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ANDAVAMO A FIL0'

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SAMBRUSON. CULTURA, COSTUME, TRADIZIONI, AMBIENTE. - COSTUME

ANDAVAMO a FILO’

“Filò”: perché questo nome?

 “Il termine”filò” deriva, presumibilmente, da “filare”, cioè dal lavoro particolare che le donne andavano a fare d’inverno nelle stalle. Poi ha finito per stabilire gli incontri serali di varie persone nelle stalle, sia di montagna come di pianura, durante la stagione più fredda, per stare al caldo, per passare il tempo, per recitare il Rosario, per sentir qualche novità del paese o dei dintorni, per far piccoli lavori a mano, per parlare e per … sparlare.  “Far filò” voleva dire anche quel discorrere del più del meno, tra vicini di casa, tra “contraenti”, cioè abitanti nello stesso gruppo di case, tra gruppetti di persone, tra parenti e amici di sera… per cui  “far filò” aveva questo significato: stare insieme; discorrere, chiacchierare; malignare, calunniare, spettegolare; raccontare, custodire e trasmettere le tradizioni,  e … chi più ne ha né più ne metta.  

Perché nelle stalle? 

Una volta non c’era il riscaldamento nelle case fintantoché funzionava il fuoco per preparare la cena, si poteva anche resistere: un po’ di calore il fuoco riusciva a diffonderlo, ma, quando esso si spegneva, le cose cambiavano, nelle case cominciava ad esserci tanto freddo. E allora, giunta la sera, dopo cena, la gente si rifugiava nelle stalle, al caldo. Quel caldo aveva qualche inconveniente, perché il bestiame della stalla, dove vacche e maiali coabitavano nello stesso ambiente, di solito molto piccolo e basso, produceva sì calore gratuito, ma contemporaneamente anche puzzo ... gratuito.

Ma tant’è, piuttosto che congelarsi nelle case si rischiava l’odore e un’aria un po’ deleteria alla salute, anche perché nella stalla si radunava la contrada, la corte. C’era insomma un po’ di … mondo. Varrebbe la pena di consigliare, a chi non ha idee del “filò”, di andarsi a rivedere in cassetta quel grande film di alcuni anni fa: “L’albero degli zoccoli”.

Si comprenderà allora che per costruire un paio di zoccoli si andava a rubare una pianta di notte.

Da quanto tempo si faceva il “filò”? 

Non vorrei sbagliarmi affermando: da sempre. Si pensi, tanto per dare un’idea, che il grande vescovo di Verona, Gian Matteo Giberti, uno dei principali artefici della riforma della Chiesa presso il Concilio di Trento (nel pieno Seicento), tra i tanti difetti delle comunità della sua diocesi che egli riscontrò durante le sue visite pastorali, non solo tra i fedeli ma anche tra gli stessi sacerdoti, e che condannò con parole di fuoco, c’era anche quello dei cosiddetti “filò”, perché essi, troppo spesso, degeneravano in tristi ritrovi; e bollò anche i raduni, dopo le messe domenicali, nelle osterie,  di uomini, donne e anche di sacerdoti; nelle osterie si andava a gara a chi beveva di più e a chi raccontava le barzellette più boccaccesche.

Ma venendo a tempi più vicini a noi, un’inchiesta agli albori dell’Ottocento, portata a termine dalla Prefettura di Verona sulla situazione economica, sociale e morale della popolazione veronese, si trova registrata anche l’usanza del “far filò” nelle stalle, tanto in montagna quanto in pianura. Tant’è vero che in certe grandi stalle di pianura, in modo particolare, il proprietario (di solito un signorotto) esigeva, alla fine di ogni mese, da ogni famiglia che interveniva al filò nella sua stalla, una piccola tassa per mantenere l’olio della lanterna. 

Come era programmata la serata del “filò”? 

Terminata la parca cena, messi a letto i bambini più grandicelli, le donne e gli uomini si riunivano nella stalla. I “filossiéri”, chi erano? Le donne che andavano a “filò” di solito si portavano dietro qualcosa da fare: la molinèla per filare la lana, oppure , aghi e filo per cusire, ferri da calze o da maglie. Le giovani donne, se erano da marito, procuravano di mettersi a posto la dota; gli uomini, quelli più anziani, andavano a sdraiarsi in un angolo contenente il fieno per la giornata; quelli più giovani badavano ad aggiustare attrezzi da lavoro o a fabbricar qualche arnese utile per la casa e per la stalla (sésti (cesti),gerle, restèi (rastrelli), forche, scope, scagni(scanni) per mungere, arbioi(trogoli di legno scavati nel tronco di una pianta nel cui incavo si versava il mangiare dei maiali ecc.). Poi c’era il solito “competente” in “lettura” che leggeva a puntate qualche libro famoso, quasi sempre all’indice (“I Miserabili”, per esempio, “La sepolta viva” ecc.) oppure raccontava fatti accaduti o sentiti narrare da altri, spesso stravolgendone i contenuti.

Ma tant’è, quel “pubblico” di allora — la terza elementare era il massimo dei titoli di studio che un poveraccio poteva guadagnarsi, magari frequentando la scuola per sette-otto anni — molto spesso, non conosceva tanto di più di ciò che gli si raccontava; casomai aggiungeva a quello che raccontava il “contastorie” le sue esperienze personali. Sta, di fatto,  che mentre il “filò” degenerava molto spesso in un luogo di maldicenze e di pettegolezzi, specialmente sulle ore tarde, quando i ragazzi erano già stati avviati a letto, altrettanto si deve dire che fortunatamente esso, per quei tempi, fu l’unico canale di trasmissione e di diffusione di cultura; della povera cultura di allora, ma sempre di una forma di cultura che, altrimenti, sarebbe andata perduta.  

Poi, quando tutta l’assemblea era presente e prima che i più giovani tagliassero la corda per sottrarsi alla recitazione delle preghiere, la donna più anziana — di solito la padrona della stalla — “attaccava” il Rosario, seguito dalle Litanie, dalla prima all’ultima, con tutte le invocazioni, accompagnate da una lunga sequenza di preghiere in ricordo di gente della contrada, del paese, dei dintorni, recitate in latino, che a voler ripeterne qualcuna si rischia di cadere nel blasfemo, nel turpiloquio. 

il fidanzamento.

Ma nel “filò” si combinavano anche i matrimoni. I “morosi” si ritrovavano al “filò”, chiacchieravano, si davano appuntamenti per la domenica, per la sagra nei paesi vicini e nel proprio paese, insomma, per mandar avanti il “rapporto” iniziato, che, in altri termini, altro non era che un preludio bello e buono al fidanzamento. Ma bisognava andar nelle case a far “filò” con la morosa, se si voleva che il rapporto avesse un seguito. I genitori della ragazza pretendevano di prendere contatti visivi e anche “parlati” con el moroso: in casa, non nella stalla.

una “dota” di quei tempi. 

Quando una ragazza trovava un fidanzato e v’era la certezza quasi assoluta che sarebbe andata all’altare con lui, cominciava a prepararsi la dote, la cosiddetta dota. E la dota la preparava nei tempi convenienti: di sera: in casa o in stalla a filò, durante la giornata: nei ritagli di tempo. Ci lavorava anche di domenica, dopo essere stata alla Messa del mattino — la prima, quella che frequentavano le donne, perché dopo esse dovevano restar a casa a preparar da mangiare e a dare il cambio agli uomini per la messa seconda — e al Vespero, nel pomeriggio. Tuttavia non si creava tante illusioni la futura sposina, perché la consistenza della dote era piuttosto contenuta, misera.

Ecco un elenco incompleto di capi di dota che una sposa dell’Alto Vicentino portò con sé quando si maritò: 1 cucetta di nogara (lettino); 1 calieron da liscia (mastello da bucato); 1 paio lenzuoli canapa; 3 camicie lino; 2 camicie usate; 2 bustine usate; 3 cottole in sorte; 3 abiti in lana in sorte; 1 veleta; 1 sciallo; 8 paia calze; 1 materasso di penna; 1 coperta ; 1 armadio in noce; 1 pontapetto oro; un pajo buccole oro. Ma questa era già una dote … di classe.

Quando tutto era pronto per il trasferimento della dote a casa dello sposo, qualche giorno prima del matrimonio e di sera, il futuro marito, el novìsso, arrivava a casa della sposa con un cavallo e la carretta per il trasporto del fieno, senza sponde, o con un carretto se di “buona” casa, caricava il tutto e, accompagnato da lei o dalla madre, la portava a casa propria. El moroso, da parte sua, come volevano le tradizioni, doveva badare al comò, più conosciuto come armàro, al mobilio della camera nunziale; mobilio che si riduceva in due cavalletti di legno, con delle tavole per sostenere i materassi de scartòssi, sopra i quali v’erano quei de péna (penna possibilmente di oca), un attaccapanni ricavato da certi rami contorti di piante e fermato alle travi; due sedie impagliate,  una cassapanca. 

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Per  una maggior aderenza  del fenomeno di costume “filò” al nostro paese di Sambruson, iniziamo con alcune testimonianze molto colorite di A. Zilio che ringraziamo.

Queste tre storie, sentite a filò, nel 1997 le ho pubblicate nel mio libro “I giorni della merla”. A.Z.

Le donne di casa, quando le sentivano raccontare, dicevano borbottando … ma quanto sempii xei sti omani!

 LA MUSSA DI BARANTE

Si vuole che nessuno sia più testardo e cocciuto di un’asina nel rifiutare gli ordini o i consigli, anche a costo di danneggiarsi.

Si raccontava che l’asina di un certo Barante fosse scivolata in fosso con carretto, finimenti e carico. Cinque uomini si lanciarono in soccorso. Con le mani, con le parole, con le corde, con la frusta tentarono di rimetterla in strada. Ma lei, ostinata com’era, teneva tutti lontani con morsi e calci. Annegò. Ma la vinse: non aveva ubbidito agli ordini. Perciò in campagna si usava dire di una persona cocciuta nel fare quello che vuole, anche se è palesemente a suo danno, che è come la “mussa” di Barante.  E guardavano le mogli…  che menavano la testa… te vedarè, te vedaré moreto. Non sapevo cosa volessero dire. In seguito l’ho capito.

L’ULTIMA PAROLA

Nelle liti tra moglie e marito, nei fatti vince sempre l’uomo, ma a parola vince sempre la donna. Così si voleva far credere. Na onta e na ponta, insomma. Si raccontava a filò che un marito non si accorgesse mai quando sua moglie aveva bisogno di una coltrina, di una tovaglia, di un vestitin… La moglie cominciò a riempirlo di parole, anzi sempre con la stessa parola peocioso. Un giorno, stanco, si decise e la buttò nel pozzo. “Così starai zitta” disse. Ma la moglie, prima di scomparire sottacqua, invece di usare le mai per galleggiare, le sollevò e, nell’attimo estremo, espresse la sua opinione: fece cozzare un pollice contro l’altro mimando l’atto di schiacciare i pidocchi. (Molto in uso, una volta!) L’ultima parola era stata ancora sua: peocioso! Le donne di casa, quando la sentivano raccontare dicevano borbottando… ma quanto sempii sio!

LA FINE DEL TOPO

Nei giorni della rotta del Po, la gente si muoveva in silenzio. Gli sfollati non avevano parole, bastava guardarli per intuire la loro tragedia. Chi li accoglieva non parlava, aiutava. Non c’erano giornali e le poche notizie erano passate a voce. Sentii chiedere informazioni di una famiglia di Occhiobello: “che fine ha fatto?”. “La fine del topo.”

Il motto era chiaro ed eloquente, più di un lungo discorso. Per la gente dei campi significava una morte certa, terribile, subita nell’impotenza e nell’impossibilità d sfuggirle.

Era la sorte che toccava alle pantegane, quando erano catturate nei granai dove devastavano farine, granaglie, formaggi di casa, molto sudati e cari negli anni di carestia. I topi venivano catturati con trappole a scatto, chiusi in grosse gabbie che, legate a una corda, venivano sprofondate nell’acqua corrente dei fossati.

Era crudeltà? Forse. Ogni comportamento, tuttavia, va giudicato tenendo presente dove e quando e perché si è manifestato.

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i gà igà i gai

che vuol dire?

Hanno legato i galli.

I galli di casa, ruspanti nella corte, erano robusti e non potevi portarli al mercato con facilità. Dovevi legare le loro zampe per poterli trasportare, anche appesi al manubrio della bicicletta.

Ognuno valorizzava il proprio pollaio: era una piccola ricchezza per le donne di casa. Erano baruffanti. Ricordi Renzo che va da Azzeccagarbugli?

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Caro Luigi, scusami, ma mi rivengono in mente ogni tanto.

A filò si parlava spesso di ladri. Era una ossessione. Di che cosa? Ma di salami. Era la stagione.  Si insaccavano nelle grandi cucine vaporose dove c’era l’umidità giusta, poi si mettevano nei granai con porte ben tappate, appesi a stanghe, vicini a piccole “bocaroe”, fessure laterali, per far passare l’aria sufficiente per asciugarli. Eppure i ladri, con porte ben serrate, qualche volta riuscivano  a rubare i salami. Come? Mistero finché un ladro, a filò, con l’aiuto del vino, raccontò. Per la piccola fessura introduceva una “negossa” da pescatore, introduceva sopra una “canevera” con legato un coltellino in punta. Metteva  la negossa sotto la coppia dei salami e segava lo spago della “cubia” , coppia, sopra la stanga. I salami cadevano da soli. Bastava ritirare la negossa. Allora nascevano le contromisure. Le veglie fino a tardi.  Un contadino raccontò come salvò i suoi salami. Piena notte, sente rumori strani. Sveglia la moglie. Ladri!  No, sono i gatti in amore. No, ci sono i ladri. Imbraccia la doppietta. Ti dico che ci sono i ladri. La moglie lo prega di stare attento. Puoi “far male” a qualcuno.

Senti, nasca quel che deve nascare, io ci tro” (Succeda quel che deve succedere, io sparo – sparare si diceva “trare”). Sparò. Si udì un gran trambusto, poi subito silenzio per tutta la notte. Un altro raccontò come perse tutti i salami. Per evitare i furti, mise delle stanghe in soffitta, sopra la cucina. Al buio, al chiuso, senza fori d’aria, caldo sotto. Andò a vederli dopo un mese: erano perduti, marci. Non si erano asciugati.  E allora discussioni … su chi era stato più furbo, cioè più mona. Altro giro di boccale …

Quando era tardi e l’odore dello stallatico aveva stordito un po’ tutti, uscivano le bravate, le barzellette spinte. Nella compagnia di uomini che giocavano a carte sulla “tola” da lavare appoggiata sulle cosce, negli intervalli, il comico, ce n’era sempre uno!, raccontava …. raccontò del ladro inseguito dal brigadiere. Fermete. Ciapame se ti si bon. Fermete. Ciapame se ti si bon. Se te ciape… … Tre cui e mezo… Rispose i ladro. Forse stanno ancora correndo …

 Poi c’era il gioco di parole.

Un tale andò a trovare la morosa a Bojon. ‘Sera! indove zea ea Teresina?” “ La zè andà al bò con la bevanda.” “ E porco e fora…”

Traduzione: il bò era l’inizio di un campo, l’entrata in campagna,  dove gli uomini trovavano l’acqua fresca di pozzo o la” bevanda”. Era acqua filtrata con le raspe torchiate. Una miseria … sembrava vinello chiaro …

Ma era anche il modo di dire “portare la mucca al bo’, al toro…”, era da Sella, in fondo alla Brentasecca. Ho visto che ero in quinta. Nelle case contadine si vedeva, si capiva presto, si diceva liberamente.

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UNA NONNA E’ A CASA DA SOLA

Le case dei contadini erano grandi con granai, tettoie diroccate, fienili, stalle semiaperte (comunicanti con l’abitazione), porticati, scuderie con balconi cigolanti a ogni sospiro di vento. Non impensierivano nessuno. Però una donna sola in casa… aveva paura quando tutti erano fuori ….  Allora una nonna inventò una storia per spaventare eventuali malintenzionati. Noi ovviamente credevamo fosse la nostra e ne eravamo fieri. Soprattutto dopo che, in seguito, lessi “Sangue romagnolo” dal libro “Cuore”.

La nonna sente dei rumori inspiegabili, teme, allora parla a voce alta avvisando che in casa c’è molta gente: figli, nuore,  nipoti adulti,  cognati… e non conviene entrare in casa.

Sette ghe n’è in leto

sette ghe ne speto

Sette zè in staea

ghe governa ea cavaea…

Atenti pal balcon

che ghe zè un bon baston.

  

Caro Luigi, ti saluto adesso, perché temevo di perdere il filo (il filò?).

Ciao. Andrea.

 

Il Filò Continuerà……..

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Articolo a cura di Luigi Zampieri

Ultimo aggiornamento (Giovedì 22 Ottobre 2015 14:15)

 

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