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LA RIVOLUZIONE DELLE FEMMINE DI SAMBRUSON

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SAMBRUSON. CULTURA, COSTUME, TRADIZIONI, AMBIENTE. - AVVENIMENTI, STORIE

  

La rivoluzione delle femmine di Sambruson successa

li 2 agosto 1801

manoscritto autografo in quaderno cartaceo

 in f. 23 non numerati,

datato 1 ottobre 1801, conservato nell'Archivio Parrocchiale di Sambruson.

Si tratta di un poemetto in ottanta ottave divise in quattro canti (venti per ogni canto), dedicato a

Giuseppe Maria Piantoni

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In attesa di poter pubblicare integralmente il documento originale del poema, vi proponiamo le interpretazioni dei fatti, tratte dalle pubblicazioni di M.Poppi, ringraziandolo assieme alla Associazione Culturale

SAMBRUSON LA NOSTRA STORIA

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Premessa

Nel 1801, una ennesima contesa fra i Badoer porta ad un vivace coinvolgimento della popolazione: la "rivolta delle donne". Le tante contese che in passato avevano contrassegnato le designazioni degli arcipreti non erano mai giunte a stabilire in modo definitivo chi, all'interno della famiglia Badoer, fosse davvero titolato a presentare il sacerdote.

Nel 1801 era ancora giuspatrono della nostra parrocchiale Pietro Sebastiano Badoer, ma per lo zio Pietro Taddeo questo suo titolo sembra fosse da ritenere solo un "onore" di cui il nipote si poteva fregiare quando doveva spendere le sue forze ed il suo denaro per difendere gli interessi e le prerogative della parrocchia, ma non anche quando si trattava di scegliere un nuovo arciprete: anzi   era lui che si riteneva titolare di quel diritto in quanto membro più anziano della famiglia. A tempi brevi, ed all'insaputa del nipote, Pietro Taddeo segnalò alla curia di investire arciprete di Sambruson il veneziano don Angelo Zecchini. Subito si mosse anche Pietro Sebastiano che, un po' cedendo alle sollecitazioni che gli venivano dalla popolazione (la quale gli ricordava come nel 1797 avesse potuto scegliersi essa l'arciprete) ed un po' spinto dal desiderio di trovare una soluzione alla difficile situazione economica in cui versava l'anziana madre del precedente parroco, comunicò alla curia di aver scelto come proprio candidato don Angelo Zuppanovich, fratello di don Giovanni. A parte una sua certa avvenenza fisica, questo sacerdote era particolarmente gradito alla popolazione in quanto negli anni precedenti aveva ben operato in paese come collaboratore del fratello. Nel frattempo, e già dal 13 maggio, la curia aveva attribuito a don Giuseppe Gottardi l'incarico di economo della parrocchia.

Di fronte alla duplice segnalazione mons. Francesco Scipione Dondi Dell'Orologio, allora vicario capitolare in sede vacante, non investì della parrocchia nessuno dei due sacerdoti; così Pietro Taddeo e Pietro Sebastiano si rivolsero ai tribunali perché fossero riconosciute le ragioni vantate da ciascuno. Si era negli anni immediatamente seguenti la caduta della repubblica di Venezia ed ora, prima di esprimersi, la giustizia austriaca voleva avere sicura conoscenza di tutti gli aspetti sottoposti alla sua valutazione tramite un minuzioso controllo burocratico dei documenti presentati: ciò dilatò i tempi di pronuncia di una sentenza che era attesa con sempre maggior ansia. In paese, dove molti, se non tutti, parteggiavano per don Zuppanovich, il passare dei giorni si trasformava in una aspettativa pervasa da apprensione sempre più inquieta, che si trasformò in un momento di incredula ripulsa quando si diffuse la voce, infondata, che il tribunale si era pronunciato a favore di Pietro Taddeo. La notizia si sparse in un baleno, portata di casa in casa da donne intenzionate a far valere con un atto di forza le ragioni della popolazione. Al grido di "Vogliamo parroco il prete bello!", circa duecento donne si recarono in canonica, da dove strapparono a forza dalle mani dell'economo lo Zuppanovich, lo portarono tramortito in chiesa dove costrinsero un sacerdote, che avevano incontrato per strada, ad insediarlo arciprete compiendo gli atti canonici che caratterizzavano la presa di possesso dei benefici ecclesiastici (domenica 2 agosto). Per tutta la restante parte della giornata e durante la notte, poi, esse presidiarono la chiesa ed il campanile per evitare che qualcuno li occupasse e, con un contro colpo di mano, vanificasse quanto avevano fatto.

Mentre lo Zuppanovich veniva nascosto nella casa di un compiacente amico (Giovanni Piccoli) ed i rappresentanti del comune avvertivano le autorità ed il vicario capitolare su quanto era accaduto le donne, considerando che con l'insediamento dello Zuppanovich la presenza dell'economo in paese non era più necessaria, si presentarono in canonica intimandogli di andarsene. Pur se consigliato in tal senso anche dall'influente nobile veneto Michele Piantoni.

Rappresentazione della zona del Brenta nel 1698, con Sambruson e Palazzo Piantoni. (ASP, Territorio, b.489, dis. 5, particolare) 

gli antefatti

Dal primo decennio del secolo XVI al 1935 l'arciprete dell'antica pieve di Sambruson venne nominato dal vescovo di Padova su proposta dei Badoer. Il principale rappresentante di questa famiglia segnalava al vescovo il sacerdote da promuovere all'incarico, e il prelato lo faceva sottoporre a un esame per controllare se possedeva la preparazione e le capacità necessaria nell'arduo ministero della cura d'anime. Riconosciuto idoneo e investito dal vescovo del beneficio, qualche tempo dopo il sacerdote entrava nell'ufficio di parroco durante una celebrazione liturgica chiamata "presa di possesso", presieduta da un delegato vescovile. In passato la cerimonia di "entrata in parrocchia" di un nuovo rettore era molto sfarzosa, ed aveva a momenti culminanti gli atti che il delegato vescovile faceva compiere ad un neoparroco: lo insediava sulla cattedra in presbiterio (ad indicare la sua supremazia in materia di fede), gli faceva chiudere e aprire le porte della chiesa (ad indicare il suo potere di aprirla e chiuderla alle richieste spirituali dei fedeli), lo portava a toccare l'altar maggiore, il tabernacolo, le nicchie degli oli santi e a sedersi in confessionale (a simbolo del suo potere di elargitore dei sacramenti), gli faceva toccare le corde delle campane o almeno suonare un campanello, ecc. I Badoer avevano conseguito l'importante privilegio il 14 giugno 1508, quando papa Giulio II concesse a Giovanni Badoer il giuspatronato, o diritto di patronato, sulla chiesa di Sambruson. Un tempo la Chiesa concedeva con liberalità tale diritto in quanto, mentre al giuspatronante, o giuspatrono o, semplicemente, patrono, venivano concesse alcune prerogative (quali la presentazione al vescovo del sacerdote rettore, il controllo e la gestione dei beni e delle entrate della chiesa, formali riconoscimenti di onore come un banco riservato in chiesa, ecc.), nell'accettarlo il patrono si impegnava a oneri di non poco conto. Doveva assicurare al sacerdote entrate economiche tali da permettergli un sereno esercizio della sua funzione, intervenire a superamento di tutte le necessità della chiesa (dalla manutenzione delle strutture alle spese di funzionamento), provvedere che gli edifici della parrocchia (canonica compresa) fossero sempre agibili, difendere la parrocchia contro chiunque ne intaccasse diritti, interessi e prerogative, anche ricorrendo a sue spese ai tribunali ecclesiastici e statali, ecc. Non sempre i Badoer riuscirono a esercitare la loro prerogativa, in quanto nei secoli XVI e XVII la curia pontificia talvolta li esautorò nominando direttamente alcuni arcipreti di Sambruson. Il momento più critico si verificò, tuttavia, nel 1797. A quel tempo Sambruson faceva ancora parte del territorio Padovano: vi sarebbe stato staccato solo in applicazione del decreto 7 dicembre 1807, col quale Napoleone Bonaparte lo aggregò con tutti i comuni e i paesi che costituiscono l'attuale Riviera del Brenta alla provincia di Venezia (allora denominata alla francese "Dipartimento dell'Adriatico").

Con Padova Sambruson attraversò i difficili momenti del 1797 quando giunse l'esercito francese dell'armata d'Italia, la repubblica di Venezia cadde per autoscioglimento e il territorio padovano fu retto dal Governo centrale del Padovano e del Polesine, una struttura politica strettamente controllata dai generali francesi. Con decisione del 9 settembre 1797 il governo abolì tutti i giuspatronati che riguardavano la designazione dei sacerdoti in cura d'anime (e, quindi, anche di tutti i parroci), trasferendo la loro elezione ad assemblee costituite dai parrocchiani maschi di almeno 25 anni d'età.

Un mese dopo moriva a Sambruson l'arciprete don Antonio Chiesse (7 ottobre 1797) e l'assemblea parrocchiale designò a suo successore don Giovanni Zuppanovich. All'inizio del 1798, tuttavia, a seguito del trattato di Campoformio col quale Napoleone aveva ceduto il Veneto all'Austria, anche Padova e il Padovano furono occupati dalle armate austriache dell'imperatore Francesco II. Fra i primi atti, il comandante militare dispose che dal 1° marzo venissero ripristinate le autonomie locali e riconosciuti i diritti nelle forme e nei modi in cui si trovavano il 1° gennaio 1796.

I Badoer avrebbero potuto disconoscere la nomina dello Zuppanovich ma Pietro I Badoer, detto Sebastiano, allora giuspatrono, la confermò; così l'arciprete potè proseguire nella sua missione pastorale. In questa era coadiuvato da altri sacerdoti: dal fratello don Angelo Zuppanovich, da don Giorgio Zaghi, che svolgeva le funzioni di cappellano, da don Baldassarre Trois, detto Baldi, e forse anche da altri sacerdoti presenti in parrocchia quali mansionari in oratori privati (come don Erminio Lucadello, che era "cappellano" nell'oratorio di Giuseppe Maria Piantoni). Sennonché il 12 maggio 1801, all'improvviso e nella più generale costernazione, l'ancor giovane arciprete morì. In attesa dell'insediamento del nuovo parroco, la curia vescovile affidò la gestione della pieve al vicario-economo don Vincenzo Gottardi, la cui azione fu molto mal vista dai parrocchiani. 

primavera-estate 1801

Per i Badoer quella morte significò dovergli scegliere un successore. Giuspatrono era ancora Pietro I Badoer, detto Sebastiano, ma in famiglia questa supremazia gli era contestata dallo zio Taddeo Badoer. Contrapponendosi al nipote, questi indicò a mons. Francesco Scipione Dondi dell'Orologio, vicario capitolare del vescovado di Padova in sede vacante, don Angelo Zecchini quale sacerdote da insediare arciprete di Sambruson. A tempi strettissimi Pietro I Badoer propose al vicario capitolare di investire, invece, don Angelo Zuppanovich, fratello dell'arciprete defunto, noto e accetto dalla popolazione perché aveva già ben operato in parrocchia, perché in canonica continuava a vivere la vecchia madre dei due sacerdoti, ormai ottuagenaria e bisognosa di sicurezza economica, e non ultimo perché... era un bell'uomo. A occhi di osservatori esterni questa caratteristica sembrò, alla fine, quella prevalente nel coinvolgimento delle donne del paese a suo favore. Antonio Longo, un memorialista del tempo che si interessò di tutta la situazione come consulente e awocato, tiene a precisare che lo Zuppanovich era "gratissimo... specialmente alle femmine, come quello che era più giovane, bello, di migliore apparenza...".

Di fronte alla duplice proposta, il vicario capitolare non nominò né l'uno, né l'altro dei segnalati e i due Badoer, per far valere ciascuno le proprie ragioni, si appellarono ai tribunali intentandosi causa a vicenda. Così la questione si fece lunga, rallentata anche dai minuziosi controlli ai quali la burocrazia austriaca sottoponeva ogni carta o documento presentato. Col passare dei giorni l'attesa in paese si fece sempre più irrequieta, anche perché si andava viepiù diffondendo l'idea che pure ora, come nell'elezione dell'arciprete nel 1797, la popolazione doveva far valere le proprie ragioni, o almeno far sentire il proprio parere. Si propose di mandare a Venezia un gruppo di donne a premere sul tribunale spiegando le ragioni dei parrocchiani; poi si raccolsero fondi perché vi si recassero solo quattro di esse, ma tutto sfumò in quanto a Sambruson le cose stavano evolvendo sotto l'influenza di dicerie e affermazioni incontrollabili. Mentre si gridava "Vogliamo parroco il prete bello!", voci senza fondamento spargevano il dubbio, anzi assicuravano che il tribunale stava per decidersi, o meglio aveva già deciso dando ragione a Taddeo Badoer contro le prerogative di Pietro I. In una situazione così fluida, si giunse a pensare che la soluzione migliore fosse quella di insediare parroco a forza lo Zuppanovich con un colpo di mano popolare, pur se così facendo si contravvenivano tutte le norme ecclesiastiche e civili in materia.

Sabato 1 agosto

Autosuggestionandosi con questa idea, molte donne si prepararono ad agire, ma senza coinvolgere gli uomini per evitare che fossero poi oggetto di ripercussioni penali. Consci delle conseguenze giudiziarie che l'atto avrebbe fatto ricadere sulle donne stesse, e con probabilità pure sull'intero paese, i rappresentanti del comune cercarono inutilmente di calmarle, segnalarono a Venezia quanto esse stavano tramando e chiesero ad Antonio Longo quali ulteriori comportamenti tenere. Questi si recò subito a Venezia e illustrò la situazione esplosiva del paese, ma i funzionari imperiali ai quali si rivolse mostrarono di non comprendere la gravita del problema, tanto che lo liquidarono dicendogli di consegnare al protocollo una relazione scritta. Tuttavia, di fatto era tardi per interventi preventivi: in gruppi sparsi qua e là per il paese le donne stavano discutendo e si incitavano a vicenda per provvedere, l'indomani, a insediare da sé il "loro" parroco e cacciare l'aborrito economo.

Domenica 2 agosto

Decise ad eseguire il piano preventivato, la mattina del 2 agosto circa duecento donne (il Longo ne segnala seicento) raggiunsero la casa di Giuseppe Maria Piantoni, che era stato designato dal governo quale procuratore della chiesa parrocchiale, sperando di coinvolgerlo nel loro progetto; ma egli "negò con fermezza d'animo di aderire alle femminili istanze, ed invece con paterne ammonizioni procurò farle desistere dalla tumultuosa risoluzione a cui si erano determinate". Fallito il tentativo di contare su un appoggio in un certo senso legale, le donne si recarono in chiesa per partecipare alla messa domenicale. Celebrava don Zuppanovich che all'improvviso, quasi al termine del rito, vide alcune donne correre verso l'altare con una sedia ricoperta di damasco urlando "Al possesso! Al possesso!".

Egli intimò loro di aver rispetto per la casa di Dio, finì in fretta la cerimonia, si levò i paramenti, corse in canonica, si chiuse in camera sua e si mise a letto, nell'illusione che quello fosse il luogo più sicuro in cui trovar rifugio. Intanto, poiché l'insediamento di un parroco deve essere ufficiato da un sacerdote, le donne avevano invaso la casa del cappellano Zaghi ingiungendogli, sotto minaccia, di insediare arciprete lo Zuppanovich. Ai suoi dinieghi lo condussero a forza in canonica ("portato in aria senza toccar terra"), dove continuarono a incalzarlo e assillarlo con urla, strepiti e minacce in una confusione e una ressa tali, che egli ne approfittò per fingere un malore: chiese di poter uscire per prendere una boccata d'aria e, per dimostrare la sua sincerità, lasciò in pegno nelle loro mani il cappello; ma, appena mori dalla calca, scappò via correndo a più non posso. Le donne fermarono allora don Baldi e portarono anche lui in canonica, ma qui egli si mise a urlare, a dimenarsi e ad agitarsi tanto, che l'emozione gli provocò un sommovimento di corpo; impietosite del suo stato fisico e confusionale, le donne lo lasciarono andare. Disperate e frustrate nella possibilità di conseguire il proposito, esse già stavano pensando di rientrare alle loro case quando videro scendere dall'argine del Brenta un prete veneto un po' gobbo, che transitava per caso. Con minacce lo costrinsero a seguirle, gli misero al collo una stola (che, poiché gli scivolava sulla gobba, gli fu cucita sul vestito), si impadronirono della croce astile e dei candelieri processionali e staccarono a strattoni lo Zuppanovich dall'economo Goliardi, elic­gli si era avvinghiato addosso per evitare che lo portassero in chiesa; nel parapiglia lo Zuppanovich svenne. Le donne ne approfittarono per rivestirlo, lo accomodarono su una sedia, lo portarono processionalmente a spalle in chiesa e lo fecero rinvenire. Sopraggiunto nel frattempo anche don Erminio Lucadello. probabilmente accorso per vedere cosa stava succedendo, lo costrinsero ad assistere alla "cerimonia", cosi che in seguito potesse testimoniare dell'avvenuto insediamento dell'arciprete.

Una cercò di bloccare l'iniziativa facendo cenno alle conseguenze che potevano loro derivare se procedevano oltre, fu zittita a urla e minacce. Intanto fervevano i preparativi propedeutici al rito: vennero accesi i ceri dell'altare, si sottrassero al vicario-economo le chiavi del tabernacolo e degli oli santi, si costrinsero i campanari a tirar fuori le chiavi delle porte, fu trovata una stola da imporre allo Zuppanovich e si organizzarono le cose in campanile così che tutto fosse pronto per lo scampanio finale. A quel punto il prete gobbo, assistito da una donna in funzione di cerimoniere, smozzicando le prescritte formule sacre insediò lo Zuppanovich; al termine, un possente rimbombo d'organo, suonato da un guardiano di campi, inondò la chiesa. Era fatta e, mentre la campane suonavano a distesa annunciando al paese il felice evento, le donne intonarono un solenne Te Deum di ringraziamento. Nella confusione che ne seguì, il prete gobbo e don Erminio raggiunsero alla chetichella le loro case e lo Zuppanovich si ritirò in canonica; qui era atteso dalla madre e dall'amico Giovanni Piccoli. Per evitare che al "novello arciprete" capitassero quel giorno altri momenti difficili, il Piccoli lo portò di nascosto a casa sua.

Per la contentezza molte donne fecero baldoria per tutta la giornata e, nella scoperta di un'unità e di una complicità che le esaltava, andarono a pranzare assieme all'osteria; qui si accordarono di presidiare, la notte, la chiesa e il campanile, a evitare che qualcuno li occupasse, chiamasse gente a raccolta e, con un contro colpo di mano, vanificasse il loro operato. I rappresentanti del comune avvisarono subito dell'accaduto le autorità e rivolsero al vicario capitolare l'urgente richiesta che, per calmare le acque, ritirasse da Sambruson il vicario-economo e lo sostituisse con lo Zuppanovich. Anche il Longo si era mosso recandosi nuovamente a Venezia, ma il funzionario governativo al quale si rivolse lo trattò con la stessa indifferenza con cui era stato distrattamente ascoltato il giorno precedente. A sera rientrò a casa anche il cappellano Zaghi e, mentre stava distendendosi con un bicchiere di vino, si trovò circondato da alcune delle donne da cui era scappato la mattina. Mostrò serenità, offerse loro del vino e dialogò affabilmente con loro; paghe per aver raggiunto il loro scopo anche senza la sua collaborazione, lo perdonarono di averle in mattinata "molto ben corbellate", ma gli chiesero, visto che non si trovava l'arciprete e che non volevano saperne di veder celebrare in chiesa il Gottardi, di essere lui a dire messa nei giorni immediatamente seguenti. Poi iniziò per Sambruson una lunga notte di attesa, con donne di vedetta in chiesa e in campanile, ed altre che giravano per il paese a fare piani e trovare adesioni su cosa fare il giorno dopo.

Lunedì 3 agosto

La mattina del 3 agosto un gruppo di donne tornò a bussare alla porta del Piantoni chiedendogli che intervenisse almeno ora per far allontanare dalla parrocchia il vicario economo, visto che con l'insediamento dell'arciprete la sua funzione in paese era diventata inutile. Ma egli negò loro qualsiasi appoggio, e cercò invece "di calmare i donneschi animi inferociti, non risparmiando né ragioni, né parole". Tuttavia, si premurò di recarsi dal Gottardi per fargli presente che, "a scanso di maggiori inconvenienti", sarebbe stato meglio se si fosse allontanato almeno temporaneamente da Sambruson.

Intanto, pure il Longo si muoveva nella stessa direzione: anch'egli chiese al Gottardi di allontanarsi e propose al vicario capitolare di ritirarlo dal paese; ma mons. Dondi dell'Orologio non accondiscese in quanto ciò avrebbe significato resa alle pressioni popolari, una sua non motivata preferenza per uno dei candidati proposti dai Badoer e, non ultimo, segno di sfiducia nei confronti del vicario-economo sul cui operato egli non aveva, invece, nulla da obiettare. Comunque il Gottardi ritenne che fosse per lui opportuno allontanarsi momentaneamente dal paese. Partì da Sambruson poco prima che vi giungessero da Padova dodici soldati e un caporale, mandati a controllare e mantenere l'ordine. Quei soldati, però, non sapevano cosa fare e come comportarsi, anche perché non erano comandati da alcun ufficiale che avesse il potere di prendere decisioni.

Dal 4 al 16 agosto

Contando sulla presenza dei soldati, il Gottardi tornò quasi subito in canonica, ma la sua fu una decisione infelice perché le donne, senza che i militi intervenissero, la invasero e ve lo cacciarono fuori a forza. Egli corse a Padova, protestò vibratamente presso il tribunale penale e il giudice inviò a Sambruson altri soldati con un ufficiale e un funzionario di polizia. Anche se alcune donne "volevano resistere e far fronte ai soldati", la sola presenza di forze dell'ordine ben guidate calmò le animosità e, anzi, fece nascere una diffusa paura, soprattutto dopo che il funzionario iniziò a interrogare le persone coinvolte nei fatti e, specificamente, le donne ritenute le fomentatrici della rivolta.

Sotto scorta militare tornava, intanto, in canonica il vicario-economo, che riprese a esercitare le sue funzioni. Tuttavia, adesso era indispensabile trovare una via d'uscita prima che altre sommosse aggravassero la situazione e la rendessero ingovernabile. Il compromesso fu trovato fra il 14 e il 15 agosto. Da giorni un nuovo motivo di contrasto aumentava la tensione in paese: riguardava il sacerdote che il 16 agosto, festività di San Rocco, santo titolare della chiesa di Dolo, avrebbe celebrato messa solenne in quella parrocchiale. Essendo la chiesa di Dolo filiale di Sambruson, era proprio l'arciprete di Sambruson o chi lo sostituiva che il giorno di San Rocco, a riconoscimento dell'antica dipendenza religiosa del paese rivierasco, aveva il privilegio di cantarvi messa. Stante la situazione di Sambruson, non c'era dubbio che l'onore spettava all'esecrato vicario-economo, ma ciò produceva disagio nell'intera popolazione. E altro malumore si diffuse quando Padova chiamò a giudizio quali fautrici della rivolta tre donne del paese (Maria Saboletta, Anna Danieletto e Teresa Simoni), coinvolgendo nell'inchiesta anche don Angelo Zuppanovich, Pietro I Badoer e Giovanni Piccoli con l'accusa di essere stati gli organizzatori e i mandanti occulti della sommossa. In questo clima di fermento, la sera del 13 agosto Antonio Longo fu invitato a cena dal Piccoli nel palazzo in cui trascorreva la villeggiatura lungo la Stradona e, al termine, il Piccoli gli confidò di essere molto interessato alla nomina dello Zuppanovich in quanto egli aveva prestato al defunto suo fratello don Giovanni la somma di mille scudi. Questi aveva promesso di rifonderlo dandogli i cereali che avrebbe raccolto col quartese, contributo obbligatorio per le famiglie del paese. Ma era morto e il fratello don Angelo, che era assolutamente indigente, avrebbe potuto sanare quel debito solo diventando a sua volta arciprete. Per cui chiese al Longo di interessarsi lui per il buon esito della faccenda.

Nel colmo della notte circa trecento donne che si erano raccolte attorno al palazzo del Piccoli manifestarono, tra schiamazzi e urla, l'intenzione di cacciare a tutti i costi il vicario-economo, fino anche dando fuoco alla sua casa. Il Longo le calmò momentaneamente e le convinse ad aspettare, attendere un po' prima di agire; poi corse in canonica, vi fece fuggire lo Zuppanovich (che si rifugiò a Venezia) e cercò di convincere anche l'economo a fare altrettanto: ma questi si rifiutò di scappare dichiarando di essere piuttosto pronto al martirio. Arrivavano, intanto, alcune donne portando paglia e fascine da gettare, infuocate, contro la dimora del vicario; altre si erano dirette a occupare il campanile, pronte a chiamare a raccolta, se necessario, anche gli uomini. Il Longo si frappose, intavolò con loro una dura ed estenuante trattativa che durò fino alle prime luci dell'alba, quando giunse, finalmente, un picchetto di granatieri che si pose a difesa della canonica e del campanile. Le donne erano pronte a lanciarsi contro i soldati, ma il Longo le convinse a seguirlo fino all'argine del Brenta così che potessero udire meglio cosa proponeva di fare: e dall'alto della riva le convinse ad attendere, prima di buttarsi in uno scontro aperto, l'esito di quanto avrebbe subito operato per sbrogliare la situazione. Lo ascoltarono.

Egli corse a Venezia dove incontrò Taddeo Badoer e don Angelo Zecchini. Di fronte alla caotica situazione di Sambruson e alle sollecitazioni anche di altri importanti personaggi, essi rinunciarono ai loro diritti (veri o presunti che fossero) sottoscrivendo un'apposita dichiarazione. Il Longo la portò allo Zuppanovich, ma questi si rifiutò di tornare a Sambruson per dovere di obbedienza verso il suo vicario capitolare, l'unico legittimato a insediarlo come vero arciprete e parroco del paese. Il Longo tornò a Sambruson senza lo Zuppanovich, ma con la notizia delle rinunce di Taddeo Badoer e dello Zecchini, e ciò provocò uno scoppio generale di gioia, ampliato da un intenso e prolungalo scampanio. Il giorno seguente, 15 agosto, mentre fuori chiesa la gente ancora festeggiava, il vicario-economo "cantò messa e spiegò il vangelo quella mattina al deserto". Restava il problema di chi sarebbe andato il giorno dopo a celebrare messa a Dolo. L'economo fu irremovibile: vi sarebbe andato assolutamente e solo lui. Sull'onda dell'entusiasmo le donne fecero, intanto, "grossa spesa in fuochi d'artifizio, polvere per mortaretti, barili da pece e suonatori, e tutta la notte vi fu festa ed allegria". Di fatto il paese o, meglio, le donne avevano vinto. Restavano alcuni strascichi, ma a essi si sarebbe pensato in seguito. Il 16 agosto "seguirono le funzioni al Dolo e l'economo fu solennemente fischiato".

epilogo

A seguito della rinuncia di don Angelo Zecchini, mons. Dondi dell'Orologio investì arciprete di Sambruson lo Zuppanovich e questi, qualche tempo dopo, prese possesso in modo regolare della parrocchia. Restavano in piedi le accuse di sedizione e di violazione delle norme civili ed ecclesiastiche in materia di conferimento dei benefici, oltre alla rifusione delle spese per le missioni e l'alloggio dei soldati e dei funzionari inviati in paese.

Una volta sistemate le cose sul piano ecclesiastico, anche la restante situazione si assestò abbastanza in fretta. Contrariamente a quanto si può pensare, non vi furono importanti conseguenze né per le tre donne accusate di aver fomentato la rivolta, né per i personaggi segnalati dal funzionario di polizia come mandanti dei disordini. Dopo una gran lavata di capo, le donne vennero mandate a casa dal giudice di Padova senza alcun castigo, mentre le accuse contro lo Zuppanovich, il Piccoli e Pietro I Badoer caddero nel vuoto, pur se alcuni abitanti ambrosiani avevano testimoniato di aver sentito lo Zuppanovich ed il Piccoli pronunciare parole d'incitamento alla sedizione. Appariva certo, in ogni caso, che non potevano essere frutto di contadine senza istruzione (di "donne / che furon canne e si credean colonne", come disse il cappellano Zaghi) la trama organizzativa del colpo di mano, l'esecuzione secondo rituale della cerimonia dell'insediamento e, non ultima, la presenza determinante del prete gobbo. In effetti, questi non era capitato alla chiesa per caso, ma vi era stato appositamente mandato dal Piccoli, di cui era mansionario. E una qualche mano in pasta doveva averla messa anche il Piantoni, dato che non si capisce cosa sia andato a fare in chiesa il suo mansionario mentre gli altri sacerdoti utilizzarono ogni mezzo per defilarsi e scappare. Una ben orchestrata "congiura", dunque, per far diventare arciprete lo Zuppanovich. Ma lui vi era o no direttamente coinvolto?

Sembra proprio di si. Egli aveva tutto l'interesse all'investitura in quanto essere arciprete di Sambruson lo rassicurava sul futuro economico suo e della madre, e probabilmente, grazie alle buone relazioni con personaggi in alto loco di Pietro I Badoer, aveva avuto assicurazione che, qualora si fossero verificate azioni di forza a suo favore, il potere politico non si sarebbe intromesso più di tanto. Lo dimostrano il mancato intervento degli organi di polizia per sedare gli animi prima che i disordini scoppiassero (eppure a Venezia si era informati), il ritardo con cui Padova inviò i soldati, che giunsero in paese a cose ormai fatte e senza istruzioni su come comportarsi (tanto che non si opposero quando l'economo fu cacciato dalla canonica davanti ai loro occhi), e, in particolare, il finto processo che ne seguì, concluso prima ancora di iniziare. In questo modo, comunque, don Angelo Zuppanovich divenne arciprete di Sambruson e per due decenni vi esercitò la sua missione pastorale. Morì in paese il 20 febbraio 1820.

 


Bibliografia originale:

A. LONGO

Memorie di un villeggiante al tramonto della Serenissima a cura di D. MAZZETTO,

Venezia (Corbo e Fiore edit.) 2005, p. 145-168.
Il
Longo amplifica la portata del proprio intervento fino a ergersi protagonista unico nel calmare gli animi e nella soluzione dell'intricata questione.

M. POPPI

Nella Riviera del Brenta con Antonio Longo al passaggio fra Sette e Ottocento, in A. LONGO, Memorie di un villeggiante al tramonto della Serenissima a cura di D. MAZZETTO,

Venezia (Corbo e Fiore edit.) 2005, p. 9-26


a cura di Luigi Zampieri 

Ultimo aggiornamento (Sabato 17 Gennaio 2015 16:58)

 

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