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LACRIME DI GELSO silloge di poesie di Andrea Zilio (agosto 2016)

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SAMBRUSON. CULTURA, COSTUME, TRADIZIONI, AMBIENTE. - LETTERATURA A SAMBRUSON (I)

 

LACRIME DI GELSO

Caro Luigi

Questo è il titolo della silloge di poesie che mi sono uscite d’impeto in agosto, altre le sto scrivendo, ho partecipato ad un concorso. Attendo l’esito. Non so cosa mi stia succedendo. Se ti interessano sempre le mie cose, fammelo sapere. Anche se è troppo presto per l’invio.

Caro Andrea, Ciao.

Naturalmente le tue "cose" mi interessano sempre e appena riterrai opportuno pubblicarle, anche a stralci, me le devi inviare.

Quello che ti sta succedendo è molto bello.

È stato un piacere sentire del tuo ritorno allo scrivere.
Ti auguro che  questa nuova ispirazione sia proficua e continui per lungo tempo.

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Poesie nate per caso, perché internet s’era inceppato. Invece di guardarmi fuori, sono stato costretto a guadarmi dentro ed ho scoperto che avevo dei sentimenti da esprimere. Li esprimo in ottonari perché la cadenza, il ritmo, il suono più mi si addicono. La punteggiatura e la sintassi sono mie scelte.

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01.08.2016
LACRIME DI GELSO

1 - USIGNOLO

Che mi succede stanotte?
Non dormo, sono in attesa.
Di cosa? Nulla m’attendo.
Gli affanni, il buio sono in me.
Vivo in attesa d’ignoto.
Chi mai busserà a quest’ora?
C’è qualcosa di elettrico
nell’aria. Sì, un temporale!
Lampi però non ne vedo.
Dalla finestra entra un soffio,
c’è un attimo di respiro.
Ed ecco l’incanto s’apre,
ecco di nuovo sorrido.
Sì, mi piace, mi rinnova.
Come mai? Per così poco?
No, è perfetto. E da dove mai?
Trova un balsamo l’animo
inquieto. Tra le fragole,
nell’orto, ho un pruno spinoso:
lassù canta l’usignolo.
Ciò doveva succedere?
L’inno coinvolge chi pena.
Piangi nascosto ai passeri
e allieti me solitario!
Apprendo molto e non lo sai.
Seguo le note e i silenzi,
le armonie rasserenano.
Basta poco per la quiete
d’un cuor timido in tumulto.
Il poco, bello e gentile,
se in dono, senza pretese
spiana la fronte, e la voglia
di nuovi passi ritorna.
Tu hai sviato le paure,
rivedo sogni e allegrezze.
Oh! resta con me, usignolo
del vecchio pruno nell’orto.

2 - AVEVI UN FIORE

Che c’è, mia dolce bambina?
Non mi dici niente, eppure
vedo inclinato lo sguardo,
aggrotti le sopraciglia,
cade una lacrima fredda,
nervosetto il naso arricci.
Chi ti ha ferito d’amore?
Le prime son dolorose,
non passeran tali pene.
Ti insegneranno comunque.
Niente è da dimenticare,
neanche lacrima gelata,
nascosta, nota solo a te.
Era un amico, Ennio, vero?
Pallido vedesti il volto,
immobile infine e muto,
come il tuo cuore scavato.
Da morbo orrendo rapito
se ne è andato d’improvviso.
Il tuo primo bocciolo
si è disciolto come neve
appassita nel suo aprile.
Vite gemelle divelte
ancora prima di esserlo.
Un sorriso strepitoso,
uno sguardo sgargiante,
voglia di aprirsi infinita.
Ed or dove sei finito,
amico tenerissimo?
Nel buio arretri sempre più.
Mai nulla vi siete detti,
oltre i rossori stupiti.
Pur con tante cose in serbo:
parole, carezze e sguardi,
chiusi nei vostri zainetti,
da estrarre salendo insieme
per sentieri ignoti e dolci.

3 - ANIMA MIA

Fiammella tremula
della mia lucerna,
cosa mi vuoi dire?
L’olio è consumato?
Aggiunger non posso.
Stiamo ancora insieme,
prima di dirci addio.

Parliamoci ancora un poco
Il mio corpo arderà a Spinea,
poi cenere al vento sarò.
Riposerò in luogo natio
E tu anima mia, che farai?
Dove andrai? Non disperarti,
ci rivedremo alla fine,
sarà grande giorno, eterno.
Anche tu sarai sorpresa,
triste a vagar per ignoti
spazi infiniti. A una riva
celeste approderai, e quando
giungerà l’ora, al termine
dei tempi verrai a cercarmi.
Non so come farai, anima
mia, come nel gran turbinio
di polveri millenarie.
La mia fede è una speranza.
Mi piacerebbe star con te
E riabbracciare i miei cari
e dir le tante parole
non dette e per far sapere
loro quanto mi dispiace
averli fatti attendere
una visita, un sorriso,
un ci vediamo sabato.
Almeno tu stai più attenta,
quando sarà l’ora torna,
non dirmi…  forse, vedremo…

4 – IL PIU’ FORTE VINCE

Gazza, ti odio per come sei.
Uccidi e mangi i piccoli
nei nidi. Piange la merla,
si dispera, il suo compagno
ardisce, ti assale, balza
inerme, lotta perduta.

La mia merla, la saluto
ogni mattina in giardino,
le porto l’acqua e briciole,
smuovo la terra, i lombrichi
fuggono la talpa e cibo
diventano pure loro

Ha costruito il nido,
Paglia a paglia e fango,
Filetti di muschio.
Frenetici e lieti
han volato e visto
la lor casa nuova.

Han covato, han sentito
figli busssar per uscire.
Hanno visto il primo sole:
stupiti han chiesto se tutto
è così caldo, forte e bello.
No, ci sei tu fredda gazza.
Distruggi i nidi e i piccoli.
Fai piangere le famiglie
dei merli del mio giardino.
Ma anche tu hai creaturine,
anche tu hai un nido che attende.
Anche tu devi mangiare
Cosa? Secondo  natura.
La ragione del più forte
ovunque e sempre s’impone.
Non hai colpa, gazza ladra.
Il mio sermone non vale,
anch’io sono tale e quale.

5 – HO CONOSCIUTO IL MARE

Portavo i calzoni corti.
Mio padre disse: Angiolino,
andiamo a vedere il mare.
Andammo a Sottomarina.

E là vidi il mare.
Restai senza fiato.
L’aria era diversa,
diverso era il sole
così pur la gente,
anche l’orizzonte.

La gente non stava in piedi,
stesa guardava la sabbia.
C’era chi muoveva i piedi,
ed i femori a compasso,
in fretta, sul bagnasciuga:
di fretta andava, dove mai?
più in là c’è solo la diga.
L’orizzonte era una linea
come disegnata a scuola.
Non piacque, ma m’incuriosì
il mare: vedevo spazi
liberi da ogni steccato.
Cosa c’è di là del mare?
E mio padre: ancora mare.
E poi? M’allargò le braccia.
E sotto il mare cosa c’è?
Pesci, è qui che si pescano.
Dalle acque sorse una donna
incartapecorita assai,
si tolse un’alga dal petto,
fece smorfie disgustata.
L’acqua torbida lambiva

i piedi dei coraggiosi.
Due bimbetti con paletta
scavano sabbia bagnata.
Che cercate? L’altro mondo!
Bene, allora continuate.

6 – LA PASSEGGIATA

Licio m’insegnò a camminare,
Cane pastore paziente eri,
trepida la mia manina
s’attaccava alle tue orecchie,
passo passo calpestavo
l’aia erbosa di casa mia.
Il mio inizio fu con cani,
cioè sicuro, allontanavi,
incoraggiavi. Ridevo.
Ancor  van cani a passeggio,
con bei nastrini, cinghiette,
corpetti ben ridicoli.
A spasso non vanno loro
ma accompagnano  il padrone
per la nota esibizione.
Oh, che bello! No, è femmina.
Buongiorno! Buongiorno anche a lei,
sior. Come sta? Cosi così.
La cara fa cacca in città..
Due cagnette son passate
con un padrone grassoccio,
fa untuosi salamelecchi;
è una terna: passi uguali,
stessi guaiti e zampa offerta:
buongiorno signora, come sta?
Come sto? Così così, e lei?
Silenzio! Non interessa.
Licio non s’accomodava
sul prato e se rosicchiava
il solito osso aspettava
cenni e gesti della mano.
Stava quieto sulla paglia
non sbavettava le mani,
niente peluzzi in camera
che t’agguantano il respiro
che t’agganciano il polmone.
Mai portarsi un cane a letto.
Che cagnara per diletto,
per dispetto, per difetto!

7 - MAESTRA

Splendido tramonto ho visto:
tracce di rughe sul volto
come nuvole di sera
non confondono il paesaggio
lindo della tua visione;
molto bello e commovente
rivederti maestra antica.
Sotto i tuoi capelli bianchi
uno sguardo sempre vivo,
sorridente eppur severo:
maestra tu non sei in pensione.
Sei seduta tra due ruote,
da una badante svagata
lenta sei spinta in avanti,
c’è una curva, non ti vedrò
più stasera; muovi al riso
la tenue bocca, m’inchino.
Hai novant’anni, capelli
ben raccolti e gli occhi chiari
che ancor ti guardan dentro,
san cosa sollecitare.
Scrivi ancora? Sì! Arrossisco,
se ispirato, qualche volta.
Ora è notte e scrivo di te,
maestra storica dolese.
Mi hai estratto questi versi,
li dedico a te, maestra,
che stai eretta anche in sedia.
Ti rivedo passar seria
tra i banchi a toccar, indicar:
una manina distratta:
ha messo in bella scrittura
come aggettivo un pronome.
Dici: brava ragazzina,
ma usa la tua testolina,
un domani la maestra
dietro più non ci sarà. Sai,
da sola camminar dovrai.

8 - LACRIME DI GELSO

Sono lacrime di gelso
sulla mia camicia bianca
quelle che mi sovvengono
in  queste ore già fragili
della notte irta di sogni.
S’accavallano ricordi,
forti pensieri irrompono
da lontani giovanili
vortici che mi inseguono,
fanno breccia nel mio cuore.
Come le more cadenti,
hanno lasciato tracce in me.
Tumulti mi rimbombano,
ed ecco che m’appaiono
care le nitide immagini
d’incontro desiderato.
Ahimè! non colsi l’attimo.
Così cambiò  il destino.
Sì, stavo per parlarti,
però s’incuneò l’incontro
d’altro, furtivo e gelido,
lungo il naviglio placido:
spezzò la timida àncora
che stavo per legare a te,
per chiedere un tuo sorriso
d’assenso. C’era la luna,
eravamo tesi e  lieti
di ritorno dal festino.
Ero assai confuso, esausto,
ancor prima di pronunciarmi::
ci vediam domani sera?
Questo, amica, volevo dir,
solo questo, come  prima
pietra d’un lungo percorso.
Poteva essere l’inizio,
non lo fu, persi l’attimo.
Si divaricaron le vie,
più tornò la magia infranta.
Discreti amici, lontani,
ma ad ogni casual incontro
vedo uno sguardo tenero
senti il mio palpito in più.
Prime cicatrici d’amor,
come lacrime di gelso,
non si posson cancellar più.

9 - AMATRICE

Salendo la via Salaria,
cavalcando l’Appennino,
la nostra milledue urlava:
finalmente Campotosto,
il lago alto tenebroso.
Neri cumuli a ponente
offuscavano il paesaggio.
S’avvicinavano lampi.
Giù di fretta, bella vista
fu perduta! e eccoci da te,
borgo maestoso d’Italia,
terra di Cola, Amatrice,
gloria d’alti cucinieri.
Fernando disse: ci siamo!.
Attraversando boscaglie
di roverelle e deserte
piane sassose vedemmo
la bella e gloriosa città.
T’avevo dimenticata,
molti anni sono passati.
Ti vedo ora derelitta,
infranta. Un orrendo mostro
dalla terra sollevata
t’ha colpita a tradimento
Nembi ancora nella notte.
Ho visto mani piangere
tra le mani che soccorron,
ho visto dignità e fiato monco,
occhi di cane e occhi d’uomo,
fratelli in solidarietà.
So che t’han salvata, bimba.
Che tu possa andare un giorno
al lago coi tuoi compagni
a lanciare nell’azzurro,
a primavera, aquiloni
sciolti e sgombri d’ogni paura.

10 - AUTUNNO

Irene, senti l’autunno

che viene? E’ vero, lo sento

sempre prima di vederlo.
E’ una sorpresa quest’anno,
il calendario non dice
ancora, eppure eccolo qui.
Nonno, sì! sento l’autunno.
L’aria del mattino è più mite
La sera una nebbiolina
sale dai campi e i pensieri
vela: accesi, ma privati.
La brezza accarezza appena.
Sempre mi piace l’autunno.
Il fulgore delle zinie
s’attenua ed imbruniscono
le dalie e le belle ortensie.
La loro festa è finita,
altre iniziano: gli aceri
già s’accendono di rosso
il ginko s’indora, gialla
la sua nuova mantellina.
Il tiglio trattien pudico.
L’acacia lascia andar lente
le foglie una ad una, note
sono di violino: appena
il vento le tocca, ascolta,
son sinfonie, son preludi
d’opera conosciuta
di malinconica bellezza.
Verrà l’inverno, ma non prima
che l’autunno ci doni
il miglior dei suoi colori,
quello dei tuoi sedici anni.

11 - CAMPANA

Il mio campanile è un  principe.
Solo San Marco è più di  re.
Li ho gli squillanti rintocchi
sotto casa, li conosco:
campanella, segno, gloria.
Quando lo senti ti chiedi:
è un transito? chi è la sposa,
c’è il vescovo? c’è il fioretto?
messa ultima con il gloria?
La campana suona sempre
per qualcuno, porta annunci
sempre, ti avvisa, ti chiama.
Dove trovo una campana,
ci capiam tra solitari!
che suoni per me soltanto
solo per farmi compagnia,
e per lasciarmi libero
di sceglier cosa pensare.
Serve ancora la campana?
Bei ricordi manzoniani,
ormai poetici soltanto.
Lieti ricordi dei campi:
avvisava il mezzogiorno;
a fulgure et tempestate
sì! libera nos, domine
pregavano le pie donne
lasciavan rastrelli in croce
contro l’orrida grandine,:
suonavi allor a martello.
I ragazzi accendevano
l’ulivo a implorare pietà
per le travagliate spighe
Vorrei una campana amica
che suonasse solo per me.
di sua volontà ogni tanto.
Per dirmi niente, ascoltarmi
dovrà; lasci le alluvioni
gli incendi, i santi patroni,
ormai non son più novità.
Lasci a me vestire i suoni
con versi, storie, invenzioni.
Vorrei una campana in dono,
basta che mi squilli in bianco,
che sol mi lasci sognare:
note? tutte saranno sue,
le parole? saranno mie.

12 - PORTA GIREVOLE

Stamattina m’hai ingoiato,
porta girevole a spinta,
con tanta gente di fretta,
nonostante i malanni:
son sei piani d’ospedale.
La vecchietta sostenuta
va in pneumo, il respiro,
le vien meno. Cardio dov’è?
Un pallido in portineria
man sul cuore chiede lumi.
Ortopedia? Terzo piano!
Oculistica? A sinistra!
Son brevi, veloci, chiari.
Si spinge, non si saluta
Si spinge la porta, eppure
gira da sola. Che fretta!
Ognuno ha il suo dolore
Mi pungono? Un prelievo!
Assisto vicino a San Pio,
la cappella dei prodigi.
Passa Luciano e mi abbraccia.
Quanto che gera… Eh, sì tanto!
Elena non si ricorda,
gira la testa confusa
La porta gira, mai ferma,
inghiotte continuamente
doloranti e familiari.
Insaziabile cigola,
va avanti senza stancarsi.
Come il nostro mondo, gira
senza recare novità.
Anche quando siamo sani,
siamo imbottiti di corse,
d’affari, d’affanni, lotte
e cattiverie, malanni
come fosser necessari.
Ogni giorno, girevole
una porta nuova s’apre
e si chiude e più non esci.
E domani un altro giro,
altro giorno sconosciuto.
Va la porta girevole
che accorcia la nostra vita,
va anche di notte e non lo sai
Fermarla? non saremo noi.
Su vetrata cozzeremo,
perché? Diremo, chi è stato?

13 - CAMPI DI GRANO

Ho sognato estesi campi
di grano, ho sentito paglia
crepitare, ho visto spighe
cariche al vento dondolar,
tre papaveri vermigli
fuori solco adornavano.
Lassù contro il sole, ad ali
sospese a vela trillava
l’allodola solitaria.
Mia bucolica visione!
Mi sazia l’occhio, m’appaga,
vaga sereno seguendo
la marea che s’alza e si piega
come l’onda sulla spiaggia.
Certamente Noè simile
visione, dopo il travaglio,
l’ebbe davanti ai suoi occhi.
Tempo di pace e di lavoro,
e abbondanti, per lunghi anni.
Ma prima regnò il diluvio,
provocato dai malvagi,
che tutto distrusse, spianò.
Qual tragedia fu il diluvio:
sconvolse la terra, l’aria
e i cieli offuscò, sollevò
le acque arrabbiate. Senti
niente, uomo impazzito d’odio?
Vedo le guerre, i veleni
che propini a piene mani,
la casa natura offendi.
La terra si ribella, l’aria
manca, l’acqua si ritira,
si appanna il sole. Signore,
si ripeterà un diluvio
prima di nuovi covoni?
Che succederà, Signore?
Per avere pace tra le genti,
davvero occorrono guerre,
e nuovi fratelli Caino?
Salvaci, Signore, aiutaci,
rischiara torbide menti,
ispiraci a metter mano
alla salvezza di tutti.
Perché, in un altro diluvio,
un altro Noè non ci sarà.

14 - PANNI STRETTI

Sul vialetto delle scuole
Maria e Luca osano a dirsi
due parole. Stan di fronte,
le mammine che  per caso
s’incrociano al nido aperto.
Che piacere! Piacere mio!
Come stai? e tu come stai?
Quanto ha la tua? Nove mesi?
Come il mio, sai, gattona.
Si sorprende Teresina,
s’allunga la ciacolata
S’agitano, il passeggino
è stretto, con parasole;
per  i piccoli sudati,
l’uscita è una sofferenza.
Le mamme sono in sintonia:
Chiacchierano a perdifiato.
Tanto la prole è al sicuro.
Ma che sciagura è mai questa!
Arrabbiati son gli infanti.
Certo non  si conoscono,
ma si sentono, si osano,
Sei asciutto? Mica tanto, e tu?
Parlano della poppata.
L’ho dimenticata, vado
a pappette.e “primi mesi”.
Non sono così svagati,
sono anzi esigenti il giusto.
Abbassate gli occhi mamme!
Avvisano! La bavetta
ciondola, cade il ciuccetto,
sgambettan per comunicar
che qualcosa preme preme.
Le mamme neanche sognano,
eppure stanno insegnando.
Oh bene, hanno i panni stretti!
Siamo salve dalle pipì.
Si salutan per le lunghe;
piangono, a ugola vibrante,
Maria e Luca. Che vorranno
questi birbetti? Due passi
ancora? E la ricreazione?
Ricorderan la lezione,
Maria e Luca: ancor non sanno
protestar; ma un dì metteran
panni stretti alle mammette
vecchierelle un po’ confuse,
ristrette in sedie a rotelle.

15 - FUNERALE

Sulla sponda di un lettone
aspettando l’iniezione,
nonno Ubaldo, ferroviere,
fa profonda riflessione.
S’è fatto una settimana
d’ospedale ed ora vuole
uscire in fretta, ma in piedi.
Il suo vicino, due giorni
prima, è uscito steso; i figli,
ancor tiepido, dicevan
quando facciamo le parti?
prima ancor del funerale.
Pensa al proprio funerale!
Quando sarà? sarà grande!
Molti compagni d’ufficio
e del sociale, parenti
afflitti s’accoderanno
con fiori, lacrime e abbracci,
pacche sulle spalle ai cari.
Ti ricordi? Eh, mi ricordo!
Cosa mai? Si va di fretta,
è presenza obbligatoria,
poi si passa in panetteria,
nota spese sempre in tasca.
Oh! chi si vede, quant’era?
E’ assai triste il funerale,
a seguire il poveretto,
cui ormai nulla più  importa,
è la diffusa finzione
che disturba: la presenza,
la vetrina: mancar non può.
La vedova, il giorno dopo,
si ritrova triste e sola,
spariti amici e parenti,
appassiti sono i fiori.
Di lui resterà una lastra
Nessuno più lo piangerà
tranne la vedova a piedi,
fin che potrà, un crisantemo
lo porterà, erba toglierà.
Come è triste un funerale,
nessun pensa al caro estinto;
si parlotta in processione
prega il prete al megafono.
Betty, mi hanno dimesso,
questa volta niente amici
in coda a far condoglianze,
la farsa abbiamo rinviato.

16 - QUADRIFOGLIO

Ho trovato un caro amico
di scuola, stesso banco,
stessi libri incerottati
con carta di giornale.
M’ha invitato, m’ha mostrato
un ricordo conservato.
Molti son gli anni trascorsi,
la vita ci ha separati
varian luoghi e professioni,
malattie che oltre il lecito
e volontà ti portan via.
Apre il suo vocabolario
di latino, ben tenuto
nonostante sia sfasciato.
Ne esce un’erba secca, nota
a entrambi, è quasi polvere.
Son passati sessant’anni!
Ma nostra amicizia dura.
E’ un quadrifoglio, in cenere,
sulle pagine latine
ha stampato la sua impronta.
Eravamo innamorati,
come tutti noi ragazzi
di compagne di scuola,
Stavamo giocando in prato
nel boschetto d’alti pioppi.
Ci sedemmo accaldati,
all’ombra. Tra le dita aperte,
mi apparve un quadrifoglio.
Colsi delicatamente
il simbolo contadino
della fortuna. Era raro, difficile
da trovare il talismano.
Esprimemmo un desiderio,
ma valeva sol per uno
Pensammo alla preferita.
Mi implorò l’erba magica.
Restai stupito. Ti presto
il vocabolario, disse.
Non l’avevo. Triste accettai,
con rammarico costretto.
Sposò Marina compagna
di scuola. Quanto è passato?
Davvero portò fortuna,
conservi ancor tra pagine
ingiallite il quadrifoglio,
stretto sotto rosa rosae.

17 - CIMA d’ASTA

Andavamo a Cima d’Asta,
vogliosi d’arrivare,
occhi lucidi fissi alla vetta.
Era un incanto magico
sull’erta ancor in penombra.
Mandrie lente vagavano
nei prati coi campanacci.
Il cielo, azzurro infinito,
un incanto senza nubi,
godevano i nostri cuori.
Salivamo sorridenti.
Soffiavi nella spinetta,
Vincenzo, mettendo allegria;
ricco, da malga Sorgazza,
lo zainetto, partivamo,
salutando il Posto Amico,
sotto le tende degli scouts;
bello, sicuro tra mughi,
mirtilli, rovi e ruscelli
dove i figli giocavano
con le barchette di foglie.
Tra i massi e le cascatelle
del torrente salivamo
sempre più lenti. Festina
lente, avvisava un motto
inciso. Il rifugio era là,
ci sembrava di toccarlo,
ma era lontano il Brentari.
L’arrivo era già conquista.
La vetta, oramai solatia
attendeva i nostri piedi
offrendo in vista il Lagorai.
Come vorrei poter ancor
toccare la grande croce,
forte giovanil traguardo.
Lassù soltanto silenzio:
d’un sasso che cade il tonfo,
il sorvolo d’un rapace,
il cirmo che si contorce
lo scrosciar di prima fonte
del Cismon  tra gli edelweiss,
e piango stupito ancora.

18 - LA VIGNA

Quando la vigna chiamava,
s’allertavano i ragazzi,
uscivano i tini, pronti
a ricever, colmi d’uva
nera, cesti di grappoli.
Acre l’odore dei mosti
informava la contrada.
Mani svelte di ragazze
a cogliere i graspi, netto
il taglio, lesti a caricar
carriole, massari e opere,
sudavano onesti e lieti.
Allora i ragazzi entravan
nei tini, uve vellutate
attendevano i lor piedi,
per calpestio permesso:
era un lavoro dei grandi
atteso e gratificante..
Merlot, raboso, e cabernet
lasciavan lor segni scuri
per molto tempo; era un vanto,
un marchio di cui vantarsi.
Il cantore di stornelli
lanciava la strofa e i suoni
fischiettando; al giovanotto
rispondevan le ragazze
festose e ridenti in coro.
Di  lor volontà, le mamme
passavano oltre, lasciavan
racimoli tra i pampini
più folti, come sorpresa
per i più piccoli a casa.
Non vedo più vigne,
non sento cantare,
solo carri in coda,
fin dalla mattina
dov’è la cantina.
Son passato nella vigna,
i racimoli cercavo:
non c’erano tralci o canti,
sol cristallino silenzio.

19 - NOSTALGIA

So che parlo di ricordi
e visioni, guardo indietro

al tempo dei giorni verdi,
dei giovanili rossori.
Davanti a me c’eran mille
storie, dovevo scegliere
il destino. Chi l’ha fatto
ha nostalgia dolce e grata,
è fiero dei suoi percorsi.
Faber suae quisque fortunae.
Chi lo subì sol si chiede
quale altra strada non vista
c’era, quali altri scenari,
teatri, persone e luoghi.
La mia nostalgia è la prima.
Non voglio tornare indietro,
a rimestare polveri
basta veder passo a passo,
giorno a giorno, le persone,
i luoghi, i desideri, i sogni,
le ferite, e ripercorrer
la mia storia e lì sul ciglio
rimanere quanto basta
per godere, per piangere
senza stupidi lamenti.
Altri vivon di rimpianti,
solo così stanno bene,
come al buio le nottole
vaganti, a loro la luce
offende la miglior vista
del lor pianto hanno bisogno,
sempre indietro riguardando.

20 - AMBROSIANA

C’era un paese molto solo,
disteso assai e trascurato,
i ragazzi per le strade,
molte figlie a ricamare.
Sambruson era il suo nome,
nessun sapeva scriverlo,
anche le Poste sbagliavan,
anche il messo comunale.
Solo aste e punti a scuola,
saltavan  fossi, rubavan
l’uva del vicino, bella,
a casa spesso non c’era,
era prima marachella.
Un giorno capitò un prete
smilzo, sorridente e buono,
del gioco del calcio inventò
un campetto ben tenuto.
Don Giovanni cambiò  il mondo,
nacque una squadra famosa,
Ambrosiana fu chiamata,
maglia pallida, slavata,
alcune scarpe, un pallone.
Sudore e passione sempre,
durano ancor, rivedono
a tavola le sbiadite
foto delle loro gesta.
Hanno passato gioventù,
e anche di più, in fratellanza.
Sì! molti anni son passati
Ed ancor questi ragazzi,
con sartine delle suore
diventate spose, trovan
gusto e ristoro a ricordar
giorni lieti e spensierati.
Sorridete, amici cari,
chi non c’è più ricordate,
ma guardate sempre avanti.
Cambiato è il paese, il tempo
molti simboli cancella.
State saldi nei ricordi,
tenetevi stretti tutti,
nei cuori sempre amicizia.
Berto e Paolo, verrà il dì,
le luci dovrete spegner,
ultimi uscirete, allora
forte gridate: Ambrosiana!
Con ideal celeste  maglia,
risponderemo: presente!

21 – MISERICORDIA

Cosa sono questi suoni,
perché c’è una grande festa,
torno ora dai campi e nulla
so dei banchetti che odoran,
che succede in questa casa?
Chiedi a tuo padre, ti dirà.
Il fratello onesto e buono,
fedele lavoratore
non mai aveva goduto feste
in onor suo e degli amici.
Colui che la sua fortuna
dissipò in vizi, crapule,
festeggiato, in veste bianca,
sta a tavola con il padre.
Figlio non inveir se dono
ciò che tu hai già a tuo fratello.
Egli tutto ha dissipato,
pascolava porci, ghiande,
misero, a lor contendeva.
Gli occhi sollevò dal fango.
Padre, ha gridato: ho peccato
contro il Cielo e contro di te
non sono più degno. S’alzò.
Andrò da mio padre, disse,
e gli chiederò perdono.
Già da lontano l’ho visto
e gli sono corso incontro:
bene accolto, perdonato.
Or lo festeggiamo insieme.
Figlio fedele, ti dico:
non sia per te infelicità
la mia misericordia.

22 – IL BROLO

S’adombra il brolo di sera,
s’attenuano il verde e il lilla,
il rosso dell’acero adulto.
Ecco il muretto in rovina,
stanno esauste ortiche, edere
e rari muschi ingialliti.
Sono in declino gli orgogli
dell’estate, nell’angolo
i pappi di canne gialle
s’arrendono, si piegano,
s’intana la lucertola.
Bella signora in vestaglia,
dal poggiolo, compiaciuta
ammira, ma ancor non  basta
la visione, si ricorda.
del brillante luccichio
di marinelle, del nido
di cardellini tra i rami,
dei rododendri, rivede
aiuola e rose scarlatte,
serenelle e rosmarini.
Due tortore son sempre lì,
han covato sul pilastro
sbrecciato, sotto tettoia.
Il brolo è sempre lo stesso,
eppur parla e suona e appare
diverso, per il profumo
di terra bagnata e i raggi
di luce or più inclinati.
Placido s’insabbia un rospo
ai bordi dello stagno
dove la fanghiglia approda
sotto i salici penduli.
Le tracce lascia una talpa.
Un azzeruolo spinoso
nudo e solo sta in angolo,
è da tutti abbandonato,
non da Manuela: lo cura,
lo pota, l’ingentilisce.
Osserva le ombre di sera,
loro annebbiano, assorbono
con un tenebroso velo
il  meraviglioso brolo,
dove già l’irto agrifoglio
s’impoma di rosse bacche.
Dicembre: la galaverna
ogni cosa pareggerà,
misterioso sarà il brolo.

23 – TORNIAMO INDIETRO

Mi vuoi bene? Riportami
indietro ai giorni lontani
dei nostri figli piccoli,
quand’eran come i nipoti.
Cara, scegli un giorno, un luogo,
le parole. Parliamone.
Non cedere alla nostalgia.
Nostra vita è stata il tempo
e lo spazio di cui abbiamo
goduto, insieme, Silvana.
Il primo sì, ti ricordi?
le nascite, le  sillabe,
i primi passi, pagelle,
i primi bronci, le uscite,
le ansiose attese notturne,
le professioni, gli amori,
i nipoti. Cara, il tempo
va, non dobbiam rilassarci,
niente languidi rimpianti.
Dormivamo tutti insieme
e lo spazio ci bastava.
Ricordi Tenna e il boschetto?
Stanzina sul lago, aperta
la finestra ad ammirare
insieme il cielo stellato.
Tra i due laghi, dove Brenta
parte, c’eran scoiattoli,
là volevamo restare,
i figli godevan l’ombra,
là impararono a nuotare.
Piccole eran le vacanze
con una cinquecento beige!
Eravamo in cinque, nonna
Tosca con  noi stava stretta.
Ricordo montagne verdi,
le corse d’una bambina …
intonavi con Marcella.
Ricordi Lamen, Arina,
rifugio al passo del Broccon,
con pane e formaggio fresco?
Piccole cose, ricordi
immensi da raccontare.
Godiamo i nostri  i nipoti,
la nostra storia continua.
Il nostro guardare indietro
sia ancor gioioso stimolo
per continuar coraggiosi
ad andare al meglio avanti.

24 – I BRUSONI

C’era il bosco dei Brusoni,
bravi nanetti orgogliosi.
Nei funghi, loro casette,
stavan beati tutto il dì.
Un giorno la strega Ortica
passò di lì infastidita.
Cos’è questo gran baccano?
gridò forte inorridita.
Flik, il capo dei Brusoni,
protestò per l’ingerenza:
laboriosi, silenziosi
viviam bene nei porcini.
Per l’ardire, strabiliata,
con la bacchetta magica
coprì di ghiaccio i nanetti.
Per il freddo e la paura
tremarono a più non posso
sciogliendo la lor trappola.
Nella capanna di paglia
dormiva la strega Ortica.
Il coraggioso Flik vi entrò,
ruppe in pezzi la bacchetta.
La vecchietta assai stupita,
ormai senza la difesa,
pianse lacrime dolenti.
Buttiamola nel laghetto:
proposer lieti i nanetti.
Il furbo Flik: no, fratelli,
teniamola a difesa
da lumache e calabroni
da cercatori di funghi,
distruttori di casette;
l’ortica è sempre un nemico
da temer. Salviamo così
il villaggio dei Brusoni
dagli intrusi indifferenti,
siam  nanetti intelligenti
Nel piccolo bosco antico,
la notizia si diffuse,
attraversò il laghetto,
oltre il fiume, strade, campi.
Da allora tutto il paese,
dal maleficio salvato,
prese il nome dei nanetti.

25 – PIAZZETTA

Son passato, solitaria
t’ho vista, piazza dei giochi
miei: pantaloni corti,
sgalmarette. Eri di sassi,
quante ginocchia sbucciate
sul tuo ghiaino, inseguendo
la palla di copertoni.
I gradini della chiesa
calpestati in cerimonie,
consunti, osservan dall’alto.
Mi riconosci? Non credo,
or sei di trachite, impronte
e storie non ci sono più.
Le nostre orme giovanili
sono sepolte, piazzetta,
ci conoscevi dai piedi
potevi chiamar per nome.
Ti sei fatto male, Carlo?
ci chiedevi premurosa.
Fin che la sera imbruniva,
poi, uno ad uno verso casa,
si scioglieva la compagnia.
Rivedo i volti sfumati
di tanti amici, il sorriso
cercare delle compagne
a maggio dopo fioretto,
qualcun porgeva un rametto
di roselline strappate
dalla siepe di confine.
Ricordi, piazza? Era guerra.
Le suore ci portavano,
tempi folli! in campanile.
Don Luigi affrontò  i nemici
che rapivan  le campane;
caddero con doloroso
rimbombo, volo tremendo,
per far di loro cannoni.
Le riottenne, risaliron
con gran festoso scampanio.
Son famose, hanno una storia,
che tutti ancor conoscono:
suonavano tanto forte
da buttare giù le porte…
Tornerò da te con lieve
passo per non disturbare,
sosterò, solo, in silenzio,
cercherò di ricordare.

26 – LETTO DI CARTOCCI

Cameretta ricavata
dal granaio, con soffitto
di cannelle e travicelli.
C’era il portico davanti
la stalla sotto, rondini
garrivano sulle travi.
tempi miseri per figli
fittavoli della terra.
Se pioveva scendevano
gocce fredde in pentolino
dal tetto sbrecciato a vista.
Dormivamo con la pietra
infuocata avvolta in panno
scaldava ma non bastava,
anche se eravamo in cinque.
Mi sovvien d’un pomeriggio,
febbre, letto di cartocci,
penna d’oca per coperta,
guardavo le ombre e le luci
scambiarsi dalle fessure
di finestrella socchiusa.
Mia madre  mi dava voce.
Non capivo: uno di casa,
giù, entrava, ma si spostava
l’ombra verso opposta uscita.
Stavamo ore a calcolare
ogni esatta direzione.
Che gratuita distrazione
per ragazzi di campagna,
nati in zolle a pane, latte
e verze in grande quantità.
Lardo e freddo piagavano
nostre mani, piedi, lobi.
Fratelli, abbracciati a letto,
contavamo filastrocche.
S’attendeva la befana
dal camino, e mai scendeva.
Le mamme da messa prima
tornavano e dicevano
d’averla appena incontrata:
andava di fretta, aveva
perso carrube, castagne
secche, fil di tiramolla.
Quanta gioia, che baccano!
Che bambini fortunati,
davvero! ci dicevano.
Di più! Eravamo felici.

27 – RIFLETTI LA MIA VOCE

Non il sole è la tua luce,
luna, ma da me dipende
il tuo splendore nel cielo.
Niente è come agli occhi appare,
tutto è come senti, vuoi.
S’accendono o si spengono
le nostre gioie, speranze,
dolori, in un cuore affranto,
da come affronti il destino.
Anche tu, luna, sei bella
se voglio, stanotte ti amo,
desidero compagnia
discreta, sincera. Taci,
come specchio luminoso
rifletti voce e pensieri
ripuliti da paure
emerse, ma inesistenti.
Stasera sei con il broncio.
Un alone ti circonda,
ti annebbia; le capricciose
nuvole ora s’inseguono,
ti privano agli occhi nostri,
o sei tu che giochi con me?
Siamo amici questa notte,
di te ho bisogno, sincera,
solidale amica luna,
non contraddirmi se sbaglio,
anch’io devo riflettere,
con te troverò la strada.
Or ti vedo in gran splendore,
anche tu come me, brilli,
è il tuo giorno di pienezza,
domani un po’ tramonterai,
non importa, trova il bello
anche nel declino, ricco
di sprazzi e novità, reca
gioie sopite, inattese.
T’ho parlato, ora sto bene.
Domani sera ritorna,
stesso punto, stesso cielo,
riprenderemo a parlarci..

28 – VECCHI SOLI

Il vecchierello, bastone
da passeggio, grossi occhiali,
cappello bianco, ad ogni piè
tasta cauto il ghiaino.
Nobile, ma trasandato,
fatica, ma non desiste.
Solo, cerca una panchina,
non gioca più a vivere.
Bimbi osserva ai giardinetti,
scorrazzano, inseguono,
bimbe saltano la corda.
C’è libera una panchina.
Si siede, sonnecchia stanco.
Oggi è due isolati più in là,
vicini, tra loro ignoti.
Sotto la tesa sorride.
Guarda i piedi della gente,
gode l’innocente svago.
Pomeriggio di settembre,
mite, ventilato, in pace
riposa, pur nel traffico.
E’ solo un vecchio seduto,
un po’ sbilenco, sbadato.
S’è appisolato del tutto
il vecchierello, il sostegno
è caduto, or scivolano
gli occhiali, scende il cappello,
nasconde il volto pallido.
Passa una coppia, lo guarda:
lo conosci? non conosco!
Tira dritto infastidito.
Guarda, mamma, son caduti
gli occhiali, dice un bimbo.
Tesoro, non t’avvicinar.
E’ sbracato il vecchierello,
sbottonati i pantaloni,
ghignano dei ragazzotti.
Un vigile senza indugio,
con blocchetto-multe e penna:
dica, il suo nome e cognome?
Non si scuote il vecchierello.
Si avvicina, alza la tesa.
Cellulare! Pronto pronto?
Centodiciotto? Venite!
E’ troppo tardi ormai. Stende
il defunto, per decenza
copre; un eroe si sente.

29 – IL LAMENTO DEL TIGLIO

Sta male il tiglio del viale
che dritto conduce in villa.
Il primo giorno d’autunno
già dal mattino s’annuncia.
Insistente brezza tesa,
che ieri non esisteva,
spettina dai rami le foglie,
come capelli canuti
da una testa esposta al vento.
Con gran sforzo, solo il tiglio
si trattiene dal destino
che comunque in fin vincerà.
Li ascolto parlottare.
Che succede, amico tiglio?
chiede un’acacia spogliata.
Non ti presenti in sintonia,
tu solo non scuoti i rami
nella nobile galleria
di rispettabili piante,
che ubbidienti stanno al gioco.
E’ un gioco che non mi piace,
la mia scorza teme il gelo,
mi riparo fin che posso.
Non c’è solo il freddo
da temere, ma anche i bruchi
che ci divoran l’anima.
Un ligustro al piano terra,
fiero del suo sempreverde,
dai ghiacci invernali indenne,
chiede dove sta il problema.
La sanguinella, a spazzare
aie e viali destinata,
spera di spogliarsi bene
e subito essere scelta
come scopa da giardino.
Delle piante il mondo è vario,
ognuna ha sue esigenze,
molto simili alle nostre.
Guardando il viale di casa
ascolto ciò che le piante
si raccontano; tra loro
si sentono e si parlano,
come ogni specie vivente.
Impariamo a meditare
in silenzio e con rispetto,
perché sincera è natura.

30 – LA SCUOLETTA DI CAMPAGNA

Quando vidi la scuoletta,
tra i campi sul fiumicello,
mi fermai ad ammirare,
prima di entrare in terza A.
Arrivavo dopo lungo
percorso e molta attesa,
toccavo il traguardo
di insegnare ai bambini.
Elementare, nascosta,
ma sicura, mai perduta.
Mi accolse un giorno d’ottobre,
mattino memorabile
Antonella mi recitò
una poesia, era il saluto.
Attendevano il maestro,
curiosi mi studiavano.
L’ho incontrata, mi ha sorriso.
Ho atteso: sei tu? Sì sono
Antonella. Ci siam stretti..
E’ nonna, porta i nipoti
a scuola, ancora ricorda
quell’ottobre personale.
Anno indimenticabile,
d’entusiasmi e di sorprese.
Fu Roberto, l’irrequieto,
che scrisse di mamma osea,
le aveva rubato il nido.
Claretta, calamitata,
mi guardava ovunque andavo,
Ivano, capelli rossi,
Paolo ora lavora in banca.
Tante cose ci siam detti
guardandoci con amore
e sillabando parole.
Arrivederci? Non sarà
così. Lo sappiamo entrambi.
Altre vie, altri son dolori.
Son passato a rivedere
la scuoletta di campagna:
ora è archivio comunale,
di carriole è deposito
e attrezzi, finestre rotte;
con il pensiero entro piano,
c’è soltanto un crocifisso,
le ragnatele avvolgono
il Cristo dimenticato.

********************************

 

INDICE

1-   USIGNOLO

2-   AVEVI UN FIORE

3-   ANIMA MIA

4-   IL PIU’ FORTE VINCE

5 -  HO CONOSCIUTO IL MARE

6-   LA PASSEGGIATA

7-   MAESTRA

8-   LACRIME DI GELSO

9-   AMATRICE

10-  AUTUNNO

11-  CAMPANA

12-  PORTA GIREVOLE

13-  CAMPI DI GRANO

14-  PANNI STRETTI

15-  FUNERALE

16-  QUADRIFOGLIO

17-  CIMA D’ASTA

18-  LA VIGNA

19-  NOSTALGIA

20-  AMBROSIANA

21-  MISERICORDIA

22-  IL BROLO

23-  TORNIAMO INDIETRO

24-  I BRUSONI

25-  PIAZZETTAa cura di Luigi Zampieri

26-  LETTO DI CARTOCCI

27-  RIFLETTI LA MIA VOCE

28-  VECCHI SOLI

29-  IL LAMENTO DEL TIGLIO

30-  LA SCUOLETTA DI CAMPAGNA

 

Domenica, 25 Settembre 2016

 


articolo a cura di Luigi Zampieri

 



 

 

 

 

 

Ultimo aggiornamento (Lunedì 10 Ottobre 2016 10:02)

 

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  • La Festa della Primavera
  • La cucina, una volta, adesso, a Sambruson
  • Associazione Culturale Sambruson la nostra Storia
  • Arti e mestieri a Sambruson
  • Ninna-nanne a Sambruson

Per la sezione : DAL MEDIO EVO ALL'800

  • Sambruson tra Padova e Venezia
  • La questione dei fiumi, il porto, il ponte

Per la sezione : IL PERIODO STORICO RECENTE

  • Sambruson dal mondo contadino a quello industriale

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