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La chiesa di Sambruson e le Pievi del territorio

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DAL MEDIO EVO ALL'OTTOCENTO - SAMBRUSON E LA SUA PIEVE
Questo articolo è tratto dal volume
IN SANCTO AMBROSONE 
pubblicato dalla
ASSOCIAZIONE CULTURALE SAMBRUSON LA NOSTRA STORIA.
Si ringraziano sentitamente:
il Prof. Mario Poppi autore del libro
il Presidente della Associazione Gianni Deppieri

La  chiesa di Sambruson e le pievi del territorio

Poiché le pievi e le cappelle differivano fra loro per il servizio religioso pieno o limitato che offrivano alla popolazione, viene da chiedersi quale fosse l'attività religiosa verso la sua plebs Dei della ecclesia di Sambruson. Nel secolo VIII con l'appellativo ecclesia si designavano le chiese battesimali, ma poi questo valore pregnante venne acquisito dal termine pieve, per cui sembra che da allora con ecclesia/chiesa si indicasse in modo generico qualsiasi costruzione religiosa: e nei due documenti del secolo XII in cui, con altre del territorio, vediamo citata la chiesa di Sambruson (precisamente il testamento dettato il 2 ottobre 1192 da Speronella Dalesmanini ed il codicillo che essa vi aggiunse il 21 giugno 1199), il termine viene utilizzato proprio nel solo senso di edificio religioso. Ciò non permette di comprendere quale fosse la posizione giuridica della nostra chiesa, né migliori spiragli offre un ulteriore documento del 1221, la Cartula dathie del vescovado di Padova, in cui sono elencate chiese della diocesi obbligate al pagamento di una contribuzione. La chiesa di Sambruson dovette versare 10 soldi, ma ciò che attira l'attenzione è il modo in cui viene citata: "Ecclesia Portus et S. Broxonis solidos X". Meraviglia che qui l’ecclesia in prima linea sia la cappella di Porto, la quale sembrerebbe costituire in quella data un'unica entità religiosa ed economica con la chiesa di Sambruson.

A questo punto sembra opportuno riassumere la situazione e proporre delle ipotesi.

•   Dato che non conosciamo il valore religioso da attribuire al termine ecclesia con cui la chiesa di Sambruson viene presentata nei documenti dal 1117 al 1221, non è possibile dedurre se essa fosse già costituita in pieve. Considerato, inoltre, che nel 1117 prete Domenico viene indicato come presbiter e non come archipresbiter, non si riesce ad individuare la tipologia dei servizi che egli era incaricato di prestarvi. Non è neppure possibile dedurre se la 'massaria' a lui affidata fosse assegnata alla sua gestione come bene personale, o se fosse invece un bene annesso alla chiesa di cui costituiva il beneficio.

•   Nel 1117 la chiesa di Sambruson era di proprietà privata, metà della quale, già possesso dei conti di Treviso, passò in proprietà, ma non si sa per quanto tempo, del monastero dei Santi Ilario e Benedetto. Non si conosce il proprietario dell'altra metà, anche se si può pensare che fosse dei da Curano52. 'Privata' era pure la chiesa di Porto, che fu acquistata per intero dal monastero ilariano con tutti i suoi diritti e prerogative.

•  Nel 1221 la chiesa di Sambruson era in un qualche modo unita alla cappella di Porto:ciò può far pensare che o si stesse costituendo una pieve di Porto-Sambruson, o che alla già costituita pieve di Sambruson fosse allora momentaneamente unita, per motivi a noi ignoti, la cappella di Porto (forse a causa dell'assenza del sacerdote rettore?).

Non deve destare meraviglia il riferimento al sorgere di pievi in questo periodo in quanto, nel solco del rinnovamento delle diocesi in atto da tempo, fra l'XI e il XIII secolo si evidenziò un po' ovunque, nei territori delle loro giurisdizioni la presenza di nuove pievi, la maggior parte delle quali erano in precedenza cappelle di altre più vaste pievi alle quali avevano eroso territorio e piena dignità parrocchiale; inoltre, altre forse già da tempo esistevano come sedi pievane pur senza venir mai ricordate, per cui solamente da ora si comincia ad avere notizie su esse. E' così che solo adesso vediamo comparire in diocesi di Padova le pievi di Sarmazza (nel 1073; nel 1221 aveva sotto sé le cappelle di Campoverardo, Villatora, S. Pietro di Stra, Premaore, Camponogara, Fosso e la chiesa di San Genesio), di S. Giustina di Lova (nel 1161; nel 1221 aveva a cappelle Prozzolo e Campagna Lupia) e, attorno al 1230, di Sambruson. Ma, quest'ultima, quando è effettivamente sorta? Non è possibile proporre alcuna data. In ogni caso, qualora si fosse costituita verso il secolo XI, da quale altra precedente pieve recuperò il suo territorio? Considerando la situazione politica del tempo (e cioè l'allargamento di Padova a spese di Treviso) e la tendenza a far coincidere territorio politico e territorio diocesano (cosa che, invero, non è mai riuscita a Padova, la cui diocesi ha sempre avuto un territorio molto diverso da quello del comune), si potrebbe pensare da una pieve della diocesi di Treviso. Ma oltre la formulazione di quest'ipotesi non si può andare.

E' certo, invece, che nel suo testamento del 1192 Speronella legò alla chiesa "de Sancto Brosone" la somma di 20 soldi, da consegnare alla sua morte perché i fedeli del luogo pregassero per la sua anima; inoltre, lasciò due campi alla chiesa di Curano, che sarebbero stati individuati fra le terre da lei detenute a Camponogara ad opera del priore del monastero portuense di Vigonza. A Sambruson fanno riferimento pure due clausole del codicillo che essa aggiunse nel 1199, poco prima della morte. Nella prima la "villa Sancti Ambrosonis" è indicata come limite geografico di possessi assegnati al vescovado padovano, mentre nella seconda Speronella esplicitò la volontà di lasciare a Spinabello da Zianigo tutto ciò che possedeva a Martazaga e Sambruson, segno evidente della penetrazione dei Dalesmanini nel paese. Quei beni erano gestiti direttamente da Speronella tramite lavoranti e servi di cui non vengono riportati i nomi:

"Ed ancora al domino Spinabello da Zianigo lascio tutto ciò che possiedo a Martazaga e a Sambruson e che è lì tenuto a mio nome, e due mansi a Cazzago che conduco in forma diretta".

L'ecclesia Sancti Ambrosonis era un edifìcio di origini bizantine?

L'indicazione del 1117 non permette di desumere alcuna notizia sulle caratteristiche architettoniche della chiesa che sorgeva a quel tempo a Sambruson. Rifacendosi alla descrizione che nel 1489 il vescovo Barozzi dette della chiesa che allora si alzava nel paese, è stato affermato che quella cui fa cenno il documento del 1117 aveva una struttura tardo-bizantina1. Nessun indizio attesta, però, che la chiesa visitata dal Barozzi fosse la stessa esistente nel primo secolo XII. Ciò, fra l'altro, perché proprio il 3 gennaio 1117 un forte terremoto provocò danni gravi in tutto il Veneto, fino a far crollare, a Padova, il tetto della cattedrale ed a distruggere la basilica di Santa Giustina costruita fra i secoli V e VI dal patrizio Opilione2. Pesanti ripercussioni si ebbero pure nella nostra zona, dove andò in rovina la basilica doppia dei Santi Ilario e Benedetto, della quale si hanno notizie solamente fino al 1110. In suo luogo i benedettini costruirono una nuova basilica, dedicata al solo Sant'Ilario, che risulta eretta già nel 11363. Questa, come si è potuto rilevare a seguito di scavi effettuati verso il 1880 che hanno portato alla luce il suo pavimento, era a tre navate (come quella di Sambruson del 1489) ed aveva tre absidi (che però quella di Sambruson non aveva). Si può, pertanto, pensare che la chiesa di Sambruson vista dal Barozzi fosse altra rispetto a quella del 1117, e che fosse stata eretta magari poco dopo questa data dai monaci ilariani secondo i moduli bizantineggianti con cui fecero costruire la nuova chiesa di Sant'Ilario (i quali, a loro volta, mostrano somiglianze con la di poco precedente basilica di San Marco, a Venezia, fatta costruire dal doge Domenico I Contarmi). Questa ipotesi sembra suffragata da alcune osservazioni del vescovo Barozzi, il quale segnalò che la porta centrale d'accesso della chiesa era eccentrica rispetto alla navata cui dava adito, che era sormontata da una finestra oblunga e che più in alto, nella parte centrale della facciata, c'era l'apertura rotonda di una finestra ad occhio. Ciò porta a pensare che, in passato, prima della chiesa vista dal Barozzi, sorgesse sul luogo un'altra più piccola chiesa di cui, al momento di un ampliamento o di una ricostruzione (forse proprio a seguito del terremoto del 1117), furono mantenute ed utilizzate parte delle strutture.

Note:

1) ZAMPIERI 1998, p. 2. Il riferimento a moduli bizantini non può essere sufficiente per datare un edificio di cui non si hanno altre indicazioni. Basti ricordare che, proprio nel secolo XII, vennero alzate numerose chiese che ripresero quei moduli: a titolo esemplificativo faccio richiamo alla chiesa Santa Sofia a Padova (BELLINATI 1982; LORENZONI) ed alla basilica dei Santi Maria e Donato a Murano (DE BIASE 1980). Nel secolo XI, poi, prese avvio la terza ricostruzione della basilica di San Marco, a Venezia (la cosiddetta basilica contariniana), al cui modulo, oltre che a quello della cattedrale di Jesolo, la chiesa di S. Sofia sembra in qualche modo rifarsi (PUPPI, p. 15-20; ZULIANI, in particolare p. 147-158).

2) BELLINATI 1982, p. 20; La diocesi di Padova, p. 61; PEPI, p. 23. Per lungo tempo gli storici hanno attribuito ad esso, e al maremoto che ne seguì, la scomparsa in Adriatico del porto venetico e romano di Malamocco, ma studi recenti hanno dimostrato l'infondatezza di questa antica tradizione (DE BIASI 1984, p. 21-30).

3) MARZEMIN, p. 58 dell'estratto.

Il   primo pievano noto di Sambruson: l'arciprete Giovanni

Nel terzo decennio del secolo XIII troviamo improvvisamente presente, funzionante e strutturalmente ben organizzata la pieve di Sambruson. Ce ne parla un documento non datato, ma non più tardo del febbraio 1235, in cui sono raccolte testimonianze rese durante una causa mossa da Giovanni, arciprete di Sambruson, contro le monache benedettine del monastero padovano di Santo Stefano.

Attorno al 1222 Giovanni, che almeno dal 1213 era rettore della chiesa di San Lorenzo di Padova, riuscì a farsi nominare arciprete della pieve di Sambruson. Non gli era stato facile perché a quell'incarico era già stato designato prete Felice, ma contro la nomina di questi e contro i chierici di Sambruson ed altri pievani che avevano sostenuto tale designazione egli fece ricorso al papa affermando che lui, e non Felice, era arciprete di Sambruson. Il santo padre delegò a dirimere la questione tre ecclesiastici padovani (l'abate del monastero di S. Stefano di Carrara, il canonico padovano magistro Salione Buzzacarini ed il priore del monastero della Santissima Trinità): essi si pronunciarono a favore di Giovanni e lo immisero nel possesso dell'arcipretato. Felice e Giovanni a quel punto addivennero ad un compromesso alla presenza dei domini Acerbo e Pietro Romano, ai quali Giovanni presentò un atto redatto dal notaio Rustico in cui si attestava che il priore Melodia lo aveva investito dell'arcipretato di Sambruson, anche su parere e volontà dell'arciprete Floriano e di magistro Egidio, che allora erano i vicari del vescovo. Melodia era priore della canonica portuense di S. Sofia di Padova, la quale, evidentemente, a quel tempo deteneva il diritto di designare l'arciprete di Sambruson e di presentarlo al vescovo per l'investitura canonica.

Il diritto di presentazione dei sacerdoti di San Lorenzo spettava, invece, alle monache di Santo Stefano a seguito di designazione da parte di un'assemblea popolare. Quando fu presentato alla badessa di quel monastero, Roza, per la nomina formale a rettore di San Lorenzo, Giovanni si impegnò a far funzionare al meglio la cappella cittadina ed a portarsi a celebrare riti religiosi nella cappella monastica di Santo Stefano in alcune solennità dell'anno liturgico: dimostrazione tangibile, questa, del suo rapporto di sudditanza dal monastero. Egli era un uomo di vasta cultura e dalla forte personalità. Nel 1215 fu designato sindaco della fratalea cappellanorum di Padova e nel 1217-1231 fu in primo piano contro il tentativo dell'oratorio di Santa Margherita di trasformarsi in cappella. Era amico di 'magistri' (professori) della nascente Università; anzi, teneva anche lui una scuola di preparazione culturale presso San Lorenzo, da cui uscivano giovani avviati al sacerdozio o al notariato. Ma volle aumentare il suo prestigio, e i propri proventi, acquisendo la nomina ad arciprete di una pieve: quella di Sambruson, appunto. Da allora in città, nella curia episcopale, durante le cerimonie religiose in cattedrale venne chiamato e rivestì le insegne di arciprete, e come arciprete sedette a dare udienza assieme al suo patrono, il priore Melodia, sotto il portico di Santa Sofia. A lui, proprio perché arciprete, il papa inviò una o più bolle incaricandolo di dirimere una vertenza per questioni di interessi insorta fra Giacomo da Sant'Andrea ed alcuni usurai: Giovanni convocò in giudizio gli interessati procedendo allo svolgimento della sua funzione sotto il portico della chiesa di San Lorenzo; in seguito nessuno seppe, però, indicare se (e come) la causa si fosse conclusa. Egli partecipava attivamente alla vita della curia e venne incaricato di missioni anche di una certa rilevanza da ecclesiastici importanti, come nel 1228, quando ebbe procura dal beato Arnaldo da Limena (abate di Santa Giustina) e dal primicerio della fratalea cappellanorum di trattare a Venezia sull'elezione del vescovo di Padova. Come vedevano queste sue attività le monache di Santo Stefano? Inizialmente forse non reagirono: in fondo Ì sacerdoti che ufficiavano a San Lorenzo erano tre e non c'erano manchevolezze nella risposta che assieme davano alle esigenze spirituali dei fedeli. La situazione di Giovanni offriva loro, tuttavia, un serio motivo di critica, in quanto la posizione che aveva voluto conseguire era in contrasto con le disposizioni del concilio Lateranense IV che vietavano il cumulo di benefici ecclesiastici cui era annessa la cura d'anime. In quegli anni, volendo conseguire una vera riforma nella Chiesa coinvolgendo per primi gli ecclesiastici, contro quel cumulo tuonavano di continuo nelle loro prediche i frati degli ordini mendicanti. Secondo tali norme, qualora si fosse riconosciuto che Sambruson e San Lorenzo erano ambedue parrocchie a pieno titolo, Giovanni era da considerare in condizione di incompatibilità per l'uno o l'altro incarico. Comunque per alcuni anni le monache non si opposero ai doppi impegni di Giovanni, o forse non trovarono lo spunto per farlo.

In quanto capo della nostra pieve, Giovanni presiedeva a Sambruson le funzioni sacre e i riti liturgici con l'autorità propria degli arcipreti. Egli raggiungeva a cavallo la sua lontana parrocchia e, vedendolo partire da Padova, la gente lo salutava augurandogli buon viaggio: "Bene vadat, archipresbiter". Se si portava in paese "quandocumque placebat", egli vi era sicuramente presente il giorno della Candelora, per benedire e distribuire le candele; la domenica delle Palme, quando procedeva alla benedizione dell'olivo; il Sabato Santo, giorno in cui benediceva il sacro fonte e di seguito, aiutato dai sacerdoti responsabili delle cappelle filiali (Rolando, Giovanni da Prozzolo e Ambrogio cappellani rispettivamente di Curano, Paluello e Porto), battezzava i bambini della pieve; il 7 dicembre, per festeggiare il patrono Sant'Ambrogio. Inoltre, vi si recava pure in altri momenti, come mostra il fatto che un 29 settembre, festività di San Michele, si presentò a Porto e qui, di fronte alla negligenza del cappellano che nella ricorrenza del santo patrono nemmeno aveva celebrato la messa, lo richiamò al rispetto dei suoi obblighi ecclesiastici; oppure, anche, quando veniva chiamato ad assolvere i casi a lui riservati nelle confessioni. Inoltre, egli esercitò la prerogativa di presentare al vescovo candidati, della pievania e non, per l'ammissione agli ordini sacri. Quando si trovava lontano da Sambruson veniva sostituito da prete Omobono, il primo "cappellano" del paese di cui resta ricordo, che quasi certamente era da lui designato e stipendiato.

A remunerazione dei suoi impegni a Sambruson Giovanni veniva compensato col quartese. Non era lui a girare di casa in casa a raccogliere "messi e redditi come arciprete", e precisamente "frumento, miglio e sorgo", ma aveva dato mandato a Pietro, fratello di prete Felice, di raccogliere la sua "parte del beneficio". Tuttavia per un certo periodo egli non si potè recare in paese e godere del quartese, perché vi fu impedito da Liberto Dalesmanini. Prete Rinaldo attestò che "nel tempo in cui Uberto di domino Dalesmanino stava a Sambruson, l'arciprete Giovanni non vi andava né osava andarci, ma dal tempo in cui domino Artusino ebbe la villa in poi lo stesso prete Giovanni andò a Sambruson". La notizia venne confermata dal chierico Luciano di San Lorenzo, il quale affermò che "mentre domino Uberto stava a Sambruson egli [Giovanni] non percepiva le messi della chiesa di Sambruson, ma dopo si". Uberto e Artusino erano fratelli, figli di Giacomo di Dalesmanino, magnate di tale prepotenza che nel 1228, quando morì, i cittadini di Padova provarono grande sollievo. Probabilmente in quello stesso 1228 Uberto si sostituì al padre nei beni fra il Brenta e Camponogara e qui, in disaccordo con Giovanni o perché voleva usurpare il quartese dell'arciprete e impossessarsene, oppure perché non riconosceva Giovanni come arciprete legittimo in quanto favorevole a prete Felice, gli vietò di recarsi a Sambruson e di raccogliere le messi della pieve. Probabilmente a seguito della divisione dei beni di Giacomo fra i suoi quattro figli la nostra zona entrò nella sfera d'influenza di Artusino, il quale non frappose divieti all'operato religioso di Giovanni e alla riscossione del quartese.

L'assorbente, frenetica attività di Giovanni ed alcuni suoi sgarbi indussero pian piano le monache di Santo Stefano ad interrompere il loro rapporto con l'arciprete; tuttavia, prima di provvedere a licenziarlo, rimasero in attesa di una sua mancanza formale. Come sappiamo, Giovanni era tenuto ad ufficiare la chiesa monastica di Santo Stefano in alcune particolari ricorrenze liturgiche, fra le quali era compresa la festività del santo titolare. Ebbene, il 26 dicembre 122978, forse perché le celebrazioni per il Natale trattennero Giovanni a Sambruson oltre quanto aveva stabilito, o perché il cattivo tempo gli impedì un tempestivo rientro a Padova, o per un qualsiasi altro imprevisto, nella ricorrenza di santo Stefano egli non si recò a celebrare le funzioni liturgiche nella chiesa delle monache. Queste non si fecero sfuggire l'occasione e reagirono alla scorrettezza in modo plateale: la badessa Roza gli fece portar via le chiavi della chiesa di San Lorenzo, dalla quale ordinò che fossero asportati i libri liturgici ed ecclesiastici. Ricordando più tardi questi fatti, prete Gerardo affermò che in seguito Giovanni e la badessa giunsero ad un compromesso, attestato con atto notarile, ma il notaio Litaldo, prete Cato e la stessa badessa raccontarono in modo diverso quanto allora successe.

Ormai decise a dichiarare Giovanni decaduto da rettore di San Lorenzo ed a sostituirlo con prete Giovanni, responsabile dell'oratorio di Santa Margherita, le monache si riunirono a capitolo il seguente martedì 1° gennaio 1230. A questo si presentò anche l'arciprete Giovanni, accompagnato dal magistro Arsegino, dal giudice domino Prando, da Alberto Arsalonis ed altri. Prendendo la parola, egli si rivolse all'incirca in questo modo a Roza: "Abbadessa, ho sentito dire che intendete assegnare ad un altro sacerdote il beneficio che ho nella chiesa di San Lorenzo. Vi prego di non darglielo, perché non lo voglio lasciare, dato che non ho fatto nulla perché lo debba perdere". Roza gli rispose: "Come! Tu hai sparlato di noi davanti al vescovo e ci hai offese ed infamate in città, ed hai accettato l'arcipresbiterato di Sambruson [senza il nostro consenso], e non celebri le funzioni nella chiesa di Santo Stefano!". "Ma io", disse Giovanni, "quello che ho detto al vescovo l'ho riferito con l'autorizzazione delle monache!". "Non certo la mia", gli sibilò contro, adirata, una monaca. "Va bene", disse lui. "Sappiate, comunque, che se voi darete ad un altro il mio beneficio io mi appellerò al vescovo, al patriarca di Aquileia, al papa e a qualunque altra autorità cui possa presentare appello". Appena Giovanni e i suoi accompagnatori furono usciti, il capitolo delle monache dichiarò "Giovanni arciprete di Sambruson" decaduto dall'incarico a San Lorenzo, ed investì in suo luogo Giovanni di Santa Margherita. Il notaio Litaldo rogò l'atto ufficiale.

Naturalmente Giovanni interpose appello. Non sappiamo a chi lo inoltrò per primo: ciò che il documento del 1235 mette in evidenza è che, a distanza di circa cinque anni, la soluzione della vertenza era nelle mani del canonico magistro Salione Buzzaccarini, al quale era stata delegata dal papa (si trattava dello stesso canonico che una decina d'anni prima si era espresso a favore della nomina di Giovanni ad arciprete). Come ci si aspetta da un giudice imparziale, Salione ascoltò i testi indicati dalle parti e ne fece registrare le dichiarazioni.

Salione doveva asseverare se Giovanni fosse o meno responsabile di accumulo di benefici ecclesiastici incompatibili, e giudicare se la sua assenza dalle funzioni il giorno di Santo Stefano era un motivo valido per dichiararlo decaduto da rettore di San Lorenzo. Però, della causa non sappiamo nient'altro: nessun ulteriore documento sembra parlarne, per cui per ora non è possibile sapere come si sia concluso. Certo è che il 16 dicembre 1233, ancora nel pieno della causa, durante il sinodo generale degli ecclesiastici della diocesi di Padova convocato in cattedrale dal vescovo Giacomo di Corrado, Giovanni era ancora arciprete di Sambruson, e certo è anche che, alla conclusione della causa, le monache reintegrarono Giovanni nell'ufficio di rettore di San Lorenzo da cui lo avevano allontanato. Ne è dimostrazione il fatto che nel 1238, proprio perché era il responsabile di San Lorenzo e, in quanto tale, faceva ancora parte dell'associazione dei cappellani di Padova, fu designato primicerio della fratalea cappellanorum. Inoltre, egli potrebbe essere vissuto fin oltre la metà del secolo, se fosse riferibile a lui l'attestazione che il 24 febbraio 1250 un cappellano "prete Giovanni di San Lorenzo" era presente come testimone alla stesura di un atto notarile. Nessun'altra notizia permette, in ogni caso, di conoscere se fu dichiarato colpevole di accumulo dei due benefici e se fu obbligato a scegliere fra essi (per cui, da quanto appena detto, egli dovrebbe aver rinunciato a quello di arciprete di Sambruson), e comunque di sapere quando, per rinuncia o per morte, egli lasciò l'incarico a Sambruson.

 


Dal volume "IN SANCTO AMBROSONE"  di MARIO POPPI
(Associazione Culturale Sambruson La Nostra Storia)


articolo a cura di luigi zampieri

Ultimo aggiornamento (Giovedì 17 Dicembre 2015 15:51)

 

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