quella di tanti ragazzi dei nostri paesi celebrata al Cinema Italia dalla Associazione Riviera al Fronte per la Consegna dei Gagliardetti alla Memoria ai familiari dei Caduti sul Teatro Balcanico, sul Teatro Mediterraneo, nella Campagna di Russia, nella Guerra di Liberazione. Quanti significati opposti hanno le parole. Come si fa a chiamare “teatro” un fronte di guerra. Sarà un termine militare, ma è orrendo. La cerimonia si è svolta al Cinema Italia, che è anche un Teatro.

Arriva il mio turno e interrompo le mie farneticazioni. Entro.

“Si spogli a mezzo busto!”

Mi spoglio. Mi mettono gli elettrodi, inizia l’esame cardiologico. Nel mio teatro è solo il primo atto.

“Come sto, dottoressa?”

“Lei è cardiopatico, lo sa?”

Ecco, il fronte si allarga. Vuoi vedere che mi mandano altrove?

“Lei ha bisogno di una coronarografia urgente in cardiologia all’ospedale di Mirano. Prenotiamo noi!”

Inizia il mio Teatro  Miranese. Non c’è pace e neppure armistizio.

2

Mi affascina il numero tre. Chi ha letto “Tre pini e un lupo” avrà capito perché. Vorrei volare con la ghiandaia di casa mia, ma un volo simile l’ho già sperimentato con il picchio che dimorava sugli alti pioppi nel cortile delle scuole Giotto. So già molte cose di chi vola via e lascia il nido per sempre cercando qualcosa di importante, ma non sa dove sia. Questo tema mi ha sempre ossessionato: andare e non sapere dove, cercare e non sapere cosa. Oppure non cercare affatto, perché ti senti vinto, inutile, inascoltato. Su questo affascinante tema ho già espresso le mie opinione scrivendo di Ugobetto, il pino che diventa bambino e del cane Spaccatrè. Hanno una vita avventurosa, ma non sono mai sazi, finché un giorno riescono con chiarezza a capire lo scopo della loro vita e a modulare su questo le loro azioni. Mi viene in mente Elisa Grandesso, mia nipote, abita ad Arino, ma ora vive in Scozia. E’ una ragazza che all’inizio non sapeva cosa fare, che lavoro scegliere. Ecco, il che fare? appare puntuale per tutti.

Finite le scuole media poteva fare la parrucchiera, ma subito non le piacque. Poteva fare la cassiera in un supermercato ed ora sarebbe nel paesello a fare la spesa, a fare il bucato, a fare il pieno al distributore sulla superstrada. Si appassionò di musica, andò a vedere concerti famosi fuori regione, a coltivare amicizie alla pari nell’età inquieta. Frugò e ottenne lavori di commessa, con responsabilità dirigenziali, ma non le bastò. Si gettò a capofitto negli studi serali, affrontava gli esami e li superava, imparò le lingue, ottenne il sospirato diploma e guardò all’estero. Presentò ovunque decine e decine di curriculum, ma senza ottenere risposta. Intanto l’età avanzava. Ormai conosceva bene l’inglese. Cercò in Francia dove vivono dei parenti, ma anche là è difficile inserirsi senza esperienze ambientali.

Cercò in Inghilterra dove già lavorava la cugina Vittorina, partita come lei allo sbaraglio, ma con una volontà di ferro. E’ riuscita ad affermarsi e ora non teme affatto la Brexit. Un colloquio dopo l’altro, una ricerca dopo l’altra ha trovato in Scozia lavoro, abitazione, soddisfazione. E’ dura? Certamente! Come per tutti del resto. Ma ha per propria volontà e capacità ha raggiunto l’obiettivo che cercava: quiete, traguardo, lavoro, possibilità di sostare, di tornare a casa a salutare suo padre Paolo e di rientrare sembra alcun problema.

Vola a Copenaghen a salutare il fratello Francesco, geometra, dove lavora con una grande impresa italiana che ha vinto l’appalto per la costruzione della metropolitana. Si vede ogni giorno tramite smartphone con i parenti e gli amici di Arino, con la Paola, mia figlia, con i cugini di Sambruson e di Pianiga. E’ una persona che si è realizzata prendendo il volo. Prendendo al volo l’occasione giusta. L’occasione si presentò, la vide e  colse l’attimo.

Non meno ricercatore è stato Francesco. Ottenuto con difficoltà il diploma, si perfezionò in studi volontari, partì, senza nulla conoscere del nuovo paese, verso la Danimarca. All’inizio accompagnò la compagna, ora sua sposa, che lavorava a Copenaghen tramite l’Erasmus. Hanno la figlia Ida che già parla danese a scuola, italiano in casa, il tedesco in certe occasioni. La famiglia Grandesso non ha amicizie o conoscenze particolari, raccomandazioni di potenti, ha solo spirito di sacrificio e grande buona volontà. Solo così i figli dei figli dei nostri contadini possono affermarsi e prendere il volo in autonomia.

L’impresa italiana ha concorso ora per realizzare il secondo stralcio della metropolitana, ma ha perso. Ha vinto invece una società franco-tedesca. Francesco ora lavora tranquillamente con  la nuova impresa.

3

Conosco una giovane signora, saluta sempre sorridente, anche se le preoccupazioni non le mancano. Non te le fa pesare, non ti scansa per strada, come farei io, ti racconta le sue cose solo se gliele chiedi. Non sparla delle altre persone. Se lo fa la sua interlocutrice, ascolta e tace. Patrizia abita qui vicino, ha tre figli, ha la casa sua, perché il padre, ora novantenne o quasi, è stato imprenditore edile. Il marito lavora nel settore calzaturiero. Silvana ogni tanto va a casa sua a farsi pettinare, perché da ragazza faceva la parrucchiera. Non ho molta confidenza, allora è Silvana che, con discrezione, mi racconta di lei e dei loro discorsi.

Il figlio più grande, Matteo, studia informatica a Mirano, i due figli più piccoli, gemelli, Andrea e Sara, andranno l’anno prossimo alla scuola media “Reginaldo Giuliani” a Dolo. Il ragazzo ama il calcio e frequenta Sambruson, gioca tra i giovanissimi dell’Ambrosiana. Anche lei frequenta Sambruson per portare il figlio alle partite, per le riunioni, per le festicciole. Perdono spesso, ma non si perdono d’animo. Il marito, sardo di origine, ama le maratone, è spesso in allenamento per le nostre strade. Questo è il quadretto familiare su cui pongo la mia attenzione. Patrizia è la trave portante della sua famiglia. Perché parlo di lei? Perché l’ho sempre ignorata, finché non c’è stato un motivo importante. Con fermezza e con delicatezza guida e sostiene la sua famiglia, invita, ordina  ai ragazzi di dare una mano in casa, a farsi il letto, a mettere ordine nella loro camera, a preparare la tavola, a cucinare quando lei è assente. Non perde alcun appuntamento con gli insegnanti, ascolta preoccupati le verifiche andate male, i compiti insufficienti, gioisce per i bei voti. Cose normali, di tutte le mamme? Non proprio, non sempre è così.

Brontola perché il marito, a un pomeriggio in casa a dare una mano, preferisce una corsa a piedi di qualche ora. Il signor Meloni però è bravo, sa fare di tutto, quanto vuole e molla le corse. Sa aggiustare una tapparella, un phon, sa dipingere le pareti, aggiustare la macchina, si presta a chiamate di qualcuno. Tutti in famiglia sono in grado di compiere il loro dovere, ma con pigrizia, con svogliatezza. Occorre lo stimolo, il polso, il richiamo tempestivo, solerte, necessario.

E’ una bella famiglia, vanno d’accordo e si aiutano tutti. Alcuni giorni fa è venuta a casa nostra, ha parlato con Silvana, mi son ben guardato dall’intervenire. Quando esce, mi cerca, mi abbraccia. Non capisco. Commossa, ma con un sorriso pallido è venuta ad annunciarci che la mamma Lucia è venuta a mancare. Ancor fresco di ferita simile mi sono commosso anch’io. L’ho abbracciata e ho capito ancora la sua delicatezza. Mi aveva da tempo inserito nei suoi affetti di riguardo e non lo avevo capito. L’ho salutata da lontano per non dirle le solite parole necessarie, ma senza senso, per chi è in lutto. Coraggio! Bisogna tirare avanti. Non bisogna perdersi d’animo. Non ho parole. La vita continua. Guai fermarsi! In mezzo alle persone piangenti che la attorniavano, ha alzato la testa, le é uscito un lungo sguardo inclinato, personale tra i molti, e mi ha salutato con un tenue sorriso.

Ho imparato a pesare le parole e i silenzi, a conoscere le persone che si muovono con calma e fermezza, Con saggezza! Dopo venti anni ho conosciuto la vera Patrizia. Mi ha sciolto ogni riservatezza. Sono contento che Silvana, pur riservata, abbia per lei attenzioni e cortesie particolari. Oggi mi ha detto: vado da Patrizia, ti dispiace? Salutala anche per me, le ho risposto. Ha bisogno della nostra amicizia soprattutto in questo momento di buio pesto. Ha curato la mamma, ma adesso c’è il padre incapace di controllarsi. A volte trascura la sua famigliola, perché ha anche il padre da curare. I figli più piccoli se ne accorgono, le ristrettezze si avvertono e le chiedono: “Mamma, stiamo diventando poverelli?”

4

Marco ha diciassette anni. Qualche mese fa, di settembre, all’improvviso si è trovato la vita scoperchiata, sconvolta. Come una casa sgretolata da un tornado. Si guardò attorno e franò anche la sua giovane resistenza non ancora provata da eventi simili. Si era trovato orfano del papà senza preavviso. Quella mattina aveva superato felicemente una verifica di matematica, il suo tallone d’Achille. Non vedeva l’ora di comunicarlo a suo padre, quando sprofondò nel dolore, nella paura, nella confusione. Si trovò al timone della nave, della famiglia, senza sapere cosa fosse. Il fratello Enrico era senza lacrime, senza parole, di pietra, La mamma, pur energica e comandante della nave, era fuori di sé. Accolse i figli, li stinse a sé e chiese a Marco aiuto.

“Ora sei tu il mio sostegno. Poche ore prima si erano salutati per andare al lavoro a Vigonza, a Fiesso d’Artico, a scuola a Padova e a Fossò. L’appuntamento per tutti era la cena serale. Nessuno aveva fame, solo la morte nel cuore. Mamma Sabrina ha saputo scuotere tutti in casa e fuori, chiese aiuto e l’ottenne. Invitò i figli a non interrompere gli studi, lo sport, le amicizie. Le famiglie vicine danno un aiuto, gli amici vengono a casa, stanno accanto, parlano, studiano. Emergono dal dolore più forti. Marco fa economia su tutto. Ha acquistato un motorino per spostarsi senza gravare troppo sugli altri. L’hanno imbrogliato vendendogli un mezzo che si rompe sempre. Un amico meccanico gliel’ha riparato. Con la paghetta si compera la benzina, mangia la pizza con gli amici. Un sabato vengono a casa in quattro. C’è un amico affezionato, ci sono due ragazzine. Non parlano, si guardano, vanno in mansarda, accendono la tv.

“Cosa avete guardato Marco?”

“Non lo so. Ma cosa avete fatto?”

“Ci siamo tenuti per mano.” Scatta l’allarme! Ogni sabato Marco va a Vigonovo a trovare la sua amica preferita. Si sono conosciuti in corriera di ritorno da scuola. Si chiama Martina. Marco bada alla casa, pensa a cucinare, fa riparare il citofono, pensa agli svuotamenti differenziati dei rifiuti, ha recuperato nelle materie insufficienti. Sembra più maturo di prima. Le tragedie ti trasformano, ti fanno crescere più veloce, senti che hai delle responsabilità. Ha trovato un timido approdo. Sua madre accetta che la ragazza venga a mangiare da loro la solita pizza. Qualche volta è la madre che accompagna la figlia a Sandon. Sabrina trema, ma non dice niente. Conosce Marco e sa di che tempra è fatto. Assomiglia a suo padre. Non c’è nient’altro da dire, sa solo che il suo percorso è bello e vittorioso e lo rende felice con poco e questo basta. Per ora. Ogni tanto va a trovare suo padre al cimitero, che si trova lì a pochi passi. Enrico invece si è affezionato a un cagnolino entrato in casa da poco, si chiama Spritz. Sta crescendo, l’hanno lasciato libero nella campagna vicina, da dove guarda indietro e se non vede nessuno dei ragazzi si precipita di corsa in casa. In una soleggiata domenica di marzo, si è inoltrato tra i campi arati, in grandi spazi ignoti, lo vedono inseguire una lepre. Figuriamoci! E’ finito in un fosso, è tornato a casa fradicio. Dopo tutto è stata una conquista, ha provato. Tutti sono contenti. Anche le piccole cose strane, nuove, inedite aiutano. Cercando nel computer, in questo stesso con cui sto scrivendo, ho trovato i primi esercizi di scrittura di Marco. Ne ho estratto uno per rivelarlo qui a chi volesse leggerlo. E’ fondamentale per un figliolo coltivare la memoria. Già a 10 anni faceva similitudini.

Vi  farò  sentire  una  storia.

“C’era  una volta  in  un  bosco  un  nido  di  passeri.

Un  falco  curioso  volò  sopra  il  nido.

Papà  passero  per  salvare  i  piccoli  volò  via  veloce  veloce.

Il  falco lo  inseguì.

Allora il passero si nascose in un cespuglio spinoso.

Il falco si stancò e volò via.

Il passero rientrò al suo nido e trovò la famiglia

che gli batteva le ali per applaudirlo.

Papà passero sorrise.”

5

C’è un signore che esce da casa una decina di volte al giorno. E’ un gran camminatore, mai visto in bicicletta. Per forza, è veneziano! Non gli puoi sfuggire, si ferma, ti fermi, attacca discorso con tutti su qualsiasi argomento. Ogni martedì mattina infallibilmente va al mercatino dei contadini e acquista la solita fiaschetta da 5 litri di merlot.

“E tu non la comperi?”

“No! Prendo mozzarelle e stracchino!”

Non è soddisfatto, chissà perché! Ti gà visto? Ti gà sentio? Di solito comincia così. Ma l’argomento preferito è il tempo. Quando piove tanto dice inevitabilmente: manco piovesse! Si esprime all’incontrario. Mai una nebbia quest’inverno! E siamo in piena nebbia. Quando fa caldo?

Ch’el fassa pure, tanto mi stago dentro, accendo l’aria condizionata.”

Va dentro, ma ci sta poco. Sua moglie gli fa eco, ma è più breve nei discorsi.

“Che tempo!” affermazione valida per ogni occasione. Mafalda Marigo si chiama la signora e la cito perché è l’aggiustamento veneziano antico del mio sito marygate.

Già spiegato ampiamente. Sto parlando di Mario Caporin. Non hanno figli vivono serenamente. E una famigliola normale, finora ho citato solo gli aspetti spassosi della copia, ma non è così. Sono persone importanti, almeno dal mio punto di vista. Parlo di Mario perché lo merita.        L’ispirazione mi è venuta osservando un souvenir che tempo fa mi ha regalato tornando da un viaggio a Zanzibar, territorio autonomo della Tanzania. E’ un piccolo tessuto giallo, venti centimetri per dieci con stampate cinque figure di donne, con costumi indigeni, che danzano con un ampio recipiente in testa. Mi ricordo quando Mario me l’ha regalato con vera gioia. E’ tuttora racchiuso nella sua custodia con su scritto: Memories of Zanzibar. Gli ho chiesto: come mai?                     “Perché tu possa capire.”

Buio pesto! Pian piano mi ha spiegato.

“Abbiamo due figli in Tanzania, siamo andati a trovarli”, mi dice.

Lo guardo in silenzio, penso alle sue solito burle. Invece Mario è serissimo. Mi racconta che da diversi anni hanno fatto due adozioni a distanza, hanno versato ogni mese una quota a favore dei ragazzi perché studino e si diplomino e abbiano un avvenire migliore.

“Ma, come li conosciuti?” gli chiedo.

“Bè, tramite Radio Maria e il CUAMM di Padova” mi risponde candidamente. “Il ragazzo si chiama Onesmo, la ragazza ha un nome impronunciabile nella nostra lingua. Il ragazzo l’ho preso in braccio appena nato, ora entrambi studiano medicina.”

Si sentono responsabili di due persone sconosciute, che hanno visto solo qualche volta.    “Questa estate, se mi passa il dolore a questa gamba andremo a trovarli.”

Non conosco nessuno che abbia preso una decisione simile, che duri nel tempo, senza stancarsi. Così, gratuitamente! Senza che nessuno li inciti, chieda loro conto. Non se ne vantano, io l’ho saputo per caso, ricevendo un suo souvenir. Ci sono delle immagini, delle frasi a cui sono affezionato, che ho citato altre volte in altre occasioni che fanno quietamente sognare, pensare positivamente. E’ il vento di sera che soffia piano quando non lo vedi, appena lo senti e per tutta la notte bussa alle tue tapparelle. Puoi dialogare con lui, ti porta rumori e suoni lontani. Ora posso aggiungere anche i miei umori, i miei fragorosi silenzi, come le mie bevi parole per raccontare brevemente di Mario. Lancio questi pensieri al vento e se qualcuno li raccoglierà non potranno fargli altro che bene. Li ho incontrati oggi pomeriggio, sabato, davanti alla macelleria Naletto. Lo saluto e gli chiedo, come si fa di solito: come stai? Ecco le sue parole al vento.

Acuna matata!” Resto allibito! Sì! perché sono parole al vento!

“Ma come parli? Arabo?”

“No, swahili!” mi risponde senza esitazione Significa: non ho problemi, non mi faccio problemi, sto bene! Tenendo costanti rapporti con la Tanzania ha imparato alcune frasi straniere di cui va fiero. I due ragazzi, figli!, hanno terminato gli studi, si sono diplomati, frequentano l’università. Sono autosufficienti. Mario e Mafalda non hanno figli, anzi no! hanno due figli in Tanzania. Se la parola è la prova degli uomini, dice il Siracide, la prova di quello che sentono, di quello che pensano, Mario e Mafalda hanno superato ampiamente la loro prova.

6

Spesso camminando per strada li vedo. Camminano piano, si fermano, sempre uno solo che parla. Ti vedono da lontano, rallentano, ti prendono le misure, studiano l’approccio. Se sbagliano l’approccio, l’occasione è sfumata. Lo so, perché anch’io li vedo e ho messo in atto varie reazioni per evitare discussioni che non mi interessano. Ho visto quelle che funzionano, per evitare una inutile predica. Se avanzi imbambolato, preoccupato, se vedono che stai ruminando dispiaceri, che guardi in terra, se non saluti nessuno. Eccolo! Sei abbordabile!

“Buongiorno, posso lasciarle questo?”

Ti presentano un foglietto con brani evangelici, con indirizzo di sedi e orari di incontri, ti chiedono se possono passare per casa. A fare cosa? Per parlarmi? Questo mi irrita. Che qualcuno mi proponga qualcosa di cui non sento il bisogno non mi attrae affatto. Ci deve essere un capo tra i due, è solo lui che parla, l’altro ascolta. Sono molto gentili e garbati. Se l’amo funziona, se cominci ad ascoltare paziente, disponibile, non parli più e vai ai loro incontri. Entro un mese sei per strada a fare il secondo, l’accompagnatore. Hanno un libro in mano, penso sia la Bibbia con dei santini per segnalibro, un borsello a tracolla. Alcune volte mi sono difeso in modo maleducato, ho continuato a camminare sul marciapiedi, guardando lontano. Non si arrendono!

“Buona giornata!”

“Anche a voi!”

Ho evitato una inutile discussione, per loro e per me. Mi conoscono, prendono nota, quando torno, nella cassetta della posta, trovo il foglietto che ho rifiutato per strada. La vincono! Leggo e non approvo. Trovo inizi accettabili, ma conclusioni che rifiuto. Hanno una pazienza, una resistenza incredibile. Molti cedono. C’è una signora in via Gaspara Stampa, vive sola, non è giovanissima, è trasandata nel vestire, penso anche per ragioni economiche e di salute. Da anni ci salutiamo garbatamente. Qualche giorno fa la vedo in coppia con un’altra signora. Suonano.

“Chi è?”

“Posso lasciarle un foglietto, un invito?”

“Chi siete?”

“Testimoni di Geova.”

“No grazie, non importa! Buona giornata!”

Ritornano due giorni dopo, suonano. Sto uscendo, devo andare al centro trasfusionale dell’ospedale. Sono iscritto all’Avis, mi chiamano per un donazione urgente. Sono del gruppo universale zero positivo. Glielo dico. Tentennano, cercano di spiegarmi.

“Non c’è niente di male!”

“E mi allungano il foglietto.”

Ci mancherebbe altro! Non rispondo, me ne vado. La signora che abita in via Gaspara Stampa, quando l’incrocio, non risponde più al mio saluto. China la testa, forse è un saluto abbreviato. Passa del tempo, non la vedo più in coppia, passa da sola. Cosa sarà successo? Perché una volta arruolato non è facile uscire dalle sette. Spero non le sia successo niente, spero continui a bussare e a parlare dei Testimoni di Geova. Quella persona non aveva nessun scopo, nessuna amicizia, la vedevi sempre sola. Chi segue una religione, o una setta, si informa, si istruisce, approfondisce il suo credo per convincere sé e gli altri. Una cosa è certa queste persone sono fiduciose, sono coerenti, sono rispettose e meritano altrettanto.

Silvana aveva una cugina di scarsi studi, ma di grande fede cattolica, era catechista. Sposò un affiliato di Geova, si convertì in maniera totale, parlava con frasi fatte, sempre le stesse, passava per le famiglie offrendosi a parlare, soprattutto durante la settimana santa. Ebbe due figli. Uno seguì i genitori, un altro si ribellò e uscì di casa, cercò lavoro, si creò una famiglia, non è credente. Non volle più sapere niente di religioni. La signora divenne anch’essa sacerdote, con il dovere di portare la buona novella spontaneamente, gratuitamente. Morì in un incidente stradale. Al suo funerale in cimitero di Fiesso d’Artico ci furono fedeli commossi da tutta Italia, auto con targhe dalla Toscana, dal Piemonte, dal Veneto, dalla Puglia a pregare per lei. Che posso dire? Dissento, ma onoro e rispetto le persone fedeli e coerenti, che credono veramente in quel che dicono, in quel che fanno.

7.

Ti inseguono ovunque, soprattutto se le cerchi. Io le cerco, devio dal mio percorso e mi fermo a leggere, spesso resto colpito, penso alla persona, che conoscevo, poi tiro oltre. Ma sull’immagine continuo a pensare. Parlo delle epigrafi. C’è sempre qualcuno che conosci, mi colpisce soprattutto l’età, al momento in cui si è fatto scattare la foto, forse per la patente o per la carta di  identità o per il passaporto. A Dolo mi fermo di fianco al duomo, ci sono tre file di custodie da cui emergono pagine funeree con volti sorridenti, signore ben pettinate, giovani dallo sguardo fiero, atterrati improvvisamente, sì! altre foto ritagliate dalla carta di identità, si nota il timbro a secco. Ce ne sono a  Sambruson davanti all’entrata del cimitero, stesso caso ad Arino e a Dolo, sulle pareti laterali dei negozi più importanti. E’ un avviso pubblico, chiaro a tutti, che si sappia che il proprio congiunto non c’è più! Ma la notizia dolorosa ti giunge anche in altri modi. Mi trovo in attesa, al solito! in ambulatorio. Attendi il tuo turno e parli di quando stavi benissimo, di quando eri più giovane, di quando insegnavi nelle suole elementari di Sambruson. La conversazione è piacevole se incontri Carla Menin. Siamo stati colleghi molti anni fa. E’ inevitabile parlare di altri colleghi di cui hai perso le tracce. Parliamo della maestra Milva Marigo, della maestra Marina Di Marco, della maestra Maristella Grillanda. La Maristella, romagnola, è a Dolo da tanti anni, sposata con una figlia, è una persona amabile, gentilissima, molto affezionata ai colleghi. Ci siamo spesso salutati con suo marito al panificio Terribile a Dolo. Con suo marito, di cui non ricordo più il nome, ci siamo intrattenuti più volte a parlare di lavoro, del suo lavoro alle Leghe Leggere con mio fratello Eugenio. I discorsi, sempre gli stessi, coprivano il tempo di attesa, ma ogni volta aggiungeva qualcosa.

Ho ancora la sua immagine davanti, di come piegava le labbra quando raccontava qualcosa di spiacevole, del lavoro notturno, delle rampogne dei capi, dei discorsi che si facevano in attesa del cambio, delle insofferenze di mio fratello. Ma la sua prima domanda era sempre questa: come stai? E’ molto tempo che non li rivedo. La mia malattia cardiaca mi ha trattenuto molto in casa. Di recente poi il mio dolore mi ha estraniato dai fatti degli altri. La incontro all’improvviso nel vicolo che si incunea a fianco dell’ex Caffè Commercio. Mi vede, si precipita, mi abbraccia, mi stringe forte, singhiozza. Capisco il suo dolore di solidarietà nei miei confronti. Mi commuovo anch’io. Non parliamo, ci siamo già detti tutto! Non l’ho più rivista: Riferisco a Carla l’episodio.

“Lo sai che è morto suo marito?” mi dice.

Non lo sapevo. Non era per me la sua commozione, la attendeva da me. Non ho visto epigrafi con la sua foto in questi mesi. Mi sembra impossibile! Maristella avanza solitaria, la rivedo stremata e barcollante nel vicolo stretto che immette in via Dauli. Spero di incontrarla ancora, lei non andrà via di qua! E’ senz’altro ancora qui a Dolo. Sono passato a Sambruson a vedere i miei cari. Ce ne sono in ogni angolo. Passo dappertutto. Passo anche davanti al loculo dove erano sepolti i miei genitori, prima della loro estumulazione. Butto l’occhio e chi vedo? Severino Parton! Un grande amico, facevamo la fila in laboratorio in attesa della chiamata per il controllo del sangue. Eravamo in attesa del suono del campanello con il nostro numero e intanto ci raccontavamo delle nostre magagne.

“Sono qui per il controllo dell’INR, prendo dosi di coumadin” gli dico.

“Anch’io” mi risponde.

Abbiamo gli stessi guai. E’ stato premiato con la Targa Trovemose a Sambruson per la sua generosità nei lavori di muratore verso chiunque glielo chiedesse. Ha dato una mano forte nel restauro della vecchia canonica di Sambruson. Eppure mi è sfuggito, nessuno mi ha informato. Non ho visto la sua epigrafe. Da quando ho avuto un ictus cerebrale non prendo più il farmaco coumadin, prendo il plavix e non frequento più il centro trasfusionale.

8

Molti molti anni fa ho conosciuto una persona straordinaria, diciamo 58 anni fa. Sono poche le persone che definisco così, devo conoscerle bene. Averle messe alla prova. All’inizio degli anni ’60, fui eletto membro del consiglio di amministrazione dell’ospedale civile di Dolo. Eravamo in cinque. Presidente era il ragioniere, e poeta, Bruno Marcato, socialista, persona emerita. Arrivai con nessuna esperienza, ma con l’incarico di rappresentare il comune di Dolo e i suoi abitanti. Questo fu il mandato del Consiglio comunale e dello Statuto ospedaliero. Con nessuna esperienza sanitaria, ma non senza alcuna esperienza amministrativa. Ero stato assessore al comune di Dolo. Pieno di entusiasmo e di determinazione mi tuffai nel nuovo incarico, non dal punto di vista sanitario, che avrei approfondito in seguito, ma di quello inerente alla mia esperienza. Chiesi e ottenni l’incarico di presidente della scuola infermieri. L’autorizzazione ad aprire la scuola la ritirai al Ministero della Sanità all’EUR di Roma, su delega del presidente Marcato. Fu in quegli anni che conobbi il giovane direttore sanitario, il prof. Giovanni Farisano di Padova.

Era una persona di fiducia necessaria all’amministrazione per avere suggerimenti, spiegazioni, per coordinare i rapporti con i primari, con i reparti, con il personale, con i concorsi. Farisano lo sapeva questo e lo faceva pesare, di questo me n’ero accorto. Gli chiedevo spesso spiegazioni di cose che ancora non conoscevo, ma lo chiedevo a chi, per la sua funzione, doveva spiegarmele. Mi parlava con sufficienza, con sopportazione. Lo chiamai in sala del consiglio, accesi tutte le luci e gli ordinai di darmi tutte le informazioni che gli chiedevo e le risposte a tutti i problemi che avrei dovuto conoscere per esprimere la mia opinione. Gli parlai duramente, in piedi per non più di due minuti. Lo ricordo ancora.

Da quel momento il professor Giovanni Farisano cambiò completamente tono, trovò in me un fedele amministratore, trovai in lui un eccezionale suggeritore di soluzioni ospedaliere. Diventammo fraterni amici, che durò anche cessato l’incarico amministrativo. Per me è tuttora vivo. Migliorò il clima per tutto il consiglio e sarà lui il perno assoluto che porterà alla costruzione del nuovo complesso ospedaliero, tuttora esistente. L’organizzazione sanitaria sarà sua, la progettualità sarà dei fratelli Serravallo, ingegnere e architetto, di Vittorio Veneto.

La posa della prima pietra del nuovo ospedale avverrà il 23 maggio1971 e l‘inaugurazione avverrà il 5 febbraio 1978. Le radici dell’ospedale di Dolo vengono da lontano. Il 29 novembre 1852, Nicolò Priuli e, il successivo 30 dicembre Antonio Guolo, due ricchi signori dolesi lasciano per testamento una parte dei loro beni per la costruzione di uno “spedale”. Il giorno 8 gennaio 1865 avviene l’inaugurazione dell’Ospedale Civile. Così recitano le note, allora conservate nell’archivio. Per lo scopo i Comuni di Dolo, Mira, Gambarare, Oriago, Fiesso d’Artico e Strà acquistano Villa Massari il primo nucleo del nuovo ospedale. All’acquisto contribuirono Nicolò Priuli e Antonio Guolo con 10.990 fiorini austriaci. Nel 1895, a seguito della riforma italiana dell’assistenza, la famosa legge Crispi, l’Ospedale è costituito in Ente Morale.

Tutte queste ultime notizie le ho tratte dalla pubblicazione dell’AVO del 2006 “Incontro all’ospite”, edita a cura del dottor Pietro Barillaro, residente a Sambruson in via Mattei. Sono passati molti e molti anni, le nostre strade si sono divise, ma Piero è ancora in contatto con Farisano, gli chiederò di crearmi un contatto.

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I giorni che verranno sono gratis. In questo grande teatro della vita, recitiamo tutti la nostra parte. Ma ad un certo punto non segui più il canovaccio, parli a ruota libera ed è allora che ti muovi da uomo libero. Non temi niente, non temi nessuno, in questo piccolo paese. Questo ruolo non lo scegli, ma ti viene assegnato nel palcoscenico della vita da chi recita con te. L’anziano fa richiamo, ha un nome, rende prestigioso il cartellone o la commedia o la scena. C’è una alternativa al decadimento: recitare da soli, su ogni tema. E’ per questo che i vecchi sono compatiti, si crede che abbiano l’Alzheimer. E’ per questo che vengono redarguiti interrompendo il bel pensiero, un bel ricordo, un  grande sogno.  Inutile spiegare, tanto nessuno ti crederebbe. Invece c’è qualcuno. Chi intravvede nella tua vita la sua via, ti apprezza e si adegua. Addirittura ti ringrazia. Quando si incontrano i vecchi prima sorridono, poi scuotono la testa, poi tacciono. Si sono già capiti su tante sensazioni comuni, sullo status apparentemente vegetativo che mostrano, poi parlano dei dolori comuni, poi dei capricci del tempo. Ogni tanto affondano lo sguardo nei ricordi, ne scelgono alcuni comuni, inorridiscono quando toccano la politica gestita da burattini di passaggio, personaggi che ridono sempre e non capisci perché. I giorni dei vecchi non sono importanti per nessuno, sono tollerati, si raccomanda loro di stare attenti a non cadere, a non ammalarsi, a stare a casa. Basta che non esigano assistenza imprevista e prolungata. Raccomandazioni inutili, ignorate. Ecco perché i vecchi sono più sereni di quando erano giovani. Non devono competere, i loro programmi sono limitati e abbordabili. Questo li rende tranquilli, cercano solo traguardi alla loro portata. Un giorno in più è un dono in più.

Oggi ci sono i primi segni della imminente primavera. Il prato è giallo di ranuncoli, in un angolo ci sono le margherite vistose e solitarie, sotto le foglie morte spuntano le prime viole. Ne avverti la presenza dal profumo. Puoi meriggiare pallido e assorto, come nella visione di Eugenio Montale. Sai che devi rintanarti sempre più. I nipoti crescono, non ti chiedono più di aiutarli a risolvere le espressioni con la radice quadrata, a tradurre gli esercizi dal latino all’italiano, a spiegare l’ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei. Devi chiedere a loro come si spedisce una foto on-line, come leggere le bollette, come rinviare una visita ambulatoriale. Sono pronti, spiegano e rimproverano perché non mi applico. Vedi camminare con le loro gambe i figlioli a cui hai insegnato s di sole, l di luna,  m di mela, hai insegnato le tabelline, la spesa, il guadagno e il ricavo, a disegnare la cartina fisica dell’Italia. Marco ha la morosetta, Enrico è brillante a scuola. “Come va Enrico a scuola?” Provo a chiedergli per telefono. Che altro se no?

“Bene, bene, nonno, come vuoi che vada?”

Risposta pronta, colloquio già esauriente. Che altre domande poso fare? Irene sta terminando il liceo artistico, sta prendendo lezioni di scuola guida, ha già adocchiato la mia vecchia Clio. Ad agosto mi scade la patente e non la rinnoverò. Alessandro viene a mangiare di ritorno dal liceo scientifico. Se è imbronciato è meglio non chiedere niente, poi, se la pastasciutta ha avuto la meglio, si spiega da solo. Ho preso sette nella verifica di storia! Devi essere pronto a dire: complimenti! Ecco quattro immagini che ti conciliano la giornata. Assisti dai bordi del campo, dalla panchina. Ahi!

“Potresti sparecchiare, per favore?” Silvana è sbrigativa. E’ indaffarata con la lavastoviglie, la lavatrice, il mocio per lavare i pavimenti, chiede aiuto a un dinoccolato che segue i suoi sogni, le sue fantasie. Scatto e vado, poi corro ubbidiente a consegnare capi d’inverno alla lavasecco. Mi levo di torno per non pestare subito il pavimento appena lavato. Mi sembra di fare grandi cose e forse, a 82 anni, di peso lo sono.

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La curiosità non morirà mai, soprattutto nei bambini. Più sono piccoli, più hanno cose da scoprire, da conoscere, che attirano la loro attenzione. Ed è bene che sia così. Il mondo va avanti, perché, grazie alla curiosità, si sta in guardia, si cercano sempre nuove scoperte, nuove risorse. In questi giorni sulle rive del fiume sono transitate le greggi di ritorno ai monti. Qui, nel nostro paese, erano anni che non ne sentivo parlare. Questa transumanza di inizio marzo non l’ho vista, ma mi è stata raccontata descrivendo il comportamento di una bambina di 2 anni alla vista delle pecore.       Angelina Marchiori, che noi chiamiamo “pastora” (strana coincidenza), mi ha raccontato di Agata, la sua nipotina. E’ stata per un’ora incollata alla riva tra Sambruson e Mira per vedere le pecore. Non le aveva mai viste. Per tutto il tempo ha parlato, domandato, mostrato con l’indice. Era attratta da quello spettacolo mai visto di cui chiedeva conto battendo le mani, girando continuamente la testa, mandando gridolini entusiasti di meraviglia. Ha lasciato la sua bambolina di pezza, i suoi fogli con gli scarabocchi, l’ovetto kinder di cioccolata per sbarrare gli occhi e ascoltare il frastuoni di belati, di calpestio uniforme come la pioggia di marzo, il fruscio delle foglie e dei rami brucati.

Nel linguaggio gestuale che le nonne capiscono al volo, mi ha detto che Agata voleva sapere chi erano le pecore, sembrerebbe facile rispondere: le pecore sono le pecore! Non le aveva mi viste, nessuno le ne aveva mai palato. Aveva messo tre statuine, tre pastori, tre re magi, tre pecore del presepe in cucina, sotto il tavolo del televisore. Ma nessuno le aveva spiegato cos’era il tutto. Tanto meno le pecore. Quindi per Agata era tutto nuovo. Anche l’immobilismo degli adulti che guardavano, le auto che rallentavano,  ragazzi più grandi scesi dalla bicicletta. Lo spettacolo durò mezz’ora. Agata aveva bisogno di spiegazioni, ma tutti pensarono che non era possibile. D’altra parte come si fa a spiegare a una bambina di due anni uno spettacolo simile?

Bisognerebbe rileggere Maria Montessori che spiegava: per parlare ai bambini bisogna scendere al livello dei bambini per tirarli su. Il mio metodo di insegnamento è stato questo. Non sempre ci sono riuscito, ma questo è sempre stato l’obiettivo, il traguardo a cui miravo. Con i ragazzi dei nostri giorni è più difficile. Spero che Agata trovi sempre pazienti e generosi educatori in famiglia e a scuola. Oggi ho avuto una sorpresa. Alessandro di rientro dal liceo, mi ha detto cose nuove.

“Nonno, oggi a conosciuto un partigiano in un orario autogestito abbiamo parlato con lui, l’abbiamo interrogato. Ci ha raccontato della lotta contro i fascisti e i tedeschi.”

Gli ho fatto notare che erano nazisti. Non tutti i tedeschi erano nazisti, come non tutti gli italiani erano fascisti. Ho pensato prima di tutto: quanti anni avrà avuto questo partigiano, ottanta? novanta? L’ospite ha raccontato tante cose vere, ma anche lui le ha studiate, le ha sentite raccontare. Se fosse stato protagonista della resistenza, ti avrebbe raccontato anche di atti efferati di entrambe le parti. Ho fatto tempo di conoscere dei partigiani che giravano di notte armati, a compiere atti criminali. Siamo stati fortunati, qui da noi non ci sono state battaglie o rappresaglie, i partigiani locali erano sempliciotti, agivano per emulazione. Tra le montagne ci sono stati tremendi episodi di ferocia e di vendetta. Gli ho raccontato anche questo episodio. Negli anni sessanta ero consigliere comunale e curioso.

Nell’archivio comunale, ora spostato, ho trovato documenti riguardanti le scuole, il rifornimento di inchiostro, lavagne e gessi, legname per le stufe di terracotta negli anni immediatamente successivi la prima guerra mondiale. Curiosità! Ma ho trovato anche un documento interessante. In un libretto simile a un passaporto, non saprei come altro definirlo, ho trovato la foto di un soldato tedesco molto giovane, sorridente di nome Jurgen. Il cognome non lo ricordo. Accanto c’era la piastrina militare di riconoscimento, con parole e numeri, c’era una foto con una donna sorridente e un bambino. La foto sembrava arrugginita, era invece il sangue essiccato. Ne parlai con Tino Boato, storico dirigente comunale, responsabile dell’archivio. Sapeva di cosa si trattava. Nei giorni confusi della ritirata dell’esercito tedesco, sotto l’incalzare dell’avanzata alleata, una moto transitò per Dolo con due soldati della Wehrmacht a bordo. Si fermarono davanti al duomo per scegliere la via più breve tra Padova e il Nord per raggiungere il confine e la salvezza. All’improvviso dal campanile una sventagliata di mitra di partigiani là appostati li uccise. Uno dei due era Jurgen. La mancanza di autorità, erano tempi tremendi di sparatorie e vendette, fece passare in silenzio l’episodio. I partigiani non rivendicarono l’assalto, le autorità avevano altro a cui pensare, tra cui quello di non inasprire i contatti con le truppe in ritirata, quello di riportare a casa i reduci scampati al disastro. Nonché di non vantarsi di un gesto orribile. Il carteggio che ho ritrovato in archivio riguardava proprio l’evento decritto. Con l’autorizzazione del sindaco Meneghelli, inviai il carteggio al consolato tedesco a Venezia, chiedendo una risposta, che non arrivò mai. Erano passai quasi venti anni dalla fine della guerra, molti testimoni erano morti, molte tracce stracciate, nessuno se ne occupò più. Alessandro è un ragazzo curioso, ha preso nota e ha promesso che ne palerà a scuola.

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Nel grande teatro di questo mondo, una scena ogni tanto la merita anche il nostro piccolo paese. Molte cose sono state dette, molte altre sono da raccontare. Non s’arrabbi nessuno, sia se viene citato, sia se viene dimenticato. Mi sento un navigante di questo mondo che cerca un porto per riposare, per raccontare cose viste o sognate. E’ la sera l’ora più propizia per cercare l’ispirazione e raccontare. Ho appena finito di leggere “Spero di ritornare a casa al tempo del vino nuovo”. A casa significa a Sambruson. E’ una frase tratta dai diari e dalle lettere del soldato Pietro Donà, detto Storaro.

Il giovane, arruolato a 19 anni nel 2° Reggimento Artiglieria pesante campale, ha partecipato alla prima Guerra mondiale, è stato sul fronte del Carso, ha vissuto l’epica battaglia del Piave, ha visto i compagni cadere come mosche, ma alla fine l’ha scampata. Arriva il 4 novembre 1918, il giorno dell’armistizio di villa Giusti. Durante il periodo di guerra, ha scritto e inviato centinaia di lettere e cartoline ai “ginitori”. Ha conosciuto solitudine e belle amicizie, l’amore per una fanciulla, il dolore di essere lontano dal suo paese. Sapeva appena scrivere, ma sapeva quanto era importante, lasciò diari con le sue memorie, difficili da interpretare, ma non da chi, familiare, conosce molte cose che gli altri non conoscono. Parla delle sue paure, teme che ogni giorno sia l’ultimo, spera che il massacro finisca, si informa con curiosità dei lavori dei campi, con il dispiacere di non vedere da tanto tempo i suoi familiari. Man mano che procedi nella lettura vieni coinvolto dalla storia sofferta di Pietro Donà, magistralmente ritrovata, catalogata, verificata con documenti ufficiali, ricucita e commentata da Chiara Donà, nipote di Assuero Donà, fratello Pietro.

Assuero scriveva meno di Pietro, tornato a casa infatti parlava poco, raccontava soprattutto della fame e degli stenti dopo la fuga da un campo i prigionia in Russia. Attratto dal racconto, ho letto per tutto il pomeriggio il libro di 247 pagine. Chiara racconta anche di altri paesani combattenti e mai più tornati, la sua è una rievocazione, una memoria storica che onora lei che l’ha scoperta e commentata, la famiglia, il paese e la Patria. L’introduzione, il proemio, è dello scrittore, giornalista, storico Ulderico Bernardi. Le sue parole che parlano della civiltà contadina mi hanno attratto e coinvolto, sono il mio pane. Incomincia scrivendo testualmente: il lavoro del contadino comincia alla mattina e non finisce mai.

I nostri contadini erano un tutt’uno con la loro terra, con i campi, gli alberi, il bestiame, l’erba dei pascoli, la stalla, il cortile, il granaio, il mosto nuovo, la paura della tempesta. Ecco, sotto le granate, in trincea, prima di un assalto pensava a casa, ai lavori dei genitori, pensava alle sorelle, ai fratelli più piccoli. La campagna è l’anello che lo unisce alla famiglia per tutto il tempo di guerra. Un uomo come Pietro Donà avrebbe fatto grandi cose, invece, a guerra finita, mentre facevano dei recuperi di bombe inesplose, ne toccò una, saltò in aria e morì poco dopo all’ospedale di Cervignano, era il 30 novembre 1918, aveva 23 anni.

Il libro è stato presentato alla cittadinanza nell’atrio della Scuola primaria di Sambruson, con il patrocinio del Comune di Dolo, da Ulderico Bernardi. Giannino Segato, grande amico, sensibile alle mie passioni letterarie, storiche, ambrosiane mi ha donato “Spero di tornare a casa al tempo del vino nuovo”, una domenica mattina, nel piazzale dell’ospedale di Dolo. Mi ha offerto un argomento nuovo su cui discutere assieme. Lo suggerisce l’ultima pagina del diario di Pietro che reca questa nota: “Memoria cara di chi ame conserverà le mie memorie?” Letterale! Chiara Donà conclude: spero di aver saputo conservare le tue memorie, Pietro, così come tu desideravi, come meritavi fosse fatto. La tua tomba, Pietro, è nel cimitero a Sambruson. Ti cercherò e ti troverò.

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A volte notizie importanti ti sfuggono e quando le ritrovi ti meravigli di non averci pensato prima. Ho trovato notizie sulla stampa di Vincenzo Gagliardi, onorevole veneziano della democrazia cristiana, morto in un incidente stradale alla Crosarona di Scorzé, di ritorno da un comizio elettorale, aveva 43 anni.

Aveva partecipato alla messa del mio matrimonio a Sambruson, celebrato da don Giampietro Donà. In una foto che conservo è accanto a me e a Silvana in abito bianco. Fu di  una grande delicatezza, perché non mi ero mai messo in evidenza. Era venuto apposta a Sambruson per me, mi voleva bene. Partecipai con altri paesani al suo funerale a Noale. Confuso tra la folla, ero smarrito e incredulo. Sembrava impossibile che un uomo della sua prestanza fisica, dalla voce tonante, pieno di vitalità, della sua intelligenza, ricco di progetti e di ambizioni, fosse sparito all’improvviso. Dormiva nell’auto guidata dall’autista suo migliore amico. Fu un colpo di sonno? Fu uno stop non rispettato? Nessuno seppe mai la causa della tragedia.

Nella foto in basilica di San Marco a Venezia, nel giorno della ordinazione sacerdotale di don Bruno Busetto, maestro a Sambruson, ci troviamo casualmente ai suoi lati e Gagliardi tiene una mano sulla spalla dell’autista personale, di cui non ricordo il nome. Il 22 giugno 2018 è stato commemorato in un convegno a Venezia nel cinquantesimo anniversario della scomparsa. Bruno e “Cencio” erano fortemente impegnati in politica, erano nello stesso indirizzo sociale, di sinistra si direbbe oggi, erano impegnati a difendere i lavoratori di Porto Marghera e le categorie più deboli, che però non si rivolgevano alla democrazia cristiana, ma al partito comunista, più agguerrito e decisionista, non disposto a ulteriori rinunce. Essere di sinistra significava essere stalinisti e questo era insopportabile per un cattolico come me, cresciuto in un ambiente chiuso, poco aperto a compromessi e non  disposto a verificare i propri ideali ancora troppo compressi nell’ambiente contadino.

Busetto si dedicò anima e corpo a sostenere i ragazzi diversamente abili, fedele e ubbidiente in tutto alle autorità ecclesiastiche, anche se di uno spirito sempre innovatore, sempre anticipatore di comportamenti che diventeranno normali solo dopo la loro morte. Anche Gagliardi era difensore dei deboli e degli svantaggiati e nei suoi anni erano molti. La chiesa invece, con Luigi Gedda, sosteneva piuttosto la destra politica, furono creati i comitati civici che collocarono  a destra della democrazia cristiana anche Alcide De Gasperi considerato troppo accomodante con le sinistre. Dal 1945 e 1949 furono molti i cattolici eliminati per la loro appartenenza. La situazione era preoccupante, anche a Sambruson, si parlava timidamente per paura del marxismo imperante nelle classi operaie, si sperava in una presenza più forte e efficace dei dirigenti cattolici. Anche tra parenti c’era meno confidenza.

Vincenzo Gagliardi pur consapevole de clima in cui si viveva ritenne però che non si dovessero rompere i ponti con gli avversari, che si dovesse mantenere un rapporto non interrotto tra persone che vivevano lo stesso dramma, cresciuti negli anni duri del fascismo che aveva annientato ogni libertà e condotto il popolo alla guerra. Peggio di così non poteva esistere. Gagliardi, pur criticato, pur osteggiato fra tra i dirigenti Dc che mantennero contatti con il Pci e il Psi che sarebbero diventati preziosi negli anni della distensione. Come lo erano stati negli anni della Resistenza. Il momento più critico coincise con l’attentato a Palmiro Togliatti nel 1948 per azione isolata di un personaggio confuso e non affiliato, Antonio Pallante figlio di una guardia forestale siciliana.

Ricordo che in quegli anni si parlava di manifesti Pci con la scritta SPQR (sparò Pallante quattro revolverate) a cui avrebbero risposto altri Dc con la scritta URSS (urge ripetere senza sbagliare). Non li ho mai visti, penso fossero frasi inventate sul momento, ma si raccontavano. Con piacere o con disgusto. Ci sarebbero molte altre notizie e impressioni da dare, ma non sono mai stato uno storico, non è questa la mia volontà. Il mio desiderio è quello di risvegliare interessi, curiosità su argomenti che ritengo importanti, visti da un semplice paese di campagna, ma che, una volta sollevati, possono portare alle vere fonti: libri, giornali, resoconti, wikipedia, conferenze, convegni, ricerche approfondite, conoscenza precisa.

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Non cercate su nessuna enciclopedia notizie su Dina Pettenò. E’ una signora antica, lo era già trenta anni fa. E’ vedova, si sta avvicinando precipitosamente ai cento. Infatti ne ha 95, ma vuole arrivare a 99, come sua mamma, dice. Non la vedo più da alcuni mesi, sul cancello di casa sua è sempre pronta a salutare e a interrogare tutti.

“Buongiorno signore!”

“Buongiorno signora!”

“Le sembra giusto?”

“No, non mi sembra giusto!”

Non so di che cosa parla, ma è quello che vuole sentirsi dire e allora l’accontento. E’ la mia maleducata resistenza alla morbosa invasione dei curiosi su di me che mi dà fastidio. E’ perennemente arrabbiata con qualcuno. Da qualche settimana passo al di là della strada, sul marciapiede opposto, guardo e vedo sempre chiuso. Ultimamente non veniva giù fino al suo cancello, si fermava sul poggiolo e chiamava, parlava, chiedeva, addirittura informava, perché sapeva tutto di tutti, e voleva essere aggiornata.

Dopo varie circospezioni, decido di passare davanti a casa sua. Arriva una signora che vedevo spesso seduta con lei in bella evidenza.

“Sa niente? Ha notizie fresche?”

Mi vede meravigliato e allora mi informa che è ricoverata a Noale, non sta bene, non si sa se e quando tornerà. Comincio a provare dispiacere per tutte le volte che l’ho evitata. Anche oggi che ripasso, mi fermo davanti al suo cancello serrato, al suo orticello incolto e attendo la sua fatidica domanda: ma le sembra giusto? Mi rispondo da solo, con il pensiero. No, non è giusto che il suo orticello, sempre premurosamente curato sia in uno stato di abbandono. Chissà che fine fa!

Guardo le aiuole con erba alta, nuova, a ciuffi, da sotto sbucano timide violette, ma in un angolo ci sono quelli da sempre più curati,:le ortensie, i giacinti, un piccolo rododendro, un ramo di calicantus, i mughetti. Solo i primi che escono dall’erba alta, gli altri ne sono sepolti. Mi viene facile la similitudine: la bianca vecchietta è come quei mughetti. Che strano! Non ci avevo ancor fatto caso, hanno sradicato i tigli che con le loro radici avevano sollevato l’asfalto e i macigni del marciapiede e messo a dimora dei piccoli pruni dai fioretti bianchi e rosa a primavera. E’ mutato l’aspetto della via, ma l’orto è peggiorato.

Ovunque c’è movimento, richiami dal cortile delle scuole per i ragazzi in ricreazione, vocio di mamme in attesa della fine delle lezioni, rumore delle auto che accelerano dopo la curva. Qui invece c’è silenzio! Non credo che sia solo da adesso, credo sia da poco che è ricoverata a Noale.   Qui è da molto tempo che lei è sola, vedova perenne, in discordia con i vicini, non ha nessuno con cui scambiare una parola. Capisco che passi all’attacco con chiunque transita, con chiunque la saluti e tenti in tutti i modi di fermarlo. La sua voce, la sua chiacchiera è continua, dello stesso tono, sembra una ràcoeta. E’ lo stesso verso della raganella nel fossato. Qui ce n’erano molti una volta prima dell’urbanizzazione. La ràcoeta era uno strumento di legno con una  rotella dentata che veniva girata velocemente ed emetteva un rumore caratteristico di legno che vibra, sincopato, soffocato che dava fastidio.

Ricordo che durante la processione del venerdì santo a Sambruson i ragazzi venivano con la ràcoeta e la facevano girare, era l’unico rumore che accompagnava i canti e le preghiere al posto del suono delle campane che, si diceva, erano state legate. Infatti, dalla sera del giovedì santo al segno del gloria di resurrezione del sabato sera, le campane non suonano. Penso che la sua voglia di parlare con gli altri non sia solo una questione di voglia, ma che sia anche una necessità. Le lunghe sere d’inverno in solitudine, le interminabili notti senza nessuno con cui brontolare, gli interminabili pomeriggi senza nessuno con cui parlare della pioggia che non viene o dei dolori alle gambe che non se ne vanno, sia una cosa dolorosa che alla fine ti fa esplodere e ti spinge a parlare con chiunque passi davanti a casa tua. Spero che torni con la buona stagione, allora rallenterò apposta e se non se ne accorgerà, mi fermerò, mi informerò della sua salute. So già quali saranno le sue recriminazioni, le sue prime parole.

Oh sior, che bea siera, che ben che la vedo!

La ringrazierò e le dirò altrettanto. Ha  detto quello che dovevo dire io. Dovrò sorbire i suoi discorsi sulle terapie, sui pasti freddi, sulla noncuranza del personale, sulla poca chiarezza dei medici, che non le garantiscono la salute. Brontolerà con le rare visite di parenti e conoscenti. Mezz’ora della mia giornata sarà bene impiegata.

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Il dottor GP è una persona molto nota, è stato funzionario di banca, pubblico amministratore, navigatore. Sì! È stato navigatore in quanto è stato noto sostenitore prima del PSDI, poi di Forza Italia, quindi della Lega nord di Bossi, in infine di una lista civica. Persona pacata, poco appariscente, ma concreta. Ci conosciamo bene, siamo stati per anni seduti fianco a fianco nel Consiglio di amministrazione dell’Ospedale civile di Dolo. Lo ritengo comunque una persona equilibrata, nonostante il suo girovagare in politica. Ora, dal suo atteggiamento poco appariscente, penso si senta  una persona appagata e non vada neppure a votare.

Da quando è avvenuto un fatto spiacevole per entrambi, mi evita e, solo se ci imbattiamo per strada, saluta. Qualche anno fa, in piena campagna elettorale per la sua rielezione in Consiglio comunale, si precipita in casa mia con un ordine perentorio, tanta era la sua sicurezza di una risposta positiva.

“Firma!” mi dice, “così presenti anche tu la mia candidatura.”

Guardo il partito per cui dovrei firmare e votare, guardo i suoi colleghi in lista e non approvo nessuno. Mi rifiuto! Secco! Perché non accetto che mi si impongano le opinioni altrui, sapendo già che le mie idee sono diverse. Da quella volta i rapporti si sono incrinati. Una persona intelligente non mi propone cose contrarie al mio modo di vedere. Ha un atteggiamento infastidito da prendere o lasciare! Ho lasciato! Trovo scorretto che una persona mi imponga di cambiare la mia visione politica o religiosa o culturale per debolezza, a richiesta! E’ incredibile come si possano rompere rapporti solidi durati e consolidati negli anni.

Il giorno del matrimonio dj Alberto, 19 anni fa, gli ha portato un omaggio floreale meraviglioso. Inaspettato! Ma bene accetto! Quando la dottoressa sua figlia si è laureata abbiamo fatto altrettanto. Nei giorni scorsi, tornando a casa dall’ufficio postale, camminando lentamente per l’unico troso che porta in via Tintoretto, sento uno scalpiccio frettoloso alle mie spalle. Rallento ancora di più, ma nessuno mi supera. Riprendo come posso, il passo alle mie spalle accelera. Incuriosito, mi fermo e scorgo il dottor GP. Non voleva superarmi per non salutare, suppongo. Mi affianca come può e mi saluta calorosamente. Incredibile! Mi aspettavo altre parole. Siccome è una persona con cui è sempre esistita una certa confidenza, mi aspettavo due parole di condoglianze  per Alberto. Lo conosceva bene, gli aveva mandato dei fiori per il suo matrimonio. Non mi dice niente. Resto male.

“Scusami vaso di fretta, ho sempre poco tempo” mi dice.

“Vai vai, io devo andare a rilento” gli rispondo.

E va davvero. Incomprensibile!

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Margherita non l’ho mai vista. Mi telefona spesso, è un po’ sorda, parla di continuo, le rispondo ogni tanto con ehm!, lei capisce che ci sono ancora e riprende a raccontare. Racconta di tutto: la salute, i fatti, i parenti in Francia, i parenti a Campagna Lupia e Prozzolo, le nipoti che studiano. Ha una figlia. Porta il mio cognome, quindi siamo parenti. E’ molto affezionata e orgogliosa del cognome, manda gli auguri a tutti i parenti di Sambruson, perché ha l’albero genealogico della mia famiglia che comincia da mio nonno Eugenio e mia nonna Emma. Lei discende da un fratello di mio nonno.

La prima volta che ho saputo della sua esistenza è stato dieci anni fa quando mi ha chiesto copie del mio libro “La Contrada dei sicomori”. Una nipote che abita a Mira gliene aveva parlato in modo entusiasta. Così mi disse. Voleva rivedere i luoghi agresti in cui era nata e cresciuta. E’ iniziata una fitta corrispondenza, ho dovuto leggere le sue poesie e i racconti sul Pratomagno e su Loro Ciuffenna, un paesino in provincia di Arezzo, dove vive. Ha qualche anno più di me. Mi racconta spesso le stesse storie, ma la ascolto perché mi ha detto più volte che ha bisogno di parlare con persone di qua. Io sono una di quelle.

Negli anni del dopoguerra era andata a servire in un hotel a Venezia. Lavapiatti! Là aveva conosciuto un ragazzo toscano, che serviva al banco e badava alle pulizie. Si sono innamorati, si sono sposati. Ha lasciato i campi dove abitava ed è andata a vivere a mezza costa, non molto lontano dal Santuario francescano de La Verna, incastonato in una silenziosa cattedrale di fitti e alti faggi. L’ho visitato due volte trenta anni fa con Orlando e Fernando, tornando da Roma. Il paese si chiama Loro, è attraversato dal torrente Ciuffenna. Ecco spiegato il doppio nome. Possiede un piccolo podere in alta montagna con antichi olivi. Mi vuole offrire dell’olio pur che vada a trovarla, ma non riesco a fare percorsi più lunghi di Dolo-Sambruson, Dolo-Sandon.

Dai campi dove viveva è salita ai boschi in cui è vissuta in questi anni. Molti anni! Sarà per questo che, innamorata del suo paese, del suo Pratomagno, me li nomina sempre e mi descrive con ricchezza di particolari e di storia. E’ un’altura considerevole, raggiunge quasi i milleseicento metri, ai suoi piedi è quasi completamente circondata dall’Arno, che, a un certo punto, verso ovest, l’abbandona e si lancia verso Firenze. Mi ha mandato libri, opuscoli, fotografie, storie del Pratomagno che mi hanno interessato e coinvolto. Ho chiesto altro materiale illustrativo che conservo tuttora. A Loro Ciuffenna ha sede la Comunità Montana che riunisce tutti i comuni che circondano la vetta appenninica che divide Toscana e la Romagna con il Passo dei Mandrioli. In vetta c’è un monumento con una grande croce metallica. Da lassù spingi l,o sguardo nel Casentino e nella Valdarno. Quanti ricordi del Boccaccio e del suo personaggio Calandrino alla ricerca della pietra filosofale che rende invisibili! Poco lontano c’è l’abbazia di Camaldoli.

Ho imparato molte cose sul Pratomagno, perché volevo andarci, ma alterne vicende mi hanno sempre distratto. Ora rivivo i luoghi e i ricordi con nostalgia, e mi dispiace di non essere partito. L’ultima telefonata di Margherita è stata per descrivermi la sua degenza in ospedale e la sua convalescenza, dopo una frattura ad un femore per una rovinosa caduta. Un mattino di settembre, in una giornata troppo ventosa alcune tegole sono cadute dal tetto di casa sua. Per aiutare il marito a togliere le parti pericolanti si è fatta male. E’ stata tutto l’inverno a letto a ricordare, a fantasticare, a telefonare a tutti.

Ora non mi parla più della malattia, ma dei bei giorni di primavera che verranno e che renderanno bellissimo il suo monte e delle ore che spera di mettere a disposizione degli altri tramite la Confraternita della Misericordia che tanto l’ha aiutata portandola alle visite sanitarie o con l’assistenza in casa o fissandole gli appuntamenti per i controlli ospedalieri.. E’ un vulcano di idee e di progetti. E’ vecchia, è ammalata, ha scarsa cultura, però scrive poesie e racconti, li fa stampare a sue spese. L’animo è bello, puro e fiero. Lunga vita a te, Margherita! Nel suo paese la conoscono tutti, ma non con il suo cognome, bensì con il suo soprannome: Cuco, portato in Toscana, patria della lingua italiana, dalle nebbie delle lontane Baccanelle di Prozzolo.

16

Un temporale estivo, improvviso e tonante, mi aveva bloccato nel suo negozio. Traballante come sono, non avevo alcuna possibilità di tornare a casa, anche se non abito proprio lontano. Il diluvio mi colse proprio mentre mi stava portando a casa con la sua macchina. Ha avuto la gentilezza di mollare tutto e di portarmi a casa asciutto. Ecco, questo è Marco Zabotto, il mio barbiere, con il negozio New Style di fronte al municipio. Silvana mi dice che sono troppo trasandato, che non curo la mia persona, il mio abbigliamento, il mio approccio con gli altri. Credo abbia ragione. Credo non ci sia rimedio ormai. Infatti non uso mai la cravatta, non guardo se la camicia del mattino è quella di ieri, se le scarpe sono spazzolate, se i capelli sono ben pettinati, se la  barba è rasata.

Non è che non mi interessi, è che so che ci pensa lei ad avvisarmi, poi se mi va la ascolto, cioè quasi mai. New Style ha poco spazio, due poltrone per l’attesa, due poltrone per la rasatura. Ha un aiutante, non ci sono mai più di due persone sedute che aspettano. Marco conosce tutti i suoi clienti, lo spazio non è mai affollato, perché riceve con prenotazione. Per me fa un’eccezione. Mi affaccio, saluto, alzo il mento per interrogarlo se posso.

“Vieni!” mi dice.

Mi siedo, sfoglio il Gazzettino, ma non mi interessa. Già televideo mi ha mezzo aggiornato. L’altro mezzo lo rifiuto. Non sopporto i padroni dell’informazione, padroni dei giornali, della televisione, delle interviste fatte in casa. Occupano sorridenti tutti gli spazi riservati agli ascoltatori. Le notizie locali sono solo di incidenti, di furti, di pusher. Marco conosce i suoi clienti uno ad uno, conosce i loro gusti e preferenze in fatto di taglio, ma anche i loro interessi sportivi, le storie con le loro ragazze, dove vanno in vacanza, le ferie, il lavoro, la macchina nuova, la frequenza in piscina, in palestra, in famiglia. A stare attento conosci tutto di tutti, perché il barbiere parla a voce alta e il cliente fa altrettanto. Quando tocca a me comincia l’interrogatorio.

“E allora dove sei stato in vacanza?”

“Non vado in vacanza, sono sempre in vacanza!”

Pausa.

“E allora come va a Sambruson?”

“Mi sembra bene” rispondo.

Non c’è aggancio, perché non voglio. Lui lo avverte, ma ci riprova.

“Ho frequentato le scuole elementari a Sambruson, ricordo che tu insegnavi alla scuola Manin” mi dice, tra una sforbiciata e l’altra.

Colpo di pettine, colpo di forbice, un passo indietro, un’occhiata, riprende a domandare.

Solo che io non riprendo, perché non mi interessa entrare in quel circuito inutile, non mi interessa raccontare cose personali, sì! perché poi ci sono tappe più profonde, particolari, indiscrete, curiose da comunicare a persone che non conosco. Ammutolisco. Marco capisce e fa altrettanto.    Ormai mi ha inquadrato. Taglia, spazzola, rade le basette, usa il phon per pulire i peli sparsi.   “Il signore è servito!” Questo è il commiato per tutti.

“Quanto?” chiedo.

“Il solito!”

Ormai mi conosce e cambia metodo. Mi saluta, lavora in silenzio, parla solo con chi è seduto in attesa. Se ci fosse lì Silvana direbbe che sono il solito maleducato, che parlo solo con chi voglio, che non va bene. Appunto! E’ solo autodifesa, perché non mi piace entrare nel circolo vizioso delle chiacchiere a vanvera dei presenti, che mai concordano, che ti coinvolgono in un giro di parole, di sentenze, di consensi che non accetto, specialmente se si parla di calcio o di politica. Sono alcuni anni che mi servo da questo barbiere. Nell’ultima campagna elettorale per il rinnovo del consiglio comunale di Dolo, mi mette in mano un santino con il suo nome.

“Metti una croce sul mio nome” mi dice, anzi mi ordina, sono in lista con … e mi fa il nome della candidata sindaca. Era assessora della precedente amministrazione della cosiddetta Lega, quella lista si è divisa in quattro, per le liti interne, e non aveva alcuna possibilità di affermarsi. Era inutile spiegare questo a una persona che non aveva mai fatto politica, ingaggiato solo perché incontra, conosce e parla con tante persone. Gli rispondo secco.

“No! Le idee e i programmi delle persone che sono con te non sono le mie. Tu mi conosci, e pensi davvero che io abbia bisogno di suggerimenti politici di chi non si è mai interessato di pubblica amministrazione? So cosa fare. Non voto per te!”

Ha sorriso, ha concordato. Non è stato eletto. La chiarezza ha contribuito a consolidare il rispetto reciproco e un’amicizia nata per caso. Sono grato a Marco per come mi riceve e per come mi serve, scambiando appena le parole necessarie.

17

Ai primi di maggio, come ogni anno, ci saranno le cerimonie della prima Comunione e della Cresima. Quest’anno in qualche parrocchia saranno abbinate per evitare spese alle famiglie e per carenza di catechisti. Ma non dappertutto è così, perché, guarda caso, sono proprio le famiglie più in vista, più abbienti a chiedere di continuare con  la tradizione: due cerimonie distinte, due pranzi diversi, regali aggiunti. E’ l’ultima occasione di incontro tra parenti, con i figli. Poi la frequenza dei sacramenti rallenta. Il battesimo e la cresima resteranno un ricordo. Ma intanto sono molto attese, i ragazzi sono contenti di essere al centro delle attenzioni e delle premure. Ora si vestono con una tunica uguale per tutti, quello che cambia viene dopo: i regali.

Ricordo ancora il giorno della mia cresima a Sambruson, era vescovo di Padova mons. Carlo Agostini. Era un evento eccezionale nei nostri paesetti di campagna, sapevamo che era irripetibile, imparammo a memoria tutto il catechismo. Gli adulti ci prendevano in giro con il discorso dello schiaffo: era il semplice pax tecum.

Prima di entrare in chiesa c’era l’assalto ai padrini dei venditori di medagliette da affiggere sul petto e del diplomino con parole latine di circostanza. Il mio padrino fu Sante Gottardo, abitava poco lontano. Due anni prima mio padre era stato santolo di Luciano Gottardo. Erano anni duri, era appena conclusa la Liberazione. Ne io ne Luciano avemmo l’agognato orologio che molti mostravano al polso a scuola. All’inizio c’erano rabbia e frustrazione, poi passava. Perché molte altre cose essenziali mancavano. I nostri genitori, in famiglie patriarcali, con tante esigenze dei numerosi figli e nipoti, erano sacrificati in partenza, non potevano spendere ciò che non c’era. Non ho più avuto orologi in vita mia, anche quando potevo.

Mio padre fece un’eccezione, nel 1957, con la mia prima supplenza a Sambruson. Mi acquistò un orologio con cronometro per conoscere l’ora della ricreazione e l’ora del termine delle lezioni, non c’erano campanelli nella vecchia scuola. Lo usai poco. Ora i ragazzi non sognano l’orologio, non serve, hanno smartphone, cellulari, in casa ci sono orologi ovunque: tv, telefono, termostato, automobile,  sveglie in cucina, in sala, sul comodino. I ragazzi non sanno cosa volere. Verrà il vescovo Claudio, ci sarà grande festa, ci saranno solo volti sorridenti. Già questo è un felice avvenimento vedere gente unita, sorridente, che saluta, che si complimenta. Si sente odore di famiglia che contagia, che si propaga. Nelle piccole trattorie di campagna non ci sono posti liberi, i tavoli sono tutti prenotati, il festeggiato conosce già il suo posto d’onore.

Alessandro avrà il suo contachilometri per la sua piccola bicicletta da corsa, non durerà molto. Adele avrà addirittura una bicicletta da ragazze, ma non potrà andare alla scuola media, non ci sono custodi, appena un porta biciclette per centinaia di ragazzi. Ecco un argomento per il consiglio di istituto! Suo padre, che è molto riservato, potrà finalmente prendere la parola. I gemelli Albertini avranno un’unica festa. Bene, è giusto! No, non è giusto! I commenti nella via si sprecano. Pochi parlano del sacramento, ma solo per dire: eh, ai miei tempi! I ragazzi diranno la stessa cosa, quando sarà il loro turno. Cresima è la parola primigenia, solo la semplice parola ricordiamo. Grazie a Umberto Eco.

18

“Il canto dell’usignolo.”

Potrebbe essere questo il titolo di questa raccolta di note, di memorie, di riflessioni. Ma non sarà così. Queste storie sono scritte al tramonto quando si è soli e quando scopri che tutto quello che è bello è dentro di te. Le mie  note sembrano più belle ascoltando le note dell’usignolo che canta. Niente è intorno, noi due soli a parlarci, ad ascoltarci. Si apra il sipario, inizi il teatro! Solo i romantici ascoltano con delizia i tuoi richiami, i tuoi inviti ad unirci ai tuoi sentimenti amorosi. Sì! Non può essere altrimenti. Non c’è nessuno nell’aria che parli, che si esprima come te. Che calmi le angosce, che spinga a sorridere in silenzio. Questi pensieri mi sono sorti parlando, osservando il viso roseo e gli occhi sgargianti di una ragazzina di sedici anni.

Mi ha raccontato di cosa prova di sera, quando l’usignolo nascosto tra le fronde di un vasto pioppo cipressino, confuso tra altri alberi nel parco comunale, comincia a gorgheggiare. Canta, poi si ferma, poi si lancia in un inno alla gioia. Proprio così mi ha detto la ragzzina. Ha trasfigurato in questo incanto della natura il suo primo incanto. Si ferma spesso sulla panchina, al ritorno da scuola, con un ragazzo della sua età. Parlano piano, ogni tanto scoppiano in sonore risate, poi sussurrano piano, chissà cosa mai! Poi si alzano, poi risiedono. Ho trasferito le bellezze che mi ha detto sull’usignolo, che di sera sentiamo entrambi, nel suo sorriso, nel prorompere della vita che sente crescere, nel bisogno di essere, di parlare a scatti, forse a singhiozzi, per quell’istinto sconosciuto che porta ai primi tremiti d’amore. La poesia si esprime in versi, anche Martina si esprime in versi senza saperlo. Come l’usignolo.

E’ solo poesia quello che mi dice. Poi si accorge di avere osato troppo, allora devo incoraggiarla, ringraziarla, le dico che fa bene a me. Si sente libera di parlare, un po’ nascosta, teme di rivelarsi. Ecco d’improvviso il silenzio.

Poi irrompe nel tramonto il nuovo canto vellutato e poi squillante e poi sottile, timido, prima di prorompere in un nuovo inno. Solo che non è più sul pioppo, silenzioso si è trasferito sulla magnolia alle spalle. O forse è la femmina che gli risponde, che invita, che si mette in sintonia di suoni, di rime, d’amore. Ognuno legge quelle note secondo le vibrazioni che sta vivendo. Per me è sempre lo stesso che si sposta, che cambia palco, ma il teatro è sempre lo stesso: il tramonto, la solitudine, un cuore in lacrime in attesa. E’ timido, solitario, sospettoso. Lo conosco da tanto tempo, l’usignolo, da quando vivevo tra i campi ed era più facile ascoltarlo. Si nasconder spesso tra i pruni spinosi, teme l’assalto degli altri uccelli, ma non può non cantare, deve respirare, e il suo respiro è canto. Questo immaginavo quando anch’io avevo l’età di Martina. E leggevo le poesie di Angiolo Silvio Novaro, erano il preludio della primavera, erano l’apertura di scena per l’usignolo in arrivo. “Che dice la pioggerellina di marzo, che picchia argentina sui tegoli vecchi del tetto, sui bruscoli secchi dell’orto, sul fico e sul moro ornati di gemmule d’oro? …. domani uscirà primavera con pieno il grembiule di tiepido sole, di fresche viole, di primule rosse, di battiti d’ale, di nidi, di gridi di rondini, ed anche di stelle di mandorlo in fiore … ciò canta, ciò dice e il cuor che l’ascolta è felice.”

E’ così. In primavera, se vogliamo c’è sempre un usignolo con noi ad addolcire le nostre pene.

19.

Camminando per la corsia centrale del cimitero di Sandon, Silvana curva mi tiene il braccio, leggo i nomi alla mia sinistra. Il sole batte sulle lapidi a terra e vedo scorrere i nomi: Augusto, Amedeo, Adele, Amalia, Antonio, Adalgisa, Aurelia, Angelo …

Sono qui per pregare sulla tomba di mio figlio e mi distraggo in queste letture, prima di arrivare a destinazione. E’ involontario, non puoi non vedere, non leggere, non soffermarti su quei volti sorridenti imbalsamati per sempre. Dopo varie visite mi sono accorto che non è proprio così, ci sono altri nomi scolpiti o scritti con caratteri di piombo. Ma la mia visione incomincia e continua solo con i nomi con la A. Poi entro nel secondo cimitero e trovo Alberto, con la A. Capisco! Ci sono molti altri nomi sulle lapidi, ma la mia mente e il mio cuore vedono solo quelle che voglio, che scelgo senza averlo deciso prima. Uscendo calpesto lo stesso suolo, ma non guardo più le lapidi, il retro è uguale per tutti, non mi interessa più. Chiudo gli occhi, avanzo piano, ascolto il silenzio dentro, il silenzio fuori, una vasta campagna arata circonda il cimitero, presto sarà ricoperta di mais e il silenzio sarà completo. Nel cielo profondo cumuli bianchi sono immobili ad occidente, nascondono il sole.

“Alberto, sei lassù? Siamo qui con te!”

E’ questo il lamento, la preghiera, l’invocazione di Silvana.

“Un volgo disperso solleva la testa!” Sono queste le parole che mi rintronano dentro, prima ancora di mettermi in viaggio. E le ripeto, le ripeto come un’ossessione senza accorgermene. Mi sono meravigliato il giorno in cui nel negozio di alimentari una nonna in carrozzella ripeteva senza sosta .. biscotti … biscotti … biscotti. Nessuno le dava retta, nessuno si impressionava, nessuno la consolava. L’ho seguita sul piazzale e ancora ripeteva le stesse parole. Ho pensato già allora al volgo disperso che intende l’orecchio, solleva la testa, ma non capisce, non sa cosa succede. Vive senza vivere, passivamente, del suo transito non se ne accorgerà.

Può succedere qualunque cosa, per lei sarà ininfluente, perché è assente. Già Alessandro Manzoni ci diceva che i conquistati cambieranno padrone, ma avranno sulla testa due padroni, il vecchio e il nuovo conquistatore, essi si uniranno in un solo popolo, e loro, calpestati e derisi, resteranno sempre a terra. Questo vale per tutti e per sempre.

Qui nel quadrato nessuno alza la testa, né alza la voce, né chi arriva né chi è già qui. Perché ora non ci sono similitudini, non ci sono parabole da raccontare per  meglio spiegare. Il nostro posto nel cimitero è già prenotato. Tra vivi e defunti non c’è differenza di destino. La caduta è uguale per tutti, come il macigno che cade dal monte e sta. L’unica parola che ci unisce ai nostri cari è la preghiera. Che serve a noi, per sentirci uniti. Ma l’unione è il ricordo, la rimembranza del passato. I nostri cari hanno chiuso la loro storia che resterà immutabile, scolpita nel marmo. La preghiera serve a noi per chiedere la loro protezione, il loro conforto, la loro intercessione.

20

Il giorno di Pasqua, tra le varie storie a soggetto, ho scelto “Risorto”.

E’ un film diverso dai soliti, non dà nulla per scontato, ti fa rivivere i giorni della scomparsa di Gesù dal sepolcro e la ricerca del suo corpo da parte del tribuno Clavio, uomo di ferro fedele alla lex romana, agli ordini di Ponzio Pilato.

Il ritmo è incalzante e coinvolgente. Deve trovare velocemente il cadavere prima che diventi un mito capace di scatenare la rivolta popolare all’arrivo dell’imperatore Tiberio a Gerusalemme.    Le immagini che ho fissate nella mia mente sono state il noto smarrimento dei discepoli. Gesù è risorto e si rivela a Tommaso, più con gesti che con parole. Evidente è la fermezza del tribuno negli interrogatori nella ricerca del risorto, a cui non crede, nonostante l’evidenza. E’ un uomo potente che potrebbe dare alla storia una svolta diversa, ma pur convinto della risurrezione di Gesù, mantiene il dubbio. Si chiede: ma perché?, com’è possibile? Gli apostoli sono dei convertiti, dei  miracolati, degli entusiasti della parola di Gesù e del suo Vangelo da predicare a tutti, da diffondere nel mondo.

Clavio diventa cristiano senza saperlo. Per il credente è facile credere. Una volta fatta una scelta esistenziale, basta applicare i principi che hai voluto, non trasgredire le regole che ti sei scelto, chieder perdono per gli errori commessi. Pensiamo a Tommaso. Quel che sembra inconciliabile è il conflitto con la ragione che non accetta, perché non si spiega.

Gianfranco M., contadino, da giovane è stato credente e praticante, poi il lavoro in fabbrica, con i suoi problemi sociali e sindacali assillanti, si è allontanato. Capisco, mi dice, che quello che prescrive la nostra religione è giusto, però non accetto ciò che non capisco, che non mi spiego. Da un po’ di tempo torna da solo su questi argomenti e un giorno mi ha  sorpreso.

“D’altra parte, che fede sarebbe, se non credi per fede?” mi ha quasi sussurrato. “Se hai fede non è necessario capire.”

Clavio che si allontana dagli apostoli non ha lo sguardo di chi ha la fede, ma lo sguardo di chi scruta, di chi cerca, di chi ha sete di trovarla. Parte e si allontana nel deserto, mentre gli altri rimangono, si rafforzano nello spirito e con lo Spirito.

Lui va dritto avanti, sa cosa cerca, sa che la troverà.

Mi sento vicino a Clavio. Ogni giorno m’interrogo, la mia nave si stacca da riva, si allontana, cerca di navigare da sola, cerca da sola di risolvere i suoi dubbi, di controllare  la sua rotta, poi torna alla riva sicura che non vuole smarrire, che non vuole lasciare. La conoscenza, come l’universo, non ha confini. Dio è l’immenso. La mia fede la conquisto ogni giorno, so che non mi perdo, perché ho deciso di navigare al largo quanto basta al mio smarrimento, alla mia insicurezza per non perdermi per sempre. Voglio che il mio viaggio sia consapevole e responsabile, che sia esso stesso un approdo, perché allora non avrò più bisogno di cercare, sarò già libero ovunque io sia.

21

Un ragazzo cresciuto a Sambruson, ora vive a Oriago, ricorda benissimo e con gioia i giorni di frequenza alla scuola elementare Daniele Manin, la scuola elementare di noi tutti. Ha partecipato per cinque anni alla Festa della Primavera, un anno fu scelto per il sorteggio degli omaggi ai partecipanti, ha alzato il suo palloncino dell’Avis con il messaggio di pace e di amicizia per tutti i bambini del mondo. Esattamente come si fa ancora, quarant’anni dopo.

Ha due figli che frequentano la scuola materna e la scuola elementare e vorrebbe trasferire a Oriago la bella iniziativa che unisce  scuola e famiglia tramite la conoscenza dei posti più remoti del tuo paese. Mi ha chiesto lumi. L’idea mi entusiasma ancora, ma non è facile organizzare un avvenimento del genere, partendo da zero. Sono necessarie molte cose che bisogna unire insieme. C’è chi afferma che i capi, i promotori non contano, sono forze più profonde a muovere il popolo. Se lo dice Lev Tolstoj, probabilmente è vero, ma non sono d’accordo. Gli ideatori sono indispensabili, sono la scintilla che accende il fuoco, poi la fiamma si allarga, si alimenta, va da sé.       La bravura dei capi consiste nel creare, nel convincere, nel far portare avanti le sue idee rinnovandosi sempre. I neofiti devono essere fermamente convinti dell’idea fino a pensare che essa sia propria, personale, dimenticando chi ha acceso la scintilla. Questa è, a mio avviso, la forza dei capi: riuscire a farsi dimenticare, mentre le loro idee, le loro invenzioni funzionano. A Sambruson si svolge ogni anno la “Festa della Primavera”: Il tagliando che ogni ragazzo lega al palloncino contiene stampato le stesse parole che ho fatto stampare all’origine. E’ sempre l’Avis che aiuta la scuola fornendo l’elio necessario. Non so se Andrea riuscirà nel suo intento. Glielo auguro. Gli do intanto alcuni suggerimenti.

Deve trovare molto tempo prima una insegnante che collabori totalmente e che si faccia promotrice tra le colleghe. Deve trovare altri genitori convinti che lo aiutino nelle attività esterne di collegamento. Deve avere l’autorizzazione del dirigente scolastico, del consiglio di classe e del consiglio di Circolo. Deve trovare la collaborazione di associazioni locali sportive, sociali e podistiche per studiare i percorsi e vigilare agli incroci durante il passaggio della camminata scolastica, il più possibile tra i campi. Danilo Baldan è il presidente della associazione Podisti dolesi, organizza da anni, la Corsa dei Storti di Dolo. Ha aiutato molto le scuole di Sambruson e di Dolo nel tracciare i percorsi sempre nuovi e mai pericolosi. Gliene ho parlato, conosce Oiago e si è dichiarato disponibile a collaborare. Bisogna avvisare i Carabinieri ogni volta che c’è una convocazione di molte persone, i Vigili comunali per controllare il traffico, il Sindaco per ottenete un contributo nell’organizzazione. Occorre che il Comitato organizzatore distribuisca gli incarichi per contattare i commercianti, gli artigiani, i professionisti locali a contribuire alle spese. Occorre quindi fissare un bilancio preventivo.

Di solito ci sono avanzi di gestione che vengono impegnati nell’acquisto di materiale scolastico o nell’acquisto di gadget, o di premi della lotteria prima del lancio di palloncini con il messaggio si pace. Con esperienza le brave insegnati riescono anche a creare altre manifestazioni culturali o di beneficienza per associazioni vicine e lontane. A tutti i partecipanti, all’arrivo, viene offerto un panino con prosciutto o formaggio, donato dalle famiglie e da ditte locali. I partecipanti pagano una piccola somma per la partecipazione per le spese. Ecco che ci vogliono molte persone per far riuscire l’impresa, però alla fine bastano poco persone a chiudere i bilanci. Una cosa importante? Più di tutte! Indovinare una giornata senza pioggia.

A Sambruson, in più di quaranta anni, c’è stata una sola domenica di pioggia. A Sambruson viene coinvolto tutto il paese. Collabora molto la associazione Circolo Trovemose fondata nel 1997. Il periodo migliore per la scampagnata è fine aprile inizio maggio. Perché si svolge di domenica? Per non intralciare il programma didattico con assenze non programmate, perché sono disponibili più genitori a collaborare, perché il traffico è meno intenso. Caro Andrea, come vedi non è tutto facile, ma si può fare. Conosco la tua tenacia, provaci! Anche il presidente del Trovemose, Gianni Lzzarri, è disponibile a darvi una mano per la vigilanza stradale, con le loro bandierine rosse e la chiusura temporanea delle strade e per il gonfiaggio dei palloncini con strumenti adatti per non farli scoppiare. Bello sarebbe anche alzare gli aquiloni lungo gli argini, ma in seguito. E’ una festa paesana, partecipano tutti, spesso molti si fermano per un pic-nic collettivo, e anche dopo anni si ricordano della Festa della Primavera. Un esempio sei tu. Volendo, la festa continua con la corrispondenza con i ragazzi che hanno raccolto il palloncino, anche in Francia, Austria, Croazia, ma anche Emilia Romagna, Veneto e Lombardia. Il tutto finisce ogni hanno in un festoso incontro degli organizzatori in una pizzeria, con nuovi suggerimenti da trasmettere ai genitori dei nuovi alunni. Come vedi, non è facile, ma si può. Cerca Danilo, in via Guardiana a Dolo e Gianni in via Nenni a Sambruson, sono disposti a darvi  una mano, contattali.

22

C’è un signore che si chiama Isacco, viene a trovarci  ogni martedì, suona il campanello e aspetta. E’ un mendicante, è di colore, è puntuale. Gli diamo l’obolo e un cornetto con la marmellata. Saluta e se ne va dicendo gracias.

Forse è di origine spagnola. E’ molto gentile e chiede: come va?

Nella nostra piazzetta si affacciano quarantaquattro appartamenti, cioè quarantaquattro famiglie, ebbene non vedo nessuno che gli apra il cancello, che lo saluti, che gli offra qualcosa. Ci sono famiglie di tutti i ceti, come posizione  sociale, come titolo di studio, come benessere, come fede, come indifferenza, come vita vissuta. Questa mattina mi ha detto qualcosa di più, che non mi aspettavo.

“”Che Dio ti assista”, mi ha detto.

Io gradisco le frasi ad effetto, a sorpresa, che mi spingono a scrivere queste brevi note, offrendo uno squarcio di umanità nascosta, che rasenta le case, le vie e si perde alla sera chissà dove. Devo approfondire, capire chi è e capire perché tutti lo ignorano. Ho osservato i diversi atteggiamenti delle persone. C’è chi non risponde al citofono, chi non apre affatto, chi lo sfiora e non si ferma, chi si ferma e finge di frugare in tasca poi procede aprendo le braccia.

“Non ho moneta.”

C’è una signorina non più giovanissima, insegnante di lettere alle scuole superiori, assiste la madre anziana, ascolta due messe alla domenica e legge due volte le letture di colletta, la preghiera dei fedeli, l’epistola, intona i canti del Sanctus. L’ho sentita lodare l’iniziativa dell’Avis con il Proemio Samaritano, l’ho sentita commentare la parabola dell’uomo che, scendendo da Gerusalemme a Gerico,  s’imbatte nei ladri che lo derubano, lo percuotono e lo lasciano mezzo morto sul ciglio della strada. Passa un sacerdote e tira dritto, passa un levita e tira oltre, passa un mercante Samaritano, si ferma, lo unge con olio, lo cura e lo porta con la sua giumenta in una locanda, paga il locandiere perché lo assista fino alla guarigione promettendo di pagare il di più al suo ritorno.

“Che ne dici, Luigi, dell’incoerenza che ci attanaglia, che ci spinge a comportarci in maniera contraria a quella che predichiamo?”

Lo chiedo a Luigi Z. perché è capace di conferme, ma anche di rimproveri. Per me va bene avere un contraddittore, perché così verifico e calibro i miei pensieri. Anche se sono testardo e difficilmente mi piego, ma se lo faccio è clamorosamente. La signorina di cui ti sto parlando, pallida e canuta, che non sorride mai, sé sempre in crisi mistica, eppure riesce a respingere Isacco con sgarbate parole, spaventata da un uomo di colore che a testa bassa chiede un boccone.

“Ebbene, cosa ti devo dire di nuovo, Luigi?”

Sono tre settimane che Isacco non suona, non si vede. Che cosa gli sarà successo? Penso che anche a lui succeda di ammalarsi, di avere la prostata che non funziona, di avere problemi di pressione o bisogno di un elettrocardiogramma. Come farà? A chi si rivolgerà? Chi lo assisterà? Spero di rivederlo, di parlargli, di consolarlo, le sue offerte si accumulano, non perde niente, sono io che perdo un appuntamento a cui sono affezionato e che scandisce i miei orari al martedì.

Mi sento girovago anch’io, vagabondo in un mondo in cui nessuno si accorge di nessuno, ognuno va per sé cercando un porto che non c’è. Ma deve far presto, perché molto tempo non c’é.

“Ognuno sta solo sul cuor della terra, trafitto da un raggio di sole, ed è subito sera”.

Ho letto Quasimodo qualche giorno fa a conclusione di certi miei pensieri. Oggi aggiungo due novità: l’Italia organizzerà i giochi olimpici invernali del 2026 e questa mattina alla mia porta è riapparso Isacco. Credevo fossero due buone notizie e invece  non lo sono.

Le Olimpiadi fanno impazzire di gioia i politici e questo è un brutto segno. Il ritorno di Isacco è ancora più triste.

“Dove sei stato tutto questo tempo?” gli chiedo.

“Sono stato a Modena.”

“A fare cosa?”

“A cercare lavoro ed ora sono ancora qua.”

Eloquente e chiaro.

“Perché a Modena?”

“Mi ha chiamato un amico, ma è stato un viaggio inutile.” E scuote la testa.

Eppure è un ingegnere, è nigeriano. Ahimè! per i nostri giorni e per i nostri luoghi una caratteristica è di troppo.

23.

“Speriamo che sì!”

Ho sentito questa affermazione, che definisco un aforisma, l’ho sentita tredici volte durante la mia degenza in cardiologia a Mirano. Tornato a casa ho cercato di fare un elenco dettagliato, perché il detto era diventato un rimbombo, il mio porto franco, un avvicinarsi alla dimissione dell’ospedale, eppure ero sempre aggrappato al mio posto letto n.10. Non è il 22, questa volta sono più vicino all’uscita. L’intervento era programmato per le ore quattordici, ma già da un’ora chiedo al caposala Marco.

“Tutto a posto?”

“Speriamo che sì!”

Risposta laconica. Non mi soddisfa. Dopo un quarto d’ora chiedo all’infermiera che mi controlla la temperatura.

“Tutto a posto per il mio intervento?

“Speriamo che sì!”

E se ne va al letto n. 9. Esco in corridoio, chiedo a un camice verde se sarò chiamato presto in sala operatoria.

“Speriamo che sì!”

Poi mi precisa che non è del reparto. E va oltre.

Comincio a preoccuparmi, perché sono pronto con il digiuno, con i farmaci assunti, con la mentalità, preparato al tavolo freddo sotto la lampada scialitica. Spero che non rimandino a domani. Mi chiameranno tra poco? Vado in bagno per prudenza. Aspetto. Mi chiameranno?

Passa la dottoressa di turno, apre le cartelle, mi interroga di cose che sa benissimo, perché scritte lì davanti. E’ per vedere se siamo coscienti, mi è stato spiegato. Mi sorride. Allora sorrido anch’io.

“Mi chiameranno prima di sera, vero?”

“Spero che sì!”

Chiude la cartella, l’infermiera spinge fuori il suo carrello con le cartelle di tutti. Entra in un’altra stanza. Valerio, il mio vicino di letto, attacca bottone facilmente, mi legge le sue poesie, mi racconta la sua storia, i suoi studi di lettere, la sua professione di commercialista, chiede sempre molto cortesemente. Dapprima sono imbarazzato, poi capisco che è una persona per bene. Conosce il parroco di Sambruson di cui dice un gran bene. Sono stati in  classe insieme in seminario. Capisco! Attende la lettera di dimissioni, ma non è nervoso.

“Beato te, che hai concluso” gli dico.

“Spero anch’io di uscire presto come te.”

“Speriamo che sì!” mi risponde sollecito.

Per lui tutto andrà come previsto, alle ore 16, puntuale, arriva la lettera di dimissioni. Ci abbracciamo.

“Ti verrò a trovare” mi dice.

“Speriamo che sì!” gli dico automaticamente. Mezz’ora dopo entra un nuovo paziente.

Enzo è stato dirigente al Pronto soccorso a Dolo. Stesso problema, stessa ansia, stessa curiosità

“E’ tanto che aspetti?” mi chiede.

“Sono tre giorni, dovevo essere operato tre giorni fa, poi ci sono state delle urgenze e tutto è slittato.

“Spero che tocchi anche a me.”

“Spero che sì!”, gli rispondo d’istinto.

Le parole sono sempre le stesse, come pure le ansie. Anche la fretta è la stessa. Ma non sarà così. Non lo sa ancora, ma il suo intervento slitterà due volte, altri giorni a digiuno inutilmente.  Frenesie, brontolii, lamentele con tutti anche con la moglie che gli consiglia di stare calmo.       La signora Eleonora, elegante, gentilissima, colta, lo si capisce dalle prime parole, nei momenti di quiete, conversa volentieri di letteratura. Assiste suo marito, sempre più cupo, impaziente. Mentre vengo dimesso le auguro buona fortuna e che l’intervento avvenga al più presto, al massimo domani mattina.

“Speriamo che sì” mi dice sorridendo. Sì è innamorata delle parole. Silvano da via Marinelle è venuto apposta a portarmi prodotti del suo orto. Gli piace parlare e ricordare. Mi ha raccontato che ai tempi del quartese, nel secondo dopoguerra, nella sua via c’era la consuetudine di allevare e mantenere “el porseo dee aneme”. Era un maialino che veniva allevato a turno dalle famiglie della contrada e venduto per pagare al parroco l’ufficiatura per le anime del purgatorio pensando ai propri cari defunti

“Ma, esiste davvero il purgatorio?”

“Speriamo che sì!” mi ha risposto. Ecco la cantilena che ritorna.

24.

Nessuna meraviglia se Carletto si interroga con domande pesanti. Lo fa dopo un lungo silenzio. Silenzio. Perché le spara davvero grosse!

Per essere un ragioniere di cooperativa addetto agli inventari, ai bilanci e alla resa dei conti è davvero sorprendente. Carlo, Carletto per gli amici, non è una persona qualsiasi, organista in parrocchia, direttore del coro a cui partecipano fratelli, cugini e parenti di varie età. E’ molto timido, dirige volgendo le spalle ai fedeli, e questo lo tranquillizza, non gli piace esporsi al pubblico. Eppure si espone spesso con Dio. Si scusa in anticipo, poi, in confidenza gli chiede: ma non potevi farla più semplice la nostra religione? Sono tanti gli interrogativi che si pone e a cui non sa dare spiegazione. Il tema che più lo tormenta è nella preghiera; credo nella resurrezione della carne, nella vita eterna, amen! Mah! dice spesso, più perplesso. Parla da solo, si capisce sempre, ma anche dubita sempre. Per lui è un grande sacrificio uscire in questi tentennamenti. Nessuno gli dà una risposta e quindi gira attorno.

Ha assistito alla esumazione di suo padre Federico e quello che ha visto gli ha fatto aumentare i dubbi. Quello che ha visto, dice, gli fa capire che in quelle ceneri, in quelle ossa calcificate non è possibile che ci sia una resurrezione, un ritorno in vita. Pensa che in tutti i corpi spariti da sempre  possa ritornare la vita. Non basterebbe il mondo a contenere l’umanità. E dopo? che succede? Restano così o li attende un’altra morte, un’altra scomparsa. Risorgeranno tutti o solo i buoni e qual è  la misura della bontà che ti salva dall’inferno e dal purgatorio?  Anime sante, anime purganti! Quante volte ha recitato la preghiera, diventata ormai cantilena. Stenta! Traballa! Una risposta affannosamente  cercata non gli riesce a trovarla. Una domenica ha ascoltato la predica di don Giuseppe, bella come sempre, che parlava del Qoelet e della vanità dei nostri pensiero e delle nostre azioni. Vanità delle vanità, tutto è vanità! Non pensare ad accumulare i tuoi beni, perché, tanto!, se li godranno coloro che nulla hanno fatto, nessuna fatica hanno fatto per conquistarli. Dice la Bibbia: non affannarti per quello che sarà domani, per quello che conquisterai domani, perché questa notte restituirai la tua vita.

Carlo ha lavorato tanto nella sua vita, ha risparmiato tanto, ha anche sofferto per farlo e non capisce. Cosa doveva fare? Vivere di rendita? Alle spalle degli altri? Attendere la fortuna? Che difficile districarsi tra tutti gli avvertimenti, tra tutti gli insegnamenti, tra tutte le minacce che la religione ti sbatte in faccia! Cerca, attende, implora una risposta che non  trova, e mai verrà. Hai fede? Fidati! E’ questa l’unica risposta che ti può mettere il cuore in pace. Certo che, se questa religione fosse stata più semplice! Neanche si sogna di pensare che più semplice di così non può essere. I beni servono e vanno condivisi.

25

Il Comune, dal primo di gennaio, ha messo in  atto la tanto attesa raccolta differenziata di rifiuti solidi urbani. C’è un mercoledì, diverso per Dolo, Arino, Sambruson, per la raccolta in piazza dei rottami pesanti e particolari. Il dettaglio è netto, chiaro, documentato da circolari, opuscoli, conferenze. Tutti hanno a casa vasi sufficienti e idonei. Il signor Ezio ha partecipato a tutte le assemblee e approvato il nuovo sistema di raccolta. Il sindaco Polo ha avvisato preventivamente che non ci saranno risparmi per gli utenti, ci saranno per l’amministrazione, quindi per tutti i cittadini, perché il recupero e il compostaggio porteranno dei vantaggi per l’economia, per la salute, per l’ordine pubblico. La Veritas ha avvisato che, in attesa che entri in operatività effettiva tutto il programma, ci saranno sei mesi di prova in modo che tutti possano abituarsi al nuovo sistema. Da agosto non ci sono più i raccoglitori in strada,  ma porta a porta. Ci sono persone che fingono di non capire e scaricano ancora rifiuti nei contenitori presso le scuole Giotto, convinti di pagare meno. Perciò, pur non essendoci alcuni segnale di raccolta, vedo depositati ventilatori usati, copertoni, un letto a doghe completo, un lavandino. Nella nostra civilissima comunità ognuno pensa che sarà incolpato qualcun altro. Questi passaggi avvengono di notte, al buio, quando nessuno ti scopre, al mattino la missione è compiuta. I rifiuti sono stati lasciati a terra: L’autore dell’incivile gesto, dopo qualche giorno è ritornato, come detto, sul posto e ha portato via le doghe lasciando lo scheletro metallico appoggiato alla ringhiera delle scuole. Molti curiosi si interrogano: cosa succederà?  Dopo una settimana non c’è più. Tutto pulito, ordinato. E’ piacevole guardare le scuole Giotto dipinte di fresco dove le imprese stanno terminando di mettere in sicurezza. Ora le famiglie cominciano ad usare le pattumiere avute in consegna spazzatura differenziata continua, anche nei giorni di festa. Tutto bene? No! C’è chi si lamenta perché non si può più fare quello che si vuole. Meglio di tutti si comportano le famiglie giovani, vedi i novelli sposi Tamiazzo: escono, si baciano, depongono le loro pattumiere, si ribaciano, mettono il casco e partono con la moto, vanno al lavoro. Le soluzioni si trasformano in problemi quando non si ha niente di piacevole da fare. La nonna dall’alto del terzo piano saluta con la mano, loro sorridono e rispondono facendo altrettanto.

26.

“Qua ci sono e qua ci resto, non ci vedo chiaro.”

E’ più di un mese che Gianni Lazzari è in una stanza di isolamento, per il virus che lo tormenta dopo la caduta accidentale in piazza Brusaura. Si fa buio davvero e nella sua stanzetta dell’ospedale è solo. Parla da solo, ricorda tante cose che gli ricordano il buio.

“No ghe vedo ciaro! che caigo!”

Da fuori arriva il primo botto che annuncia la chiusura della sagra di S. Rocco. E questo non lo aiuta. Ricorda che, da assessore comunale, seguiva in tutti i particolari il programma dei festeggiamenti.

“Qua ghe so e qua ghe resto.”

Piomba nelle nebbie dei ricordi. Ricorda un suo viaggio da Malcontenta a S. Marco in barca. Buio pesto! Non si vedeva uno da qua a là! Il barcaiolo, arrivato alla prima bricola, legò la corda al sicuro al primo palo e disse “qua so e qua igo.”

Nacque così, a suo dire di febbricitante, la leggenda della parola cà-igo. E’ una persona che ha dedicato molto tempo agli altri. Ricorda il viaggio a Residenza Fabiola, direttrice Pieri, Centro Socio Riabilitativo di Lido delle Nazioni, Comacchio, a trovare Graziano Z. rinchiuso nel suo silenzio confuso di malato. Viaggiò con don Giampietro, con don Francesco Santinon. Ricorda il lontano viaggio a Mestre per il recupero dei reperti archeologici che tuttora giacciono nell’Antiquarium di Sambruson. Ricorda gli incontri con le famiglie in difficoltà per i figli disabili, per i mariti disoccupati, per le ragazze in cerca di lavoro.

Ha sempre svolto il suo incarico ai Servizi Sociali con impegno e sacrificio. Ora è nonno di Edoardo, e pensando a lui si addormenta ricordando i suoi giorni in fabbrica, quando, da socialista, difendeva i diritti dei lavoratori, le ferie, i turni di lavoro, le promozioni, gli scioperi opponendosi ai padroni e ai colletti bianchi schizzinosi con i colletti blu, i più deboli. La tracheotomia lo disturba, il suo respiro è un rantolo, si agita.

Passa l’infermiera di notte, gli sistema il lenzuolo, gli tocca la fronte e prosegue il suo giro.             Anche nel sonno pensa, la mente va dove vuole, incontra amici e parenti, operai in sciopero, si mette alla loro testa e per tutta la notte ha una occupazione per coloro che hanno bisogno. Nella sua mente confusa emerge sempre il benefattore, l’uomo, la persona.

27.

Ho cominciato a morire il giorno in cui mi fu pronosticato un glioma al cervello. Il destino era segnato, questione di tempo. Il tumore benigno mi scava lentamente fino a ridurmi  ad un essere che esiste, ma non lo sa. Da subito il mio impegno è stato quello di non far soffrire i miei cari. Ho tenuto chiuso in me il mio dolore, che loro solo leggermente avvertivano. La sera in cui un’ambulanza mi portò al Pronto soccorso dell’ospedale di Dolo ho visto svanire i miei sogni di padre, di marito, di figlio. Cominciarono le diagnosi, i suggerimenti, i contatti, i consigli, le informazioni sugli ospedali specializzati con neurochirurghi noti. Padova, famosa per il suo alto livello della sanità, non poté accogliermi, perché una delle sale operatorie aveva bisogno di lavori di sistemazione di nuovi impianti, l’altra aveva già attese lunghe. Contattammo Verona Borgo Trento e là subii il primo intervento, quasi sveglio, per studiare le mie reazioni, fin che procedevano nella raschiatura dell’osso contaminato. Mi fu aperto e richiuso il cranio In tre pazienti restammo nella stessa cameretta per diversi giorni fino alle dimissioni. Ci ripromettemmo reciproci contatti.      Quando chiamai, le famiglie mi informarono che le loro esequie erano state già eseguite.

Ci fu un ulteriore crollo interiore che tuttavia cercai di celare. Dopo un anno lo stato confusionale riapparve, mi ricoverarono a Udine nel reparto del dr Miran Skrap. Due volte mi fu riaperto i cranio. Alla seconda osai chiedere informazioni.

“E’ finita così?”

“Sì! per otto-dieci anni.”

Vedevo  il volto sfinito dei miei cari, ma cercai di sorridere. Per diversi anni, ogni sei mesi andai ad un controllo con gli esami per la lettura della TAC, per la risonanza magnetica, per le radiografie, per le chemioterapie e le valutazioni di rito. Incominciarono le corse a Parma e a Bologna, i continui esami del sangue per valutare quante pastiglie di Kepra, che lentamente cominciarono ad aumentare. Segnale pericoloso.

Poi, un giorno, la dottoressa Brandes, luminare nella sua specializzazione, mi parlò.

“Perché non vai a Padova che è più vicina?”

Era una scusa! Andai a Padova dallo specialista suggeritomi. Poi, un giorno, in ambulatorio fu assente. Fui sorpreso.

“Il primario è andato in pensione, non esercita più.”

Un’altra porta si chiudeva inspiegabilmente. Il cerchio si stringeva intorno a me.

Il glioma, dopo  dodici anni dalla prognosi, cominciò a scavare ancora. Un quarto intervento era impossibile. Cominciarono le mie crisi epilettiche, le confusioni mentali, la perdita della parola, la sonnolenza. Non potevo più guidare, andare al lavoro, mi sentii precipitare in un tunnel buio, senza fondo, senza possibilità di uscita, ma ancora cercai di non far soffrire i miei cari. Poi persi tutto in un lampo, persi la mia adorata Sabrina, i miei figli Marco ed Enrico, mia sorella Paola, i miei genitori Andrea e Silvana, mia suocera Teresa, i miei cognati Antonio, Filippo e Roberta. Vi vedo ora tutti davanti alla mia lapide quando venite a trovarmi, a salutarmi, a portarmi un fiore. Ma io sono sempre con voi. Ora sono sano, la mia foto sorride sempre, le piume di un tarassaco incise sulla lapide volano ricordando a tutti che ormai sono lassù. Ma anche a casa vostra, a tavola con voi dove c’è sempre un piatto che mi attende, in giardino, in camera vostra quando guardate le mie foto d’infanzia e del matrimonio, quando siete soli. Non siate tristi, io sono con voi. Vedo la folla di amici, di ex-compagni di scuola e di lavoro, di parenti che, il giorno del funerale, pregavano per me. Io lo faccio per voi.

Ho incontrato Giobbe, mi ha parlato dell’eterno tormento che agita l’uomo, del dolore dell’innocente, dell’uomo religioso e pio, retto nel mondo, disponibile verso il prossimo, che si vede punito, mentre gli altri prosperano. Sia pur di fronte alla sventura anch’io continuo a benedire Dio da cui tutto proviene. Alla fine il paziente Giobbe viene ricompensato. Carissimi, anch’io sto raccogliendo la ricompensa che Dio mi ha riservato, sono felice, vi attendo. L’anima non nuore.

01.09.2019

28

Molti molti anni, fa Caterina Cornaro tornava a Venezia da regina di Cipro, che cedette a Venezia. Lei si ritirò ad Asolo dove visse felice tra artisti e letterati.

Ogni anno, la prima domenica di settembre, si svolge a Venezia la Regata storica che ricorda l’evento. Per il maltempo non è mai stata rinviata o forse, se ben ricordo, una volta o due volte, in centinaia di anni, dall’inizio del ‘500. Guardando la premiazione a Ca’ Foscari dei vincitori sul gondolino viola, mi sono ricordato molte cose sulle acque, sui pozzi e sulle fontane. Mi sono ricordato di altri pozzi, di altre fontane, di altre acque. Infatti, molti anni fa, fu deciso di costruire un’idrovia da Padova alla laguna ossia alla via del mare. Ci furono dibattiti, conferenze, riprese televisive, esibizioni di piani e progetti esecutivi. Ci furono applausi e consensi diffusi. Molte famiglie si videro  pagata la casa o il campo o la strada vicinale da espropriare, in anticipo.

Quelle case sono ancora usate, come se nulla fosse successo. Ci sono molte notizie tecniche su internet, ma io parlo solo per conoscenza diretta, ho solo memorie, ricordi che alla fine diventano storie. A Sambruson ci sono tre ponti eretti sul nulla.

Uno è in via Brentasecca dove persino la ferrovia scavalca l’acqua che non c’è.

Un altro ponte si trova sulla via Calcroci, sotto c’era la famosa montagnola di Picin, resti sabbiosi dell’antico alveo del Brenta Nord. Sopra sono state costruite case e villette. Un po’ più a sud incontri via Galilei e sotto alla rampa c’era l’antica fontanina di cui non c’è più traccia.

Peccato! Era il luogo d’incontro delle famiglie che venivano ad attingere acqua potabile per tutta la casa. La fontana malata  era a disposizione di tutti, l’acqua non sgorgava sempre, dipendeva dalla siccità, dalle falde acquifere sottostanti, dagli inquinamenti, dalla mancanza di pozzi artesiani nelle aie contadine. Da questa calà scese ferito il cane Mòcari per andare a morire sulla paglia di casa, dopo lo scontro con un camion.

Il terzo ponte si trova a Ponte Alto di Paluello al confine con Sambruson.

Chi mai si ricorda di queste cose? Chi mai si ricorderà degli appuntamenti delle ragazzine alla fontanina, attorniata di roselline rosse, che a volte sembrava raffreddata, non sgorgava sempre nello stesso slancio, spruzzava, si ritirava, ma non mollava.

Passano i giorni, passano le memorie, ma non le storie di genti che di lì sono passate.          Ritornando indietro con le memorie ritrovo ricordi che sembravano dimenticati, sepolti, rivedo Giorgio, Ottorino, Luciana, Letizia, Giovanna. Rivedo la grande buca scavata dalle bombe di un aereo inglese colpito dalla contraerea nel 1944. Ricordo le angurie messe in fresca nel pozzo o ripulite all’acqua fresca della fontanina malata.

C’era anche l’acqua che scendeva da Dolo in un ramo, esiste tuttora, ridotto a fosso, che portava acqua per l’irrigazione dei campi, ma durò per poco perché l’acqua doveva risalire dalle bassure alla rampa sulla piccola via, la gloriosa contrada dei sicomori. Poco lontano c’è via don Minzoni con le case popolari abbattute per far passate l’idrovia che non c’è.

C’è via Marinelle sulle cui sponde doveva sorgere una darsena dove le chiatte dovevano attraccare e scaricare merci e ricavare prodotti finiti nei capannoni industriali che già i politici, con grande prosopopea, facevano immaginare ai contadini espropriati.

Ricordo l’ingegnere Gusso di San Donà, dirigente DC, gelido e pallido, illustrava storie di tecniche già sperimentate in Germania e in Olanda. Tutte queste fantastiche idee venivano esaltate in anni in cui cominciava l’abbandono dei grandi stabilimenti di Porto Marghera ormai sorpassati. Già sorgevano nuove, piccole fabbriche artigianali.

I figli dei campi si trasformavano in apprendisti e operai.

Stagione epica di cambiamenti improvvisi e sbalorditivi. Ecco cosa resta dell’incompiuta idrovia. Non è solo un’opera abbandonata in ferro e cemento che sfiderà i tempi, ma anche la storia di sogni e di speranze svanite. Chi mai parlerà di queste cose? Sono memorie incancellabili e fra mille anni qualche studioso di storia si chiederà quale titanica opera rappresentano. Saranno solo ruderi coperti di rovi e ferri arrugginiti abbandonati tra i campi. In via Marinelle, in attesa della darsena, Silvano Pessato si forniva di acqua potabile da una fontanella all’imbocco della via. Ricorda della sua lotta contro i topi. Racconta di una tecnica usata per difendersi dalle pantegane che nei granai e sul selciato, divoravano il mais. Perché ce n’erano nelle case contadine!             Racconta di allevamento di polli, che si nutrivano di grano spezzato acquistato dal mulino Scapineto. Ebbene, aveva trovato un sistema per avvelenare i topi salvando la granaglia e i polli. Sotto un coppo metteva grani e veleno, i topi entravano e non uscivano più, i polli non entravano e continuavano a razzolare.

Topi  e tortore avevano un altro nemico di casa da cui difendersi, il gatto. Con le sue movenze feline strisciava lento, di soppiatto e qualche volta ci azzeccava. Le tortore bevevano dal secchio di legno del pozzo che gocciolava il tanto che bastava.

Quante fontane c’erano a Sambruson negli anni ’60? C’erano in piazza Brusaura, in via Villa, al Ponte, in via Carrezzioi, in via Ettore Tito, in via Stradona, in via Brentoni e in via Galilei. Le Marinelle comprendono le terre basse, insaccate tra Argine sinistro del vecchio Brenta, via Alture. Tramite lo scolo Piuga, le acque finiscono qui e si bloccano. Ecco perché prosperavano i topi. Per anni sono arrivati i fetori delle fognature all’aperto.

“Non si poteva abbeverare l’orto”, dice Silvano.

Finalmente è arrivato l’acquedotto del Mirese, ma negli orti non ci sono più frutta e verdura, sono divorate dalle cimici asiatiche che sopravvivono anche agli antiparassitari.

“Vado a rifornirmi da Zorzato, vende tutto di serra, bisogna accontentarsi.”

Sembra una storia piccola, invece è una storia grande, interessa tutti.

29.

Le mie storie non hanno note a piè di pagina, non hanno tabulati, non citano le gli archivi consultati, non fanno riferimenti, sono io le fonti e le cerco nel bagaglio delle mie conoscenze.       Molte informazioni strane, impensabili, mi giungono da persone che ti sorprendono per la loro semplicità e precisione. Franco Pastore mi onora dei prodotti di stagione del suo orto: pomodori, cavoli, melanzane, insalata, zucchine. Gli piace raccontare e io lo devo ascoltare per sdebitarmi. Ma a volte ha delle novità che mi scuotono e lo ascolto ammirato.

Noi a Sambruson chiamano perseghi le pesche e armellini le albicocche.

“Lo sai perché?”

Cerco nel famoso bagaglio, ma non trovo niente.

Candido candido mi spiega che i primi si chiamano così perché importati dall’antica Persia, i secondi invece perché originari dall’Armenia. Queste notizie le ha apprese a una scuola serale dedicata all’agricoltura. Spiegano il modo di usare i concimi, del patentino per usarli, parlano di anticrittogamici, di innesti, del periodo di messa a dimora delle piantine. Non c’è niente per difendere la frutta dalla cimice asiatica.

“Battaglia persa!”

“Perché?”

“Bisognerebbe trovare degli insetti positivi che si nutrono di quelli distruttivi, si risparmierebbero i veleni nei campi, si salverebbero le api, tornerebbero gli insetti e le rondini.”

Il volo delle rondini era una primitiva la previsione agreste del tempo. Se volavano alte sarebbe stato bel tempo, se volavano basse era in arrivo il temporale. Erano il barometro dei campi.   Franco ha la licenza elementare, ma la curiosità di un ricercatore. E un altro pregio: è mio cognato! Per questo non gli dico che esistono altre parole che spiegano da sole. La loro radice è chiara.

La spagnola? è la grande epidemia influenzale del secolo scorso!

Russa? E’l’insalata di verdure con maionese!

Fare il portoghese? Chi s’intrufola!

Il mal francese? La sifilide! portata in Italia, così si vuole, dall’invasione francese di Carlo VIII. Basta la parola! Come per il confetto Falqui, famoso lassativo, per il quale Tino Scotti aveva inventato il grande motto a Carosello.

Ho cercato di condurre Franco su questi temi, ma riesce sempre a stupirmi con l’ultima trovata. In queste notti estive ha sentito lo stridio della civetta salire da una casa diroccata.

“Brutto segno” osai dire!

“Ma cosa dici?”

E allora mi spiega che è una tradizione nefasta a sostenere che la civetta sia portatrice di disgrazie, di malaugurio, da allontanare. Tutto frutto dell’ignoranza contadina. E fin qui sono a posto!

Molti anni fa c’era l’usanza di vegliare i morti durante la notte al lume di candela. La luce richiamava le falene di cui le civette sono ghiotte. Nel buio, a volte, venivano a sbattere contro i balconi, scappando poi con il loro stridio spaventato, definito per questo di malaugurio.

“E’ vero il contrario” mi spiega.

Ha ragione, ma non lo sapevo. Venerdì scorso è arrivato in ritardo e, scusandosi, mi ha spiegato di essere rimasto un’ora ad ammirare uno scoiattolo che faceva rifornimento per l’inverno dai tre noccioli del suo campo.

“Ma come?”

Eh, sì! Il suo campo confina con il bosco di Villa Brusoni, ricco di una fitta boscaglia, di cespugli incolti, di uccelli, di tane e nascondigli. Lo scoiattolo, prudente e guardingo, veloce emigra nel suo campo e nel silenzio fa scorpacciate di nocciole, lasciando a terra i gusci bucati.

“Ne vuoi? Ti piacciono?”

Mi sento uno scoiattolo! Gli dico di sì e lo faccio contento. Mi ha portato anche una resta d’aglio, mi ha tolto il fiato, sono rimasto senza parole. Perché ci sono molte storie sull’aglio, anche sul malocchio e sulla conservazione delle anime. E’ meglio non insistere.

30.

“Fai come fossi a casa tua!”

Quante volte si dice questa frase, con soddisfazione, per far felice qualcuno, per metterlo a proprio agio. C’è chi prende l’invito sul serio e lo usa a lungo, quindi è meglio essere prudenti. C’è chi , esperto, se la cava in modo molto semplice.

“Prego, s’accomodi!”

Il signor  CM, che tutti conosciamo, è di una gentilezza estrema, non chiede mai niente, si scusa prima di parlare, è sempre pronto a togliere il disturbo, prima che la conversazione cada in stanca, in bassa marea. Però c’è sempre qualcosa che cerca con puntiglio. Vuole sapere un parere, una conferma su qualcosa che lui ha già deciso, ma attende una conferma. Alla fine è lui che ti fa l’esame, ti fa più esami, prima di fare una sintesi. Ci sono poi i ragazzi di famiglia, i nipoti, che si sentono di casa, anche se abitano altrove, che prendono le loro decisioni in un lampo. Aprono il frigo e si prendono il gelato, aprono la bottiglia di aranciata e se ne versano un bel bicchiere.   Lasciano tutto fuori, in disordine, altrimenti non si sentirebbero in famiglia. Li guardi, li osservi e sorridi, che altro potresti fare? Negli anni in cui si insegnava l’educazione civica questo non succedeva, si chiedeva, si ringraziava in anticipo.

Una volta esisteva la creanza. Ma è proprio vero che la creanza non c’è più? Se guardiamo la televisione vediamo che nessuno si preoccupa. Ognuno a            agisce liberamente, come fosse normale.        “Nonna, posso rubarti un gelato?” chiede Alessandro. L’idea del furto rende più ardito e umano il gesto, un gesto primordiale del resto, che risale  ai primi ladri: Adamo ed Eva.

C’è la signora GM, una vegliarda di novanta due anni, vive sola, vive tranquilla, ha una badante a ore, qualcuno le porta fuori le immondizie, a seconda dei turni, un figlio che viene a farle le spese. Sembrerebbe tutto a posto. E invece no! Quando scoppia un temporale, di quelli che d’estate fanno tremare i vetri, quando la grandine picchia sulle tapparelle, quando il vento fischia da far rizzare i capelli, specie se tolgono la corrente, la signora GM, con una pila scende le scale traballando, suona e chiede permesso.

“Prego signora, s’accomodi, non si preoccupi, passa presto.”

Era tutto previsto, era attesa. Sorridendo, entra e ringrazia una prima volta. Allora, si siede  e incomincia a raccontare la sua solita storia, di quando era piccola, di quando rimase vedova giovanissima, del negozio di alimentari di cui era titolare, dei parenti morti, dei nipoti che studiano all’estero. Ecco, così passa un’ora in cui non fai altro che annuire, perché, tanto! le storie le conosci, le senti per l’ennesima volta.

Ecco un altro modo di sentirci a casa propria, di impadronirsi del tempo degli altri, di interrompere i preparativi per la cena, di cui neanche avverte i tempi e le azioni frenate della padrona che la ospita. Finalmente i tuoni si allontanano, il temporale svanisce lontano, la pioggia diventa pioggerellina. Si è fatto tardi, ti è passata la fame, ti è passata la voglia di vedere la trasmissione preferita, nessuno ti ha telefonato, sei rimasto impalato in attesa che tutto torni normale.

C’è anche la signora Cloe. La conoscete la Cloe? Quando VG viene a trovarmi, entra sorridendo e dice le solite parole.

“Passavo di qua, petta go dito, che vado a trovarlo!”

Non gli interessa di come stiamo, di come va, comincia subito a parlarci di Cloe, la sua nuora parigina. Suo figlio AG  vive là, fa il giornalista. Hanno due figli, salgono sull’aereo a Orly, scendono a Venezia, con la moglie li recupera e li tiene ospiti per le settimane delle vacanze, poi li rispedisce di ritorno, Certo devono essere ragazzi vispi, sicuri di sé, che studiano. Certo non dovrebbe essere una novità. Dovrebbe essere normale, eppure diventa sempre una novità, perché sono sempre più bravi, parlano due lingue e la storia te la devi sorbire tutta intera.

A volte ti verrebbe a voglia di chiedergli: ma come andò a finire poi quella volta che … Poi ti fermi altrimenti non se ne va più. Finalmente si alza di botto, credi sia finito. E no! C’è ancora un quarto d’ora in piedi ad ascoltare le vicende dello zio Spolaore di Padova, degnissima persona, che d’estate, ancora oggi, li riceve tutti a Pieve Tesino in un maso ristrutturato.

E’ ospitale, trenta quaranta anni fa, se ben ricordo, siamo stati a pranzo a casa sua, se non ci alzavamo noi eravamo ancora là ad ascoltare di quando suo padre era vice-sindaco, di quando lavorava in ospedale, di quando era sottotenente, del suo orto, dei pomodori che vengono bene, degli esami di oncologia che vanno bene, di quando siamo stati a Costa Brunella e a Cima d’Asta. Erano le nostre escursioni giovanili in montagna che riempivano l’animo di gioia per un anno intero. VG si sente a casa sua quando viene e questo mi fa piacere.

C’è anche la signora MG di Villanova di  Camposampiero, abita a Sambruson, vedova di una persona a me carissima. Viene, si sente subito a suo agio, si impadronisce della cucina e per un’ora nessuno parla più, si ascolta sempre. Ma può farlo, perché è una persona molto disponibile, aiuta prima che glielo chiedi. Ha sempre una storia nuova da raccontarti, soprattutto di chi ha dispiaceri, disgrazie, malattie. Le offri un bicchiere d’acqua, ma non ha sete, allora lo bevi tu. Devi pure far qualcosa. Esaurito l’assalto se ne va parlando ad alta voce, ridendo rumorosamente, promettendo un ritorno a breve. E’ sempre la benvenuta!

C’è una persona che viene fino alla porta e non entra, anche se lo inviti, anche se gli tendi la mano, eppure è a casa sua. Alberto non entra mai, non entra più, scompare silenziosamente come è venuto. Ma la sua memoria non scompare. La sua voce è presente in tutte le stanze, la sua immagine è viva in tutte le foto disseminate per la casa, nelle preghiere che recitiamo, al buio, prima di dormire, nei sorrisi che ci ha sempre donato e che non dimenticheremo mai.

31.

Finisco qui questo mio ultimo lungo racconto fatto di storie di persone che amo e che conosco. Mi attrae d’improvviso un’altra opera che ho lasciata incompiuta anni fa.


Grazie Andrea, sempre bravo.

articolo a cura di Luigi Zampieri


Ultimo aggiornamento (Lunedì 11 Novembre 2019 11:37)

 

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