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Q.F. VOLSIO il più antico abitante conosciuto dei luoghi in cui viviamo

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PERSONE - PERSONE

 Q.F. VOLSIO

 il più antico abitante conosciuto dei luoghi in cui viviamo

Caro Luigi, ciao.

Ho incontrato l’assessore alla cultura Matteo Bellomo, che conosco da molti anni. Gli ho chiesto di intitolare, con delibera di  giunta e una targa, le due aule dell’Antiquarium, una a Lino Vanuzzo (il suo nome è sparito, sparito il termine “museo”) e l’altra a Quinto Fabio Volsio... Quest’ultimo è il più antico abitante dei luoghi in cui viviamo. C’è la lapide che lo illustra, incastonata su  un  davanzale dell’Hotel Cà Zane al Ponte. E’ un personaggio importante, realmente vissuto. Scrivere sul marmo vuol dire scrivere cose importanti per sempre. Pensa ai Sumeri, ai Romani, alle Tavole della Legge di Mosè. “E’ una buonissima idea” mi dice Matteo.   “Bisognerebbe però conoscere qualcosa di quest’uomo.”  

Finchè il Comune riflette io ho agito.

Ho scritto la storia di Q.F. Volsio. Fermati pure e sorridi. Poi continua. E’ fantastica,  ma possibile. E’ inserita nel suo tempo e nel suo spazio. La mia conoscenza dei reperti e della storia, e del modo mio di raccontare, mi permettono di utilizzare un  impianto storico reale, riempiendo gli spazi vuoti con immagini, episodi fantastici, inventati, che bene si amalgamano nel contesto, fino da apparire veri, accettabili, giustificati  Ho sempre fatto così.

Ciao, Andrea

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Caro Andrea

ricevo sempre molto volentieri i tuoi lavori. Ho appena finito di leggere il  racconto inedito su Q.F. Volsio. Bello e ricco di  fervida fantasia, giustamente inserito nella tua personale ricerca storica.

Il nostro sito, come sai, ha come slogan primario,  quasi una intestazione, “Sambruson tra storia e leggenda” e il tuo racconto si adatta bene proprio al significato di  questa espressione. Cercherò di inserirlo in un articolo che avrà come  titolo la frase che tu stesso hai usato  

Q.F. Volsio il più antico abitante conosciuto dei luoghi in cui viviamo

nella sezione “Persone” del sito “Sambrusonlatoria”. 

Ciao, Luigi.

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In calce a questo stesso articolo, a completamento delle notizie su Q.F. Volsio, vista anche la richiesta di conoscenze su di lui, da parte dell’assessore, e avendolo già nelle mie intenzioni, inserisco a chiusura dell’articolo, lo studio paleografico sulla lapide di Ca’ Zane, eseguito da Monica Zampieri, in collaborazione con il Dipartimento di Scienze dell’Antichità e del Vicino Oriente della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Ca’ Foscari. Tale studio è uno dei capitoli (2.8)  del volume, autore la stessa Monica Zampieri,

AD DUODECIMUN MANSIO MAIO MEDUACO

Sambruson in epoca Preromana e Romana

pubblicato dalla

Associazione Culturale SAMBRUSON LA NOSTRA STORIA


Q.F.VOLSIO

di A.zilio

Quinto Fabio Volsio, della famiglia Volsinii, della omonima città dell’Etruria. era figlio di Decio Marzio. La madre era della famiglia dei Tarquinii e dei quali portava il  nome. La famiglia dei Volsi giunse ad Adria nell’anno ab urbe condita 710. Caio Giulio Cesare era morto da un anno. Erano tempi di lotte tremende tra le legioni di Ottaviano Augusto e Marco Antonio contro il governo repubblicano. L’avo Fabio Marzio era stato governatore della Regio X che comprendeva le importanti città di Adria a di Aquileia.

Morì presto in battaglia contro gli Illirici che si erano spinti in incursioni ben oltre i confini stabiliti da Roma. Il comando della colonia fu assunto per decreto del senato romano da Decio Marzio, bravo commerciante, valoroso in battaglia, uomo di lettere, abile ambasciatore, un uomo ambizioso che mirava al senato. Al suo fianco aveva sempre Quinto Fabio perché conoscesse i costumi e le tradizioni delle popolazioni lontane dall’Urbe per avere più facilmente consensi nell’applicare lo ius romanum. Il padre voleva che imparasse presto le astuzie degli ambasciatori, che godesse degli agi dei patrizi, che chiedesse la protezione del dio Marte. Era un ragazzo atletico, smanioso di imparare, di dominare, ma anche di applicare con giustizia i codici di Roma. Ancor giovanissimo, Quinto Fabio, fu inviato dal padre a conoscere il territorio ricco di foreste e di lagune palafitticole abitate dagli allevatori di cavalli, cacciatori e pescatori, al nord di Adria. Fu mandato a sottomettere le irrequiete popolazioni dell’Histria e a consolidare i possedimenti dell’impero. Il ragazzo si distinse subito per sagacia e astuzia nei nuovi territori, retti da capi locali in lotta tra loro, affatto organizzati in una regione così vasta. Più avanti vivevano le prime propaggini delle popolazioni illiriche, anch’esse, in passato, spesso in conflitto con i Veneti e gli Euganei.

Caio Vibio Pansa, console, proprietario delle fornaci del litorale adriatico, morì nella battaglia di Modena, mentre combatteva tra le file di Antonio contro Decimo Giunio Bruto, governatore della Gallia Cisalpina. Era l’anno 713 ab urbe condita (40 a.C). Decio Volsio fu premiato con l’assegnazione di quelle fornaci per produrre mattoni ed embrici che tuttavia conservarono il marchio pansiano.

Qui la famiglia Volsi, soprattutto per la successiva sopraggiunta pax romana, in seguito alla ascesa al potere del primo imperatore Augusto, consolidò la sua presenza e la sua potenza. Restò fedele all’impero. La famiglia di Decio Volsio possedette varie domus per sé e per i suoi parentes. 

La storia dei popoli in ogni luogo e in ogni tempo è ricca di personaggi con obiettivi sempre uguali, immodificabili, irrinunciabili: prendersi la roba degli altri, dominare gli altri. Le ruberie tra singoli portano a liti. Le ruberie tra popoli portano alla guerra. La storia di Roma è storia di  continue aggressioni, quasi sempre vincenti. E’ ricca di date, di guerre, di condottieri. Molti giovani romani, lasciata l’urbe con le legioni avevano poche probabilità di rivederla. Molti di loro marciranno in Africa, in Asia minore, in Illiria, in Ispania, in Gallia, in Britannia, nelle terre dei Germani, in Dacia. Alcuni, fortunati, rientrando in patria, avevano in premio terre assegnate ai legionari, nell’agro graticolato. Oltre a coltivare la terra dovevano custodire il territorio e provvedere alla manutenzione delle vie consolari. 

Il giovane Quinto Fabio, poco più che ventenne, fu arruolato tra le legioni del triumviri Antonio-Ottaviano-Lepido, combatté nella piana di Filippi che vide la morte di Cassio e la distruzione del sogno repubblicano sostenuto dai congiurati delle idi di marzo. Si distinse in battaglia, fu ferito, tornò claudicante, anch’egli fu premiato con la assegnazione di terreni nel graticolato romano, vasta area pianeggiante tra l’Adriatico, la via Annia e il fiume Medoacus, dove già si era trasferita la famiglia. Dopo gli anni di svagata giovinezza Q.F. Volsio fu incaricato dall’imperatore di sostituire il padre Decio ritiratosi in una domus amena sui colli Euganei con la madre e le sorelle nubili e altri parentes.

Essere stato un valoroso soldato, impavido in battaglia, fiero difensore del nuovo ordine imperiale di Roma fu una garanzia sicura per il suo avvenire politico e militare. Amava la musica, si attorniava di scrivani per raccontare le sue gesta, di poeti agresti amanti della buona tavola e della natura di quei luoghi abitati da genti pacifiche e pienamente inserite nell’impero. Era onorato e temuto. Portava lustro al nome della sua famiglia di cui era il campione. Sapeva amministrare la giustizia, era bravo oratore, si intratteneva con i musici, offriva sacrifici agli dei, viaggiava per conoscere sul posto le genti di quei luoghi di confine. Di tutta la sua famiglia fu il migliore, e lo sapeva.

Si narra di lui che, chiamato a giudicare due pescatori che vantavano entrambi una barca di pescato, abbia risolto il dilemma in questo modo. Il vecchio diceva che un pescato così abbondante solo un esperto come lui poteva averlo trovato. Il giovane diceva che l’abbondanza era dovuta alla forza, alla determinazione, ma anche alla fortuna. Q.F.Volsio ordinò di dividere il pescato in due parti uguali e disse ai due contendenti di andare a ributtarlo dove l’avevano pescato. Il vecchio si avviò al Medoacus. Il giovane si avviò alla laguna. Quinto Fabio richiamò i pescatori e ordinò che tutto il pesce fosse dato al legittimo proprietario: il pescatore giovane. Il pesce era di acqua salata e non di acqua dolce. Era stato il vecchio a mentire.

Un giorno, in viaggio a cavallo, con il suo stato maggiore, da Patavium ad Altino, si fermò alla Statio ad Duodecimum, a dodici miglia dalla città per risolvere una controversia scoppiata tra legionari, diventati possidenti di terre, terminato il servizio militare. Un ramo del fiume, a causa delle inondazioni, frequenti in un’area pianeggiante, aveva spazzato via i confini. Uno dei legionari pretendeva che la proprietà fosse  decisa dal muovo corso del fiume. Uno aveva raddoppiato i suoi possedimenti, l’altro li aveva dimezzati. Fu chiesto giustizia a Fabio Volsio. Aveva ai suoi ordini bravi idraulici, bravi costruttori, esperti scalpellini per incidere il marmo, conoscitori dei codici e del diritto.

Pensando con loro, ebbe una illuminazione. Decise un’opera imponente. Far scavare i rami del Medoacus, eliminare gli acquitrini che avanzavano in terraferma, per navigare e per difendersi dalla malaria. Decise di ripristinare i confini com’erano. Fu lodato per questo e ricordato per la sua saggezza. Teneva così sotto controllo anche i ribelli, costretti a lavorare e non ad oziare. La sua fama e la sua abilità di amministrare i territori assegnatigli arrivarono fino a Roma. Un giorno un ambasciatore gli recò un elogio scritto dello stesso imperatore Augusto.

Innamoratosi del luogo ordinò che gli fosse costruita una villa sopraelevata, simbolo di potere, con stupende antefisse rappresentanti meduse, in pietra cotta poste a livello gronda. Medusa, tradita da avversari e respinta da persona in cui credeva, divenne mitologicamente simbolo di rabbia, di rifiuto, di persona da temere, perché vendicativa. Era la stessa cosa che mettere un cagnaccio alla porta. Con il tempo furono solo fregi architettonici, più che messaggi nefasti rivolti ai visitatori. Chiamò esperti di idraulica per regolamentare i canali, costruttori di ponti e di ville, responsabili delle fornaci che producevano pietre e embrici, decoratori, esperti nell’arte del mosaico. Chiamò da Bolsena, dalla sua terra d’origine, un abile artigiano nella lavorazione della scultura e del marmo. Valerio, era un abile intagliatore di pietra e di marmo. A lui avrebbe affidato l’incarico di scolpire il suo busto. Da Volsinii lo aveva  raggiunto, dopo giorni di viaggio, una stupenda ragazza che sarebbe divenuta sua sposa. Era assai più giovane di lui e discendeva da una famiglia di lontani parenti. La giovane Lavinia, già di famiglia patrizia, accrebbe la fama del marito aggiungendo la grazia che mancava all’audacia.

Statio Duodecimum si era trasformata. da stazione per cambio di cavalli e da taverna per i passeggeri, in un ambiente di piacevolezze e agi sufficienti per tutti. Assunse sempre più rinomanza e divenne un punto di riferimento importante tra Adria, Patavium, Altino e Aquileia.

Da quando era giunto Fabio Volsio si era trasformata in un affollato e attivo centro commerciale. Vi transitavano merci e soldati, artigiani e cortigiane, otri di Falerno e di olio dell’Apulia. Non fu mai una città, ma una suburra che della città aveva tutto, anche se poco di patrizio. Ma quelli che c’erano comandavano.

Dai colli veniva la famiglia a salutarlo, a onoralo. Il padre si vantava di un figlio optimus civis, amato dal popolo. Alle sorelle inviava pizzi e vesti bianche adatte a loro di età non più giovanile.

Fabio Volsio amava vigilare i luoghi dove si lavorava e produceva molto. Ad Lucum entrava nei boschi e controllava con il capomastro gli alberi da tagliare e i luoghi in cui ripiantare. Chiedeva informazioni sul modo di tagliare e conservare pini e abeti, querce e platani, acacie e pioppi. I lavoratori si sentivano onorati di tanta severa attenzione e magnificavano il governatore tra la plebe. Ma il suo interesse maggiore era riservato alle fornaci che con argilla cuocevano pietre, anfore, bicchieri, tazze, recipienti per uso domestico. Ascoltava i consigli dei decoratori delle ville e dei mosaicisti.

Fu durante una cena sotto le pergole d’uva moscata, in lieti compagnia con i messi giunti da Roma per informarsi e per informare e con i suoi più stretti collaboratori, che sentì una fitta dolorosissima alla gamba destra, all’altezza del ginocchio. Era stato ferito in battaglia, curato malamente al campo e reso claudicante. Tale fatto, invece di farlo sentire menomato, era stato la molla che l’aveva fatto scattare in avanti, oltre l’ostacolo, emergendo sugli altri. Lavinia gli fu sempre premurosamente accanto. La cena si concluse presto, con meno allegria di quando era iniziata. Ma si ristabilì dopo alcuni giorni di riposo e riprese la sua vita attiva e laboriosa.

Da Aquileia scendevano anche persone dotte incaricate istruire la gente minuta. La cultura era importante per Roma, non solo per la bellezza del sapere, ma anche per capire leggendo ed ascoltando. Era importante per conoscere e applicare le leggi chiare e severe dell’Urbe.

Dal porto di Adria giungeva il sale che le navi portavano dall’Apulia. Serviva per conservare la carne. Gli allevamenti di bovini erano fiorenti e il clima umido.

Una primizia della Statio Duodecimum, ora chiamata Mansio, luogo per rimanere, per restare, per abitare e non più luogo di passaggio, era, come sappiamo, l’allevamento dei cavalli. Animali necessari in tempo di guerra e in tempo di pace per il lavoro dei campi, per i trasporti veloci lungo le strade consolari che avevano una cura e una manutenzione del tutto particolare per essere pronte per improvvisi spostamenti, ma anche per normali commerci.

Fabio Volsio seguì di persona il rinnovo dei selciati tra Patavium e Altino, del territorio a lui più vicino. La via Annia fu tenuta sempre in perfetto stato di manutenzione per il traffici sempre più intensi.

Una notte che vegliava dalla terrazza della sua villa, restò ad ammirare il cielo, la campagna, il mare in lontananza. Fu colto da strane immagini, da inconsueti pensieri, da inattese riflessioni. Era un plenilunio, Un cerchio brumoso avvolgeva l’astro notturno rendendo l’ambiente intorno ovattato, in pietrificato silenzio. Lontano si vedevano i fuochi accesi delle ronde e dei posti di sosta dei soldati. Si mise ad ascoltare, fatto insolito per un comandante. Avvertì il gracidio delle rane nei fossati abbondanti, sembravano domande e risposte, sembravano colloqui tra simili. Non aveva mai pensato a cose del genere. Sentì il canto di un usignolo irrefrenabile provenire da un pruneto poco lontano. Incredibile! Quante volte l’aveva sentito, ma mai ascoltato. Provò piacere, come con i canti accompagnati da cetre. Sentì il frinire delle cicale a disturbare la pace, ma erano pur esse necessarie per esaltare ancor meglio ciò che di bello e bucolico aveva finora visto e udito. Un latrato lontano ruppe un momentaneo silenzio e apprezzò quel richiamo, dimenticato, inosservato. Immaginò le sue scolte nel dormiveglia. Quinto Fabio era colto, aggiornato su ciò che si diceva, si scriveva, si pensava a Roma. Pur uomo d’azione e non di contemplazione, arrivò a provare ammirazione per il poeta Virgilio innamorato delle sue messi e della serena vita di campagna, di cui quella notte aveva colto spiragli magnifici pur nella loro semplicità e brevità. Una voce lo scosse. Era Lavinia che lo invitava a tornare a dormire. Assicurò che sarebbe subito venuto.

Invece restò ancora un poco, perché altri strani pensieri sopravvennero. Finora sempre riposti, sempre rifiutati. Pensò che un giorno non avrebbe più visto quei luoghi ameni, non avrebbe più sentito quei suoni gradevoli, non avrebbe più goduto delle piacevolezze e della bellezza della vicinanza dei suoi familiari, dei suoi amici, avrebbe lasciato la luce, sarebbe entrato in luoghi sconosciuti, aspri, deserti, inanimati. Si sentì smarrito e stanco. Non aveva mai pensato alla morte, ma ora il pensiero si insinuò con forza, con chiarezza. Decise che sarebbe stato protagonista fino alla fine. Decise che sarebbe morto ad occhi aperti, godendo di tutto ciò che aveva visto, conosciuto, ricordato, fatto.

Questi pensieri non furono casuali, in verità, perché da un po’ di tempo i dolori alla gamba ferita ritornavano con più frequenza e non riusciva più a nasconderli.

La notte, iniziata in maniera poetica, finì per essere tumultuosa e agitata. Anche questa volta, fatti imprevisti, invece che abbatterlo, lo stimolarono a realizzare altri progetti per sé, per la famiglia, per il popolo, per la X Regio Venetia et Histria di cui era anche tribuno militare.

Dopo aver pensato per anni a cosa costruire, doveva ora pensare a come meglio concludere una vita intensa. Pensò, ricordando le sue origini etrusche, alle tombe che avrebbe voluto per la sua gente. Pensò di riservare un’area apposita per i defunti, pensò che per le persone più importanti dovevano essere inumate in ipogei.

Coetaneo di Orazio Flacco, a Filippi si trovarono su campi avversi. Orazio voleva fare carriera militare, ma, sconfitto il suo referente Cassio, dovette inventarsi una nuova esistenza. Per pigrizia e inquietudine, scelse la poesia, prima del tutto ignorata, e la perfezionò raggiungendo vette eccelse.

Fabio Volsio era nato soldato, rimase nel solco familiare, fu poi governatore ottimo e amato, senza raggiungere nel suo campo le vette del poeta. Del poeta ammirava e criticava l’abilità di trasformarsi,  di adattarsi ai potenti, e di ottenere da essi il meglio facendo ciò che ai primordi della sua vita mai avrebbe immaginato. Fu lodato da Mecenate. Fabio non avrebbe mai piegato la sua volontà fino a capovolgere i suoi principi. Egli eccelleva in umanità, in coraggio, in astuzia, senza piegarsi a modellare la sua legge morale alle convenienze. Orazio affermava che ci voleva misura in tutte le cose: Avrebbe lodato qualunque potente del momento, indipendentemente dai suoi comportamenti. Si accontentava di un piatto di farro e lenticchie, porri e ceci, di frequentare il circo; si destreggiava in qualche imbroglio, passeggiava da solo, senza meta. Le corde della poesia, un volta scoperte, senza cambiare vita, lo portarono tuttavia ad essere immortale.

Fabio Volsio, invece, uomo d’azione, non si sarebbe mai adattato ad una vita così incolore, in attesa del beneficio, del riflesso, della benevolenza dei potenti.

Tuttavia cominciò a leggere le odi di Orazio Flacco trovando, inspiegabilmente un contrappeso necessario ai suoi tumulti, ai suoi timori. Sì! Da un po’ di tempo aveva cominciato a chiedersi cosa sarebbe successo di lui, di Lavinia, di suo padre, di sua madre, delle sorelle, dei fratelli, uno sull’agro sopra il lago di Bolsena, l’altro in Grecia a studiare Platone, con  l’incipiente vecchiaia. Vide salire l’ombra fosca che acceca una notte di novilunio, che ammanta l’uomo di solitudine.

Ad aggravare i suoi pensieri, si aggiunsero nuove difficoltà, nuovi dolori alla gamba ferita in guerra. Accadde per una accidentale caduta da cavallo che comportò la rottura del femore. Dovette restare a lungo immobile a seguire le cure, le indicazioni, le fasciature, gli impacchi, i massaggi raccomandati ed eseguiti da sottoposti. Tutte cose imposte, difficili da accettare per da una persona abituata a comandare, a farsi ubbidire e mai a flettersi. A volte ci provava, ci riusciva ad allontanare il liberto che lo curava, che decideva per lui come riposare,  ma così facendo peggiorava la sua situazione.

Intanto il progetto degli ipogei proseguiva. Sull’area assegnata, tra via Annia e fiume Medoacus,  un grande agro erboso, sorsero i primi ipogei, camere sotterranee con pavimento in trachite. Le pareti in mattoni davano un aspetto accogliente e familiare al tumulo. Erano ricoperti di terra a prato.

L’infermità irreversibile per cancrena durò poco tempo. Fabio Volsio morì tra atroci dolori,  senza battere ciglio, con la compostezza e la grandezza degli uomini forti. Accanto, fedele e premurosa, ebbe Lavinia e un liberto esperto in arti mediche.

Nel foro della popolosa Mansio fu eretta una catasta di legna resinosa, fu posto sopra il cadavere e di fronte al popolo commosso, arse la pira. Le ceneri poste in un’urna di ceramica grigia furono immesse nell’ipogeo a lui destinato. Il vecchio padre Decio non fece una piega, pur con il cuore straziato. Fece chiamare Valerio, l’incisore del marmo. Gli ordinò che, sopra la tomba in mattoni rossi, fosse posta una lastra di marmo con il succo dei suoi pensieri. “Qui riposa Quinto Fabio Volsio, amato dal padre e dalla madre, e dalla familias, insigne  e che eccelse sui fratelli, fu ottimo sia come figlio che come cittadino, e lo sapeva.” 

Questa storia  è fantastica, eppure possibile. Perché sono veri i luoghi, i tempi, la struttura storica, i reperti archeologici, esposti nell’Antiquarium. Parlo di un personaggio realmente esistito. Le parole scritte sul marmo non si improvvisano, non si discutono. 

Questa è la sua lapide scoperta a Sambruson di Dolo, nel 1950, dal dottor Lino Vanuzzo, nelle campagne della famiglia Velluti, durante gli scavi della Fornace Valdadige, di cui esiste tuttora il camino a torre in via Ettore Tito.

La lapide ora è posta sul davanzale della ex-villa Velluti, ora trasformata in un noto hotel al “Ponte” di Sambruson, a pochi passi dal luogo in cui fu ritrovata.

 

 Ave Quinto Fabio! Un dì ci vedremo e mi dirai se ho dimenticato qualcosa.

Andrea Zilio


L'ISCRIZIONE DI VILLA VENIER-VELLUTI-LEVORATO, OGGI MARTIN

 

Q. F. - VOLSIO NVS - F - VOL-SE[S...]

SEX - F - PATRI-ET - MATRI - V - F

ET - AVITAE - SUIOCAF[...]

SORORI - V

ANALISI PALEOGRAFICA1

di Monica Zampieri

L'iscrizione di cui parliamo è presente a Sambruson ed è stata utilizzata come davanzale nella Villa Venier-Velluti-Levorato, oggi proprietà di Antonio Martin, costruita tra la fine del 1500 e l'inizio del 1600 e situata in via Argine Sinistro.

Si è deciso di analizzare questo documento, poiché è un'altra testimonianza antica presente a Sambruson e ufficialmente riconosciuta; non fa parte, però, del materiale recuperato dal Vanuzzo nel 1950. Altri reperti, di cui esiste documentazione presso la Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto, non sono più oggi a Sambruson, come il miliare di Costantino, o non se ne hanno più notizie, come per il sarcofago.

L'iscrizione testimonia la comune pratica del reimpiego. Materiali antichi venivano riutilizzati nelle nuove costruzioni e quelli che presentavano particolarità, come iscrizioni o graffiti, venivano collocati in modo da poter essere visibili; questo è il caso della nostra iscrizione, che è stata utilizzata come davanzale.

Il supporto, sul quale è incisa l'iscrizione, è di pietra arenaria, piuttosto morbida, facile da incidere e perciò assai deperibile. Si può ipotizzare come il lapicida, nella seconda parola della prima riga, abbia dovuto lasciare uno spazio poiché la pietra era intaccata: il risultato è che la parola appare divisa in due. Si può osservare il "facile" deperimento di questo tipo di pietra anche nell'ultima lettera del primo rigo, che è stata stuccata.

Potrebbe trattarsi di una stele funeraria posta in posizione verticale, all'interno del recinto funerario della tomba di famiglia. Le dimensioni attuali del reperto non sono quelle originarie; osservando la parte inferiore del davanzale, si nota come questo sia stato ritagliato. La consistenza originaria doveva essere ben maggiore.

Come si può osservare dalla foto, l'iscrizione non è visibile nella sua completezza: la parte di destra è nascosta dallo scuro, ma soprattutto è integrata nella struttura della villa3. Nella trascrizione non sono visibili alcune lettere di destra della seconda e terza riga; sulla base della disposizione centrata dell'iscrizione si può presumere manchino due o tre lettere. Inoltre, la prima riga è lacunosa e l'ultima lettera è di difficile interpretazione, per una stuccatura; potrebbe trattarsi di una "S".

Lo studio paleografico, inizialmente, ha portato a pensare che si trattasse di un falso, a causa di alcune caratteristiche anomale rispetto alle comuni iscrizioni romane. Il dubbio è sorto poiché ci sono sia lettere di epoca tardo-repubblicana sia della prima età imperiale, quindi di due periodi diversi, anche se non lontani.

Le lettere tardo-repubblicane hanno le seguenti caratteristiche: il modulo quadrato (lunghezza e larghezza uguali), il solco delle lettere molto profondo, la lettera "M" fatta come due "W" unite e rovesciate e "A V e M" realizzate con lo steso modello. Le "F" e le "E" presentano i bracci uguali alla traversa. La "P" e la "R" hanno l'occhiello aperto, che non tocca la traversa; inoltre, i segni di interpunzione triangolari si presentano molto marcati.

Sospette, poiché riferibili all'età proto-imperiale, I sec. d.C., sono le litterae longae sormontanti, ossia più alte, come la "I" e la "T"; la P sembra presentare l'occhiello aperto, mentre la "R" non lo presenta. Inoltre la lettera "S" sembra quasi moderna.

L'anomalia maggiore, che ha complicato la ricerca, è la presenza delle "F", che appaiono estranee al contesto.

E’ da sottolineare come una classica iscrizione romana preveda la denominazione del cittadino romano con la formula dei tria nomina seguita della filiazione, che è costituita dal nome del padre abbreviato e dalla dicitura filius^. I tria nomina (es. Marcus Tullius Cicero) prevedono il praenomen abbreviato, nomen o gentilizio (segno di appartenenza ad una gens) e cognomen (resosi necessario per le numerose omonimie dalla metà del I sec. a.C.).

Il nostro caso non sembra presentarsi in questo modo.

Le ragioni, per le quali si può affermare non si tratti di un falso, sono diverse.

Innanzitutto l'iscrizione presenta lettere di buona fattura. Chi copiava le iscrizioni avrebbe riportato non nomi anonimi, ma di personaggi romani importanti.

La presenza delle "F" è anomala e potrebbe sembrare un errore del lapicida. In realtà, un copiatore avrebbe sbagliato lettere all'interno delle parole o confuso una F con una E; difficilmente avrebbe aggiunto di sua iniziativa delle lettere, a maggior ragione avendo la copia a cui far riferimento.

Lo spazio tra le prime due e le seconde due righe avvalora l'ipotesi che si tratti di un originale. Infatti, possiamo ritenere che, come era uso comune, l'iscrizione fosse stata eseguita in due fasi diverse: due righe commissionate per prime, seguite dall'aggiunta delle altre due in un secondo momento, lasciando uno spazio, che segnalava la differenza temporale.

Considerando tutte le premesse finora fatte, tre sono le interpretazioni possibili:

• i soggetti dell'iscrizione potrebbero essere due personaggi diversi, che dedicano una iscrizione funeraria al padre, alla madre e alla sorella. Tale supposizione parte dal presupposto che manchi la prima riga dell'iscrizione. Non pare però sia così poiché, calcolando una distanza media tra una riga e l'altra, si dovrebbe vedere i pedici delle lettere della presunta riga mancante. In quest'ultima comparirebbe il nome del primo personaggio, che troverebbe la filiazione nella seconda riga: "Q F" starebbe per figlio di Quinto. Segue poi il nome del secondo personaggio, anch'esso con la filiazione: Volsionus Volse[s] figlio di Sesto. Il problema di questa interpretazione è che se i due personaggi dedicano "al padre e alla madre ... e alla sorella", dovrebbero essere fratelli e il nome del padre dovrebbe essere lo stesso. Tale argomentazione farebbe cadere la prima ipotesi.

Q(uintus) [...]

Q(uinti) F(ilius) Volsionius et Volse[s...]

Sex(ti) F(ilius) patri et matri v(ivi) f(ecerunt)

et Avitae Suiocaf[...]

sorori viv(ae)

Se così fosse risulterebbe pertanto:

Quintus ... figlio di Quintus Volsionus e Volse[s], figlio di Sesto, al padre e alla madre fecero da vivi5 e alla sorella Avita Suioca o Suiocaf(...), viva.

• Una variante della versione n. 1, più plausibile, vede i due personaggi nominati nella prima riga. Questa interpretazione non trova, però, giustificazione alla lettera "F" alla fine del primo rigo e al fatto che il secondo fratello avrebbe un solo nome:

Q(uintus) F(austus) V(olsionus) et Volse[s...]

Sex(ti) F(ilii) patri et matri v(ivi) f(ecerunt)

et Avitae Suiocaf(...)

sorori viv(ae)

Se così fosse risulterebbe pertanto:

Quintus Faustus Volsionus e Volse[s...], figlio di Sesto, al padre e alla madre fecero da vivi e alla sorella Avita Suioca o Suiocaf{...], viva.

• Utilizzando il database Epigraphische Datenbank Heidelberg (EDH) si è forse trovata un'interpretazione più plausibile.

A Plomin (Flanona, ossia Fianona), località oggi in Croazia, vicino a Pola, al tempo provincia della Dalmatia, è presente un'iscrizione latina, datata al I sec. d.C., riportante il nome Avita Suioca.

Questa persona, che dedica alla figlia e nomina il padre, Vesclevesis, si presenta come Volsounae Suiocae Vesclevesis.

Non ci troviamo nella X Regio, la Venetia et Histria, ma non ne siamo molto lontani6. Una certa Avita Suioca dedica alla figlia e compare anche il nome del padre, che sarebbe quindi lo stesso del nostro Quintus Volsionus: Sexto Vescevlesi. Il secondo termine, Vescevlesi, indica probabilmente un'indicazione geografica o etnica.

Avita Su/ioca Ves/clevesis / f(ilia) v(iva) fecit sibi et [….] V / [&? / Volsou/nae Suioc/cae Ves/clevesis / F(iliae) / [&? // Avita / Aquil/lia L(uci) f(ilia) / v(iva) f(ecit) si[bi et] / Vol[….] / [&?

(trascritto dall' Epigraphische Datenbank Heidelberg (EDHJ)7

Possiamo affermare con sufficiente certezza che l’Avita Suioca dalmata sia la stessa che compare nella nostra iscrizione. Questa, infatti, oltre a presentare lo stesso nome, riporta anche il termine Volsounae., da associare al VOLSIO...NVS. La radice VOLS è chiaramente attribuibile ai Veneti antichi. Numerosissime sono le attestazioni epigrafiche venetiche che contengono questa radice8. Anche il nome Suioca non è certo romano, ma si inserisce bene nel quadro del venetico.

Si può attribuire questa iscrizione ad una fase di transizione tra lingua locale e latino. Quest'ultimo, lingua ufficiale nei territori conquistati, gradualmente si sovrappone alla lingua e alla scrittura locale. Nella forma è latino, le radici dei nomi sono però tipicamente locali, anche se sono stati romanizzati nelle desinenze9.

Se avvaloriamo tale ipotesi, possiamo trovare una giustificazione valida per le lettere "F" che abbiamo visto sembrare estranee al contesto. Esclusa la terza, che è legata a SEX e significa Sexti filius, le due "F" del primo rigo, entrambe posizionate prima di una parola iniziante con la lettera "V", potrebbero testimoniare una caratteristica dell'alfabeto venetico, che presentava una divisione in sillabe e non in parole. E’ possibile, ad esempio, che si tratti di modi venetici di mettere l'aspirazione prima della lettera "V".

L'ultima "F", che segue il nome Suioca, potrebbe essere un errore: se, infatti, fosse una "E", avremmo al dativo "Suiocae", che concorderebbe con "Avitae" e "Sorori".

 Q(uintus) F Volsionus F Volse[s...] Sex(ti) F(ilius) patri et matri v(ivus) f(ecit) et Avitae Suiocaf(ae) o Suica F[...] sorori viv(ae)

Se così fosse risulterebbe pertanto:

Quintus Volsionus Volse[s...]

figlio di Sesto, al padre e alla madre fece da vivo

e alla sorella Avita Suioca o Suiocafa, viva

La terza ipotesi sembra, quindi, la più credibile; si può ragionevolmente pensare ad una manifestazione della cultura analizzata quando si è parlato dei confini orientali del Veneto antico, chiamata civiltà veneto-illirica, proprio per le caratteristiche venetiche e illiriche che in quella zona si fondono, in un momento di passaggio alla cultura romana.

Note:

1             La complessità dell'iscrizione richiederà ulteriori studi pluridisciplinari di ricerca e di approfondimento.

3             Si è scelto di inserire la foto che mostra l'iscrizione come è fruibile oggi.

4             L'onomastica latina prevede il praenomen (corrispondente al nostro nome proprio) abbreviato, seguito dal gentilizio (corrispondente al nostro cognome) e dal cognomen (il soprannome). Poiché i figli maschi prendevano praenomen e gentilizio dal padre, per evitare omonimie, dalla metà del I sec. d.C. viene introdotto l'uso del soprannome. Le figlie femmine avevano un nome unico, per lo più il gentilizio del padre al femminile. Se erano più di una, al patronimico veniva accostato il termine Minore o Maggiore. CAIABINI limentani i. 1991, Epigrafia latina, Milano.

5             Vivusfecit (singolare) o vivifecerunt (plurale) indicano che il personaggio o i personaggi commissionano la dedica funeraria da vivi, mentre le lettere "E T" indicavano una disposizione testamentaria

6             A Villa Contarini, a Piazzola sul Brenta, sono conservate 25 iscrizioni dalmate, che facevano parte di una Raccolta veneziana e che sono pervenute in Veneto in una data non specificata.

7             Si è potuto consultare tale database grazie alla disponibilità della prof.ssa Giovannella Cresci Marrone dell' Università Ca Foscari di Venezia, Facoltà di Lettere e Filosofia, Dipartimento di Scienze dell'Antichità e del Vicino Oriente, e dei suoi collaboratori. Vedi CIL 03, 3038. Cfr. anche Tables Analytiques de "L'Année Epigrafique" 1967, tavole di provenienza dalmatica, nn. 352, 254, da Plomin (Flanona).

8             Una iscrizione venetico-latina di Lagole nel Cadore (Belluno), ha potuto illuminare con sicurezza i rapporti fonetici ed etimologici di un nome di persona che compare spesso nella regione illirica e nelle iscrizioni venetiche. Si tratta del noto tipo Voltiomnos atestino, che si presenta nel venetico cadorino sotto la forma Volsomnos, indubbiamente identico a Volsouna, Velsouna di iscrizioni latine dalmatiche. pellegrini g.b. 1957, MN>UN nel latino dalmatico, in La parola del Passato. Cfr. anche pellegrini G.B. PROSDOCIMI A..L. 1967, Lingua venetica.

9              Uno dei fenomeni più significativi e culturalmente rilevanti legati all'avvento della romanizzazione è certamente la sostituzione delle lingue locali con la lingua di Roma, il latino. Anche nel Veneto il cambio di lingua, dal venetico al latino, si realizza con gradualità; tale conversione si può osservare attraverso i fenomeni presenti nelle iscrizioni venetiche, tra il II e il I sec. a.C. Accanto ai nomi locali comincia a comparire l'onomastica latina, conseguenza dell'integrazione dell'elemento romano nel Veneto; permangono ancora i tradizionali nomi venetici, anche se talvolta in forma latinizzata. Spesso, infatti, il nome individuale venetico si trasforma in cognomen nella formula romana. Il latino, inoltre, si innesta su una lingua, il venetico, con cui ha molte affinità. MARINETTI A. 2003, L'inizio della scrittura presso i Veneti e Venetico e latino, in I Veneti dai bei cavalli, Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto e Regione del Veneto, Treviso, pp. 65-66 e 103-104.


Si ringraziano sentitamente :

Andrea Zilio per il fantastico racconto inedito.

Monica Zampieri per la ricerca Paleografica.

Gianni Deppieri Presidente Associazione "Sambruson la nostra Storia"


Articolo a cura di Luigi Zampieri

 

 

Ultimo aggiornamento (Giovedì 28 Aprile 2016 16:44)

 

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