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Origine di Sambruson e la sua Pieve

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DAL MEDIO EVO ALL'OTTOCENTO - SAMBRUSON E LA SUA PIEVE
Questo articolo è tratto dal volume
IN SANCTO AMBROSONE 
pubblicato dalla
ASSOCIAZIONE CULTURALE SAMBRUSON LA NOSTRA STORIA.
Si ringraziano sentitamente :
il Prof. Mario Poppi autore del libro
il Presidente della Associazione Gianni Deppieri

SAMBRUSON E LA SUA PIEVE SI AFFACCIANO ALLA STORIA

Primi segnali

L’esistenza del paese o, come allora si diceva, della villa di Sambruson, chiamato alla latina Sancto Ambrosone, è attestata per la prima volta il 15 giugno 1117, giorno in cui il monastero dei Santi Ilario e Benedetto acquistò centocinquanta masserie afferenti alla curia di Porto Menai. Bisognosi di denaro liquido per pagare i debiti lasciati dal padre Rambaldo, conte di Treviso, da poco defunto, i suoi giovani figli conte Ansedise e Widotto chiesero all'imperatore di poter vendere "una curia di nostra proprietà che possediamo nel comitato di Treviso nella località chiamata Porto, con ciò che è di pertinenza di detta curia, dai tempi dell'ava nostra contessa Gisla". Il sovrano dette il suo assenso, così i due fratelli cedettero all'abate Pietro di Sant'Ilario per la somma di ottomila lire di denari veneziani "le cappelle e le masserie con tutte le cose immobili pertinenti alla predetta curia di Porto dai tempi della loro ava Gisla". Per evitare possibili contestazioni, le singole masserie e cappelle vennero dettagliatamente elencate nell'atto, precisando le ville in cui erano collocate e i nomi degli uomini che le coltivavano o vi prestavano servizio. Ciò, in particolare, perché quelle proprietà non erano fra loro contigue o riunite in un blocco unitario attorno a Porto, ma erano invece sparse a macchia di leopardo in territori anche relativamente lontani, a partire da Orsignago e Borbiago fino a Scaltenigo, Pianiga, Albarea, Tombelle, Sarmazza, Fosso. Di seguito alle indicazioni sulle masserie di Porto (paese in cui Sant'Ilario acquisì anche la cappella di San Michele, con la relativa masseria "e la replatana") ed alle terre comperate a Cunio e Curano, il documento si sofferma con queste parole sui beni acquistati dai benedettini a Sambruson: "In Sancto Ambrosone sunt massaride decem et septem et medietatem de silva et medietatem ecclesie..."

 "In Sambruson sono [e vengono acquistate] diciassette masserie e metà bosco e metà della chiesa con la masseria che è condotta da prete Domenico, mentre le altre masserie sono rette da Bonaldo e Dodo e Ambrogio e da Adamo Rustico, da Giovanni Balbo, da Pizolo figlio di Rodolfo e da Pietro da Banchello, da Antonio e Martino da Vigonovo, dai fratelli Menego da Belun e Vittone, da Bianco e Vitale chiamato Pisasegala, e da Belluta e Vitale, [masserie] le quali fanno tutte capo alla predetta curia di Porto, con la corte domenicale e con tutti i prati e gli ampli dell'intera sopraddetta villa di Sambruson".

Il documento fa sapere che a Sambruson c'era allora una chiesa, che diciassette sue masserie erano condotte da quindici agricoltori e lavoranti di cui vengono riportati i nomi (ed un soprannome) con, talvolta, il nome del padre, la provenienza o i legami di parentela (due erano fratelli, altri - quelli fra loro congiunti da una "et" - erano probabilmente membri di una stessa famiglia), che il territorio coltivato era inframmezzato da selve, prati e ampli (terreni già incolti approntati per la coltura) e che aveva una corte dominicale. Relativamente a questa, va notato che la specificazione "curia donicali" (per "dominicali") segue "curiam de Porto" e sembrerebbe dover essere attribuita a questa villa, ciò anche in considerazione che a tutt'oggi il nome di questo paese è seguito dalla specificazione 'Menai', che è alterazione, secondo la lingua parlata, di "dominicalis". Data l'incertezza, è ipotizzabile che, essendo, il castello di Porto eccentrico rispetto alle ville che facevano capo alla sua curia, nel tempo gli edifici di stoccaggio delle derrate che vi dovevano confluire fossero stati spostati a Sambruson con la conseguenza che si continuava a parlare nominalmente della curia di Porto, pur se il centro di raccolta era ora a Sambruson. A questa ipotesi porta anche la constatazione degli stretti legami che allora legavano fra loro le chiese dei due paesi.

Come abbiamo visto, a Porto esisteva un edificio religioso dedicato a San Michele e definito cappella. Dell'altro edificio sacro che si alzava a Sambruson il documento afferma che era una ecclesia, una chiesa retta da prete Domenico (il primo sacerdote presente a Sambruson di cui si ha ricordo), e che solamente metà di essa fu acquistata da Sant'Ilario. Ma perché venne indicata con quel titolo generico e non con quello, che ci si aspetterebbe, di plebs l pieve?

 

Pievi, cappelle e chiese private

Le pievi

I numerosi studi e convegni che da alcuni decenni hanno richiamato l'attenzione sulla comparsa, le funzioni e la dislocazione nelle diocesi delle pievi, o chiese battesimali deputate al servizio religioso di un territorio di una certa ampiezza, concordano che nell'Italia settentrionale esse furono organizzate nel periodo carolingio, quando le diocesi vennero organizzate con le strutture attuali1. Il loro nome deriva <ìa.plebs, sottintendendo Dei: termine con cui si indicava l'insieme dei fedeli o popolo di Dio di un luogo. Il territorio su cui allargavano la loro azione religiosa era chiamato pievato (o pievado o piovado: da plebatus), ma anche piviere e pievania. Erano rette da un sacerdos maior o archipresbiter (arciprete), in quanto aveva attorno a sé altri ecclesiastici che lo coadiuvavano e ufficiavano la chiesa pievana col nome di 'canonici', 'ordinarii' ed anche chierici. L'azione dell'arciprete veniva remunerata con i frutti del beneficio di cui la pieve era dotata e, solitamente, col quartese, una contribuzione cui erano tenuti tutti coloro che ricavavano benefici economici dalla coltivazione di terre e fondi agricoli locali.

Le cappelle

Solo le pievi potevano esercitare la cura animarum (cioè la piena assistenza religiosa dei fedeli del luogo), ma nel loro territorio esistevano chiese di rango inferiore in cui venivano prestati alla popolazione servizi religiosi sussidiari. Chiamate ancora nel X secolo oracula od oratoria2, esse acquisirono poi l'appellativo di cappelle (od anche tituli). In quanto 'fàglie' di una pieve 'madre', queste chiese vennero giuridicamente definite filiali della pieve e questa, nei loro confronti, vantava il titolo di matrice. Per secoli l'autonomia delle cappelle e dei loro sacerdoti rispetto alle prerogative delle pievi e dei loro arcipreti fu molto limitata3, ma col tempo le cappelle erosero alle matrici i diritti parrocchiali; tuttavia, furono sempre obbligate a riconoscersi legate verso di loro con atti formali che ne evidenziavano la soggezione4. Oggi, caduta ogni prerogativa di superiorità delle matrici, le filiali continuano a riconoscere loro tale antico titolo come appellativo d'onore.

La 'chiesa privata'.

Nel medioevo molte chiese erano 'private', nel senso che erano state erette e dotate da un signore, un monastero (anche di diocesi diversa), prelati (come i canonici della cattedrale), ecc. rimanendo di loro proprietà. Ai proprietari era riconosciuto il diritto di esercitare un largo potere di controllo sui beni di cui quelle chiese disponevano e sui loro interessi, ma religiosamente esse dipendevano dal vescovo diocesano, cui spettava il diritto di assenso o di rigetto del sacerdote designato dal proprietario a farle funzionare5. Questo sistema si venne evolvendo nel formale ius patronatus, o diritto di patronato6.

Note:

1) Per i riferimenti bibliografici rinvio solo ai volumi Pievi e parrocchie in Italia nel basso medioevo e Pievi, parrocchie e clero nel Veneto dal X al XV secolo, oltre, specificamente per Padova, a BORTOLAMI 1996_2 e sua Nota bibliografica.

2) Alle assemblee sinodali diocesane di Padova del 964 e del 978 intervennero anche sacerdoti "de singulis plebibus vel oraculis" (CDP I, doc. 47 e 63, p. 69 e 88).

3) Poiché la pienezza dei diritti ecclesiastici spettava alla sola pieve, nelle cappelle non si poteva battezzare (tranne che nei casi di necessità), né esse potevano disporre di un camposanto proprio in cui seppellire i morti. Inoltre, solo il pievano aveva pienezza di condono nella confessione (tanto che i sacerdoti delle cappelle dovevano inviare a lui i penitenti che si presentavano loro esponendo determinati peccati), ed era lui che presentava al vescovo gli aspiranti agli ordini minori e maggiori del pievado per l'inserimento nella carriera ecclesiastica.

4) Sulla diversità di funzioni religiose fra pievi e cappelle in diocesi di Padova rinvio a SAMBIN 1941, 1953 e 1954 (in particolare p. 53-60), e BORTOLAMI 1996_2, p. 61.

5) II CASTAGNETTI 2005, p. 140, così riassume le motivazioni che spingevano alla costruzione di chiese private: certezza di procacciare per sé, i propri defunti e i discendenti un'abbondante messe di preghiere e di uffici divini per la salvezza delle anime; accrescimento del prestigio sociale del fondatore e della sua famiglia; ulteriore radicamento della famiglia nel luogo; maggior coesione fra i discendenti, cui erano affidate la chiesa e la scelta del sacerdote officiarne dopo la morte del fondatore; speranza di aumento delle dotazioni in beni terrieri della chiesa mediante donazioni da parte delle popolazioni locali e l'afflusso di altri redditi da gestire, costituiti da offerte in denaro e prodotti della terra; possibilità di offrire servizi religiosi in loco ai dipendenti che lavoravano i poderi padronali e le terre dipendenti.

6) Veniva riconosciuto con atto formale a chi possedeva una chiesa, o prometteva di curarne gli interessi, o finanziava importanti lavori ed opere per la sua manutenzione, restauro o ricostruzione, ecc.; al diritto era connessa la prerogativa della presentazione al vescovo, per l'investitura ecclesiastica, del sacerdote che l'avrebbe retta. Nell'accettate il diritto, il giuspatronante o giuspatrono si impegnava a difendere la chiesa a lui affidata in tutti i modi contro chiunque avesse attentato ai diritti ed alle prerogative di cui essa godeva; nel contempo, egli veniva autorizzato ad ingerirsi negli affari economici e negli altri aspetti non ecclesiastici che la riguardavano. Sui patroni e i giuspatronati si veda almeno GRECO, e relativamente a quelli sulle parrocchie della Riviera del Brenta, fino a tempi anche recenti, POPPI 2005_b, 18-19.


Dal volume "IN SANCTO AMBROSONE" 
di MARIO POPPI

(Associazione Culturale Sambruson La Nostra Storia)


articolo a cura di luigi zampieri

Ultimo aggiornamento (Mercoledì 16 Dicembre 2015 11:25)

 

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