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Sambruson nel verde

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SAMBRUSON. CULTURA, COSTUME, TRADIZIONI, AMBIENTE. - AMBIENTE, EPISODI

 SAMBRUSON NEL VERDE

L' articolo è costituito da una prima parte la cui fonte è una ricerca/indagine del 1994/95 che coinvolge alcune classi della Scuola Media Gandhi di Sambruson, basata sulla ricerca di notizie, partendo dall'osservazione dell'ambiente presente, dall'esame di fotografie e cartoline del passato, dall'indagine presso la gente del paese e personale esperto. Le principali attività di ricerca sono state:

- analisi delle carte topografiche

- studio dello spazio/giardino della scuola

- osservazione e analisi del verde lungo le strade, nei campi, negli orti e nei giardini di Sambruson.

- analisi del paesaggio agrario

Il lavoro è stato programmato dalle docenti di scienze e lettere delle classi 1B, 1C, 3B.

Ringraziamo in particolare la docente Lucia Bagatin che ci ha gentilmente fornito il materiale pubblicato. 

La seconda parte è legata allo studio e descrizione del verde legato alla attività agricola e al paesaggio rurale con particolare riferimento ai mutamenti dovuti alla crescita urbana più recente a Sambruson. Questi studi sono ricavati dal vol. Sambruson Tra Ottocento e Novecento della Associazione Culturale Sambruson La Nostra Storia.

Per questo vanno sentitamente ringraziati:

Gianni Deppieri Presidente.

Gianni Cagnin, Viviana Ferrario, Martino Cassandro, autori nel volume citato, della parte relativa al territorio. 

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Prima parte 

Ricerca/indagine del 1994/95 che coinvolge le classi 1B, 1C, 3B della Scuola Media Gandhi di Sambruson 

 

 

 

SCHEDE BOTANICHE ALLEGATE ALLA RICERCA

Le speci maggiori presenti a Sambruson

SCHEDA BOTANICA 1

NOME SCIENTIFICO :                      Salix alba L.

NOME VOLGARE :                           Salice bianco

FAMIGLIA :                                    Salicaceae

DESCRIZIONE BOTANICA :

Altezza: fino a 20 (25) m.

Tronco: diritto, rami diretti sia verso l'alto che in fuori con corteccia color grigio-scura, solcata e reticolata.

Foglie:   alterne, con corti piccioli, lanceolate, acuminate all'estremità, lunghe 5-10 cm. circa, seghettate. La pagina superiore è lievemente lucida; quella inferiore assume un color argenteo per la presenza di una fine peluria.

Fiori:    sbocciano in marzo-aprile, contemporaneamente alle foglie, sono piuttosto cotonosi e rudimentali.

I fiori maschili sono formati da una piccola brattea ( foglia modificata ) alla cui ascella sono situati due stami, vengono raccolti in infiorescenze lunghe e morbide (armenti). I fiori femminili sono simili, al posto dei due stami hanno un pistillo. Ogni pianta porta infiorescenze o solo maschili o solo femminili.

Frutti:   piccole capsule glabre (senza peli) che, a maturazione, si aprono a metà, lascian­do fuoriuscire numerosi semi piccoli, bruni e cotonosi, ciascuno dei quali è prov­visto di un folto ciuffo di peli che ne favorisce la dispersione a opera del vento.

AMBIENTE : è diffuso in tutta l'Europa centromeridionale; cresce anche in Africa

Settentrionale e nell'Asia centro-occidentale. In Italia lo si trova in tutta la penisola ed è frequente lungo i corsi d'acqua, in terreni fertili, profondi soggetti a periodiche sommersioni, spesso in associazione con il pioppo nero; si spinge dal piano fino a 1000-1500 m. di altitudine.

USI :    è coltivato ed allevato a "capitozza" (tecnica colturale che prevede la potatura completa, in genere ogni due, tre anni) per produrre pertiche e vimini, utilizzato per lavori di intreccio e paleria. E' impiegato per consolidare i terreni franosi.

I giovani rami si usano per fissare ai sostegni i tralci di vite.

II legno, leggero e poco pregiato, fornisce carbone per la fabbricazione della polvere pirica e per la produzione dei "carboncini" da disegno; serve inoltre per tavolame, imballaggi e per produrre pasta da carta. La corteccia contiene una notevole quantità di tannino ed è usata nella concia delle pelli. Vi è presente un glucosoide ad azione febbrifuga, la salicina, che venne larga­mente utilizzato fino a quando non si diffuse l'uso del chinino. Dalla salicina si ricavò, per qualche tempo, l'acido salicidico, oggi ottenuto sinteticamente.

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SCHEDA BOTANICA 2

NOME SCIENTIFICO :                     Acer campestre L.

NOME VOLGARE :                          acero campestre, acero oppio

FAMIGLIA :                                   Aceraceae

DESCRIZIONE BOTANICA :

Altezza : non supera i 12 -15 m. ( raramente 20 ).

Tronco: breve, contorto, molto ramificato, talvolta inclinato; la corteccia è bruna, solcata a placche.

Foglie:   semplici, di 8-10 cm., lobate ( a 3-5 lobi ), picciolate, ad inserzione opposta. Assumono, in autunno, una colorazione variabile dal giallo al rosso.

Fiori:     piccoli, di colore giallo-verde, formano corimbi eretti.

La fioritura avviene ad aprile-maggio durante la fogliazione.

Frutti:     disamare con espansioni alari quasi orizzontali.

AMBIENTE : è comune in tutta Italia; è frequente nei boschi di latifoglie, dal piano fino a 1200 m .

Preferisce terreni soleggiati pur essendo, tra gli aceri, il meno esigente per la temperatura. Vegeta su terreni freschi e profondi, non in quelli troppo umidi o troppo aridi.

USI :   è una specie a lento accrescimento, impiegata per creare siepi ; un tempo era utilizzato come tutore vivo della vite.

Il legno di acero è usato per il fondo, le frasche laterali, e i manici dei violini; serve anche per costruire manici di attrezzi agricoli; è discreto combustibile. Il fogliame costituisce buon foraggio per gli animali.

CURIOSITÀ' : II grande liutaio Antonio Stradivari ( 1644-1737 ) fu il primo ad usare un ponte di acero per sostenere le corde del suo violino; la qualità del suono dipendeva dalla tecnica di stagionatura del legno e dalla composizione della vernice.

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 SCHEDA BOTANICA 3

NOME SCIENTIFICO:       Pioppo. Pioppo ibrido

NOME VOLGARE :           Populus x euroamericana (Dode) Guiner (= Populis

                                    canadiensis L.)

FAMIGLIA :                                          Salicaceae

DESCRIZIONE BOTANICA :

Altezza: 25 - 30 m.

Tronco: eretto, ramoso, con corteccia bruna, profondamente solcata longitudinalmente.

Foglie: ad inserzione alterna, semplici, triangolari, di 10-14 cm., spesso più larghe che lunghe, dentate; il picciolo arrossato è lungo 4-6 cm.

Fiori:   pianta dioica, cioè che fa fiori femminili in un individuo e maschili in un altro, i fiori sono disposti in amenti e compaiono da marzo a maggio. Gli amenti maschili sono lunghi fino a 10 cm, quelli femminili fino a 20.

Frutti : dalle infiorescenze femminili si sviluppano infruttescenze formate da capsule glabre (senza peli), ovoidali, con semi piumosi.

AMBIENTE : In Italia, pioppi ibridi sono coltivati un po’ ovunque, su terreni freschi e profondi; la zona maggiormente interessata è la Pianura padana dove i pioppi vengono allevati in filati lungo i corsi d'acqua e lungo i margini dei rampi o in pioppeti.

USI : ha un rapido accrescimento, importante per la produzione legnosa.

Il legno viene impiegato per carta, fiammiferi, imballaggi, compensati, mobili.

CURIOSITÀ': Una leggenda greca racconta che Fetonte, figlio di Giove, dio del sole, chiese a suo padre di poter guidare il famoso carro. Dopo molte insistenze il figlio riuscì a convincere il padre. Quando il figlio salì sul carro, essendo incapace di guidarlo, precipitò in mare e morì. Le sorelle, dispiaciute del fatto, chiesero al padre di poter andare sulla terra.

IL padre acconsentì facendole arrivare sulla terra e, mentre piangevano la morte del fratello, furono trasformate in pioppi le cui lacrime si trasformarono in ambra.

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 SCHEDA BOTANICA 4

NOME SCIENTIFICO:                       Platano acerifolia Willd

NOME VOLGARE :                           platano

FAMIGLIA :                                     Platanaceae

DESCRIZIONE BOTANICA :

Altezza : fino a 30 m.

Tronco: eretto, a rami grossi e incurvati con corteccia grigio-verde, liscia, che si stacca a placche sottili, sotto cui resta una nuova scorza spesso chiarissima.

Foglie:   decidue, semplici, palmato-lobate ( 5 lobi ), larghe da 10 a 25 cm., ad inserzione alterna.

Fiori:     monoici, riuniti in capolini sferici, lungamente peduncolati, per lo più appaiati; la fioritura avviene a maggio.

Frutti:    infruttescenze sferiche di circa 3 cm. di diametro, a 2-4 su un lungo peduncolo, formate da acheni cilindrici con una corona di peli all'estremità; le infruttescenze, prima verdi, poi giallo-brune, persistono d'inverno.

AMBIENTE : proviene dall'Asia occidentale e dai Balcani. E' il più coltivato nei parchi e, soprattutto, nelle alberature stradali, è adatto anche alle città in quanto sopporta bene l'inquinamento. Vive su quasi tutti i suoli.

USI : è impiegato per uso ornamentale.

Fornisce un buon legno pesante e compatto, usato in falegnameria per costruire tavole, mobili e per lavori al tornio.

CURIOSITÀ' : racconta Erodoto che Serse  incontrò nella Lidia un platano così grande e maestoso che si fermò un giorno intero ad ammirarlo e a riposarsi alla sua ombra; quando levò il campo fece appendere ai rami collane e bracciali e lasciò un ufficiale alla sua guardia. Anche Plinio ricorda un platano della Licia dal tronco così cavo e ampio da formare una grotta capace di ospitare una ventina di persone. Infine, sotto un platano, Ercole uccise l'Idra di Lerna. In Italia, esemplari vecchissimi, piantati ali' inizio dell'800 per la nascita del figlio di Napoleone, sono quelli del "Viale del Re di Roma ", ad Acqui.

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SCHEDA BOTANICA 5

NOME SCIENTIFICO :                      Robinia pseudacacia L.

NOME VOLGARE :                           Robinia

FAMIGLIA :                                     Leguminosae

DESCRIZIONE BOTANICA :

Altezza: fino a 25 m.

Tronco: eretto biforcato, con ramuli spinosi; ha una corteccia grigio-bruna.

Foglie: alterne, impari pennate, composte da 11-15 foglioline ellittiche e picciolate; sono caduche.

Fiori:    profumati, riuniti in racemi, grappoli pendenti(di color bianco; la fioritura avviene a maggio-giugno.

Frutti : legumi pendenti di color bruno lunghi 5-10 cm.; restano sulla pianta per tutto l'inverno. In autunno questi legumi liberano dei semi neri.

AMBIENTE : è originaria dei monti Allegani, nelle regioni orientali degli Sati Uniti. Si trova in tutta Europa, dalla pianura fino ad un' altitudine di 1200 m., in zone a clima sufficientemente caldo. Ama la luce. Cresce rapida­mente in qualsiasi substrato anche se preferisce un terreno acido. La sua grande diffusione è favorita dalla presenza di stoloni basali e da una ricca disseminazione spontanea; inoltre i getti giovani sono protetti dalle spine. E1 interessante precisare che la robinia migliora i suoli poveri o degradati perché, come altre leguminose, fissa l'azoto atmosferico.

USI :   viene impiegata per paleria, ad esempio in viticultura; si adopera in falegnameria perché per la sua resistenza è adatta alla costruzione di parti soggette a forte usura. E1 inoltre un buon combustibile, che brucia appena tagliato. Dal legno si estraggono fibre  che possono essere adoperate per cordami e stuoie grossolane.

Le foglie si usano per il foraggio. La pianta è tossica e tutte le sue parti vanno adoperate con prudenza. I fiori vengono usati in cucina per preparare dolci ( per esempio impanati e fritti come i fiori di zucca ) e infusi. Come ornamentale, la robinia è impiegata per l'estrema rusticità e la resistenza ali' atmosfera urbana.

CURIOSITÀ' : la robinia prende il nome dal francese Jean Robin, giardiniere di Enrico IV di Francia.

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  seconda parte

Agricoltura e crescita urbana 

 a Sambruson

Dal rapporto 2006 sul Sistema agroalimentare nel Veneto, emerge come la crescita urbana del XX secolo abbia determinato nel Veneto una forte competizione con l'agricoltura per quanto riguarda l'uso di due fattori produttivi: la terra ed il lavoro. In particolare, il Veneto composto da varie città diffuse nel territorio, senza un unico polo urbano vero accentratore di una popolazione, presenta l'intera popolazione collocata su tutto il territorio regionale come un lungo serpentone di piccoli e medi agglomerati urbani attaccati l'uno all'altro da est verso ovest ovvero, da Treviso a Verona, passando per Venezia, Padova e Vicenza; e da nord verso sud, ovvero da Belluno a Rovigo. Di fatto, la crescita urbana ha comportato, in particolare dalla metà del XX secolo, una sottrazione diretta di suolo all'agricoltura che ha così ridotto la base produttiva, ma, d'altro canto, l'aumento della rendita urbana sul territorio ha determinato una riduzione delle capacità del settore agricolo nel riorganizzarsi aumentando le dimensioni medie delle imprese. Questo fenomeno si è verificato in maniera particolarmente evidente nel territorio di Sambruson, dove la SAU (Superficie Agricola Utile) si è ridotta in trent'anni (dal 1970 al 2000) dall'-11 al -20%. Variazioni molto elevate in pianura e quasi simili a quelli riscontrati nella montagna veneta comprese tra il -21%/-35%.

Oltre a questo fenomeno si è assistito ad un forte divario tra la redditività del lavoro in agricoltura e negli altri settori. All'inizio degli anni ottanta il reddito lordo per attivo in agricoltura era circa la metà di quello degli altri settori produttivi. Tale divario si è ridotto solo durante gli anni novanta, presumibilmente per effetto della riforma della Politica Agricola Comunitaria che con la riforma Mac Sharry ha parzialmente disaccoppiato il sostegno garantito alle produzioni agricole. In ogni caso anche sul finire degli anni novanta, il reddito pro capite di un attivo in agricoltura era pari a circa il 77% di un attivo nell'industria e al 56% di un attivo nei servizi.

Possibili strategie per poter reggere la competizione sui mercati locali potranno essere basate sulla specializzazione delle produzioni o sull'avvio di nuove attività complementari all'agricoltura (agriturismo, trasformazione e commercializzazione a livello aziendale delle produzioni, ecc.). Il Veneto, al pari di altre regioni italiane del nord, storicamente presenta una struttura insediativa tipicamente policentrica. La popolazione tende a distribuirsi in un numero assai elevato di centri urbani o rurali di dimensioni via via crescenti, secondo una vera e propria scala gerarchica in cui, alle diverse dimensioni demografiche, corrisponde l'offerta di servizi via via superiori.

Quello che rende peculiare il Veneto rispetto ad altre regioni del nord è in primo luogo l'assenza di un polo principale che stia alla vetta della scala gerarchica e quindi abbia assunto una funzione polarizzatrice della crescita. Nel Veneto si riscontrano almeno tre poli di dimensioni analoghe (Venezia, Padova e Verona) al cui interno troviamo funzioni urbane sostanzialmente simili, per cui manca una precisa gerarchizzazione del territorio circostante. In secondo luogo, al contrario di altre regioni, nel Veneto la quota parte della popolazione che vive in nuclei e case sparse è assai ragguardevole. Rispetto a quanto avviene nelle altre regioni dell'Italia settentrionale.

Il territorio nel quale si colloca Sambruson può' essere definito come un territorio del Veneto Centrale confinante con le aree metropolitane di Venezia e Padova, lungo il bilanciere della Riviera del Brenta sempre più rivolto allo sviluppo del turismo ed allo sviluppo di un terziario avanzato.

La variazione percentuale della popolazione residente nel Comune di Dolo dal 1971 al 2001 ha registrato una variazione compresa tra il +10 ed il +19% , mentre la variazione percentuale delle abitazioni è risultata nello stesso periodo, dall' +80% al +99% .

La qualità del paesaggio nella Riviera del Brenta è andata progressivamente peggiorando negli ultimi decenni sia dal punto di vista percettivo che da quello storico/culturale. Per quanto riguarda gli aspetti percettivi, i risultati delle ricerche sulla qualità del paesaggio, effettuati, riportano che il maggior scadimento del paesaggio rurale è determinato dall'intrusione di elementi urbani. La presenza di tralicci, a parità di altri fattori, una riduzione del 25% della qualità percettiva; la presenza di strade asfaltate può far scadere l'apprezzamento del 20%; la presenza di fabbricati con tipologie urbane o di insediamenti urbani possono far scadere l'apprezzamento fino al 10%. Non meno preoccupante appare la situazione per quanto riguarda gli aspetti storico-culturali. Benché questo argomento meriti sicuramente un maggior approfondimento, alcuni esempi possono essere sufficienti ad illustrare il livello di degrado degli elementi storici del nostro paesaggio rurale. Il nuovo passante di Mestre va ad intersecare una delle aree ove permane ancora l'antica sistemazione "a cavino" contribuendo, con ogni probabilità, alla sua ulteriore scomparsa. Molto spesso a ridosso delle antiche abitazioni rurali sono state realizzate abitazioni moderne che, essendo prive di qualsiasi riferimento al contesto territoriale e paesaggistico, hanno determinato uno scadimento pesante dell'inserimento dei manufatti storici nel paesaggio.

 Prodotti agrari e filiere agro alimentari

 Le produzioni agrarie, l'allevamento e la relativa sostenibilità

La superficie totale della frazione di Sambruson si attesta sui 900 ettari totali (considerando che DOLO nel suo totale corrisponde a 24,08 kmq ovvero di 2400 ettari). La superficie agraria utilizzata (SAU) si attesta su circa il 90% dell'intero territorio.

La produzione agricola registra nei primi anni del XXI secolo una diminuzione di cereali autunno-vernini, della barbabietola da zucchero rispetto al mais e soia. Nella tabella successiva si riporta schematicamente la fenologia delle culture a pieno campo più diffuse e saltuariamente coltivate nel tempo, nel territorio di Sambruson.

Una discreta diffusione della vite, viene favorita dalla presenza della Cantina Sociale di Dolo, che risiede nella frazione di Sambruson. La coltivazione della vite, prevalentemente di varietà Merlot si estende sul 15% della superficie agraria utilizzata. L'orticultura risulta invece praticata soprattutto nella parte ad ovest con le aziende dei Quaggio e dei Minto.

La produzione foraggera, prevalentemente di erba medica e mais foraggero è legata sostanzialmente alla presenza di alcune stalle di bovini, in particolare di vacche da latte delle famiglie Cassandro (verso Mira) e Canova (verso Calcroci). La produzione di mais foraggero ha una bassa incidenza sulla superficie agraria utilizzabile (SAU) totale, inferiore all'unità, a causa del fatto che poche risultano le stalle da latte e di bovini da carne presenti sul territorio.

Tutt'altra incidenza presenta invece la produzione di mais granella che raggiunge incidenze sulla SAU totale comprese tra il 45-60%.

Le condizioni economico-agrarie e gestionali risultano abbastanza omogenee, mediamente prevale la proprietà diretto-coltivatrice con una prevalenza di occupazione di tipo part-time.

Il territorio ha subito una profonda trasformazione a partire dalla ricostruzione sociale e civile del dopoguerra passando ad una industrializzazione che ha contribuito ad un forte sviluppo economico negli anni '60 e '70, per poi passare alla nascita di un artigianato locale con piccola e media impresa operosa e proiettata sui mercati provinciali e regionali degli anni '80-'90, fino ad arrivare ai primi anni del XXI secolo con un terziario avanzato sempre più legato alla ristorazione e al turismo. Notevoli differenze esistono nei riguardi della capacità tecnica degli agricoltori. In generale essa è ad un buon livello e per alcune zone ed attività produttive, specie per quella bovina da latte, non mancano realtà di notevole levatura tecnica e capacità manageriale con risultati di tutto rispetto a livello provinciale, regionale e nazionale.

Gli antichi e nuovi mestieri nella filiera agro-alimentare

I sistemi di conduzione dei terreni agricoli si sono evoluti nel corso degli anni e nell'ambito di questa evoluzione si sono coevolute pure le figure che di seguito verranno brevemente descritte.

La gelsi-bachicoltura

La produzione del baco da seta nel XIX secolo in l'Italia era diffusa a tal punto da porre il nostro paese tra le nazioni maggiori produttrici mondiali di bozzoli. Tracce di questa tradizione si trovano ancora nelle campagne di Sambruson: qualche annoso esemplare di gelso (detto "moraro"), non sacrificato alla moderna sistemazione dei terreni agrari o ancor peggio al passaggio di nuove strade e/o insediamenti abitativi, si può riconoscere ed ammirare.

Nei primi anni del '900 l'ammontare di bozzoli freschi per anno raggiungeva 54.000.000 di kg, negli ultimi decenni del XX secolo tale produzione non superava i 110.000 kg. La concorrenza delle fibre artificiali ha giocato un ruolo determinante nel contrarre la bachicoltura che ora si può considerare praticamente scomparsa. Le foglie di gelso servivano quale nutrimento per i bachi che venivano allevati con varie metodiche quali il "pezzone friulano"o il "castello veneto" per poi venir selezionati e successivamente destinati alla filatura e produzione della seta.

  

Coltura promiscua della vite

 le trasformazioni del paesaggio agrario

Tra le trasformazioni che hanno interessato il territorio di Sambruson nel Novecento non si possono trascurare quelle relative alla copertura del suolo e al paesaggio agrario. Tra esse merita un cenno particolare la sparizione della coltura promiscua della vite, diffusa in molte altre regioni italiane e conosciuta nel Veneto con il nome di

La Piantata

 Si è trattato di una modificazione di grande portata, che si è consumata nel giro di pochi decenni e che ha interessato l'intero territorio, mutando sensibilmente l'aspetto del paesaggio agrario.

Come è noto, la piantata è una sistemazione agraria che prevede l'associazione sullo stesso campo, di colture erbacee, arboree e arbustive: ogni seminativo era diviso in lunghe fasce, separate tra loro dai filari di viti maritate ad alberi. Tra un albero e l'altro pendevano "graziosamente" i tralci, "comme des guirlandes d'un arbre a l'autre", come notava un viaggiatore francese del Settecento. Oltre che nel Veneto tra l'Otto e il Novecento il paesaggio della coltura promiscua è ancora largamente presente in Emilia (piantata emiliana), nell'Italia centrale (alberata Tosco-umbro-marchigiana) e nell'entroterra campano (arbustato). Le varietà con cui questa coltura promiscua si presenta sono moltissime, anche all'interno di ciascuna area geografica. Paesaggio antico ("la vite maritata all'albero in mezzo al grano costituisce il paesaggio classico della cultura promiscua, già evocato duemila anni fa da Virgilio", nota il Desplanques) nel Dominio Veneto questa sistemazione agraria aveva fin dal tardo medioevo preso il nome di "terra arativa piantà videgà" (letteralmente piantata e vitata, cioè con alberi e viti), espressione molto simile a quella usata dalle fonti catastali ottocentesche, che la indicano come "aratorio arborato vitato".

Le fonti catastali ottocentesche e novecentesche, che diligentemente registrano i tipi e le varianti locali delle colture promiscue, permettono di ricavarne la diffusione e le caratteristiche per tutto il territorio veneto. Lo studio diretto di queste fonti, conservate in parte presso l'Archivio di Stato di Venezia e in parte presso gli archivi provinciali, è estremamente oneroso sia per la vastità dei fondi che per la difficoltà di consultazione. Ciononostante, per un territorio di dimensioni ridotte come è appunto quello di Sambruson, è stato possibile interrogare compiutamente la fonte catastale e ricostruire una carta della copertura del suolo che offre una precisione non disprezzabile.

Incrociando i dati quantitativi provenienti dalle mappe catastali e dai sommarioni con quelli qualitativi provenienti dagli Atti Preparatori, è possibile avere un'idea abbastanza precisa di come doveva apparire il paesaggio agrario di Sambruson nella prima metà dell'Ottocento.

In primo luogo bisogna notare la straordinaria estensione della coltura promiscua, che occupa la quasi totalità del territorio del comune censuario di Sambruson, per lasciare spazio solo a qualche raro vigneto specializzato o al seminativo semplice, e ai prati nella parte del territorio dove le condizioni altimetriche difficili rendono il terreno più umido o soggetto al ristagno d'acqua (carattere che notoriamente la vite non ama).

In secondo luogo è necessario interrogarsi invece sul paesaggio agrario che questa particolare forma di coltivazione costruiva: che aspetto avevano i seminativi arborati vitati di Sambruson?

Il paesaggio della piantata nella pianura veneta non era ovunque lo stesso. Le sistemazioni dei terreni infatti variavano da zona a zona, adattandosi al clima, al tipo di suolo e alla maggiore o minore presenza di acqua. Le variabili erano numerose: tipo di alberi impiegati come sostegno, distanza tra i sostegni vivi, posizione della vite, geometria del filare, distanza tra i filari, tipo di coltura e di rotazione effettuata sulla parte a seminativo, altezza, e disposizione della vite e dei tralci, sistemazione del terreno lungo il filare.

Conviene dunque lasciare la parola agli Atti Preparatori e alla descrizione particolareggiata:

Forma della piantagione. Gli alberi a cui sono avviticchiate le viti sono d'una mediocre portata e tutti ceppati. La specie è mista di forti e dolci. Bilanciati i gambi delle viti si può dire che per ogni albero vi siano almeno due gambi dì vite. Le viti sono per la più parte tese da un albero all'altro in linea del fiare. Ordinariamente tra un albero e l'altro avii la distanza di piedi dodici. La dìstanza da una piantata all'altra ove il terreno è coltivato è per il più di quattordici pertiche padovane. Quando poi le file sono doppie la differenza è di pertiche due da una all'altra fila. Sono diverse e varie le distante nei fondi di questo territorio. E perciò, bilanciate le varie distante le esistenze della doppia piantata, si calcolano che per ogni campo vi sìa una quantità maggiore di sessanta alberi con viti e minore di trenta, pure con viti.

La razionalità di questa forma colturale era determinata dalla sua - diremmo oggi - multifunzionalità. Oltre ad uva, vino e granaglie, infatti, la coltura promiscua garantiva una serie di prodotti secondari. In primo luogo la striscia di prato sotto la piantata, che resta esclusa dall'aratura, costituiva una piccola riserva di nutrimento per gli animali e contribuiva a ridurre gli effetti di quella strutturale di foraggio che interessava la pianura padana almeno fin dal XVII secolo. La stessa funzione avevano le foglie degli alberi, che potevano essere date agli animali come pastura integrativa, dopo essere state oggetto di una specifica raccolta, necessaria anche al fine di evitare di ombreggiare eccessivamente la vite e il seminativo. Il legname da lavoro, che si ricavava dalla annuale potatura invernale, comprendeva non solo le fascine che concorrevano al pagamento dell'affitto, ma anche le stanghe per la costruzione e la riparazione degli attrezzi, il combustibile per il fuoco da riscaldamento e per cucinare, i pali necessari per le lavorazioni agrarie (tutori morti). Infine le foglie della vite e gli altri residui della potatura fungevano da concime naturale, integrando la limitata produzione animale. Si sfruttava così al meglio il poco terreno a disposizione in un regime aziendale autosufficiente.

Soprattutto dopo la metà dell'Ottocento l'impiego non raro del gelso come sostegno lungo i filari, di cui sopravvivono ancora oggi dei frammenti, permetteva di integrare ulteriormente il reddito della produzione agricola con l'allevamento del baco e la produzione della seta.

Fin dal XVI secolo, però, cominciano ad avanzarsi riserve e dubbi sulla razionalità della coltura promiscua della vite. Molti autori mettono in evidenza infatti che vite, albero tutore e seminativi hanno esigenze contrastanti, in termini di tipo di terreno, di clima, di presenza dell'acqua, di sistemazione agraria, di potatura, ecc. Le critiche si intensificano a partire dal Settecento, quando l'agronomia si formalizza e diventa poco alla volta una scienza vera e propria e cominciano a girare idee di rinnovamento e di razionalizzazione, di affrancamento dal "giogo della tradizione".

I primi esperimenti per la sostituzione della piantata nel Veneto risalgono all'inizio dell'Ottocento. Nella tenuta di Alvisopoli l'agente Toniatti "fu uno tra i primi che denudarono molte campagne dai tradizionali filari di viti vecchie e poco produttive", sostituendole con il prato artificiale, il cui reddito compensava quello mancato del vino. Eppure fino alla metà del Novecento le voci degli agronomi contrari alla diffusione della piantata restano per lo più inascoltate e le sporadiche iniziative di pochi non influiscono sulla pratica comune, che resta a lungo legata alla tradizione.

Questa situazione di assoluta prevalenza della coltura promiscua non è però destinata a durare. Già alla fine del secolo si possono notare delle variazioni in diminuzione, che accelereranno nel corso del Novecento, e in particolare dopo la seconda guerra mondiale. È infatti questo il momento in cui una serie di cause concomitanti fanno sì che la presenza delle piantate sui campi diventi non più una risorsa ma un ostacolo da eliminare. La coltura promiscua viene soppiantata dai seminativi semplici e dalle colture specializzate.

Tra le cause che possono aver influito su questo cambiamento radicale gli studiosi elencano l'infezione fìllosserica; la diminuita utilità del fogliame come foraggio, stante la diffusione delle foraggere nel ciclo colturale e dell'introduzione dei mangimi per gli animali; la meccanizzazione crescente delle pratiche agricole, che trova nelle piantate un ostacolo; l'introduzione di materiali come ferro e cemento per i manufatti e di combustibili fossili per il riscaldamento, che rendono superfluo il legno ricavato dai sostegni vivi; lo sviluppo delle colture irrigue, poco compatibile con la sistemazione agraria della piantata e con la vite stessa; l'affermarsi di un'agricoltura di mercato, stimolata dalla crescente facilità di trasporto, che rende meno conveniente impiegare terreni non particolarmente adatti alla produzione di generi che possono invece essere importati; la crisi della mezzadria come forma di conduzione, e quindi l'affrancamento da parte del conduttore dall'obbligo di coltivare i generi che poi gli sarebbero stati chiesti come pagamento. Potremmo aggiungere, per Sambruson e forse per il Veneto in generale, il modello di industrializzazione tipico della nostra regione, dove la figura del "metalmezzadro" può dedicare alla coltivazione della terra solo il proprio tempo libero, mentre la conduzione a coltura promiscua richiede una quantità di lavoro manuale assai elevata.

A Sambruson però, come in gran parte della pianura veneta centrale, la semplificazione avviene con modalità particolari. Non si assiste ad estesi riordini e accorpamenti fondiari come avviene invece per esempio nel vicino Friuli -anzi piuttosto in coincidenza con una frammentazione della proprietà - ma si opera per lo più all'interno del perimetro del campo. La trama complessa delle siepi e dei fossati a bordo campo - anch'essi se vogliamo una forma embrionale di coltura promiscua in quanto il legname ricavato dalle potature era usato per riscaldamento e per i pali - viene sostanzialmente conservata. Accade pertanto che il paesaggio agrario centroveneto presenti oggi una compresenza di modernità e di tradizione, almeno fino a che ci saranno appassionati che si ostineranno a potare le stese e a sfalciare i bordi dei fossi, mantenendo quell'aspetto della campagna curato e, per così dire, "abitato", tipico delle nostre zone.

Non c'è più invece quel poco di bosco e di prato che il catasto ottocentesco rilevava. Le ultime tracce della foresta planiziale che ricopriva la pianura veneta nell'antichità, che nel territorio di Sambruson erano rappresentate soprattutto dal cosiddetto "Gorgo", una piccolissima area paludosa lungo la Stradona, coperta ancora nel 1816 da vegetazione seminaturale di latifoglie (bosco dolce), sono state sacrificate ancora nell'Ottocento, quando il legname da un lato, e la terra da coltivare dall'altro, erano diventate risorse sempre più scarse, con il crescere delle necessità di una popolazione in aumento e di un paese che andava modernizzandosi.

Alle siepi a bordo campo - quello che resta oggi della coltura promiscua - sono oggi riconosciute numerose funzioni diverse: tra esse quelle ambientali stanno diventando sempre più rilevanti. La siepe infatti opera come un potente filtro per i fertilizzanti che dal campo scendono nei fossi, diminuendo il rischio di eutrofizzazione delle acque. Inoltre esse sono rifugio, così come capitava in passato, per la fauna selvatica, e per gli insetti antagonisti, contribuendo così alla conservazione della biodiversità. Sono diverse dunque le ragioni per cui oggi ha senso pensare ad una "ricomplessificazione" del paesaggio agrario, ad una campagna immaginata non solo come spazio per la produzione agricola, ma come luogo di vita e luogo di conservazione ambientale.

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Caro Luigi,
ho letto il lavoro scolastico svolto da insegnanti lucidi e volonterosi delle nostre scuole medie sull’ambiente del nostro paese. Già, cambiamo tutti, anche le cose che sono manomesse dall’uomo. A volte per necessità, a volte con superficialità. Mi è piaciuto moltissimo. Rendilo più visibile, se puoi. Scusami se mi intrometto sempre,  ma anche ti leggo sempre. E’ un lavoro stupendo, mi sarebbe piaciuto partecipare: elementari e medie. Di’ a Lucia che sarà per la prossima volta!
Posso aggiungere qualcosa ora? La parte più  bella è quella riguardante le siepi. Ne parlo già in una mia poesia, una delle poche non distrutte, che hai già pubblicato.
Se posso, vorrei chiamare il titolo del servizio “Sambruson nel verde”. Mi sembrerebbe più adatto. Non siamo una oasi e sabbia tutto attorno. Oppure un’isola e oceano tutto attorno. Abbiamo un paese verde immerso nel grande verde del Veneto. Non è che, al di là della strada, perché siamo a Calcroci o a Paluello o sulle Brentelle a Mira, il paesaggio cambi.  Voglio dire che il nostro paese è stato, ora un po’ meno, una grande area di campagna, la quale forniva l’unica possibilità di lavoro, a guerra finita.
Posso aggiungere qualcosa? Sono nato e cresciuto ai piedi della ferrovia Mestre-Adria. Aveva ed ha una doppia fila di siepi di biancospino che a primavera erano una nevicata in mezzo al verde. Ora è un po’ che ci passo, ma penso che sia ancora così. Spero. Sarebbe una delle cose belle rimaste intatte. Dentro, nonostante le spine, andavamo a nasconderci, a giocare, a mangiare i frutti colti d’assalto. Eppure erano di casa. La voglia della scappatella è grande. Sempre! Volevo dirti che la ferrovia da Calcroci a Mestre divideva le campagne non seguendo l’antico alveo del Brenta, sul cui argine destro correva, deviando la sua linea di percorso. Le campagne da noi hanno tutte o quasi la forma quadrangolare. La ferrovia le attraversava in diagonale. Lasciando ai vertici delle punte di terreno incolte, perché di difficile aratura.
Queste terre a punta dette “pontare” sora… Piva… sora Tassetto… sora Bertin… (quelle che ricordo)… erano trasformate in “boschette”. Venivano lasciate incolte e alberate. Così pure faceva il confinante. Per cui si ottenevano delle belle aree alberate (robinie, platani, pioppi, salgari, morari, rovi…) con siepi incolte rispettate. Perché? Perché davano rifugio alla selvaggina, a tante specie di animali salvandoli dallo scavo dei fossi e dagli inquinamento (concimi che colavano nelle acque). E dalla morte! Lì le acque erano sempre chiare. I contadini d’estate vi mettevano in “fresca”, fiaschetti di vino “grinton”, ora scomparso. Le acque attraversavano la ferrovia, sotto apposito ponticelli, che ci sono ancora, rendendo l’ambiente abitabile per lepri, fagiani, miriadi di passeri alla sera, picchi,falchetti; al suolo bisce, rane, rospi, tartarughe, lucci, salamandre, tinche, scardole…) Ora le boschette non ci sono più. Le campagne sono stare raggruppate, le rive sradicate, le boschette, strappate. L’ambiente che ho conosciuto da bambino è irriconoscibile. Molti animali non ci sono più. Noi ci siamo ancora! Per quanto tempo?
Spero di non averti annoiato. Ciao Andrea
Caro Andrea,
va bene, mi hai convinto. Al posto di “Il verde a Sambruson” che accontentava meglio il carattere di analisi e ricerca dell’articolo, mettiamo il più poetico “Sambruson nel verde” per le motivazioni che ben descrivi nella tua mail che aggiungo integralmente all’articolo. Così rispondo anche al tuo sommesso  “Posso aggiungere qualcosa?”; sai che i tuoi scritti sono sempre molto graditi.
“Noi ci siamo ancora! Per quanto tempo?”.  Adesso è di moda il termine “gufare” e per quello che vale la mia risposta, dico pochissimo tempo (naturalmente in relazione  ai tempi della terra e della presenza dell’uomo su di essa). Fra qualche decennio saremo (saranno) dieci miliardi. Velocemente e voracemente stiamo consumando il nostro pianeta. Temo che l’uomo dovrà ricominciare da numeri e livelli di vita estremamente più bassi.
Intanto stammi bene, ti saluto. Luigi.

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articolo a cura di Luigi Zampieri

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Ultimo aggiornamento (Martedì 07 Ottobre 2014 10:43)

 

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