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L’ISOLA DELLE ACQUE e COSA FARO' DA GRANDE di Andrea Zilio. Due novelle partecipanti al premio letterario La Seriola

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SAMBRUSON. CULTURA, COSTUME, TRADIZIONI, AMBIENTE. - LETTERATURA A SAMBRUSON (I)

L’Isola delle Acque

(prima novella)

Grazie Andrea per averci proposto la pubblicazione di questa novella, molto bella e perfettamente ambientata nel nostro territorio nel 1500.  Ciao L.

La novella è vincitrice del premio letterario "La Seriola", Sez. "A", quindicesima edizione.

L’Isola delle Acque

Quella sera la taverna El Toro, contrariamente al solito, brulicava di persone, come se qualche importante avvenimento fosse avvenuto o stesse per succedere.

C’era gente ai tavoli e gente in piedi. Altri, appena fuori, camminavano lentamente curiosando, segnando a dito. Altri ancora in crocchio facevano pronostici.

L’Isola delle Acque, in autunno, offriva un appuntamento importante, un richiamo atteso. Da anni si celebrava una sfida, semplice, ma sanguigna, di rivalsa, se si vuole. Almeno così la pensavano in terraferma nei confronti di Venezia. A quel tempo era doge Alvise Mocenigo.

Era un ottobre mite, un sabato sera. Torce e lampioni illuminavano la piazza, i vicoli e l’acqua corrente, che rifletteva scaglie di luci. Poco più in là, i molini, fortemente voluti dalla Serenissima Repubblica, vibravano per smaltire l’arretrato.

Era in atto una rivoluzione economica, di crescita del territorio. La gente dei campi veniva dai paesi vicini a tutte le ore per la macina. I dazi per il transito delle barche dal nuovo Vaso si pagavano puntualmente. Anche qui, le acque erano il tormento e la fortuna della Repubblica. Gli interventi di modifica del loro corso stavano diventando una risorsa per agricoltori, maniscalchi, carrai, calafati, per locande e botteghe sorte intorno come per incanto.

La tradizionale sagra d’autunno, sulla Brenta Vecchia, andava avanti da tre giorni con saltimbanchi, soffiatori di fuoco, giochi di prestigio e piacevoli passeggiate lungo le rive.

“Maroni, suca baruca, fichi secchi, muneghe…” Grida di richiamo e di invito salivano dalle bancarelle sparse tra il cantiere delle barche e lo stramazzo delle acque, tra la conca interrata  e il canal. Tuttavia il ristoro vero era alla taverna dove si poteva stare a pranzo e a cena con soddisfazione. Grazie agli sbarramenti delle acque, con porte e stramazzi, un paese, prima inesistente, prendeva slancio e rinomanza.

“Sebastian, porta di quello buono.”

Quella sera, all’aperto sotto la grande pergola, sedevano uomini d’affari e nobili veneziani che dimoravano in villa sulle rive del fiume. Venivano a gustarsi i dolci d’orzo delle panetterie della terraferma, ad ascoltare cosa si dice in giro, a spiare i volti della gente di confine e per scappare dalle pestilenze cittadine.

“Siorsì, sior paron”, rispose l’oste. Si chiamava Sebastian Michelozzo, detto el Toro, per la sua corporatura tarchiata. Era titolare della omonima taverna e per questo assai popolare. Non mandò il garzone, ma andò di persona.

“Ecco il miglior bacò della Brenta, viene dai miei vigneti alle Alture.”

“Oh, bravo, bravo!” disse il NH Bartolomio Badoer, finanziatore della festa d’autunno, con villa poco lontano. La sua era una famiglia storica che aveva avuto dei pregadi e possedeva terre tutto intorno. Erano signori a cui piaceva sparpagliarsi tra la gente comune per trovare un poco di pace e per farsi lustrare. Aveva accanto il Priuli, possidente, con  villa magnifica sulla riva. Era lì in piazza per liberarsi dalle smanie delle figliole impegnate in continui conciliaboli e incontri galanti, tra maschere, ventagli e ciprie. In villeggiatura, in ambienti soffici e impalpabili, nascevano di frequente matrimoni, alleanze e congiure.

C’era anche un proprietario di barche con tiro di cavalli lungo il fiume, un tale Paulo Tron, ammesso alle alte cariche per i beni accumulati. Al Dolo aveva un ampio magazzino al piano terra, con alloggi soprastanti. Lo chiamava pomposamente fondaco.

C’era poi il delegato del Magistrato alle Acque, Isepo Lanzaroto, sovrintendente ed esattore. Accettava volentieri tutto dal NH Badoer, anche qualche rimbrotto. Era segno di protezione. Isepo Lanzaroto era robusto e aitante. Non mancava mai in ogni affare. Incuteva timore e rispetto che, per i poveracci, sono la stessa cosa. All’occorrenza spostava leve, sacchi, pesi per dare l’esempio, per mostrare il suo potere e la sua forza fisica. Seduto a quella tavolata di signori era l’unico che non si divertiva. Soffiava, borbottava e non consumava.

“Avanti, sior delegato, bevete che tra poco avrete bisogno di forza per vincere la sfida.”

“Eh, eh!” ridacchiò il Tron.

“Ecco qua”, disse Sebastian. Si muoveva con facilità tra i tavoli e i gruppi con i gotti pieni. Posò sul tavolo una caraffa di vino rosso e vari bicchieri. “Ecco, questo invece è curbinèo di quest’anno, ancora mosto, si può dire. Assaggiate, messier sovrintendente, vi farà bene, prima che vi metta sotto.”

“Non ti azzardare, oste! Neanche a pensarlo. Per me sei solo un vitellone, non un toro.”

“Come comanda, paron.” Scappò via sghignazzando.

A metà serata, al culmine della festa, era prevista l’attesa sfida tra due campioni di braccio di ferro: uno di città e uno di terraferma. Le sfide si alternavano ogni anno: a una in terraferma ne seguiva una da svolgersi in laguna.

Il premio, questa volta era forte, era di cento ducati d’argento messi in palio dal Badoer che voleva divertirsi e far divertire la sua gente. La gente di campagna aveva intrighi con tutti i signori veneziani del territorio. In qualche modo erano tutti servi, legati alla terra che coltivavano come stagionali o mezzadri o fittavoli o allevatori o questuanti o ladruncoli o mercanti.

Quest’anno i due sfidanti erano il taverniere e il delegato. Il delegato del Magistrato alle Acque, cittadino, voleva accrescere la sua autorità mostrando la sua dimestichezza con le personalità illustrissime presenti. Aveva vinto le eliminatorie per la forza del suo braccio e per il suo atteggiamento intimidatorio. Ma ora veniva il bello. Sebastian Michelozzo e Isepo Lanzaroto si trovavano di fronte e ognuno temeva l’altro per opposte ragioni. Anche il taverniere aveva il suo scopo: non deludere i clienti, gente di terraferma che orgogliosamente rappresentava. L’attesa si era fatta spasmodica. C’era chi scommetteva sottobanco.

La gente andava  e veniva, ma non partiva. Gli animi si erano riscaldati abbastanza e le voci si erano fatte più alte e ardite.

“E allora?” “Quanto c’è da aspettare?” “Qualcuno ha paura?”

“Viva el Toro!” La gente cominciò a incitare Sebastian a gran voce.

“Si faccia spazio.” Bartolomio Badoer parlò forte. Era quello che si attendeva. Le parole fecero il giro. La taverna si vuotò. Dei garzoni, spintonando, fecero largo e in mezzo alla piazza apparve un tavolo quadrato con due robuste careghe di paglia senza spalliere.

La gente cominciò ad applaudire e ad incoraggiare. La maggioranza degli applausi era per il taverniere. C’erano signore attempate salde sulle panche, con davanti l’ultimo bicchiere di rosso. Appisolate, indifferenti. C’erano donzelle svolazzanti. Guardavano i giovanotti spavaldi, li tiravano per la giacca, ma quelli allungavano il collo per vedere meglio la contesa.

Il NH Badoer si alzò. Con gesti della mano impose il silenzio.

“Dame e cavalieri” pronunciò con enfasi. Era il bacò che funzionava misto al curbinèo novello. “Dame e cavalieri, si proceda!” ripeté. Si immaginava maestro di campo in una giostra di lancia e spada. Le parole ebbero effetto.

Arbitri erano due massari, due proprietari di piccole campagne: Zuane Chazagon da Rin e Domenego Barante da Sambruson, persone stimate, di poche parole. Avevano grandi mustacchi grigi che arrotolavano nervosamente a punta. Erano anch’essi emozionati, consapevoli di avere di fronte persone autorevoli, proprietarie non già di qualche ettaro come loro, ma di grandi campagne come i Foscari o i Barbarigo, pure presenti. Il Priuli parteggiava per el Toro. Era un uomo importante, è vero!, faceva parte del Gran Consiglio, ma lì, in quelle ore, era più importante essere popolare.

“Avanti i campioni” ordinò Badoer.

Isepo si tolse la giacca, arrotolò la manica della camicia fin dove poté.

El Toro si piazzò a gambe larghe sulla sua sedia, si mise a petto scoperto, nonostante la brezza serotina, spingendo il braccio destro in avanti. Nessuno dei due faceva più il gradasso. Il momento della prova era giunto. La fama valeva più dei cento ducati. L’impresa del funzionario, qualunque fosse stato l’esito, sarebbe rimbalzata a Palazzo Ducale. L’impresa di el Toro si sarebbe sparsa per le campagne e la gente sarebbe venuta a vederlo, a bere al banco e a stringergli la mano.

Zuane disse parole di circostanza, evocando le regole, dicendosi pronto a squalificare. Domenego alzò un fazzoletto.

“Quando casca, andate”, disse.

Il fazzoletto cascò. La gente oscillò eccitata, poi tornò a rumoreggiare e ad incoraggiare Sebastian.

I due si guardavano truci per dimostrare, anche con le smorfie del volto, la loro forza e la loro sicurezza. I gomiti erano inchiodati al tavolo. Le dita intrecciate sembravano saldate tra loro, i polsi vibravano e si muovevano per fingere debolezza e poi scattare. I due sfidanti non si spostavano di un millimetro. Il collo di Isepo si era ingrossato e arrossato da fare paura, le labbra erano serrate, i denti inchiodati e gli occhi sprizzavano fuoco. Sebastian sembrava la statua di un lottatore greco. Guardava beffardo l’avversario che non accettava, per questo a volte chinava gli occhi. I muscoli pettorali gonfi e provocatori si allentavano, scattavano al variare dell’attacco, pur nell’immobilità apparente di quel blocco marmoreo di nervi tesi. La gente cominciò ad applaudire entrambi.

Sebastian osò. Finse di cedere. Isepo abboccò, si espose oltre misura convinto di completare la caduta del braccio dell’avversario. Ma el Toro scattò e piegò facilmente l’avversario sguarnito che uscì in uno sbuffo interminabile. Posò la fronte sul tavolo, sconfitto. La folla festante applaudì a lungo la vittoria di uno di terraferma. Domenego alzò il braccio di Bastian che salì sul tavolo  e salutò la gente che lo osannava. Dalla taverna uscirono squilli di tromba. Era il vecchio trombettiere Udillo, reduce di Lepanto. pagato apposta. Carico di vino, era disposto a soffiare per chiunque.

Il NH Badoer non riuscì a riportare la calma. Ma era quello che voleva. Il popolo poteva sguazzare. Chiamò a sé gli arbitri, si avvicinò con loro al vincitore e tra gli applausi gli consegnò la borsa.

Prese sottobraccio lo sconfitto e lo riportò al tavolo.

“Bene, sior Isepo, bene bene.” Fece un sospiro pure lui, di circostanza. Poi gli sorrise. Lo spettacolo c’era stato comunque. Era contento.

“Lunedì mattina ci vediamo al Vaso, attendo da Padova delle mie barche con cento sacchi di granoturco. E’ stata una buona annata.” Tracannò di gusto. “Alla salute!” Pensava alla “Marezana”, un tre alberi, ancorata in Riva degli Schiavoni, pronta a salpare tra due settimane per l’Oriente con un carico di farine, granaglie, vino e cristalli dorati di Murano.

Isepo Lanzaroto, che era uomo di mondo, piegò un angolo di labbro, si ricompose, adeguandosi come un guanto alla situazione, brindando anch’egli alla salute. Come una clessidra che si svuota, aveva intuito che il suo tempo, ora, a quel tavolo, era scaduto. Se ne andò presto curvo e ignorato.

Le limpide acque schiumanti, uscite dai molini, si distendevano nel bacino sottostante e, frusciando tra salici e canneti. s’avviavano tranquille al mare.

COSA  FARO’ da GRANDE? (secondo racconto)

Il racconto partecipa al premio letterario "La Seriola", 18a edizione.

COSA  FARO’ da GRANDE?

Più che un racconto, la mia vuol essere una lettera.

Buon giorno e grazie per l’invito. Sono qui che leggo e rileggo il depliant. Caspita! Mi sono detto, vuoi vedere che è la Biblioteca stessa a darmi una mano, un consiglio. Ecco, io vorrei partecipare a questo concorso, ma ho paura di andare fuori tema, anche se gli argini sono ampi  abbastanza per intrufolarmi. Quindi mi metto in fila. Provo a riflettere. Il sogno, dite? E’ importante. Certamente, ma anche la realtà è altrettanto importante. Però sono due momenti, due aspetti diversi. Non sempre conciliabili. Purtroppo! Ebbene, volete sapere cosa farò da grande, ok! Ma, in che senso?

A mio nipote Gino diciamo: mangia, che diventi grande! Cioè, non vogliamo che diventi un politico, desideriamo che mangi, sì! nel senso buono, desideriamo che cresca sano. Normale. Che diventi grande, cioè alto e robusto, autonomo e responsabile, ma questo è un altro discorso, non c’entra con la vostra domanda, immagino.

L’altro nipote, Carlo,  è più grande di Gino, perché  è nato prima. Ma non lo è abbastanza per la sua età. Tra i suoi compagni di classe quinta è il più basso. E non sarà mai grande, in quel senso, ormai si vede, la sua costituzione fisica è ben definita. D’altra parte, pure mia figlia è bassetta. Perciò Carlo, nonostante la mia insistenza, ha rifiutato di partecipare al concorso. Io, che centro? Mi ha detto. Ti capisco, figliolo, gli dico figliolo in senso affettuoso, eppure è mio nipote. Certi discorsi ti confondono, se non stai attento.

Mia nipote, Maria Luisa, frequenta la terza media. L’aiuto a ripassare la storia della Rivoluzione francese e di Napoleone. Fu un grande generale e imperatore francese, esordisco. Spiegati meglio, nonno. Ma come, ero io che credevo di spiegare, e invece … Mi guarda seria. Se vuoi intendere famoso, d’accordo! Se vuoi intendere di statura, no! Era piccolo, era basso. Come mai? Perché al Còrso nessuno aveva tirato gli orecchi ai compleanni? Scherziamo. Quante sfumature, quanti significati possono avere le parole, e le frasi in cui sono inserite.

E veniamo a me. Cosa farò da grande? Niente! Quello che ho fatto è fatto. Se diventerò più  grande nel senso di alto? Non è possibile. Ero 1,74 alla leva militare, ora con l’ernia al disco sono 1,71. Sto calando, mi sto accorciando sempre più. Non era molto, ma nella mia vita mi è stato sufficiente per essere nella media, normale. E questo lo considero importante, anzi un privilegio. Solo che mi sto confondendo un po’. Ottant’anni! capirete. L’appetito per crescere? Non parliamone, per favore. Vado avanti a pastiglie, nove al giorno. Se leggo il “bugiardino” dovrei, per prudenza, buttarle tutte, perché se  fanno bene da una parte, fanno male da un’altra parte. Ma il dottore mi dice di non farlo. Guai! Mi regolo a seconda degli umori del mattino. Se sto poco bene prendo i farmaci, se sto bene non li prendo. Appena gli rivolgo la parola sull’argomento, per un consiglio, il dottore mi dice: continua così. Naturalmente lui non sa di cosa gli volevo parlare. Mi arrangio. Ecco, in questo senso, mi sento grande, cioè autosufficiente, in grado, per l’esperienza, di esprimere un’opinione sulla mia salute e su come saranno i dolori della prossima nottata.

Essere grande nel senso di Napoleone? Per favore! Sotto la naja sono stato appena caporale, nella vita, in ospedale, ho frequentato la scuola infermieri. Non sono diventato generale o primario. Tra vecchietti ci incontriamo spesso al circolo per la scopetta o per il trionfetto o la briscoletta. Grazie a Dio, godo della stima dei miei coetanei, facciamo delle grandi chiacchierate, ma alla fine non ci ricordiamo più quello che abbiamo detto o sentito. Meglio così. A volte c’è qualche barzellettaccia. Ecco, quando siamo tra noi anziani, non ci passa mai per la mente di dire o di pensare: cosa farò da grande. Grazie a voi per la domanda, perché mi serve per pensare ai miei nipoti. Chissà cosa faranno da grandi! Mi spiego: intendo da adulti, a scuola finita, come lavoro, in Italia o all’estero, come matrimonio, come residenza, come salute. Sapete, sono complessi i pensieri dei nonni. Pensano sempre meno a se stessi. E se ci pensano … beh! E’meglio che non ci pensino

L’unica che mi dice: ma è mai possibile? ma quando capirai? ma non hai visto? È in casa mia, vive con me, grazie a Dio, da cinquantadue anni. I suoi sono tutti interrogativi legittimi. Non mi metto la camicia che mia moglie mi ha stirato e mi ha posto sul letto davanti al naso, non mi accorgo se la minestra ha bisogno di sale. Mangio in silenzio. Non tirare su il brodo quando mangi, ma insomma, sei grande abbastanza! Che ironia, addirittura mi prende in giro. Capisco il mio declino. Ed ecco il punto. Nonostante tutto questo, vi chiedo: posso partecipare al concorso della Seriola? Non importa come va a finire. Mi basta conoscere il titolo del libro da cui avete tratto l’incipit, perché forse troverei una risposta, perché continuerei il discorso per conto mio. Alla sera. Magari leggendo prima di addormentarmi. Visto che parliamo di biblioteca e di letture. Spero di avervi dato un’idea di come una domanda, frettolosa e improvvisata, in buona fede, possa arrecare tanto trambusto e tanta confusione in un vecchietto, già grande abbastanza da usufruire, finora! di un lento, inevitabile, soddisfacente declino. Tra nebbioline improvvise e fastidiose. Della mente! Poiché, nel mio stato, mi sento giornaliero, ”raggiunto”, concluso, senza prospettive di ulteriore salita, grandezza, vi chiedo ancora: posso partecipare ugualmente? Posso continuare a dare consigli ai piccoli, frugando nel ripostiglio delle mie conoscenze? Spero di sì. Anche se loro gradiscono sempre meno.

Ho brontolato un po’? Non è vero, non fateci caso. Con la Seriola mi sento di casa. E’ bene rinnovare, e fate bene. I miei sono bonari ricordi, riflessioni svolazzanti. A guardare avanti trovo poco spazio, vado d’inerzia. A guardare  sulle cose già vissute, consolidate c’è ampia inutile scelta. Troppo facile scendere, impossibile risalire. Mi sorrido da solo e penso alle cose fatte. Vado avanti, quindi, sono sempre in cammino, ma all’incontrario. Non per mia volontà, precipito, attratto, verso i giorni dell’infanzia. Quando qualcuno consuma l’ultimo ricordo, di solito consuma anche l’ultimo sospiro. Purtroppo quando prendi questa china, di rimescolare solo ricordi, vai giù giù, indietro, sempre più indietro. Allora è certo, non c’è più niente da sperare, perché hai toccato il fondo, ossia il principio. Il morbo ti prende, ti attanaglia, ti confonde. E così finisce la tua storia.


 

Inserisco un breve commento trasmessomi da Andrea assieme al testo del racconto. Grazie Andrea.

Caro Luigi

........Ti  mando anche l’ultimo mio scritto, come ti avevo preannunciato, inviato al premio letterario “La Seriola”. E’ un testo originale, improvvisato, anche autobiografico, nella parte finale. Senza saperlo ho scritto le ultime righe che, guarda caso, mi si attagliano perfettamente....... Ciao, Andrea.

 


articolo a cura di L. Zampieri


Ultimo aggiornamento (Martedì 08 Maggio 2018 13:22)

 

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