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NOVELLE DOLESI di Andrea Zilio

SAMBRUSON. CULTURA, COSTUME, TRADIZIONI, AMBIENTE. - LETTERATURA A SAMBRUSON (I)

NOVELLE  DOLESI

di Andrea Zilio

Caro Luigino, nel 2008 ho pubblicato presso la casa editrice “Marna” di Barzago (Lecco) le mie “Novelle dolesi”. Non tutte, alcune, inedite, le hai già inserite nel tuo sito di recente. Ciao, Andrea.

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Ho letto le novelle. Complimenti, sono belle. Le proponiamo ai nostri lettori.

La più bella, per me, è “Avevo un amolaro” quella dei nidi (gnari).
Sono quasi tuo coetaneo e, anche per me, come per molti altri ragazzi del no stro ambiente di campagna, quello della ricerca dei nidi era il gioco/occupazione più emozionante. Ho ritrovato gli identici nomi di uccelli che conoscevo; ne aggiungo uno, il finco (fringuello) mentre la tua scaransua per me era scagansua. Il mio preferito era il cardellino che, a casa mia, faceva il nido nel "peraro".
I ragazzi  (purtroppo?) sono poi passati  velocemente dai cardellini in gabbia alla gabbia dei media, dei personal computer e degli smartphone.
Ciao, Luigi.

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Invece la più attuale di queste novelle è senz'altro "Sentite niente?"  per la sua chiaroveggenza quasi profetica. Ripropongo perciò  uno stralcio della relativa recente corrispondenza,  per esaltarne il contenuto.


 

Caro Luigi, le pagine che seguono sono un racconto delle “Novelle dolesi”, pubblicate da Ed. Marna nel 2008. Mi sembrano di estrema attualità. Se vuoi … puoi! Ciao, Andrea.

Ciao Andrea. Non ricordavo il contenuto di “Sentite niente?”, già pubblicato nell’articolo “Novelle Dolesi”

Sono andato a rileggerlo. L’estrema attualità non ha bisogno di dimostrazioni. Specialmente nell’ultima parte.

………… gli zoccoli continentali si spostano. E i passi degli uomini scalzi? Ancora di più. Milioni di passi al galoppo battono le steppe, le ambe e i deserti, attraversano gli uadi asciutti, fanno ressa in procinto di guadagnare la prima riva, poi, di attraversare il guado Nostrum, sarà solo questione di tempo. O andremo noi ad occupare i loro spazi vuoti al di qua e al di là dell’equatore o prepariamoci a metterci a correre con loro per non essere travolti. Strada facendo, intanto, spieghiamo ai venienti come si fa, come noi abbiamo fatto finora. Se abbiamo ancora il testimone, il patrimonio di civiltà che ci è stato trasmesso, passiamolo. Solo così resteremo in gara, la nostra corsa potrà proseguire……………..

Nel 2008 e forse anche prima, quando hai scritto questo, non era ancora prevedibile ciò che ora sta succedendo, se non con una straordinaria preveggenza.


NOVELLE DOLESI di Andrea Zilio

La nostra storia degli ultimi 50 anni del secolo scorso.

In Riviera del Brenta non ci sono solo Ville patrizie, alberghi e ristoranti, palazzi di dogi, di benemerite famiglie veneziane: Tiepolo, Gritti, Mocenigo, Badoer…

…. Ci sono anche le genti umili… i lavoratori della terra… prima braccianti, poi mezzadri, poi fittavoli… solo alcuni proprietari…. Dobbiamo sapere da dove siamo partiti.

…. Ci sono le genti umili dell’altra RIVIERA del BRENTA… quella che parte dal PONTE del VASO e va fino a CORTE di Piove di Sacco, al di qua e al di là dell’antico argine sinistro del Brenta.

…. Al di qua e al di là di quella strada alta si sono svolte le vicende di questi tre libri, vicende che si concludono a Dolo, in città… I nostri nipoti devono conoscere la storia delle nostre famiglie, dei nostri paesi, della nostra provincia, della nostra Regione, il Veneto….


 

NOVELLE DOLESI

di Andrea Zilio

Proemio

Vi è mai capitato di guardare fuori attraverso un vetro appannato? Se c’è curiosità, interesse, desiderio di guardare più in là, di capire com’è il mondo che vi sta intorno, allora passate una mano sul vetro. Il mondo vi appare un po’ più chiaro, anche se non preciso. Se poi scuotete un poco la polvere della consolidata indifferenza per gli altri che ci ammorba, allora, scrutando, potrete afferrare, conoscere luoghi, persone, atteggiamenti di gente in movimento che vi interesseranno, vi sorprenderanno.

Mi sono guardato anch’io intorno, ho osservato i luoghi, gli spazi, i giorni, le persone, mi sono fatto attento e ho concluso così: interessante.

E ho provato a raccontarlo.

Raccontare è più facile. Novellare è più complicato. Per raccontare basta seguire un filo logico, descrivere quello che vedi. Novellare significa la stessa cosa, con una aggiunta: una opinione. E’ un pensiero, una interpretazione degli avvenimenti, un filo sottile che avvolge, annoda e conclude, ti suggestiona e suggerisce qualcosa, ti lascia una impressione. Per novellare devi modificare qualcosa, devi ridurre o allargare, incasellare secondo una logica, uno schema prefissato avendo fisso un obiettivo. Sta qui l’invenzione.

Ho guardato il mio paese, la gente che si muove, cammina, chiacchiera, opera e fa storia locale senza immaginare, forse, che tutti siamo una tessera che forma alla fine un unico mosaico.

Siamo tutti importanti allo stesso modo, diamo una luce personale utile e indispensabile al quadro. Quando manca qualcuno la luce si attenua, si modifica. Questo variare di umanità a me importa.

Ho disegnato lampi, portato alla luce ricordi, decritto comportamenti e luoghi, anche immaginato, secondo la tradizione, la cultura, le esperienze di cui tutti siamo portatori. Ci sono errori di interpretazione? Penso di sì. Dipende dal proprio “punto” di vista. Il vetro attraverso cui ho osservato, un po’ appannato da giudizi personali, non  pregiudizi, è tuttavia arricchito dal desiderio positivo di illuminare. Ho parlato con chiarezza, usato similitudini, narrato con un filo di sottile ironia.

Ho guardato il mio paese con il naso arricciato di chi è curioso, interessato, innamorato, ma anche preparato alle sorprese.

Il raccontare spesso supera la semplice esposizione di un fatto, diventa strumento per esprimere altri pensieri, riflessioni, convinzioni. A me succede.

Nel raccontare cerco di abbellire il percorso narrativo scegliendo le parole, forgiando il loro assemblaggio in un alternarsi di descrizioni, emozioni e analisi introspettive. Cerco di intessere con il lettore momenti di comune interesse, di complicità.

E anche questo un modo di riflettere, di pensare, di interpretare, di comunicare, di camminare per un breve tratto insieme.

 

LA SIGNORINA MARY G.


Se vivi a lungo non è che ti ricorderanno di più. Non cercare molti mediocri ricordi, meglio due tre di cui si possa dire riassumendo una vita: eh sì!

Ci sono persone disposte a tutto, ad aggrapparsi agli specchi, come si suole dire, pur di esserci a questo mondo. Si aiutano, la parola aiuta molto a confondere gli altri e sé stessi, a tirare avanti insomma. Non sono eroi, sono persone normali, normalissime di cui, poi, non si dirà più niente. La signorina Mary G. era tra queste.

“Che le dico? Le parlo della mia vita? Le parlo delle persone che ho conosciuto? Io però vorrei prima capire perché è così affezionata a me, perché mi guarda così, ammesso che le interessi davvero. Che cosa è la sua? curiosità? pietà per una povera vecchietta? vuole compiere una buona azione?”

Non c’è che dire, aveva il suo caratterino! Il suo nome era Maria G. Da giovane tutti l’avevano chiamata Mary. La chiamavano ancora così, ma il vezzeggiativo ormai stonava in quel volto affilato e incartapecorito, ultranovantenne, in quel corpo minuto, in quegli occhi apparentemente vispi, piccoli piccoli, quasi ciechi. Aveva ancora la mente limpida, chiara e una voglia di parlare senza posa, addirittura con pause meditate: era quello il suo modo di sentirsi attiva. Pensava: qualcuno l’ascoltava o le chiedeva un parere? Allora era sempre considerata una persona, non uno scarto, il suo vivere aveva ancora un senso, non era un rottame, un vegetale, un essere sopportato, di quelli ai quali, il giorno del funerale, tra le lacrime dei parenti in corteo, tra una requiem e un come stai? mormorano dietro: il buon Dio se l’è preso, finalmente! ha fatto una grazia. No, no, Mary aveva molte storie da raccontare, molti ricordi, parlava con passione e l’ascoltavano, riusciva ad attrarre l’attenzione di qualche uditore. Una volta la interrogavano pure, ora un po’ meno, anzi, quasi niente, però c’era sempre qualche anima buona che le faceva compagnia, che, paziente e generosa, raccoglieva i suoi sfoghi e le sue confidenze. Mary la strapazzava, forse la stancava, con le sue nenie, con le sue piccole manie, con le sue inutili preoccupazioni: pioverà domani? Pasqua è alta o bassa quest’anno? La sua assistente la assecondava con i movimenti del capo, dimostrava di seguirla con gesti appropriati, opportuni, simmetrici ai suoi, seduta sempre allo stesso posto, puntuale e fedele come un’ombra, tra lei e il grande specchio sulla parete di fronte. Oh, come la seguiva nei discorsi! L’ospizio per anziani era stato restaurato di recente, con l’intervento anche di donazioni; le camerette erano a uno o a due letti. Mary era fortunata, aveva una cameretta tutta per sé. Veramente aveva chiesto di essere ospitata in una cameretta a due letti e per qualche mese, nei primi tempi, l’avevano accontentata. Poi le avevano consigliato una cameretta singola: sarebbe stata meglio, si sarebbe riposata meglio, nessuno l’avrebbe disturbata. Aveva ringraziato. Lei non lo sapeva, e sarebbe stato crudele dirglielo, ma le vecchiette pazienti, che le venivano di volta in volta assegnate come compagne di stanza, entravano in agitazione non potendo resistere alla incessante cantilena di Mary che raccontava a tutte le sue storie. Alcune rispondevano, tentando di insinuarsi quando prendeva fiato in quel torrente di parole per raccontare le proprie disgrazie, perché, a quella età, le disgrazie accumulate sono molte e vengono presentate come medaglie, come esiti di battaglie superate e vinte, come vittorie da esibire e la voce si alza, si altera man mano che ci si avvicina all’epilogo. Le sue compagne speravano che, arrivata ad un epilogo, ci fosse un po’ di pace, un po’ di silenzio, un po’ di riposo, un po’ di sonno. Niente! Eh, no, dovete sentire anche questa! E giù una tiritera con elenchi di persone e di luoghi, per lo più sconosciuti, di eventi e avvenimenti che poco interessavano o non impressionavano più di tanto. Qualcuna delle sue compagne moriva, altre, su consiglio del medico, venivano spostate e subito in loro si normalizzava la temperatura, cessava il pallore, aumentava l’appetito, il sonno era meno agitato, ritornava il buon umore. In una parola, le pazienti che uscivano dalla stanza di Mary guarivano. Fu così che la misero in una stanza singola, assicurandole che era per il suo bene. La stanza di Mary era arredata con grande sobrietà: un letto, un lavandino, un armadietto, una tendina bianca prestampata alla finestra, due mezze tendine anzi, per lasciare sfogo al sottostante radiatore. La cameretta era linda, imbiancata di fresco; c’erano pure una mensola con una lampada, un’immagine della Madonna di Monte Berico e un vecchio specchio, residuo di una donazione, la cui unica preziosità era la cornice: era inventariato e non poteva essere eliminato, per la sua tipica funzione era quasi inutile, sfuocato, ramato. Oh, ma è questo il suo pregio! sussurrava il personale. Mary era soddisfatta per queste attenzioni. A lei lo specchio non interessava proprio, però aveva apprezzato i riguardi, l’aiutavano a sentirsi ancora persona, ancora meritevole di dignità, di rispetto. Il livello di accettazione, di riconoscimento da parte di chi ci sta intorno è comunicato dai piccoli gesti, dalle piccole cose. Mary era una persona istruita, capiva al volo quello che c’era da capire, e, quello che non capiva, per lei non esisteva, quindi lei era convinta di conoscere tutto ciò che era necessario sapere. Aveva buona memoria e ne faceva vanto. Del resto, come avrebbe fatto a raccontare tutte quelle storie, quei fatti che snocciolava in continuazione? Ho fatto la quinta, sapete! Quand’ero bambina nessuno arrivava alla quinta. Era vero, tra le due guerre mondiali, i bambini suoi coetanei di solito arrivavano alla classe terza elementare. Ma lei era stata brava e fortunata. Sarebbe come la terza media adesso! concludeva, e scuoteva la testa per rilevare l’eccezionalità dell’evento attendendosi partecipazione dalla sua assistente, che invariabilmente scuoteva la testa come lei e confermava. Non c’è che dire, aveva sempre soddisfazione, perché la volontaria che l’assisteva, premurosa e paziente ai piedi del letto, ripeteva e confermava sempre con il capo le sue parole ascoltando in silenzio.

Qualche volta si assopiva, ma il suo era un sonno vigile, un riposare, un modo di rilassare le membra, di distrarre i sensi, del resto sempre pronti a captare suoni, brusii, mormorii e a chiedere: chi è? che c’è? che cos’è? In questi dormiveglia sognava, si vedeva affaccendata, come quando era giovane, in lavori domestici o di cucito e ricamo di vestiti da sposa o in discussioni faticose, per cui si svegliava ansante e stanca, ma contenta perché le sembrava di avere fatto qualcosa, di essere stata protagonista. Di vestiti da sposa ne aveva ricamati tanti, con stole, pizzi e veli, ma per sé non ne aveva cuciti mai; vuoi perché era un tipo peperino, vuoi perché era di gusti troppo raffinati, secondo lei, vuoi perché gli anni le erano sfilati tra le dita, veloci come i giri del rocchetto di lane che si svolge e si assottiglia e alla fine ruota ancora, ma a vuoto; la sua giovinezza le era svanita senza che se ne accorgesse ed ora non le restava che la vita, anzi uno scampolo di vita, come la rimanenza di una pezza di stoffa che c’è, ma non serve, resta lì sullo scaffale o va data via per niente o va usata come straccio. Lei invece, se non fosse stato per la miopia, si sarebbe sentita ancora abile a ordinare dei soggetti di ricamo, aveva ben chiari in mente trame e orditi, caspiterina!

Da alcuni mesi, da quando l’avevano messa da sola, non riusciva più a leggere il giornale, la vista si era appannata, gli occhiali si erano rivelati inutili, perché la cataratta procedeva inesorabile, progressiva.  Non ne fece un dramma, era l’età, comprensibile!  Per lei era importante che la mente le funzionasse e questa le funzionava alla perfezione, la esercitava ogni giorno parlando, raccontando, rievocando. Vuole che le racconti un fatto? Vuole che le parli di una persona? A scelta. La sua interlocutrice non le dava risposta. Forse era imbarazzata, forse credeva che stesse per assopirsi, forse credeva che scherzasse. “Eh, no, cara mia! Allora vi racconterò prima il fatto e non vi parlerò del luogo, sa, per discrezione, non vorrei che si sapesse, oh, quante malelingue!”

Si stava facendo sera e le prime ombre entravano dai fori delle candide tendine. Si aprì una porta, entrò un’infermiera rumorosa con il carrello della cena, le solite pillole contro l’insonnia; accese la lampada sopra il comodino, proprio sotto il grande specchio. Una serie di riflessi opachi, bislunghi caddero sulle pareti disegnando cerchi, sgorbi, macchie. Sentì prurito agli occhi, strinse le palpebre a fessura, spiò: toh! tra lei e lo specchio non c’era più nessuno. Certamente avrà terminato il turno, pensò. Lo chiese all’infermiera. “E’ uscita l’assistente che mi ha fatto compagnia finora?”

“State tranquilla, tornerà domani, ora riposate, Maria.”

Provò una sensazione di disagio: solo negli uffici pubblici la chiamavano così, in confidenza la chiamavano Mary. Si sentì privata di quella intimità che sentiva di meritare o magari la confondevano con un’altra ospite e lo disse chiaro e tondo.  “Mi chiamo Mary.”

“Certamente, signorina Mary!” La risposta dell’infermiera le sembrò troppo sbrigativa, sgarbata. Cosa credeva, di prenderla in giro? di assecondarla per farla tacere? Nossignori! “ Domani voglio che ritorni la persona che mi ha fatto compagnia tutto questo pomeriggio.”

L’infermiera la guardò, le tastò il polso, le toccò la fronte, poi sbirciò lo specchio. “Certamente, signorina Mary, come volete, riferirò alla direzione.”

“ Vi ringrazio di cuore” disse la vecchietta, un pugno di ossa sotto una coperta troppo grande, con la fronte corrucciata, intenta a difendere i suoi ultimi diritti davanti ad uno specchio opaco: rifletteva benevolo immagini sfuocate in occhi quasi spenti, incastonati in una testolina bianca ove resisteva un’anima sempre lucida e aggrappata alla vita.

Sorbì alcune cucchiaiate di un brodino di verdure, si girò su un fianco per prendere sonno, disse un’Ave Maria sottovoce, poi si ingegnò a cercare, tra le molte storie che conosceva, il fatto da raccontare l’indomani alla sua amica assistente che le avrebbe certamente tenuto compagnia ai piedi del letto. Lo trovò, il fatto, ossia lo scopo, lo mise in conto per il giorno dopo, così si addormentò contenta.

 

AVEVO UN AMOLARO


C’era un amolaro lungo una riva di salici selvatici, era il più alto e forte di tutti, piegato sull’acqua corrente che portava via lenta i suoi petali bianchi. Ogni fruscio d’aria sembrava una nevicata. Era selvatico pure lui, perché i suoi frutti li mangiavano appena i tordi e i pochi ragazzi che osavano salire fin lassù, con il mio permesso, schivando le spine. Ogni anno, a primavera, fioriva che era una meraviglia, diventava ai miei occhi ingenui una nave bianca. Le api e i bombi ronzavano continuamente e lo circondavano come un’aureola. Su un rametto sporgente e inaccessibile, una coppia di cardellini costruiva invariabilmente il nido nuovo pencolante sull’abisso. Ho saputo molto tempo dopo che “amoi” e susine sono la stessa cosa, ma per me non fa differenza, cerco ancora amoli. Quell’albero è stata la mia casa d’infanzia, da lassù spiavo le nuvole rotolare nel cielo azzurro e bizzarro d’aprile, lontano dagli sguardi di tutti organizzavo i miei primi sogni, leggevo le avventure di Giovanni Boka e dei suoi compagni. Non ricordo quando conquistai per la prima volta il cuore di quell’albero amico né quando lo raggiunsi per un ultimo assalto. Sono passati molti anni, nei miei giorni belli ero spesso lassù, a cavalcioni delle sue forcelle maestre, per questo mi sembra d’esserci sempre stato e di non esserne mai sceso.

La conquista della cima di un albero era la prima fatica e la prima vittoria per ogni ragazzo della contrada Brentella vecchia. Tutti avevano l’albero preferito, personale, un numero di nidi scoperti e segreti, una britola in tasca e graffiature sulle ginocchia da raccontare. Gino, un amico che abitava all’inizio del viottolo che conduceva alla nostra casa tra i campi, aveva un lazzeruolo nell’orto che costeggiava la stradina. Quell’albero faceva gola a tutti noi e quando gli passavamo davanti ci fermavamo a guardare. Sua madre ci lasciava cogliere i frutti caduti. Ma non si poteva scalare, era basso e pieno di spine terribili. Gino non aveva alberi da scalare. Veniva a copiare le carte geografiche a casa mia, perché avevamo delle finestre luminose nella cucina e in trasparenza si poteva ricalcare meglio. Ma era una scusa, Gino veniva per l’amolaro. Mi chiedeva di salirci e io gli concedevo il privilegio. Poi cominciò a salire in cima senza chiedere. Credetti di perdere la proprietà e una volta gli dissi di no, senza motivo, almeno per lui. Ci rimase male, molto male, non se l’aspettava, sentì tradita l’amicizia; non venne più a casa mia a terminare i compiti pomeridiani. Non ci furono spiegazioni, non ci dicemmo niente, però da quel giorno tra noi non fu più come prima. L’avevo offeso, respinto, perché quell’albero nel suo immaginario era diventato un cenacolo abituale e perderlo significò perdere un valore. Lo compresi troppo tardi. Dopo molti anni ci salutiamo ancora, appena appena; con il pensiero corro a quel giorno; sono certo che gli succeda la stessa cosa.

Ero geloso del mio albero preferito e temevo quando gli adulti gli si avvicinavano. O picchiavano i rami con una lunga pertica per far cadere i frutti dai rami bassi o lo potavano o gli piantavano una roncola nel tronco temendo di perderla o di smarrirla tra l’erba. Facevo ah! Il male era anche mio, staccavo l’arnese e aspettavo di porgerlo. Questa mia attenzione la chiamavano creanza. Sembravo un ragazzino pieno di creanza, invece ero solo geloso del mio albero.

Un giorno sentii discorsi terribili. Vennero degli uomini con una tuta grigia e stivaletti a mezza gamba. Camminavano lenti, guardavano e ogni tanto toccavano un albero, i salgàri più vecchi e dal tronco marcio; i nostri uomini accennavano di sì e procedevano. Erano tecnici del consorzio di bonifica e operai addetti allo scavo dei fossati collettori, studiavano come favorire lo scolo delle acque ed evitare le alluvioni invernali sulle testate dei campi seminati a grano. Certe piante impedivano i lavori e dovevano essere estirpate. Arrivarono anche all’amolaro. Un uomo in tuta lo toccò, il cuore mi balzò in gola.

“Questo no” disse “sarebbe un delitto.”

Mio padre assentì raccontando che l’aveva piantato suo padre e che l’aveva visto lì da sempre. Mandai un urlo di gioia e scattai lungo il tronco ad ampie ginocchiate, raggiunsi presto il folto della chioma. Ero senza fiato. Gli uomini risero.

“Sei svelto, ragazzo.” Non avevano capito.

“Pencola troppo, adesso o dopo cadrà da solo, intanto però lo teniamo, è un buon ricordo” disse mio padre. Passarono oltre. Adesso o dopo cadrà? Non era possibile!

Le uova si schiusero e i cardellini aumentarono il ritmo dei loro voli. Il piccolo nido era colmo di piume e di becchi in attesa. A scuola era una gara nel raccontare quanti nidi si conoscevano.

“Ho cinque nidi.”

“Ne ho due di merlo.”

“Uno di scaransua, uno di sirantolo e uno di piombin.”

“Dove, dove? Di piombin?”

“Eh!”

Il piombino era il martin pescatore e faceva il nido scavando nelle motte di terra o alla base dei tronchi sui vecchi argini del fiume: era raro e pochi lo conoscevano, perché non tutti sapevano cercare. Così raccontavano i più grandi e dovevo crederci, perché non ne avevo mai visto uno.

“Io ne ho uno di cardellino” dissi.

Non feci molta impressione tra i compagni, finché un ripetente mi diede retta.

“Quante uova? Ha i putini?”

Restai in silenzio, interdetto, andava oltre le mie attese.

“Quanti?”

Non lo sapevo. Mi guardò con disprezzo, convinto che non avessi niente. Chi aveva scovato un nido sapeva tutto di lui, com’era fatto, il colore delle uova, quanti piccoli erano nati, il colore delle piume e il verso.

Una volta sull’argine teatro dei nostri giochi, eravamo una decina sparsi a rincorrerci e a rintanarci nelle cave, vidi Nereo fermarsi come un cane che fa la tira e infrattarsi. Era uno dei prepotenti della banda, cioè un capo.

“Giù!” Mi fece un cenno perentorio con la mano; gli altri gridavano sull’altro versante dell’argine. Ubbidii lesto e mi accovacciai un po’ indietro. Un uccellino dalle piume giallastre, vispo, bellissimo, uscì da un foro invisibile di una breve parete a strapiombo e sparì nel fogliame.

“Ugarini.” Nereo mi guardò truce. “Se parli….” disse e mi mostrò un pugno.

“Giurin giurea!” dissi subito mettendo i due indici in croce davanti alle labbra. Avevamo scoperto un nido di lucherini, nessuno ne conosceva uno. Io, da quel momento, uno ne conoscevo, ma era tutto come prima, non dovevo vantarmene altrimenti avrei passato dei guai. Tuttavia fui grato ugualmente a Nereo di avermi reso partecipe della scoperta. Tornai spesso sull’argine passando alla larga, anche se morivo dalla voglia di spiare gli ugarini, belli persino nel nome.

Lui, invece, durante la ricreazione si vantava dei nidi che conosceva, ballava sulle ginocchia, attirava l’attenzione e faceva l’inventario delle sue segrete scoperte lì davanti a tutti, e quando tutti erano attenti la sparava.

“E uno de ugarini.”

“Oh!” facevano i miei compagni a labbra chiuse in una smorfia di ammirazione e di invidia. Io inghiottivo saliva, senza dire né ai né bai. Nereo mi guardava fisso negli occhi mettendo gli indici in croce davanti alla bocca. Come un automa ripetevo lo stesso gesto.

Passavo molto tempo sopra l’amolaro, immaginavo di essere sulla coffa di una nave, il dondolio doveva essere lo stesso, mi dicevo. Vedevo campi di grano che si piegavano come onde al vento, vedevo i pioppi stormire mostrando la pagina uguale di tutte le foglie lisciate dalla brezza come tanti cirri, guardavo le nuvole gonfiarsi, sparire, sfilacciarsi, aggrovigliarsi; quando vedevo le pecorelle mi dicevo, domani piove; lo dicevano tutti, spesso era così. I cardellini non mi disturbavano, probabilmente non li disturbavo neppure io, continuavano i loro viaggi, ma uno dei genitori era sempre nel nido, di guardia o su un rametto più in alto. Il nido dondolava, era ben fissato, ben calibrato, non svuotava il suo carico, neppure quando c’era vento forte e una nevicata di petali bianchi cadeva tra le insalate. Con una lama incidevo le mie iniziali che dopo poco tempo slabbravano facendo uscire linfa rossastra che si raggrinziva e medicava l’improvvida ferita. Mettevo il mio sigillo ogni volta più in alto, nessuno era arrivato a toccare quasi la tentennante cima. Da lassù vedevo gli uomini caricare carri di fieno e il cane slanciarsi e bloccarsi di colpo di fronte a un nido di quaglia. Le quaglie fanno per terra, non sono a riparo, non è difficile conoscere un nido di quaglie. Gli uomini spesso li difendevano, girando attorno con la falce lasciando un metro quadro di erba medica; ma loro non ci stavano, piuttosto abbandonavano. Allora le donne mettevano le uova recuperate sotto la chioccia e nascevano i piccoli. Nessuno si vantava di un nido di quaglia.

Avevo i miei cardellini da osservare, erano solo miei, mi vantavo di loro come se li avessi avuti in cucina su una stanga con il capino reclinato sotto un’ala o in una gabbietta.

“Mettili in gabbia” mi suggerì Nereo.

“Come si fa?” azzardai.

“Vengo io.”

Respinsi l’offerta. Secondo lui mentivo e questo non potevo sopportarlo.

”Vieni a vedere” sbottai. “Però, mi raccomando.” Misi le dita in croce.

“Per così poco?” Mi guardò con occhi così compassionevoli che ancora me li sento addosso.

Qualche giorno dopo, di pomeriggio, faceva fresco ed era una delizia lasciarsi dondolare tra i rami gustando amoli dolciastri e succosi. Sputavo l’osso e, dove andava, andava. Ci sono due tipi di amoli quelli gialli e quelli rossi, i miei erano rossi e grossi. Ce n’erano tanti quell’anno. Quand’ero stanco di mangiarli, ne lanciavo in acqua, il fiotto sembrava arrivare dopo un secolo, perché mi sentivo altissimo, vicino al cielo.

“Ehilà!”

Guardai sotto e vidi Nereo, vidi la sua testona più che altro, poi il viso che sghignazzava.

“Sono qui per vedere.”

Ero senza parole. Non gli dissi niente, ma mi feci da parte come per fargli posto. Salì come un gatto, era più vecchio di me di un anno, era ripetente e sucon, dicevano; quando giocava con noi non sembrava proprio, vinceva sempre.

Sputò un osso in un punto lontano che neanche mi sognavo. Sentivo violato il mio domicilio, però era anche un onore avere le attenzioni, e anche la protezione, di un tipo come Nereo.

“Eccolo” dissi mostrando con il mento il nido a due metri da noi su un ramo laterale. “Non è possibile contarli.”

“Non è possibile?” Si sporse, abbrancò due rami più alti della sua testa, tastandoli ripetutamente, aprì le gambe e distribuì il peso su altri rami più bassi; a piccoli scatti, balzi, millimetri alla volta, riuscì a portarsi con il naso quasi sopra al nido. La madre volò via con uno scatto furioso, per rientrare subito e posarsi sulla cima da dove cinguettava furiosamente. Gli uccelli non cinguettano sempre con lo stesso tono e le stesse note.

“Sono cinque” disse non noncuranza. “Poca roba.” Roba da poco, non di pregio, in giro ce n’erano molti di nidi di cardellino. “Vuoi ingabbiarli?”

“Ne vorrei uno.”

“O tutti o niente.” Mentre rientrava nel cuore delle forcelle portanti mi spiegò. “Metti il nido in una gabbia fissata al ramo, la mare continua a portare il cibo e quando sono grandi, con le piume, sono tuoi.”

L’idea era allettante. Però da solo non sapevo come fare, di Nereo non mi fidavo, era capace di tornare di soppiatto e portarmi via il nido, vista la sua bravura. Ero incerto, poi mi tolse ogni dubbio.

“Però a volte i genitori piuttosto di vedere i figli prigionieri, li avvelenano. A me è successo.”

Rabbrividii. Scendemmo a piccole falcate scivolando e segnando le cosce di altre escoriazioni perché volevo mostrarmi svelto. Per poco non caddi in acqua. Se ne andò senza dire niente.

Andavo ogni giorno a controllare il nido, finalmente un giorno non sentii più pigolare. Mi venne un tremito.

“Quel ladro!” Salii biascicando, mordendomi le labbra, mi sporsi come vidi fare a lui, guardai giù: il nido era vuoto. Restai interdetto, dubbioso, poi, su un pesco, giù, li vidi tutti battere le ali per galleggiare appena, per imparare a volare: erano sgargianti con la testina rossa, vogliosi di andare. Trassi un sospiro di sollievo. Erano andati, erano liberi.

Di sera, in estate, arrivavano i passeri. Invadevano le robinie e i pruni selvatici, sceglievano piante ad ampia chioma perché ci stavano tutti, penso. Facevano chiasso fin dopo il tramonto. I passeri non fanno sugli alberi, ma sotto i coppi delle case, quando lasciano i nidi si riuniscono a frotte, come bande di ragazzi e se ne vanno per il mondo, in gruppo, chissà quante se ne raccontano! Almeno così immaginavo.

Una notte che non dormivo per la calura, una nebbiolina leggera stagnava sui medicai e i cani uggiolavano spalancando le fauci, sentii qualcuno fare festa sul mio amolaro. Era un usignolo. Non l’avevo mai sentito prima, non so dove avesse il nido, né mai lo scoprii. Ogni notte, dopo mezzanotte, cantò un grandioso inno d’amore alla luna per tutta l’estate.

Mio padre mi spiegò che era un miracolo della natura, molto piccolo, dal timbro di voce squillante, possente, che temeva i passeri che lo beccavano, quindi si rifugiava tra i rovi e gli alberi spinosi per stare tranquillo; cantava quando tutti gli altri dormivano, sicuro che nessuno sarebbe venuto a disturbarlo. Durante i filò d’inverno sentii raccontare un lungo stornello, una bella storia a rime sull’usignolo, so che ridevo, pensavo molto a questo piccolo uccellino solitario, eppure sono riuscito a dimenticarla, non la ricordo più e mi dispiace tanto.

Ho dimenticato tante cose, ma molte ancora le serbo per me e per chi le vuole sentire.

In primavera morì Nosente, il suo vero nome era Innocente, aveva novantacinque anni. Andava in bicicletta per la stradina fangosa con una lentezza esasperante, sembrava impossibile che stesse ritto, che procedesse, eppure andava avanti; era curvo, corrugato, ciglia foltissime, mani enormi ossute, inchiodate al manubrio.

“Giorno, Nosente” gli dicevo, come tutti.

Mi guardava fisso e quello era il suo saluto, fiato non ne aveva più. Lo trovarono addormentato a letto, per sempre, e tutti dissero bene.

“Era un bon omo!” Lo dicevano di tutti. Delle donne si diceva: brava sposa.

Dei ragazzi non dicevano niente, non ho mai visto morire ragazzi, tranne una volta. Un mio compagno annegò in canale nel tentativo di recuperare uno zoccolo di legno che l’onda si stava portando via, lo inseguì, andò in mezzo alla corrente e fu perduto.

“Povero disgrassià! Che disgrassia!” Non si sentiva dire altro.

La primavera dell’anno dopo ci furono le solite burrasche di S.Gregorio, quelle che spingevano le rondini di ritorno. I primi tuoni e i primi uragani squassarono il cielo e abbassarono le temperature, scoperchiarono varie tettoie, portarono grandine, rovesciarono baracche. Cose mai viste in quella stagione!

Era piovuto molto durante l’inverno, il terreno era fradicio, alcune campagne allagate, nei fossi non ancora scavati le acque scorrevano lente, stagnavano, imbibivano i suoli rendendoli fradici.

L’amolaro, il mio amolaro, il mio nido crollò, anzi si adagiò a terra l’ultimo giorno di marzo, era già buio e forse non se n’è accorto, lo spero tanto. Lo segarono, lo spaccarono in quattro e quattr’otto, perché si apriva la stagione dei lavori e c’era poco tempo da perdere.

Piansi quel giorno. “Che disgrazia!” mormorai. Per me lo era. Parlavo di lui e un po’ anche di me. Parte della mia infanzia spensierata se ne andò in fastelli su un carretto cigolante, una sera.

 

C’ERA UNA SARESARA


I Moesini erano stati assai numerosi, prima dell’ultima guerra. Avevano lavorato molte terre oltre Brenta a sorgo e a vigna, si racconta tuttora di loro. Sono passati gli anni, la grande famiglia si è ristretta, ma le terre sono ancora là, troppo larghe per barba Jache e suo figlio Sc-iopetin, sposato con la Mariangela dei Morari, brava lavoratrice anche lei, con un figlio da scuola e con nessuna voglia di lavorare la terra. A dispetto del loro cognome, era gente spiccia, sbrigativa, affatto molle.

”Hai dodici anni e nessuna voglia di far ben” brontolava suo nonno.

Neanche i libri li ama abbastanza, gli piace girare a bande per i campi, saltare fossi, spaccare tronchi lanciando una corta accetta, la menara, e fiondare rondini solo perché gliel’hanno vietato. Torna spesso a casa con qualche botta o gonfiore, ma soddisfatto della vita che fa. Suo nonno non è affatto contento, non ci vede chiaro e brontola da solo, perché, dopo che è rimasto vedovo non c’è nessuna donna paziente a sopportarlo. Certamente la venderanno, la cederanno, la molleranno quella campagna; non possono continuare a farcela da soli, questo si dice in giro. Avranno pure le macchine e le opere, però l’impegno si sta facendo troppo pesante, anche perché, a barba Jache, gli anni cominciano a pesare. Ha fatto tagliare molti alberi lungo i fossati per permettere alle macchine di girarsi meglio quando vanno ad arare; anche nel frutteto ha fatto S.Martin. C’erano troppi alberi che da anni facevano solo ornamento di fiori a primavera, ma frutti niente, perché nessuno li cura, li difende dagli afidi e dalle muffe. Solo un ciliegio è di buon cuore, ogni anno è puntuale, presente, ricco di ciliegie rubiconde, vere marosticane; fanno gola a molti ma lui non ne dà a nessuno.

La saresara, sul limitare degli orti attorno alla casa, apre le carreggiate che vanno nei campi. E’ un bell’albero solitario, bene esposto al sole e ai venti per l’impollinazione, è l’emblema della casa.

Barba Jache è goloso e geloso del suo ciliegio. Ogni giorno vuole una terrina di ciliegie fresche in tavola, e mostra i pugni ai merli e ai tordi che si accomodano a piacimento a tutte le ore senza chiedere. La raccolta la fa il nipote Giancarlo, che tutti chiamano Tavanèa, perché è molesto e fastidioso come un tafano che tormenta la cavalla attaccata alla timonella.

“Vammi a prendere una terrina di ciliegie” ordina incrociando le sopracciglia.

C’è una scala di cinque metri appoggiata al fusto, serve per arrivare alle prime forcelle, poi lì dentro ti perdi nel fogliame. Tavanèa è lesto di gambe e di braccia, ma neppure lui è capace di scalare la saresara, il fusto è troppo ampio, non ce la fa ad abbracciarlo e a stringerlo con le cosce. La scala è l’unica via di accesso a quel pergolato rubicondo che dondola, occhieggia, invita. Molte ciliegie sono irraggiungibili, ma non importa, la saresara ne dà in abbondanza e quelle che non si prendono marciranno al suolo o le mangeranno i tacchini e le oche.

Da lassù, mentre vendemmia, guarda la campagna intorno e studia, studia un piano. Si vede tutto da lassù, il canale dove vanno a nuotare, il campanile, le strade e gli argini dove vanno a fare battaglia tra bande, le anguriare dove andranno a fare man bassa di notte tra poche settimane. Tavanèa ha una banda, appartiene a una banda, ma non è un capo, deve accodarsi agli altri e correre tanto, a volte senza sapere dove vanno. Che importa? Stare insieme ai propri compagni è una necessità vitale, chi è emarginato sta male da morire. Corre questo rischio, allora cerca di intervenire, di proporre, di interferire, ma nessuno gli dà retta, perché è un rompiscatole. Per conquistarsi la simpatia di qualche compagno gli ha proposto sottobanco di venire a rubargli le ciliegie, lui avrebbe fatto da palo, perché nessuno se ne accorgesse in famiglia. Ma neanche questo ha funzionato, non gli danno proprio retta. Eppure non passa giorno che le bande non calino a gruppi scelti nei frutteti sparsi e fuori mano.

Da sotto il cane uggiola, mugola, abbaia, vorrebbe giocare, rotolarsi, mordicchiare il suo padroncino, farsi tirare la coda, le orecchie, inseguire i tacchini e farsi rincorrere minacciosamente.

“Smettila!”

Coso non la smette affatto, adesso che è riuscito ad attirare l’attenzione. Tavanèa gli tira le marostegane, ma quello le cattura al volo. Coso è tuttora un cane senza nome, è capitato alla fattoria non si sa come o scartato da chi, randagio in ogni caso. In un modo o nell’altro là è cresciuto, non sapendo che nome avesse, cominciarono a fargli domande, oh, coso come ti chiami? Ehi, coso vattene fuori dei piedi! Oh, coso corri corri acchiappa la gatta! Così per ridere o sul serio, considerato una cosa, un oggetto, infiltratosi per chissà quale accidente, Coso è diventato di famiglia. Fa i suoi servizi, abbaia di notte quando sente rumori molesti, di giorno quando in corte appare qualche estraneo, insegue le oche che spesso si voltano indietro e lo mettono in fuga, saltella come un matto quando gli grattano la testa. Tavanèa è suo amico, gli gratta spesso la testa. Coso lo sa e lo cerca dappertutto, spesso fiuta l’aria, sente dov’è e corre come una palla che rotola sollevando la polvere delle carreggiate. Insieme vanno a nuotare, ma quando Tavanèa va a bande, Coso sta a casa, capisce che c’è qualcosa che non gli appartiene, non si azzarda ad uscire dai cancelli. Uggiola, chiama, latra al vento, poi si gira e va a cuccia inquieto e insoddisfatto.

La terrina è colma, scende pian piano e pensa. Berti gli ha chiesto di venire a ciliegie a casa sua con alcuni della banda. Ne è lusingato, ma Berti non è il capo della sua banda. E’ un bel guaio, è una bella responsabilità. Ah, se glielo avesse chiesto Franco! Ma Franco è troppo orgoglioso, non vuole inviti, gli ha già detto che se un giorno decidesse di accomodarsi sulla sua saresara, ci andrebbe senza preavviso.

“Sei o non sei dei nostri?” gli aveva intimato.

“Certo che sono dei nostri” aveva ammesso Tavanèa. Sembrava una confessione estorta.

“E allora, che problema c’è?”

“Guarda che Coso sente, abbaia  e mio nonno spara se è di notte.”

“Chi sente?”

“Coso.”

“Un cane che non sa neanche lui chi sia! Va là, Tavanèa ! Quando sarà, sarà, e bocca chiusa.”

L’aveva liquidato con grande sufficienza suscitando il ghigno storto di Marco, un grassoccio prepotente e lesto a menare le mani, ombra di Franco. Non si dividevano mai. Marco aveva la forza che Franco non aveva, ma il capo era dotato di quell’astuzia che il suo vice neppure sognava per cui aveva dalla sua l‘obbedienza cieca di un subalterno gratificato di cui si faceva scudo  beffardamente.

Farsi rubare le ciliegie era normale: il proprietario di solito sapeva, collaborava, aumentava il suo credito nella banda. Qui non gli si voleva concedere neppure l’onore delle armi. Franco si poteva permettere questi soprusi, poteva prendere quello che voleva, quando voleva e a sua insaputa. “Eh, no!” si era detto Tavanèa. Un guaio c’era in ogni caso o perdere la banda o perdere le ciliegie, se non entrambe. Perché la banda del Canale era forte e numerosa e per molti era un onore solo dire che si era di quelli. A fiondate non li batteva nessuno.

Se il nonno avesse solo intuito quello che macinava nella sua testa ne sarebbero successe delle belle, senza contare l’ira di suo padre che s’arrabbiava di brutto e quando meno te l’aspettavi: aveva troppi lavori, troppi impegni, non poteva arrabbiarsi lentamente.

Era giugno, faceva già caldo e i ragazzi nei pomeriggi andavano a canali, a nuotare. I piccoli andavano alla fossa del Palo dove l’acqua era bassa e si poteva fare un grande chiasso con le braccia e con le gambe senza rischio di annegare. I grandi invece andavano in canale, si tuffavano a più riprese, a volte pescavano tinche con le mani. Là in quelle ore non c’era banda che tenesse, tutti andavano a nuotare e ognuno badava a sé. Gli scontri di banda erano una necessità, una competizione di cui non si poteva fare a meno, se non c’era un motivo di confronto lo s’inventava.

“Che facciamo stasera?

“Cosa fanno quelli del Canale? Andiamo a vedere.”

Dall’altra parte si facevano gli stessi discorsi e così nascevano gli scontri per il possesso di un argine, per la conquista teorica di una campagna da visitare e depredare di albicocche o prugne.

Tavanèa si tuffava già da una decina di volte urtando i suoi compagni, ma anche quelli dell’altra banda, che poi erano compagni di scuola come tutti.

Marco l’aveva urtato violentemente e spinto in acqua un paio di volte sghignazzando. Aveva finto di non accorgersene.

“Ehi, Coso!” lo interpellò Franco. Ancora finse di non sentire. Lo trattava come uno scarto, come un povero cane. Alcuni apprezzavano queste sgradevolezze perché significavano riconoscimento di appartenenza sicura alla banda e alle sue conquiste. Tavanèa si stava stancando, non era da meno dei suoi familiari, era un Moesin, un sangue caldo. Incominciò ad innervosirsi lentamente e in maniera irreversibile, così, quando il capo gli disse che gli avrebbe rubato tutta la saresara e nessuno se ne sarebbe accorto, gliela giurò.

Tra una nuotata sott’acqua e una serie di schiaffate rumorose attraversavano il canale più volte, si avvicinavano, si allontanavano, si cercavano. Dopo un tuffo, sbuffò fuori dall’acqua e si trovò muso a muso il ghigno di Berti. Pure lui sbuffava, ma tra un soffio e l’altro gli sillabò due parole.

“Vengono sabato.”

Berti sparì sottacqua e rispuntò dieci metri più avanti, navigava a grandi bracciate verso l’altra riva. Berti è uno di quelli che ti guardano e ti tagliano, capisce subito se uno è sciocco oppure no e glielo dice con un sorrisetto che fa male e uno screcolare di risata eh, eh, eh! che senti appena eppure ti brucia.

Molti vorrebbero essere della banda del Ponte alto, anche Tavanèa vorrebbe, ma la scelta la fa non il cuore bensì la contrada, nessuno tradisce la contrada. Tuttavia i pensieri a volte corrono, anche perché nessuno li vede e ci puoi fare quel che vuoi e ci puoi filare un bel po’.

Tavanèa ci aveva filato molto quando Berti gli aveva detto, molto amichevolmente, parole chiare e nette.

”Gianca, tu sei uno sciocco, ma, siccome non lo sai, non ci pensi.”

Tavanèa invece aveva annuito, perché anche lui aveva questo dubbio, giacché non reagiva mai alle umiliazioni che subiva da Franco e da Marco Tàpara. Era meravigliato che Berti gli leggesse dentro in quel modo e questo accrebbe la sua ammirazione per il capo dell’altra banda che si permetteva di offenderlo per il suo bene, perché si disincantasse.

Berti aveva un piano in testa, quello di andare a ciliegie dai Moesini, con la complicità di uno di casa, regolarmente insomma. Che diamine, perché farla tanto difficile come Franco? I discorsi svolazzano, si sentono, si riferiscono, si commentano e poi tornano indietro. Tutti nella banda sapevano, meno l’interessato: sabato sera, alla vigilia della processione del Corpus Domini, Franco, Marco Tàpara e altri due sarebbero andati a rubare le ciliegie sulla saresara maestra dei Moesini, senza che nessuno sapesse. Tutti sapevano, tranne Tavanèa. Berti glielo ripeté, mentre si asciugavano alla belle e meglio, tutti parlavano, vociavano, nessuno si intendeva tranne quelli che volevano intendersi. Tavanèa sentì un filo di gelo percorrere la schiena, era l’acqua, ma erano anche rabbia e indignazione.

“Te la vogliono fare!”

Tavanèa sentiva che tutti gli sghignazzi erano per lui e se la legò a un dito. Avrebbe avvisato suo padre che avrebbe sparato in mezzo al fogliame e lui avrebbe aizzato dietro il cane. Poi per lui sarebbe stata finita, ma era finita lo stesso. Se nella sua banda avevano deciso di farsi beffe di lui, che gli serviva una banda? Era robusto abbastanza, aveva deciso come fare, come prendere Franco da solo e menarlo ben bene. Ma cambiò presto idea, perché non avrebbe mai potuto cambiare paese nei successivi cinquanta anni. Certe vendette si praticavano a regola d’arte, lui non si era tirato indietro le poche volte che era riuscito a rifarsi su qualcuno più isolato.

“Se ci stai, il tiro a quello glielo facciamo noi. Oh, sempre se ci stai! E non pensarci nemmeno un attimo: in ogni caso tu non sei dei nostri. Noi vogliamo soltanto assaggiare le tue ciliegie. E dare una lezione a Franco, come te.” Berti aveva la capacità di farsi ringraziare per i danni che procurava.

Si trattava di decidere in fretta, troppo in fretta, senza nessuno con cui consigliarsi. Berti lo guardava con il suo sorrisetto beffardo, con una fessura di occhietti aperti che frugavano e capivano che la diga stava crollando, perché la spinta era stata data al momento giusto e sul punto giusto.

Tavanèa non disse niente, si accoccolò ai piedi di Berti, sotto l’argine per non farsi vedere e guardò in su, pronto ad ascoltare. Berti capì che avrebbe mangiato le ciliegie dei Moesini senza colpo ferire; continuò a sorridere a mezz’asta senza proferire parola. Nessuno parlò, nessuno vide niente. Il patto fu  siglato con gli occhi, con gli atteggiamenti, con i silenzi. Con l’indice della mano destra che girava in tondo trinciando l’aria il capo comunicò che si sarebbe fatto vivo in seguito, gli voltò le spalle e senza salutare discese l’argine. Attraversò apposta un gruppetto di quelli del Canale, Marco gli lanciò una zolla, ma Berti non fece una piega e se andò.

Sc-iopetin era indaffarato con le opere stagionali, donne e uomini ingaggiati a mesi o a settimane a seconda della scadenze dettate dall’andamento della stagione. Semine, raccolte, pulitura dalle gramigne, cura del bestiame, concimazione delle terre esigevano una presenza di manodopera che si trovava facilmente perché c’erano molti contadini che avevano una piccola cesura.

In quei giorni, in attesa di passare alle trebbiature, Sc-iopetin aveva deciso di anticipare la concimazione dei vigneti. Era un lavoro fastidioso, ma che non si poteva evitare, prima lo affrontavi meglio era. Le donne dovevano concimare con letame fresco le aiuole dell’orto per aiutare la crescita dei pomodori, delle melanzane e  dei peperoni, tutta roba sana venuta su al naturale, con letame autentico di vacca. Spesso spaccavano le fette con una vanga poi con le mani lo sbriciolavano ai piedi della piantina di pomodoro che sarebbe cresciuta alta e carica. Facevano molto uso di pomodoro perché era sano e nutriente, e costava poco, a loro dire. Gli uomini invece erano impegnati in un lavoro piuttosto antipatico, dovevano spargere i liquami delle stalle sulle piante delle viti per aiutare le vecchie vigne spossate ed esauste dal troppo dare. Loro volevano bene alle loro piante e così le aiutavano nel modo più naturale possibile. In quel giorno un fetore insopportabile aleggiava per i campi, perché le puzze delle urine al sole diventano ancora più irritanti., bruciano gli occhi e la gola. Barba Jache era trionfante perché vedeva la grassa sparsa nella sua campagna in modo omogeneo e al momento giusto. Poi aspettavano una pioggerella, che a volte capitava a proposito senza acquazzoni così la nutrizione della terra era filtrante, lenta ed efficace. Barba Jache cantava le cavatine del Barbiere di Siviglia e le donne lo prendevano per matto, per loro c’era poco da ridere.

Anche Tavanèa aiutava, portava l’acqua e la bevanda, un misto di vinaccia torchiata ed acqua di pozzo, che sembrava rosolio perché era frizzante. Sembrava una provocazione, nel mentre ingrassavano le vigne, ne bevevano il succo peggiore. I contadini erano così, il meglio lo vendevano per guadagnare di più per cui il gusto delle loro fatiche  spesso se lo godevano coloro che non se lo meritavano. Tra una corsa fra i trami e la corte di casa, con Coso dietro saltellante e appiccicato alle gambe, si era quasi scordato della saresara, che, invece, incombeva bella e ardita sopra la sua testa ogni volta che prendeva la carreggiata per i campi.

Coso a un certo punto si impennò, incominciò ad abbaiare e a correre avanti e indietro. C’era qualcosa di insolito, Tavanèa drizzò il collo, guardò in giro e, lungo la riva che faceva da confine con le proprietà dei Pessati, vide dei rami di salice ondeggiare. C’era qualcuno che andava a funghi, spostando rami e frugando tra le tapare, grossi ceppi di pioppo. Strano davvero, non era stagione con quel caldo. Poi capì. Fece un giro largo e arrivò alla riva dei Pessati. Incontrò Berti che con un bastone spostava le erbacce in cerca di funghi. Era una ricerca ammessa anche su proprietà altrui.

“Brutta annata quest’anno, non si trova niente.” Poi si acquattò e pescò una tartarughina dall’acqua corrente.

“La vuoi?” disse a Tavanèa. Il ragazzo accettò e ringraziò. Neppure per un attimo pensò che era sua, perché stava nel suo fossato.

“Sono qui per sabato” tagliò corto Berti. “Te l’hanno detto? Franco, Marco e altri due verranno a rubarti le ciliegie.” Attese per vedere l’effetto. L’effetto ci fu, perché Tavanèa mandò via il cane e azzardò a pelo asciutto.

“Li aspetterò.”

“Da solo non ti conviene, sono qui per darti una mano, in cambio ci facciamo una scorpacciata delle tue ciliegie, con il tuo permesso, s’intende.”

“Ti do il mio permesso, ma come li fermiamo?”

Berti sogghignò con il suo sorrisetto sprezzante e rassicurante. Poi gli spiegò il piano. Tavanèa scoppiò a ridere per l’arditezza dello scherzo e per la soddisfazione di dare una lezione a chi ne aveva date a lui fin troppe. Berti si spiegò in ogni dettaglio e alla fine raccomandò silenzio.

Il piano era piuttosto semplice e ingegnoso ad un tempo. Avrebbero atteso loro due sopra la saresara, appostati fin dall’imbrunire sopra la scala, unica via di accesso alla vendemmiata. In mano avrebbero avuto un secchio colmo di liquame di stalla. Il tanfo aleggiava sulla campagna impregnata già da due giorni di lavoro fitto. Avrebbero atteso gli ignari scavezzacollo della contrada del Canale e il primo che avesse messo il naso nel fogliame si sarebbe trovato il secchio in testa, per gli altri in fila indiana ce ne sarebbe stato a sufficienza comunque. Per la sorpresa era previsto che gli assalitori si dessero a precipitosa fuga, altrimenti sarebbero stati guai grossi per quei due uccelli di frasca.

Mai segreto fu così segreto, perché nessuno fiutò nulla e gli eventi si avviarono alla loro naturale conclusione, con effetti devastanti per la banda del Canale.

La sera della trappola era serena, una falce di luna sembrava occhieggiare curiosa. A Tavanèa il cuore andava a mille per l’emozione, per il coraggio che non sapeva di avere, per la considerazione che Berti gli trasmetteva. Si appollaiarono per  tempo tra il fitto fogliame della saresara. Tavanèa teneva il secchio di liquido puzzolente tirato su con una funicella per non versarlo durante la salita e dare così un involontario allarme. Berti vendemmiava ciliegie a piene mani e le metteva in seno e in una sporta di paglia piuttosto capiente. Quando fu buio aguzzarono gli occhi, trattennero il respiro, immobili, in attesa. Non si vedeva niente là sotto, si sentiva Coso latrare, ma era alla catena.

A un certo punto la scala tremò, oscillò: qualcuno la stava toccando. Tavanèa provò la stessa emozione di quando vedeva il sughero affondare durante la pesca dei pesci gatti. Erano arrivati, capitati da chissà dove. Erano in quattro. Riconobbero Franco, Marco Tàpara, Virgola e Sergio dei Faenzani.

“Salgo io” disse Franco stringendosi la cinghia e allargando la camicia per rendere il seno più capiente.

“Mi sembra giusto” argomentò Marco stranamente sospettoso. Guardava continuamente in giro, non lo tranquillizzava la facilità con cui erano arrivati fin là. Seguirono Virgola e il Faenzan.

“Sto sotto di guardia.” Marco si assegnò un compito facile e di pronta fuga in caso di emergenza. Nessuno obiettò, perché bene compreso nella sua parte ardimentosa da raccontare.

Franco aggredì la scala sicuro e cominciò la salita, gli altri dietro a testa china per controllare gli scalini. Arrivato alle prime forcelle, pescò le prime ciliegie, sputò l’osso e sogghignò trionfante. Fece un altro gradino. Berti disse di sì e Tavanèa gli rovesciò in testa il secchio che già tremava e rischiava di precipitare anzitempo. La colata micidiale annichilì Franco, gli mancò il fiato. Poi gridò.

”Ma… ma è m….!”

Marco Tàpara credette fosse un’imprecazione. Fu un attimo, capì subito che erano attesi, che erano caduti in trappola. Se la svignò quatto quatto, unico intatto. Gli altri annaffiati dalla testa ai piedi, Franco irriconoscibile, se la diedero precipitosamente a gambe tra i campi saltando come capretti sperando di liberarsi in qualche modo di quell’orribile tanfo che li aveva marchiati. Per vie diverse, si trovarono alla fontanella di una viuzza che loro frequentavano spesso per dissetarsi, ma anche per confabulare. Disgraziatamente erano attesi da altri della banda che brontolavano per il ritardo, pronti a fare una memorabile scorpacciata delle marostegane dei Moesini.

Quando i tre sventurati arrivarono alla fontanella, Marco aveva già  impietosamente descritto la scena della sorpresa, non mancando di aggiungervi particolari poco esaltanti per l’ideatore di quella sfortunata impresa. Franco fu accolto da un gran silenzio. Si lavarono a casaccio, poi ognuno tornò a casa silenzioso e cupo. Quella generazione di banda del Canale finì quella sera, in modo triste e imprevisto. Altri ragazzi premevano, avrebbero preso il loro posto. Tutti seppero ma nessuno commentò. Tavanèa fu mandato in collegio e perse i giorni migliori della sua prima giovinezza. Franco sparì letteralmente. Marco tentò inutilmente di tenere in piedi la baracca asserendo, vigliaccamente, che era stato l’unico a sconsigliare l’avventura, ma che non era stato ascoltato. Nessuno gli credette e così completò lo scioglimento della vecchia banda del Canale.

Berti con gli amici del Ponte alto andò ancora sulla saresara, ma non parlò mai dell’avventura di quella notte famosa. Era andata così, non era il caso di infierire.

Sorride tuttora spostando appena il baffo pigro.

Sono stato coetaneo di Berti, ma di un’altra banda e questa storia l’avevo sentita sempre riportata. Sono passati sessant’anni e ancora si racconta tra i vecchi ragazzi di un tempo, senza acrimonia e senza rancore, perché ognuno a quell’età aveva combinato qualche marachella, per fortuna, anche se non così bella. Sta male Berti, è disteso sul divano di casa sua, svogliato. Non ci siamo mai frequentati, eppure mi ha mandato a chiamare. Mi ha parlato delle sue tele e delle sue opere in ferro battuto, strano uomo quest’uomo.

“Cosa vuoi, Berti?”

“Fatemi una mostra e poi scrivi quella storia della saresara.” Me la raccontò in originale. Sorrise come non faceva da mesi, dopo che il male l’aveva aggredito. Mi mostrò le sue numerose tele con angoli noti della Riviera del Brenta, tele cariche di colore e di passione, mi mostrò il ferro domato dandogli un’anima: guardo e sento profumo di azalea, scorgo il balzo di un cerbiatto, il becco di un’aquila, un airone in volo. Era orgoglioso di un tronco pescato dal fiume, l’aveva dipinto, vi vedeva dieci animali, me li mostrò: due garzette, un elefante, un cervo, un ippopotamo… me li elencò tutti. Era un artista e nessuno lo sapeva, eppure uno così lo era sempre stato.

E’ morto l’estate scorsa, ai primi di agosto, la chiesa era piena di vecchi bravi ragazzi, suoi coetanei. Nessuno era triste pensando a Berti.

7 agosto 2004.

 

UOMINI E RAMI


Perché rubare la felicità ai bambini depredandoli dell’età dei giochi? L’infanzia imbottita di scuole e di guardiani, di omaggi e di giocattoli orrendi mi riempie di tristezze. Vedo bambini bellissimi senza scalfitture, non hanno mai aggredito a ginocchiate un melo e mangiato lassù il frutto spiccato con le mani sporche di verde, non hanno mai tirato o ricevuto un pugno sulla spalla in segno di forte amicizia.

Eravamo rami, eravamo frasche, eravamo alberi pure noi. Metà della nostra infanzia l’abbiamo passata sugli alberi. Irene mi ha chiesto: “Nonno, insegnami a leggere.” Prima le insegnerò a conquistare un albero, un albero facile, un fico di confine, un pioppo. Affitterò un pioppo, c’è ancora qualche prato in periferia, ai margini ci sarà pure un pioppo, lo chiederò in prestito e porterò tutti i bambini in fila indiana a lottare con la scorza buona per conquistare da soli la prima cima. Appreso il mestiere lo faranno ovunque, sempre, è questo il bell’apprendere.

Ricordo il mio primo albero, l’avevo cercato e studiato, era un oppio solitario ai margini di un vigneto. Avevano scalzato le vigne perché esauste ormai, ma l’avevano salvato, avrebbe fatto da tutore ai nuovi innesti. Era basso, ben fatto, dritto, vecchio abbastanza per essere robusto, dalla scorza butterata in più parti con molte aderenze, senza offese invalicabili, non aveva spine, ma un nido di averla a portata di sguardo, bastava alzarsi di due metri appena. Da qualche tempo avevo voglia di prendermi un albero e mai mi decidevo per paura di fallire e rinunciare per sempre. Mi preparai a lungo, con grinta e volontà, poi il nido decise tutto. Volevo vedere e contare i putini. Mi avvicinai rispettoso e prudente, lo palpai e lo accarezzai come si accarezza la criniera di un puledro per conoscerlo, per farsi conoscere. La madre di averla volò via stizzita e impaurita. Appoggiai ambedue le mai sul tronco e le feci scorrere su e giù, strisce bianche mi rigarono le palme. Strinsi più forte e tentai una presa, le mani reggevano, sopportavano. Con un balzo lo abbracciai, poi strinsi le ginocchia e incrociai i piedi che mi diedero la prima spinta, ero decollato. Allungai una mano, poi l’altra più in alto e strinsi forte il tronco con il petto, con il collo, con la faccia. Il cuore pulsava forte, per l’emozione e la sorpresa: salivo. Piegai ancora le ginocchia e i piedi incollati al tronco diedero una nuova spinta, allungai di nuovo un braccio e toccai il primo ramo, era fatta. L’averla mi volava intorno, coraggiosa e furiosa, non cinguettava, si lamentava. Quell’albero per anni era stato sepolto da tralci e da pampini ed ora era esposto più che mai a ogni pericolo, cani e gatti si avventuravano tra le stoppie e gazze impietose studiavano i nidi più facili. Non le feci male, contai i pennuti, li toccai, erano cinque, poi scesi con un solo balzo e scappai gridando a squarciagola per annunciare al mondo che avevo conquistato un albero. Il secondo albero fu un melo, lassù morsi la prima mela colta sul vivo nel profumo della sua casa, mi accorsi di non essere più tra i piccoli. Poi i miei amici preferiti furono i pioppi, alti, dritti sempre agitati dal vento, freschi e ombrosi, amici e confidenti, passavo ore lassù a guardare, a pensare, a fantasticare. Ad un incrocio di fossati di confine, tra sterpi e ramaglie depositate a fine stagione e poi dimenticate, rifugio di ricci e lepri, era cresciuto un groviglio di rovi e ortiche inaccessibile. Nel bel mezzo si ergeva dritto e fronzuto il pioppo più bello di quelle campagne, non lo potava nessuno, nessuno lo toccava, si era sparsa la voce che era nelle mappe, che segnava la rotta degli aerei. Lo conquistai non senza fatica. Le prime battaglie furono contro le ortiche per aprire un varco tra le erbacce e le gramigne. Per arrivarci bisognava saltare un fossato o attraversarlo a mollo, l’acqua arrivava al ginocchio. Vi portai tre amici il giorno che andammo a spartirci le albicocche prese di soppiatto nel frutteto, in un giorno di trebbia. Potevamo gustarle tranquillamente, ma non sarebbe stato così bello. Il gusto della trasgressione era troppo allettante, nessuno ci avrebbe sgridato, eppure immaginammo di essere ladri e, ahimè! ci piacque. Cintura stretta ai fianchi, canottiera rigonfia, ci tuffammo nell’intricato sottobosco a fare le parti. Sputavamo gli ossi nell’acqua corrente spiando guardinghi se qualcuno ci inseguiva, non c’era anima viva. Gli uomini e le donne erano immersi in un mare di polvere nell’aia dove la trebbia batteva il grano e la pula toglieva il respiro, i ragazzi più grandi portavano acqua. Noi andavamo a frutta. Era ogni anno così. L’anno successivo sarei andato anch’io a portare acqua e a trascinare balle di paglia. Carletto Bruseghin, uno spilungone che saltava il fosso senza andare a mollo, aveva due gambe che erano due stampelle, si sputò sulle mani.

“Avete visto chi c’è qui?” disse.

Vittorino Sbalzi si appiattì e chiese. ”Chi?”

“Il pioppo, no.”

Mi alzai in piedi, ma ero il più piccolo, ero tuttavia il padrone. “Calma, ragazzi, prima io.” Li avevo portati lì apposta, volevo che mi vedessero scalare quel pioppo alto e dritto da sembrare un campanile, volevo dei testimoni.

Carletto lo palpò, lo grattò, disse che era ben screpolato, molto aderente. L’avevo scalato una volta sola e avevo sudato le famose sette camicie, perché era difficile da abbracciare e poi ad una certa altezza ti prendevano le vertigini. Prese il suo temperino e lo intagliò, lasciando un segno. “Questo è mio” disse, “ci lascio già il segno”. Era costume marchiare le alte cime conquistate. L’avevo fatto anch’io, ma lassù su una forcella liscia e tenera.

Diego fece una smorfia e disse che non era matto da provarci, lui era troppo grosso e l’albero troppo alto. Vittorino si accanì con le ultime albicocche, lamentandosi che erano acerbe. Cambiò discorso, non gli garbava che nascesse una sfida per la quale non si sentiva portato. I frutti li prendeva a terra dopo aver scosso i rami.

“Cosa ci sarà mai lassù?”

Carletto lo sbirciò con disprezzo e gli disse una parolaccia. Ci guardammo. “Vai avanti tu?” mi chiese. “Voglio vedere Venezia.”

Nei giorni precedenti avevo tagliato dei rovi, abbattuto le ortiche con una pertica. Strisciando mi avvicinai al maestoso tronco seguito da Carletto, gli altri guardavano curiosi, pasciuti, se ne sarebbero andati alla chetichella, pensai. Guardavano in alto con il capo rovesciato, non finivano di guardare le foglie tremolanti come bandierine.

Girai attorno al pioppo, le ginocchia mi tremavano. Ebbi paura di non farcela, sarebbe stata la mia fine in quel gruppo, avevo lanciato la sfida, dovevo vincerla, altrimenti non si fa.

“Te la senti?” provò Carletto vedendo la titubanza. Girai attorno con la mano che grattava, che provava, che prendeva confidenza. Spinsi lo sguardo lassù e pregai di arrivarci. Abbracciai il tronco, ma le mie dita non s’incontrarono al di là. Strinsi comunque, gonfiai il petto e spiccai il primo salto, strinsi le ginocchia, allungai le braccia. Mi stavo allontanando da terra.

“Te la senti?”

Allora spinsi ancor più e feci due scatti di seguito. Me la sentivo. Dovevo farcela. Carletto aspettò a lungo, mi guardò salire, non si fidava di venirmi dietro. Finalmente abbrancai il primo ramo.

Carletto arrivò svelto, si sistemò in una forcella un po’ più su, tutto affannato, mi guardò e fece di sì con la testa. Approvava. Sentimmo grida in basso, erano gli altri due che se la squagliavano, non avevano niente da fare, andavano a frutti da qualche parte. Nell’aia, lontano, un nuvolo di polvere indicava l’indaffararsi attorno ai covoni di tutta la gente della contrada, ci si aiutava e ci si scambiava il lavoro per necessità.

Avevo il cuore in gola per la fatica, le gambe mi tremavano per lo sforzo e per la paura, era un bel balzo visto da lassù, sorridevo a denti stretti, avevo ancora la pelle d’oca. Dovevo pur scendere e non era un rischio da poco.

Il mio compagno scostava i rami e guardava in giro, mi aspettavo che dicesse di avere visto Venezia e invece disse un’altra cosa.

“Non credevo che ce la facessi.”

“Eh!” sorrisi finalmente gonfiando il petto di soddisfazione. Era la prima cosa importante che mi era riconosciuta da un compagno, un suo giudizio era migliore di un bel voto a scuola. Il credito presso i compagni è una grande cosa, ti riempie di gioia, ti fa capire che puoi provarci ancora, anche per altre cose, a nuoto magari o a pesca o nella corsa o nella recita scolastica di Natale. Vide il mio marchio nella forcella tenera e assentì. Era vero che c’ero già stato.

“Si vedono le barene” disse.

Ero impegnato a tenermi fisso perché il ramo dondolava, si piegava al leggero vento, ritornava e mi faceva venire male allo stomaco. Tenni duro, deglutii più volte, smisi di guardare giù.

“Lo sai che un giorno sono stato due ora sopra un ciliegio a casa mia.”

“Davvero?” dissi meravigliato. “Perché?”

“Mi ero legato con la cintura, volevo dimenticare tutto, volevo addormentarmi, volevo sognare da solo.” Carletto disse che nel suo letto non sognava mai, gli pareva di essere spiato, non gli piaceva. Sul ciliegio si sentiva un signore, il padrone della sua storia, dei suoi pensieri.

Una frotta di passeri vagabondi piombò all’improvviso tra le fronde e all’improvviso, spaventata, se ne andò.

“Cosa hai sognato?”

Non mi rispose subito, era di un anno più vecchio e si sentiva molto più vecchio. Non insistetti, ma mi sarebbe piaciuto sapere cosa si sogna sopra un albero, ci avrei provato anch’io.

“Ti viene da solo il sogno, soprattutto se lo desideri. Io sto pensando a cosa fare.”

“A cosa fare?” Un ragazzo a quella età poteva solo giocare, pensai, mentre chiedevo.

Restammo a lungo sopra il pioppo e ci tornammo ancora a guardare la laguna luccicare nei pomeriggi chiari e assolati di quell’estate, a chiamare i compagni che passavano sotto: ci tiravano con la fionda prima di scappare a gambe levate.

Finita la quinta io continuai gli studi, non avevo altro da fare. Carletto andò a lavorare da un remesser fuori paese. Non gli furono offerte alternative. Non gli piaceva fare il falegname da grande, al massimo avrebbe fatto il lustrin di mobili, ma i suoi, piccoli fittavoli, insistettero che era un bel mestiere, che bisognava innamorarsi da piccoli del lavoro, che c’era bisogno in casa. Seppi che sopra gli alberi, ovunque era andato, prima di quel giorno, Carletto aveva sognato tanto di fare il maestro di scuola. Andò così, invece, ci andai io a scuola in città, io che mai me l’ero sognato sopra gli alti pioppi. Ora è tardi, la voglia incompiuta mi è rimasta però, la trasmetterò ai miei nipotini, insegnerò loro di aspettare a lungo prima di scendere dal loro albero, è bello seguire i passeri in volo e le nuvole sono meno misteriose da lassù, i sogni sembrano veri, non ci sono affanni fin che non ritorni a terra.

 

UN TASSELLO NELL’ANGURIA

 

Acque svogliate e stanche impattano il ponte e lasciano i loro detriti, muoiono là. Le schiume si sormontano, s’arruffano, poi da qualche fessura invisibile dovranno pure uscire, visto che altre ne vengono e si accavallano senza straripare. Alla punta dell’isola si dividono, parte vanno alla chiusa, parte scendono ai molini e schizzano in avanti veloci, non sembrano più quelle. No no, sono loro! la tinta è quella, melmosa e impenetrabile allo sguardo. Quando le bimbe portavano le trecce alla Pippi Calzelunghe e i ragazzi indossavano pantaloncini legati con lo spago, Bruno, al ponte dei cavalli, ha imparato a nuotare. Alle sagre d’agosto vinse un’anguria per aver battuto tutti in apnea. Molto tempo fa, portava i calzoni corti, scartati dal fratello più grande, con bretelle e bottoni militari, sempre quelli. Nei meriggi assolati, quando non circolava nessuno, li mettevano ad asciugare sulla riva e prendevano il sole nudi con le palme delle mani sotto la nuca, occhi chiusi ed un sorriso furbo in faccia alle stelle che, in qualche parte, dovevano pur esserci. Ognuno cercava la sua, portava bene avere una buona stella. Bruno se l’immaginava a forma di costellazione, anzi di lampadario di Murano, l’aveva visto in municipio con la maestra ed era tutta un'altra cosa rispetto al suo canfin.

Torna ancora a passeggiare su quella riva, si ferma a pescare sotto i salici fino a mezzogiorno, poi il sole cambia, l’aria si fa pesante, ristagna, e il lezzo diventa insopportabile. Era un bel posto, il ponte dei cavalli, quando scendevano verso Padova le barche tirate contro corrente. Venivano a caricare grano e vino in barili per la città e il timoniere fischiettava alle ragazze intente al loro bucato sulla pietra liscia. Alla punta attraversavano, passavano di qua, toccavano la “terraferma”, dicevano i barcaroli veneziani con una punta d’ironia. L’isola del Dolo era considerata un’enclave in prestito. La piazza del bestiame era sempre animata, la gente accorreva ai mercati, le sagre erano là, i giovanotti gironzolavano fino a tardi, in acqua guizzavano, brillavano quando emergevano e le ragazzine applaudivano.

Bruno ritorna spesso al ponte dei cavalli, solitario, ombroso come sempre, infastidito contro il vivere d’oggi che non gli piace più. C’è una malattia in voga ora, una demenza senile dal nome esotico, che ti fa ritornare i ricordi dell’infanzia e, quando hai consumato l’ultimo, muori. Bruno li ha consumati tutti, la sua non è demenza, è lucida determinazione, ha deciso che è stanco, in qualche modo vuole uscire dalla scena, non sa esattamente dove e quando, ma vi si appresta. Bruno non ha famiglia, è solo, è benestante. Oh, beh! Ha insegnato storia della letteratura e della filosofia alle scuole superiori, non è pazzo. E’ questo il punto, cosa deve succedere a un uomo per desiderare dei cambiamenti radicali? Se lo chiede anche lui, per niente è un pensatore. Intanto pesca.

Vive in un attico, ascolta musica classica, viaggia molto. Quando è in paese va a pescare nel luogo in cui fu ragazzo con tanti altri compagni. La pesca è una scusa, l’amo consuma presto l’esca, non riarma, sta lì per pensare, per interrogarsi su tante cose che sono state e su altre che potevano essere. Ogni tanto il sughero boccheggia. Oh, non è niente! Qualche alga, qualche frasca, qualche barattolo dixan. Fa scattare l’archetto per abitudine, avvolge la bava perché bisogna, bè, sì! si agita quando il sughero sparisce, è quello il bello, ma ormai succede troppo spesso, galleggia di tutto.

Passano pensionati, ragazzini con canna nuova, senza licenza, con guadino e cassetta con ami di riserva, esche vive e polenta. Si avvicinano e chiedono il solito. E’ un sabato mattina di fine giugno, scuole chiuse, vacanze fatte in casa, proletarie, bisogna inventarsi qualcosa da soli.

“Mangiano?”

“Mangiano, non mangiano.” Anche la risposta è la solita. Poi ognuno se ne sta in silenzio per ore.

Un ragazzino in canottiera scura e berretto rosso da benzinaio, con visiera, disteso su un fianco scruta l’acqua e il suo sughero con la stessa intensità dell’intruppato in comitiva economica che guarda fisso la Gioconda al Louvre: lo fanno tutti. S’innamora dopo, quando lo racconta.

Lo sguardo è fisso, innamorato del sughero che non affonda. Quelli di Bruno tremano e affondano poi riemergono. Il ragazzo lascia scorrere il suo sughero verso quello di Bruno, là l’acqua dev’essere buona. Le lenze si aggrovigliano, è un bel guaio!, ti fa andar via la voglia. Nessuno si scusa, nessuno impreca, sono cose che succedono, ma non dovrebbero succedere tra esperti pescatori.

“De chi te disei?” chiede Bruno. Gli sembra di scorgere nelle sembianze del ragazzo qualche rassomiglianza con qualcuno che conosce. Il pescatore preferisce stare solo di solito, ma una parola ogni tanto ci vuole. La sua richiesta di informazione è all’antica. Una volta, un ragazzo non era considerato per sé stesso, ma aveva significato la sua appartenenza, la sua famiglia. In seguito sarà la massa a contare. Ora sempre meno, anche i condomini si chiamano isolati.

“So’ Mario.” Il filosofo nota la differenza di pensiero. Anche i comportamenti, i rapporti saranno differenti dai suoi, di quand’era ragazzo, intende. Il ragazzo gli ha detto di essere Mario. Il nome della famiglia non gliel’ha detto. Se avesse ancora voglia sarebbe interessato a studiare il fenomeno, il cambiamento dei comportamenti dei singoli e dei gruppi. Questo spezzone di dialogo, pensa, è simile al tassello che facevi all’anguria che andavi a sottrarre di soppiatto ai campi dei grossi proprietari della bassa, scavalcando fossati e prati di trifoglio su cui lasciavi tracce vistose. Bastava un’inezia per capire, un piccolo affondo per vedere se era matura.

Ha insegnato a lungo nelle scuole superiori e gli basta poco, questo tassello di dialogo è sufficiente per cogliere, nelle finezze, differenze eloquenti.

Ognuno torna al suo posto, riprendono a pescare solitari e silenziosi.

Bruno ha deciso che andrà via, da qualche parte, non gli interessa più niente, lascerà le sue canne a quel ragazzo. Non gli è simpatico, ma è pur sempre un bambino appena un po’ cresciuto, avrà tredici anni, si scotterà, si sgrezzerà. Per pescare non basta la voglia, ci vuole pure una buona canna.

Due pensionati da bar, dopo varie esplorazioni al banco di più esercizi, transitano in quest’area fuori tentazioni in attesa di mezzogiorno, occhio lacrimoso e fiato solito, da fiaschetteria.

“Mi ha mandato fuori dei piedi” dice uno.

“Si vede che intrighemo” replica l’altro. Il giorno dopo rovesceranno i discorsi. Camminare fa bene alla salute, ha detto il loro medico di base, e loro camminano, si consumano in nient’altro. Peccato, da giovani sono stati qualcuno, ora riempiono una statistica, sugheri che galleggiano in uno stagno di vita segnato e rassegnato, non prenderanno più niente. Non avvertono le zanzare. Leggono le epigrafi, si guardano, riprendono la passeggiata con mani dietro la schiena per riequilibrare il baricentro.

“Ti sei vaccinato contro l’influenza?”

“No, quest’anno ho i denti ....” Segue una serie di termini medici sconosciuti.

Di malanni ne hanno tanti, possono scegliersi la malattia preferita. E’ un buon pretesto per esibire un linguaggio scientifico, un po’ storpiato, di medicinali e di esami specialistici, vengono pronunciate parole latine maccheroniche, viene annunciato il disturbo quasi con orgoglio, è un diritto al lamento molto democratico, ognuno ha la sua equa parte, nessuno gliela usurpa o gliela invidia.

Oltre i salici, in un groviglio di erbe galleggianti, tra il baluginare di ondine scosse da una barca, qualcosa si muove.

Si fermano a guardare, i rami penduli oscurano un poco, ma il verso è chiaro: un gattino miagola esausto, rassegnato, sta andando verso le chiuse, la punta dell’isola ha deciso il suo destino. Se quel grumo di frasche si fosse arenato al ponte dei cavalli forse si sarebbe salvato. Fa parte di una nidiata mandata a morire da qualche bravo cittadino, uscito furtivo di notte: uno solo si è salvato per qualche ora. A Strà c’è un’altra chiusa, quindi è da dopo che si trova in acqua, non viene da lontano.

I due pescatori osservano i pensionati immobili che gesticolano, ci dev’essere qualcosa. Il ragazzo lascia la canna e si avvicina, vede e lancia una zolla di terra contro.

“Che fai?”

“Niente.” Risponde il ragazzo, l’ha fatto istintivamente, è questo il guaio.

La bestiola ha fuori solo il collo e la testa, non andrà lontano, non arriverà neppure alle chiuse.

“Chi sarà stato?” Si cerca subito un colpevole, prima ancora di dare una mano. E’ sempre così.

“Bisognerebbe mettere lui con la testa in acqua.” Il gattino miagola sempre meno.

Si accende una piccola discussione di solidarietà, ecco un buon motivo per arrivare a mezzogiorno, anche un gattino che sta annegando può servire per risvegliare i propri buoni sentimenti e ravvivare la giornata con discorsi nuovi.

Bruno ha una canna nuova, flessibile, degna di migliori acque. Arriva piano, sposta i rami di salice, lancia, aggancia il cespuglio d’erbe e frasche, lentamente tira a riva la bestiola, la salva con il guadino come fosse una carpa. Il ragazzo sogghigna, torna alla sua canna, il suo sughero è sempre là. Qualcun altro si è fermato a guardare, a commentare. Bruno ha il gattino bianco e nero tra le mani, lo accarezza.

“E’ juventino.” Un giovanotto sopraggiunto è tuttora con una smorfia in stand by. Sarà interista non indica niente di buono quella smorfia, e, solo per il colore, per lui potrebbe tornare da dove è venuto. I pensionati si sentono scrutati da Bruno, dondolano e accennano a riprendere il solito passo.

“Non facciamo scherzi” pensa uno dei due che stava per intenerirsi. “Ci mancherebbe altro che mi portassi a casa un gatto, sai quella! perché è una buona lana!”

“Andiamo, andiamo.” Vanno. Fanno parte di quella categoria di persone generose e pie che godono delle buone azioni compiute da altri. Non amano intromettersi, sporcarsi un poco. Manifestano in coda, sottoscrivono qualunque cosa che sa di umano, di solidale, di onlus e che non chieda loro alcun impegno personale o pecuniario.

Una fidanzatina con il suo ragazzo si ferma, accarezza il micetto ancora bagnato, s’intenerisce.

“Carino!”

Bruno istintivamente glielo offre. Schivano, s’allontanano quasi offesi. La bontà e l’amore, che erano senza confini, oggi hanno un limite, un orario, un distinguo, sono soggetti a umori variabili.

Bruno si guarda attorno, non c’è più nessuno. Ah, no! C’è il ragazzo che pescava accanto a lui. Ha fatto su la canna e lo guarda incuriosito, come un cane da caccia in posta. Attende, lo studia. Bruno fa il gesto di offrirgli il gatto. L’altro scuote la testa e osserva beffardo. Bruno è solo al mondo in quel momento, vorrebbe lasciare la bestiola sull’erba e andarsene. Fa così. Raccoglie il suo armamentario, cincischia un poco. Quello miagola, lo chiama. Insomma lo prende su e se lo porta via. Ci sono episodi nella vita di ciascuno che sono importanti, altri banali, apparentemente insignificanti, imprevisti, eppure anch’essi lasciano un segno, una traccia, piacerà, non piacerà, chissà! Bruno ha trovato un gatto, non ha mai avuto animali in casa né la vocazione per un canarino o un pesciolino rosso. E’ un cosiddetto verde, nel senso di vegetale, ama i boschi, gli alberi, i fiori, agli animali non ha mai prestato attenzione, pesca con piacere, è onnivoro.

Bruno ha trovato una banalità che lo distrae un po’ ogni giorno, un gatto per casa cui dà del latte e una cuccia, parla di lui quando è fuori. L’ha chiamato Mosè. Mosè gli fa le fusa sulle ginocchia e lui gli liscia il pelo con una carezza.

“Ma guarda cosa mi tocca” brontola. Gli sembra doveroso lamentarsi, si meraviglia di sé stesso. Eppure ha trovato uno scopo dopo tanto tempo. Banale? Oh sì! E’ solo un granello, ma ha deviato il suo percorso, ha modificato la sua visione pessimistica del piccolo universo in cui vive. Ha un dovere imprevisto, scelto, ha qualcuno cui badare, piccolo piccolo, niente niente, ma gli è servito per virare, per cogliere un altro vento. Saluta la portiera, va a prendere il giornale, si rade volentieri, va a teatro. E’ tornato a pescare. Ha incontrato Mario, il ragazzo col berretto da benzinaio, che s’informa. “Bene, bene!” gli risponde. I pensionati chiedono. “Che fine ha fatto?” “Sta bene, mangia.” Passano i fidanzatini, l’interista, lo guardano, sollevano le sopracciglia e Bruno fa di sì con la testa. Si è creata una comunicazione nuova, imprevedibile, piacevole, simpatica. Vogliono sapere, sinceramente. Sorride. Per così poco? Non è poco, è sempre meglio dell’indifferenza generalizzata, ampia e consolidata, che mortifica, esclude. Una parola amica è un gran bene, è come un tassello nell’anguria, ti mostra la persona com’è.

 

ACQUERELLO DOLESE

 

Ci sono tre giovanotti, classe ’15-’18, che passeggiano per il paese per ore, monopolizzano il marciapiede, per superarli devi scendere sulla carreggiata, attraversano sulle strisce a semaforo lampeggiante sicuri senza guardare, stridono i freni.

“Non preoccupatevi, ci pagano nuovi” dice uno, ha fatto l’assicuratore e sa il fatto suo.

“Hai voglia di tornare nuovo!” Parla un ometto tutto lindo con giacchino celeste e cravatta viola, orribile! capelli bianchi ben pettinati con la riga; è giugno avanzato. È accudito da una badante che lo stropiccia, lo rimprovera quanto basta per sentirsi guardato, lo depaupera in modo equilibrato. E’ l’unico a districarsi nei discorsi. Si ritrovano ogni mattina al bar, prendono un’acquetta e una pasticca, mezzo caffettino, un latte poco poco, pagano alla romana, sono puntuali, arrivano con l’arrivo della corriera che viene da Venezia, deviazione Malcontenta.

Dunque, attraversano la strada con spavalda sicurezza citando spesso il maresciallo Diaz. È’ questo il guaio. Non vedono, non sentono, annuiscono continuamente, per questo sembra che parlino e si parlino di chissà quali fatti. Se li sono già raccontati tutti, ormai annuire è un fatto d’età, non hanno liti o discordie pendenti sull’attualità, sono rimasti indietro e il passato non è opinabile, è consolidato.

Ogni tanto si dicono qualcosa. Sono nati durante la prima guerra mondiale, precipitano sui novant’anni, ne hanno viste di tutti i colori, sorridono facilmente, le preoccupazioni sono finte.

Il geometra Mantegazza Alfio ha lavorato nelle assicurazioni e vede tutto a rischio, gira con una maglietta girocollo rosso granata. Molto giovanile, secondo lui. Quando parla evita il più possibile le parole con la erre, gli trema la dentiera.

“Dove andremo a finire di questo passo?” Sembra a disagio per l’andamento dei prezzi del petrolio. “Fra vent’anni chissà come ci riscalderemo!”

Il cavaliere del lavoro Oreste Dei, fondatore di una avviata impresa di carpenteria meccanica, ora condotta dai figli e dai nipoti, è sordo da quando batteva la mazza sull’incudine sotto la tettoia di famiglia ossia è sordo da sempre, ha schivato così la seconda guerra mondiale. Non ha capito niente, non fa una piega, ma dice di sì ad ogni brusio, ha in grande considerazione l’amico Alfio.

Il maestro di ruolo Espedito Marcanzin si presenta tuttora così. “Piacere, maestro di ruolo.” Ha fatto il maestro magro, cercatore d’analfabeti per due anni per conquistarsi una classe sui generis, poi il supplente per dieci anni, infine inquadrato nei ruoli del provveditorato agli studi negli ultimi ventotto anni. Nella scuola, essere o non essere di ruolo, c’è una enorme differenza, come tra uno studente universitario fuori corso e un laureato. C’è gente che ha corso sempre e non è mai arrivata alla cattedra, il maestro Espedito invece ce l’ha fatta e ne è orgoglioso. E’ un personaggio pulito, fa tenerezza nel suo vestitino celeste, con lo sguardo basso da seminarista; in seminario infatti ha frequentato un anno dopo le elementari, è stato sufficiente per essere lanciato negli studi.

“Non preoccupiamoci, a noi vecchi basta poco.” Tirano avanti con un brodino di verdure liofilizzate e un formaggino philadelphia. Fumare non fumano, bere non bevono. Alternano gocce a pasticche.

“Abbiamo bisogno di restare sani.” E’ la gran novità del geometra Mantegazza con varie assicurazioni sulla vita, sulla morte, sulla responsabilità verso terzi. “Mi sono messo al sicuro, non voglio grane a questa età.”

Oreste Dei intuisce la parola responsabilità, alza entrambe le mani e annuisce. “Altroché, la responsabilità!” Ma intende tutt’altra cosa. “Ogni operaio deve essere responsabile dei danni che fa.” E’ stato operaio pure lui, ma se l’è scordato.

Il geometra segue il filo dei suoi discorsi. “Metti che sfondi una vetrina o butti a terra una vecchietta o butti giù un vaso di fiori, supponiamo sulla testa di un pianista o di un senatore o di un vescovo, gente cara! caro mio, chi paga? Ecco l’assicurazione!” Come se senatori, vescovi o Riccardo Muti passassero sotto casa loro o in via degli Orti o in calle dei Calafati.

“E’ bene essere prudenti, è un fatto di coscienza.” Il maestro con le sue magre risorse finanziarie già medita di mettersi al riparo restando più ore in casa, non può permettersi certi rischi, teme di essere troppo pericoloso, a sentire l’esperto non c’è da stare allegri. L’età non è per niente rassicurante, sono giunti alle soglie della loro tarda sera, si spaventano da soli, reciprocamente. “Oggi ci sei, domani non ci sei.” “Domani?” chiede Oreste Dei, camicia sbottonata, non distingue neppure il caldo dal freddo, le intemperie le ha conosciute tutte.

“Mettersi in regola è un atto di coscienza” rincara il geometra Mantegazza, cui è rimasto intatto l’istinto professionale. “Non voglio dare né ricevere dispiaceri, a questa età, capirete.” Si capiscono.

“Già, la coscienza.” Il maestro si ricorda di essere stato maestro di ruolo e parla della coscienza, ne ha parlato a intere generazioni di scolari insieme a pesi lordi e tare, alle divisioni a due cifre e alle equivalenze.

Si raccontano aneddoti e storielle, altre ne inventano, molte barzellette diventano fatti, molte volte è la vita stessa a sembrare barzelletta, si capiscono a motti, ad ogni angolo, ad ogni incrocio sono gli stessi discorsi ogni giorno. Oreste ride in anticipo.

“A proposito di coscienza, vi ricordate del gobbetto delle tirache?”

“Ostrega!” conferma il geometra Mantegazza. L’impresario Dei aguzza lo sguardo in modo interrogativo, avverte che sta per sentire qualcosa di nuovo che poi gli spiegheranno meglio.

Il maestro di ruolo si trasforma, parla come se narrasse, come se facesse lezione, sale in cattedra.

Ricordo tre gobbetti del mio paese, uno vendeva limoni, tre per mano a cento lire, te li dava e te li toglieva, te li ridava non per imbroglio ma per tic nervoso, entrava con il suo braccino nelle sporte di paglia delle massaie e ne usciva all’istante, quelle si spaventavano e spesso scappavano. Non faceva grandi affari, poveraccio, eppure ce la metteva tutta, era coscienzioso. C’era poi un gobbetto che vendeva lamette da barba, riusciva a piazzarle a tutti, vecchi, donne e ragazzi, costavano poco, duravano una passata, era una buona elemosina quella che gli si faceva.

C’era poi una piccola rampa con i pisciatoi pubblici, più sopra si mettevano dei venditori di fiori, più sotto dei venditori di stoccafisso. Appena finita la guerra, lui vendeva tirache di fronte ai pisciatoi pubblici. Il terzo gobbetto dei miei ricordi si chiamava Enore e veniva da fuori, non diceva mai da dove. Era un attaccabrighe, era un pensatore, anzi un libero pensatore, un lusso che pochi potevano permettersi, un po’ perché si era disabituati, un po’ perché non c’era voglia.

“Quanto vuoi, Enore, per questo paio di tirache?”

“Mettiti una mano sulla coscienza.”

Il cliente restava interdetto, non se l’aspettava o non sapeva dove mettere la mano. Allora ripeteva la domanda con un mezzo sorriso mentre provava l’elasticità. Le cinture allora erano un lusso, ce n’erano fatte di balzo o di spago, la vera moda erano le bretelle elastiche.

Le tirache te le puoi adattare su misura, vanno bene con qualsiasi circonferenza di epa, a qualsiasi età, le puoi far schioccare quando stai per annunciare qualche evento e vuoi fare colpo sugli astanti. Ci puoi passare il pollice per far riposare le mani o perché non sai dove metterle mentre parli e, se sono belle, fai bella figura.

“Quanto vuoi, Enore?”

“Il solito.”

“Quant’è il solito?”

“Per gli altri il solito è un prezzo fisso, ma io mi affido alla tua coscienza, dammi il giusto.”

“Come faccio a sapere quant’è il giusto?”

“Fai la somma tra l’urgenza che hai, tra la qualità della merce che vedi, tasta tasta, senti senti, il gruzzolo che tieni in tasca, lo sconto che mi vuoi imporre minacciando di rivolgerti ad un altro fornitore, la debolezza che mi calcoli, non calcolare il bisogno che ho, perché non è affar tuo, poi, secondo coscienza, fammi un prezzo.”

“Con la coscienza non si scherza.”

“Non sto scherzando.”

“Guarda che è la merce ad avere il prezzo.”

“Non solo, anche la coscienza. Che cos’è la coscienza per te?”

“Non è certo un prezzo.”

“Ti sbagli amico, davanti è la più precisa bilancia del mondo, sotto sotto è starata, tiene sempre per chi tiene il banco, per il suo padrone, è una pellaccia che viene tirata da tutte parti, cede presto e volentieri, è un elastico, va e poi ritorna, come le bretelle.”

Alla fine si mettono d’accordo.

C’è una bella passeggiata lungo il naviglio, ci sono panchine invitanti, niente! Imperterriti continuano a passeggiare.

“Ci fermiamo?” chiede Oreste Dei. “Dove va tutta ‘sta gente?” Folle di ragazzi da istituto superiore salgono e scendono dalle corriere. Di scuole ha fatto fino alla terza elementare. I pronipoti sono laureati, non ricorda in cosa, si fanno ancora mantenere dai padri, lavoro in azienda ce n’è, ma non per loro che aspettano, due marocchini manovrano i loro carrelli elevatori.

“Camminiamo, manteniamo la circolazione” suggerisce il geometra Mantegazza che accenna ad una flessione sulle ginocchia, per sua fortuna ci ripensa, resterebbe lì bloccato.

Il maestro di ruolo si ferma, estrae un cartoccio, allarga le gambe per stare meglio in equilibrio, prende la pastiglia delle undici, ha problemi di prostata, di continenza, di orari della badante da rispettare, deve rendere conto. Intanto guarda in giro. “Frequentatori” dice “non studenti, non vedo l’occhio affamato e curioso di sapere dei miei tempi. Tanto vale abolire il titolo di studio e consegnare un semplice attestato di frequenza.”

“Oh, bè, non mi riguarda più, ormai!” Il geometra fa lo spiritoso, ma ride solo lui.

Incontrano un nigeriano, alto un metro e novanta, stende la mano, da solo blocca il marciapiede. “Lo consoci?” chiede il Dei. “Mai visto” risponde l’assicuratore.

Il maestro di ruolo ripone in tasca il cartoccio con le pastiglie, estrae un borsellino e conta centesimo su centesimo, ne conta trentacinque e li posa sulla mano enorme, scompaiono inabissati.

Il nigeriano si sposta e li fa passare, sorride non si sa perché.

“Hai comprato qualcosa?” “Gli ho fatto un’offerta a misura delle mie tasche.” “Dicono di stare attenti a dare confidenza agli estranei.”

Il geometra Mantegazza è taccagno, quando vuole capisce e quando non vuole non capisce. Quando prende un caffè chiede un cafetin, spera di pagare meno, quando compera un chilo di mele, ne chiede un chileto, quando chiede un assaggio di gelato prima di decidersi, ne chiede una s-cianta. Assaggia cinque s-ciante. “No, non sono di mio gusto” si scusa. “Un po’ di torta, geometra?” “Uh, un cenin.” Già, basta poca, appena un accenno, non vuole sentirsi in debito. In un certo senso è stato anche lui un venditore di tirache, il suo lavoro era a fisarmonica, invogliava da una parte con premi inferiori, ma tagliava i vantaggi assicurativi dall’altra, tanto il cliente era contento di pagare poco, sperava sempre di non entrare nelle statistiche degli infortunati, poi se accadeva si arrabbiava.

Sono passati gli anni, eppure in paese ci sono ancora dei nanetti che s’incontrano al bar per farsi notare, ma nessuno li saluta, i coetanei sono morti, passano il tempo a discorrere delle stesse cose a farsi domande e a confondere le risposte, emettono giudizi patetici, danno e tolgono con la stessa facilità e in fatto di coscienza ognuno comincia a cercare se gliene è rimasta qualche traccia. All’avvicinarsi dell’ultima ora ci si guarda dentro sempre più spesso, non si sa mai.

Suona mezzogiorno, si affrettano, sgambettano, attraversano davanti al duomo, c’è il lampeggiante, si precipita un vigile solerte con mulinar di braccia, stridono freni di qua e di là, loro passano tranquilli.

“C’è movimento, oggi“ osserva il geometra Mantegazza.

“Non mi pare.” Il Dei è sempre sulle nuvole.

“Speriamo bene” sospira il maestro di ruolo, pensando alla sua badante, che spesso lo rimprovera per dimostrare che se la sta sudando quella miseria di compenso che riceve sottobanco, oltre l’ospitalità. Arrotonda in vari altri modi, tuttavia gli ha chiesto un aumento. “E’ un fatto di coscienza, ho famiglia in Moldavia.”

“Abbia coscienza anche lei” le traduce il pensiero in gesto; il maestro di ruolo ha una pensione antica e bloccata; nonostante tutte le addizioni e le sottrazioni e le moltiplicazioni e le spartizioni in parti uguali che ha insegnato non ha ancora imparato a risolvere il problema del ventisette del mese.

“Ecco” dice e mostra le fodere rivoltate delle tasche. Si capiscono e t

LA CATENA DEL FOCOLARE

I giorni che contano non sai mai quali sono, li scopri dopo, e sono una sorpresa. Forse è meglio così. La vita è una sola, basta e avanza, per il soffrire che c’è. La pensava così Redento Cattarin, un salariato ambrosiano dei signori Doria della Marca. La pensava così non per partito preso, ma dopo riflessioni e meditazioni che si faceva e si condiva da solo. L’avevano chiamato Redento perché speravano che avesse sì una vita di lotta, come tutti, ma alla fine ci fosse il riscatto dalla povertà. Erano poveri i contadini di una volta; quelli di ora non so, non ne vedo, non ce ne sono più. Brava gente. Si privavano di un uovo per il vicino che stava peggio, si aiutavano a vicenda nei grandi lavori, non potevano chiamare in aiuto opere se erano già loro operai della terra.

Erano chiamati brava gente, erano maltrattati impunemente, anche per questo erano derisi, calpestati, erano ignoranti dopo tutto. Mancava loro la forza, ma soprattutto la parola. Lavoravano molto, faticavano sempre, si lamentavano qualche volta, pagavano appena potevano, avere debiti era una vergogna, non arrischiavano più di tanto, erano destinati a lungo al loro servaggio.

Erano bravi, oh sì! era gente brava e onesta quella. Le parole sembravano un premio, ma non significavano niente.

Tutto era nato alla fine di ottobre di uno di quegli anni, anni trenta, che ti colgono tra capo e collo quando hai formato da poco famiglia, con entusiasmo, e il giorno dopo dici oddio! Perdi il conto e non sai più che giorno è, che anno è, che santo è, quanti anni hai. Dove vado ora senza casa e senza lavoro? Così lavori sempre come capita e dove capita come un matto, senza ricordarti delle feste e dei sacramenti, che non li dici più, al massimo li tiri senza sapere cosa dici. Hai bisogno e non puoi permetterti che la gente pensi che sei un incapace. Poi, capita a tutti l’occasione, non bisogna perderla, l’occasione della tua vita. Era andata proprio così.

“Cattarin?”

“Siorsì, sissior!”

“C’è l’occasione della tua vita. Dove stai ora?”

“Dove sto?” Gli disturbava la domanda, voleva conoscere l’occasione.

Il fattore lo guardò fisso e si confermò ulteriormente nella sua idea che quei salariati, saranno stati anche bravi lavoratori, ma erano proprio scemi. Che poteva farci? Beh, trattarli per quel che erano! D’altronde non aveva alternative.

“Vuoi una casa?

“Una casa?” Ci sono dei lampi durante i temporali in cui uno vede tutto e subito dopo niente. Per la durata di un lampo sognò.

“Cattarin, capisci quel che dico?

“Sissior.”

“Cattarin, non sono il sergente di giornata, capisci? Non dirmi continuamente sior sì!”

Eppure anche il fattore era costretto a guardare da sotto in su i suoi padroni e sapeva cosa significava sudare freddo per il timore di trovarsi su una strada dalla sera alla mattina. Il fattore Geminian si rifaceva su chi stava ancora più sotto e trattava i poveracci alla stessa stregua di come era trattato. Redento, al di sotto di lui, non aveva nessuno, quindi era il parafulmine di tutte le ire, le ingordigie, le arroganze dei potenti e dei mezzani che lo sovrastavano. ”Siamo il seciaro del regno” mormorava, perché era tristemente consapevole della sua posizione. Tutte le sporcizie del mondo si riversavano su di loro. Faceva il tragico, perché sperava che così non fosse, sperava che tra loro e la speranza ci fosse sufficiente margine da scoprire. A quei tempi, margini a lui favorevoli non ce n’erano.

A Redento non apparivano all’orizzonte occasioni o disgrazie altrui tali da selezionargli qualche eliminatoria sulla scala della elevazione sociale, da permettergli di saltare qualche gradino. Poi ti capita un colloquio fulminante come un morso di vipera che non sai chi è a mordere. Potrebbe essere il contrario, allora sarebbe la salvezza. Certo ci vuole coraggio, ma se non sei allenato non ce l’hai. Vede l’occasione del salto del gradino. Con calma e pazienza il fattore Geminian spiegò che c’era la possibilità di occupare un casone, con tanto di contratto verbale, da S. Martin a S. Martin, lavoro fisso, eccome!, alloggio fisso, metà raccolto, verze e fagioli a volontà. “A fine anno si vedrà.”

Erano nelle terre alte, in leggero pendio, al sole, stava a opera, a giornata, lavorava a bocconi, a spizzichi, quando lo chiamavano. Vendemmiavano, lavorava con due mani ed era come se fossero quattro. Voleva che lo vedessero, che si ricordassero di lui, che qualcuno gli dicesse: bravo Cattarin, sei libero domani? Vieni da noi che ci sono delle terre da preparare a semina. Ma nessuno gli diceva una parola di miele in quel fogliame che sapeva di verderame e di mosti maturi.

A Redento Cattarin prudevano le bale dei oci, dirà in seguito, dalla commozione quando fu interpellato, così di brutto che non se l’aspettava in quei termini, dal fattore Geminian mediatore e factotum in varie fattorie di pochi signori della sinistra Adige e della gronda lagunare. Un cason? Tutto per lui? Incredibile!

“Accetto.” Disse e firmò il suo destino.

Lasciò il granaio che l’ospitava per tacito consenso, ma soprattutto in cambio di tanta fatica e andò nelle terre della bassa padovana sopra l’Adige dove c’erano solo campi e cielo, aperti e infiniti.

Noleggiò un carrettiere, con promessa di pagamento, e si trasferì con tutte le sue strasse nella campagna dei Foscarini Lanza, mille campi e tante catapecchie e casoni, dentro c’erano altri disperati contenti di un approdo. Avevano trovato un tetto e un pane per la famiglia.

I Cattarin erano in quattro, la Bicia e i due bambini, uno appena desgradà e uno più grandicello. Fu un giorno intero di viaggio, arrivarono a notte, stracchi morti e prima ancora di prendere possesso del cason fu mandato a finire la mungitura in aiuto ai boari, sfatti da una                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  fatica senza tregua, immersi in un fetore acre di urine. Si guardarono di sbieco, mandibole serrate e dita allenate a stringere e a strizzare latte, non si dissero parola, ma sapevano di essersi salutati.

La Bicia appena entrata nell’abituro cercò la catena, il cuore della casa, vi appese una caliera d’acqua, accese il fuoco, si fece su le maniche e preparò la prima polenta da padrona di casa. Avrebbe voluto cantare, ma i piccoli frignavano e fiato da sprecare non ne aveva proprio.

“Povera anema.” Pensò a suo marito che aveva avuto una casa e non aveva ancora potuto gustarsela, ma almeno avrebbe trovato polenta calda al ritorno. Ecco i giorni che contano nella vita di un uomo, pensò. Pensò che erano così rari, li ricordava tutti i giorni importanti: il giorno della medaglietta di latta della prima comunione, il giorno che vide il suo uomo alla sagra delle ciliege in un paesotto sotto lungo il Brenta, il giorno in cui capì che stava per diventare madre, madre con lo stesso profumo e la stessa ebbrezza della terra che trasforma con amore il seme che accarezza.

Il cason era isolato, aveva un pozzo con tanto di vera e carrucola, un recinto con orto, un casotto di canne per i bisogni, un andito per due bestie accanto all’entrata della cucina, sopra un fienile. Il pavimento senza livelli per l’uso e l’abbandono. Dove si spandeva l’acqua, o si passava con più frequenza, il terreno era pressato o scavato, aveva bisogno di una vangata, di una spianata. Le foglie palustri del tetto erano disuguali, sollevate dal vento, si vedevano sprazzi di sereno. La porta appoggiata alla parete esterna doveva essere immessa nei gangheri, ma uno mancava.

“Non importa” si disse “almeno c’è da fare sul nostro.”  Era così infame quel luogo che non poteva essere di nessun padrone, l’avrebbe messo a posto lei.

Redento dormì di gusto quella notte su paglia fresca e sua moglie lo ascoltò russare gualivo, si tranquillizzò, i ragazzi parevano angioli. Il cielo è piccolo e può bastare a volte, ma se è troppo piccolo basta una nuvoletta per far venire notte.

La stagione era aperta, i lavori si accavallavano, giorni di falce a torso nudo in file a scalare con altre decine di lavoranti a falciare erba medica e fieno sulle rive per il bestiame, giorni di zappa per scalzare le gramigne dal granoturco che si estendeva in un mare di cime bianche senza fine. Il latte e la polenta non mancavano, le verdure neppure. Un bicchiere di vino lo sorseggiava come rosolio alla domenica nella bettola del paese dove andava con una bicicletta in prestito portando un amico sul ferro. Ridevano persino. Che avevano mai da ridere? Eppure ridevano. Bisogna pur ridere ogni tanto, altrimenti le rughe del volto prendono la piega dei vecchi anzi tempo. Redento ci pensava, per questo rideva forte alla domenica e i suoi erano contenti, erano segnali buoni.

Passò il fattore Geminian nel suo giro di ispezione e si complimentò con il bravo figliolo.

“Sei un lavoratore.”

Redento disse di sì. Che altro poteva dire? Era uno che si lasciava sfruttare e non parlava a vanvera, non inveiva, non si lamentava. Visitò il casone e si complimentò con Bicia, perché aveva vangato il pavimento, tolto le erbacce dai muri, messo la porta nei gangheri, riparato il tetto facendosi aiutare da uno dei piccoli a tenere ferma una scala mentre si arrampicava pericolosamente.

Bicia gradì, si pulì sul grembiule le mani sporche del paston di crusca per le sue gallinelle e chiese se voleva favorire. Il fattore per fortuna rifiutò e ringraziò. Oltre a una buona siera non aveva nient’altro; furono contenti entrambi.

“Mi raccomando.” Prima di andarsene con il suo biroccio elencò le sue raccomandazioni. Se c’erano delle lamentele dovevano prima parlare con lui. “Non dovete ospitare foresti.” “Figurarse.” Bicia abituata a tacere, addirittura a pensare sottotono non fece trapelare alcun segnale sul suo volto. “Vigilate sul filare di olmi, cresceranno bene, puntelleranno le vigne del raboso l’anno prossimo.”

Redento promise. “Dopo …” Il fattore con quel sospeso lasciò intendere che, dopo, alla fine, a lavori terminati, magari un qualcosa in premio l’avrebbero avuto. C’erano dei divieti assoluti: non manomettere la casa, non ospitare estranei, non tagliare gli alberi. Redento lo sapeva e promise subito, avrebbe controllato anche la malattia delle foglie, avrebbe dato del solfato di suo per combattere gli insetti che provocavano le galle.

Passarono giorni e stagioni durissime, normali, i figli crescevano gagliardi, erano quelli i giorni buoni e non lo sapevano. Poi, un pomeriggio, in piena mietitura, arrivò la cartolina portata da un brigadiere. Redento fu spedito a fare la guerra a dei poricani, così li definì nell’unica lettera che riuscì a spedire dall’Etiopia, prima di sparire per sempre inghiottito dalle sabbie in qualche amba selvaggia. Divenne ignoto, scolpito per sempre su una lastra inutile nella piazzetta del paesino.

Bicia prese i piccoli e si avviò oltre il loro fiume. Prese per carreggiate sconosciute e arrivò al Po. Vide l’immensa distesa d’acque e si sentì morire prima del tempo, era quella l’immagine sconvolgente che aveva sognato per tre notti. Prese le creature, si avviò all’acqua. Oltre che morire niente le restava. Poi una mano li pescò, li trasse su una barca e quindi a riva. Per un mese campò di pietà e di misericordia nelle campagne. Alla follia fece seguito un’inquieta serenità, allora si alzò in piedi e, come una lupa che, dopo l’incendio del bosco riscopre la capacità di fiutare il vento buono, abbrancò le sue creature e tornò al casone. Non c’era nessuno. Un temporale aveva scoperchiato il tetto, una trave ormai marcia s’era spezzata. Andarono a esche per i fossi, a canne palustri, a tagliare vimini da intrecciare. I ragazzi impauriti obbedivano senza fiatare, capivano che la loro vita era in bilico, non avevano niente da chiedere, erano contenti di obbedire, temevano le risposte.

Bicia osò. “A una donna non faranno niente” pensò. Tagliò un olmo, il più adatto, e lo spinse, sollevandolo con enorme fatica e rischio, sui due muri frontali, sistemò il tetto sostituendo la trave marcia. Poi andò ad offrirsi come lavorante al posto del marito.

Dopo tre giorni scoppiò la tragedia, immensa come la perdita di Redento, eppure pensava che niente avrebbe potuto superare una morte, invece vennero ad annunciare quella sua e dei figli.

“Andatevene.” Il fattore non pronunciò queste parole, ma compì in silenzio il gesto sacrilego che ogni contadino temeva. Il fattore Geminian era passato di giorno e aveva contato gli olmi, dopo avere visto a terra una schiuma di schegge.

Entrò nel casone al buio, di sera, si avviò al focolare e staccò la catena. Era quello il segnale orrendo, l’ordine muto di partire, di abbandonare il luogo di rifugio della famiglia. Non c’erano ordini scritti, non c’erano difensori civici o forze dell’ordine, quel gesto nella tradizione era più forte di una grida notarile, era la maledizione.

Quindici anni dopo, passata la guerra, conquistata la democrazia, quei figli sopravvissuti come naufraghi spinti da scoglio a scoglio, prima di approdare ad una riva sicura, resi forti dal coraggio incosciente forgiato dal dolore continuo, guidarono le prime rivolte contadine nella bassa padovana e anche per loro merito si ebbero nuovi patti agrari e a nessun contadino fu più tolta la catena dal focolare. Persino i pagani avevano gli dei Lari attorno al fuoco a loro protezione, eppure ci fu un tempo in cui un’opulenta, rispettabile borghesia osava andare oltre ogni limite sopportabile, osava senza alcun tremito staccare la catena con la caliera ad altra gente il cui unico pane era quella polenta.

 

A SUO MODO

 

Quando vedete un cane nel parco che alza la zampa  a ridosso di un platano, forse vi infastidite con il suo padrone, già, il cane, infatti, che c’entra? fa quello che sa fare, e finiamola qui. Tuttavia aspettate un attimo prima di giudicare, quel cane potrebbe essere scappato da una storia come questa, e allora …

Un cane corre per strada, inseguito da un ragazzo. Una lunga corda li unisce, si impiglia nelle gambe dei passanti che brontolano. Sembra un incipit de “La Seriola”.

“Merda!”

Uno straccione, vecchio assai, forse, seduto sul marciapiede, schiena al muro di una villa antica, mano alzata a chiedere l’elemosina, manda il suo messaggio, il suo grido d’avvertimento. C’è davvero la cosa, di cane, lì davanti a lui, avverte i passanti e con un sorrisino complice ammicca sollecitando un soldo, il dovuto, suppone. Molti scansano scendendo dal marciapiede, guatano il ragazzo e il cane che inceppano, distraggono, intralciano. Il cane si ferma, gira intorno, è del tutto estraneo alla faccenda, ma non per i marciapiedisti. Come cane è colpevole diretto e qualora non fosse c’è una evidente responsabilità parentale. Replicherà? Si chiedono, e intanto allungano il passo superando un ostacolo immaginario. No, non sembra, saltella troppo. Certi navigatori di marciapiedi sono esperti, guardano solo per terra e tornano a casa puliti. Altri, schizzando verso il muro, urtano il mendicante lasciandogli qualcosa, brontolano contro le autorità comunali che permettono quello scempio.

Il mendicante sorride, fa affari, scuote un piattino, ne esce un tintinnio.  Il cane annusa il muro sbrecciato, alza la zampa, orina normalmente, come tutti i suoi simili, portati fuori proprio per quello.

Il ragazzo ora è avanti, tira la corda, il cane, disturbato, si muove, si agita, traballa, schizza dove capita. La gente s’infuria, brontola, la passeggiata pomeridiana diventa un’ansia, un fastidio, una trepidazione, non ammira più le vetrine, scruta l’insidiosa trachite. E’ un sabato novembrino, noioso e triste. Annotterà presto, forse pioverà.

“Che schifo questa città!”

S’incrociano frettolosi consensi. Certo non si può più fare due passi in santa pace, c’è sempre qualcosa, qualcuno che disturba, che ti mette in agitazione, che ti innervosisce.

“M…..!” Chiaro e forte, quasi autorevole annuncio.

Il mendicante continua a mandare il suo grido. E’ un sibilo nitido, secco, che esprime un bisogno urgente, una frustata del tipo: Giornali! Padova, stazione di Padova! Marroni! Gazzose! Stesso timbro, stessa perentorietà, stessa professionalità. Cosa non si fa per guadagnarsi il pane onestamente! Quante grida, richiami, ordini occulti ti piovono addosso quotidianamente, sembra non ti colpiscano, non ti interessino, eppure indelebili e reali, come polvere cosmica, ammantano, forgiano, plasmano.

Abbiamo tutti le nostre paure occulte, le nostre fisime, i nostri pregiudizi, non sappiamo da dove vengono, non li vogliamo, eppure li abbiamo addosso e non riusciamo a sgravarcene tanto ne siamo impregnati.

Il ragazzo inseguendo il cane è arrivato ai giardinetti, gli toglie il collare e lo lascia andare ad annusare tra le aiuole. Là completa il suo bisogno alle pendici di una secolare quercia, gravida di anni e di smog cittadino, accetta insulti d’ogni tipo, cartelli inchiodati con la scritta “rispetta la natura”, sbucciature di temperini, bisogni di adulti che di sera, al buio, s’accomodano dietro un albero. Il cane vede un altro cane. Si abbaiano, si annusano, si accettano, lottano fraternamente facendo girare al largo i passanti che inveiscono contro i nonni dei ragazzini. Saltano i genitori, colpevoli sono i nonni! Sono loro che lasciano incustoditi i discoli, sono loro i legittimi custodi durante il rientro pomeridiano dei padri e le tre ore di straordinario delle madri.. Ma c’è anche la signora moderna, pratica e determinata, accompagna Marietto nella sua ora d’aria: frequenta l’asilo dei grandi e la tv, inserisce la cassetta, già clicca il mouse.

“Attento, Marietto!” La donna è emancipata, ha visioni pedagogiche sottili e raffinate, ha visto avvicinarsi un signore con una cagnetta. E’ ora di finirla con la storia dei cavoli e ammennicoli simili! Spera in una lezione al verde, gratuita, offerta da madre natura circa i comportamenti tra animali di sesso diverso. Ma il signore ha fretta. Il ragazzino rimette il collare e tira il cane che non ne vuole sapere di tornare a casa. Lascia piazza Mazzini, torna in via Garibaldi.

“Meee…!” grida il mendicante. Strano il suo grido! Giornaali? Marrooni? Gazzoose? No, no! E’ stonato, non è credibile. Qualcosa non va. Che abbia la gola secca? No! Gli hanno distrutto l’arnese di lavoro, la sua unica entrata, gli hanno pestato la cosa. Distrutta, disintegrata, portata a casa a rate da tanti incauti pedoni.

“Pestassero anche me, mi portassero a casa loro a fette, mi dessero una tazzina di latte, mezza sciarpa calda, un ciao, amico! un filo verde di speranza. Niente. Sono l’unico rifiuto rimasto sul marciapiede e nessuno mi cura, mi teme, mi schiva, mi guarda, mi pestano i piedi e non mi vedono. Sono nulla.”

Il ragazzo rallenta, è incuriosito. La corda è tesa, ma non si muove, attende, sente che sta per succedere qualcosa. La polvere cosmica dell’indifferenza è sottile su di lui, non si è ancora stratificata. I cani si sentono, ma anche gli uomini quando ancora ci sono.

“Figliolo, ti prego.” Il ragazzo si ferma. L’uomo gli parla con il cuore in mano, gli chiede qualcosa. “E’ per mangiare, capisci vero?” Quasi implora. Se non capisce un ragazzino, un puro, chi mai può capire un uomo inchiodato dalla miseria così in basso tra gli ultimi? La sua richiesta è assurda, surreale, inquietante. Dice di sì, il ragazzo. Stimola la sua bestiola a correre lì intorno facendo impazzire la gente che frettolosa rientra a casa. Si sta facendo buio. Nessuno vede nessuno. Di ognuno spariscono le ombre, restano solo fantasmi che deambulano verso un ipotetico focolare. Quando è pronto, il ragazzino lo fa accucciare accanto al mendicante e il cane fa l’elemosina a suo modo.

L’uomo la copre con un foglio di giornale strappato dal suo giaciglio, dal cuscino per la notte steso sui gradini di un portone di villa antica, deserta.

“Grazie, figliolo, è per domani.” S’avvolge in un rotolo di nebbia giunta furtiva, improvvisa, bassa dalle campagne intorno e aspetta fiducioso un nuovo giorno.

 

LE STAGIONI NON SONO PIU’ QUELLE

 

L’autunno non è uguale per tutti, c’è chi lo avverte puntuale, chi affatto. Le foglie d’ippocastano, ad esempio, scuotono l’aria a strappi, a refoli lenti e imbruniscono ogni giorno qualcosa. E’ piovuto abbastanza in questo fine agosto, l’afa è finita, è la frescura precoce del mattino a mettere in guardia, gli ippocastani la sentono e già lasciano andare al loro destino i primi piccioli, si preparano.

C’è un angolo di mercato protetto da questi alberi, generosi d’ombra per tutto luglio, con la varia fauna che là sotto si raccoglie. In quell’angolo di piazzetta si espongono in gabbie di varia misura i piccoli animali da cortile. E’ un via vai continuo di curiosi, di clienti, di pigri passanti, di badanti che spingono carrozzelle, sostano un attimo, di nostalgici agricoltori, di casalinghe che acquistano uova di giornata, di assessori che stringono mani. Nonni arzilli e nonne premurose, sono in esplorazione con scalpitanti nipotini, vanno a mostrare animali sconosciuti: paperi veri. C’è un passaggio pedonale proprio di fronte, un vigile con baffi a grimaldello scardina il flusso lento e ininterrotto del traffico veicolare sollevando appena il mento e poi il braccio, agevola la trasmigrazione da un marciapiede all’altro di massaie con borse di sedani e pesce congelato, di signore con boccoli freschi di parrucchiera, ragazze con telefonino. “Sei lì? Io sono qua.” “Che tempo fa?” “Ah, sì! Anche qua.” “Ci vediamo.” “Ci vediamo.”

Un ragazzino, quattro anni non ancora, si blocca ai bordi di un gran secchio con pesci rossi che guazzano stretti. “Posso?” Ha già potuto, con un dito ha toccato. “Non toccare” grida il nonno, la signora al banco annuisce e si distrae. “Tocca tocca” sottovoce. Il bimbo tocca e si ritrae, il nonno guarda in giro, è anche lui in piena solidale marachella. Altri toccano, piovono altri rimproveri. Il bimbo vuole un pesce. Acquistarlo è niente, ma la nuora sarà d’accordo? dove lo metterà? il figlio di fronte a cotanta ostilità che farà? Seguirà. Missione distrazione! “Guarda guarda, Devis!” Lo dirotta alla cesta dei coniglietti con orecchie a sventola, invitanti. Devis tocca, vuole conoscere. Il nonno è andato lì per quello. Ma grida forte. “Non toccare.” La padrona conferma con il capo. Più in là, qualcuno tocca dei pulcini che sono da accarezzare con le guance, qualche bimba lo fa. La signora che sta incartando uova gira il capo e dà sulla voce. Il nonno ne approfitta. “Tocca tocca.” Devis è tutto eccitato, non ha mai visto pulcini e paperotti gialli con becco a spatola, ogni tanto li muovono e ne esce un suono di invocazione. Chissà che vorranno dire! Il nonno glielo dice: vogliono l’acqua di un fosso. “Una volta, quand’ero piccolo come te…” Il nonno divaga, nonneggia in ricordi infantili alquanto rusticani, intanto il bimbo è più in là, tocca i criceti. Ma è educato. “Posso?” Ha già potuto. Una donna ben vestita si meraviglia che i nonni lascino toccare gli animali. “Con tutte le malattie che portano gli animali!” Il nonno conferma, a lui non risulta, ma quella potrebbe essere dottoressa, magari di statistica, ma fa lo stesso, ha l’aria di una che sa.

Dentro ad una griglia piuttosto alta troneggia un gallo con barbagli e cresta da battaglia, speroni sul chi vive! ma ahimè! con ali spuntate. “Guardate che bello” dicono le nonnette di città. Lui, piccolo nonno ruspante, vede la mutilazione obbligata per tenerlo raso terra e prova compassione per quella forzata cattività del re.

Devis, si chiama così, alla lettera, perché è di moda l’inglese e la nuora, che aveva visto un interessante telefilm l’ha chiamato come sentiva chiamare il protagonista, Devis, dicevo, si muove in continuazione, è curioso delle novità. Il nonnetto trova bislacca l’idea di quel nome, ma ormai gli basta accompagnare il nipotino che si meraviglia di tutto, ed è questo che lui vuole. Conosce molte storie di animali, il piccolo, di lupi, di giraffe, di orsacchiotti, di leoni, di coyote, li ha tutti di peluche, un’oca viva non l’ha mai vista, altre occasioni di osservazioni dal vivo non ci sono. C’è qualche agriturismo con asinelli disperati alla corda, tacchine in mostra obbligatoria per legge, oche inzaccherate in fanghiglie puzzolenti, i bimbi stanno al largo. Hanno già imparato a dire il vero. “Che puzza!” Le poche volte che vanno in campagna imparano subito a dire quella parola, lo smog del corso centrale non lo notano, ci hanno fatto il naso. Allora i nonnetti, che sanno, portano i pargoli al mercato, di venerdì, sotto gli ippocastani e chiacchierano con la nonnetta accanto, si mettono a posto la cravatta, fanno gli spiritosi con battutine osé. Ma sono come vecchi pistacchi che hanno preso aria, un verde cotto, gommoso, non sanno di niente.

“Quanti anni…” E’ un tipo di domanda che così di brutto ti porta a limare gli autunni se a portela è una signora argentea, avrà pure scavalcato il meglio dei sessanta, ma è pur sempre attraente e simpatica. Il nonnetto, così affettuosamente chiamato, comunque svicola.

“Tre anni e otto mesi” dice orgoglioso, ogni tanto aggiorna i mesi, tira indietro per far vedere che il nipotino in casa è ben nutrito. E’ frequente questo scambio di informazioni tra colleghi nonni-setter, cagnoloni da guardia di nipotini impegnati a gridare mille volte “perché?”.

“Dicevo, lei li porta bene.” E’ Bice. Sono stati ragazzi insieme, hanno cambiato qualcosa di pelle, di sguardo, sa già gli anni. Si sono conosciuti nelle stesse aule, per tanti anni si sono urtati nei bus e nelle sale cinemascope, nei supermercati, si sono ignorati, e ora… Il nonnetto balbetta, la riconosce, ovviamente, e ricambia il complimento in ritardo, non è mai stato vispo neppure in gioventù con le compagne. Lei invece sì. Si sorridono, si è rotto l’argine.

“Demetrio, ti vedooo beeene.”

“Bice, anche tu.”

“Eh, sì!”

“Sono qui con Devis.”

“Sono qui con Mariastuarda.” Dopo una inevitabile pausa di reciproco studio, sorpresa e rievocazione, è la nonna a scuotere la testa. “Eh, se sapessi.”

Il nonnetto ha l’ordine categorico della nuora di non perdere d’occhio un attimo il Devis, con tutti i rapimenti che si sentono in tv e tutti i forestieri in arrivo per le sagre! non vuole distrarsi in chiacchiere! Oh, quella poi se la ricorda fin dall’asilo! Con lei, più di annuire non potrebbe. Cerca di svignarsela.

“Caro mio, se sapessi quante ne ho passate. E tu?”

“Se è per questo anch’io.” Chi non ne ha viste sulla soglia della terza età? Si profila un meeting fin oltre la chiusura del mercato e ci sono ancora molte gabbie da visitare.

Ecco, dicevo, gli autunni non sono tutti uguali. Bice non avverte la sua stagione, è tuttora assai vivace. Il nonnetto è già contento di quello che è stato, di quello che la vita gli ha dato, è vedovo, si addormenta due minuti ad ogni pie’ sospinto, anche in bagno o leggendo il giornale, non soffre di tv, preferisce tuttora un buon cabernet piuttosto che un bianchetto, va a letto presto, sogna subito tartarughe che vanno lente verso il mare, sente la risacca, poi niente! e così si addormenta in pace; si sveglia all’alba, svanghetta per diletto un orticello che gli dà più piacere per il sano esercizio fisico che insalate e basilico. Guai dare un po’ di solfato ai pomodori! La nuora è ecologista, verde smeraldo al massimo grado, è una che mangiucchia, vivacchia, si diletta in varie discipline, manifesta.

La Bice è vedova pure lei, ma le costa. Accudisce la piccola Mariastuarda, i suoi genitori convivono. “Cosa vuoi, è anche la professione!” Li giustifica, si sono messi insieme tardi. “Sai com’è! Lei nel sindacato, lui alla rai, sempre uno di qua, una di là, eh, l’è dura, l’è dura!”

Il nonnetto traballa, trasecola, stenta a connettere, avverte l’approssimarsi di una alluvione di notizie non ancora apprese, di cui non gli interessa niente, ma non può apparire più villano di quello che è.

“Ah!” osa dire. E’ fatta. La Bice lo prende sottobraccio. I rispettivi nipotini hanno finito la ricreazione. Mariastuarda, figlia di sua figlia, fungheggia un gelato alla crema che cola tranquillamente sulla gonna bianca, Devis tenta di divincolarsi. “Voglio toccare le oche.” “Un’altra volta.” Lo afferra, lo stringe.

“Mariastuarda cosa dirà la tata?” In due parole ha definito il proprio quadro sociale di riferimento.

Il nonnetto si stringe il suo Devis, che non ne vuole sapere, non ha ancora toccato dei porcellini d’India. “Che cosa sono?” Voce che grida nel deserto! Nessuno gli dà retta.

Il nonnetto è stato ragioniere all’usl, ha trascorso una vita rispettata e innocua, pacifica in un ufficio con condizionatore d’aria e in una casetta di campagna, dove è nato e che ora la nuora addobba a suo gusto, non è ricco, non è maleducato, non è furbo.

“Vieni ogni venerdì al mercato!” Non è una domanda, non attende risposta. “Demetrio, è da diverso tempo che ti volevo fermare, ma sei sempre così riservato, cammini guardando per terra.”

Il nonnetto ridacchia, non capisce se si tratta di un complimento, non è più abituato.

“Nonno, i trattori.” Il nipote scioglie l’impaccio.

“Ma sono dall’altra parte della strada.”

“Eh, birichino birichino. Lascia in pace il nonno. Uh, come sono vispi i bambini d’oggi!”

L’inopportuna distrazione irrita la signora Bice che scuote il bimbo. Devis scalcia, ben trattenuto dal nonno. Si sta rovinando la mattinata, perché poi ci sono gli strascichi a casa, i piccoli parlano, denunciano i nonni di presunte sevizie, maltrattamenti, forzate rinunce. “Beata innocenza” sussurra la ritrovata amica e strizza il nasino a Devis che si innervosisce ancor più.

L’impatto con Bice, improvviso e inatteso, ebbe su Demetrio l’effetto di un acquazzone imprevisto, improvviso, di un secchio d’acqua fredda caduto in testa dalla finestra del sesto piano. C’era della confusione nella sua testa  e lo si capiva dalle rughette della sua fronte, tutte parallele, interrogative. Ecco! Arriva Devis sgusciato via un attimo, con una pappagallina racchiusa in una scatola  da scarpe bucherellata.

“Solo quindici euro” sorride la padrona del banco, finalmente ripagata dai fastidi della mattinata di quel bimbetto irrequieto.

Automaticamente paga, anche per non apparire spilorcio.

“Adoro i pappagallini” dice la signora Bice che, ad osservare bene è sempre attraente, non troppo alta, pienotta e con uno spacco sul decolté che lascia intravedere un gran ballare di cose quando si muove e scuote il braccio destro per salutare.

“Ci vediamo” gli manda dietro, con uno stringere d’occhi che il nonnetto non ricordava più e soprattutto quel ballonzolare di petto che gli rievocano tante cose antiche e piacevoli.

L’arrivo a casa è una tragedia. “Un pappagallo? E la gabbietta? Dove lo mettiamo? Sporca. Se lo metta in camera sua!” Devis aveva già dimenticato il pappagallo e gironzolava per casa su un triciclo mimando con le mani e con la voce lo strombazzante passaggio di una moto.

Tenne per una settimana il pappagallo in camera in una scatola da scarponi bucherellata, entro cui lasciava cadere semi di girasole e bagigi in spasmodica attesa del mercato settimanale.

“Lo restituisco, lo regalo, lo lascio andare.”

Il venerdì seguente, giorno di mercato, va in piazza da solo, senza Devis.

“Devo contrattare la restituzione del pappagallo” declina con calma le parole sapendo che saranno bene accette.

Sotto gli ippocastani il ragazzo dei pappagalli non sa niente di quello che ha venduto la madre. Un cambio? Neanche a parlarne. La restituzione dei soldi? Neppure per scherzo! Gli ippocastani intristiti da una settimana di improvvisa calura staccano piccioli abbondanti, non riescono a trattenerli.

“Oh!”

Il nonnetto si gira e vede la coetanea Bice ancora con la oh! a mezz’aria, ha la Mariastuarda per mano, con l’altra la bimba impugna un gelato, sempre alla crema, che succhia a labbra chiuse, se lo spalma sulla bocca poi ritrae le labbra e con la lingua ripassa ogni goccia che resta. Dietro due spesse lenti di occhiali enormi la nipotina osserva, forse capisce, forse pensa ai giochi suoi. Della fauna che la attornia non le interessa niente.

“Oh!” ripete Bice “ecco la pappagallina che cercavi.” La bimba osserva e dà una succhiata forte che è interpretata di consenso. “La prendo io.”

“Te la regalo” dice soddisfatto il nonnetto elettrizzato. C’è gente che assiste. “Bravo, Demetrio” gli grida un collega ospedaliero vedendo il bell’approccio.

Si consumano i giorni in un lento assottigliarsi della riserva di cui ciascuno dispone, si è fatto ottobre e il tempo è splendido, l’autunno sembra andato in vacanza. Nonno Demetrio torna sotto gli ippocastani dal lato degli animali da cortile e aspetta, puntuale arriva Bice senza Mariastuarda. S’incontrano, si salutano, camminano, vanno verso i banchi dei fiori, lui li conosce, lei li accarezza, passeggiano tra le file di vestiario da un lato e di acciughe e formaggi dall’altro, si parlano vicini vicini, non rispondono ai saluti, così impegnati ad intendersi, si siedono all’American Bar.

“Sono tanto sola, Demetrio.” Lei singhiozza appena quel che basta per bagnare un ciglio truccato che non può essere sfatto subito.

“Anche tu?” Non riesce a dire «anch’io», perché un po’ di confusione in casa lui ce l’ha. Le guarda le perle che le scendono sul petto e sobbalzano ad ogni tenue sospiro, sente che un rossore impudico lo invade, l’assale un profumo inebriante di violette che mai ha sentito, a  casa sua si usava solo acqua e sapone. Ha la gola secca. “Prendi qualcosa?” “Oh, si grazie, molto gentile.” Non sono le solite parole. Si lasciano con una calorosa stretta a quattro mani. Si rivedono, si intendono. Una sera, camminano lentamente, si fermano un poco ad ammirare l’incendio del sole sui colli prima del tramonto. Quelle passeggiate pomeridiane senza bimbi diventano una abitudine attesa.

Poi, un venerdì di novembre, i bimbi sono alla scuola materna, i gelati sono finiti, i fiori di stagione sono diversi da quelli che hanno conosciuto mesi addietro, le prime brume sconsigliano di attardarsi, gli ippocastani sono spogli, coprono il suolo con castagne lucentissime e ricci spaccati. E’ lei a prendere l’iniziativa. “Demetrio, vuoi che stiamo insieme?” Non aspettava altro. La nuora non aspettava altro. Bacia il nipotino. “Tornerò” promette. Il figlio prende atto. Nonno Demetrio passa un inverno caldo da sembrare un dolce, tardo autunno. Poi venne primavera, sorprendente primavera.

In questi giorni di risveglio della natura, in quell’angolo di piazzetta riservata agli animali da cortile, sono tornate paperette giallissime, novelle, tutte vispe e pimpanti, gattini che fanno già le fusa, tartarughine ferme a prendere i primi raggi. Gli ippocastani mostrano gemme verde chiaro che scoppiano di voglia di prorompere; là sotto c’è nonno Demetrio con una bambina, urta le gabbiette degli animali e non li guarda, succhia già il suo gelato alla crema.

Il nonno a volte si sbaglia e la chiama Devis, lei non gradisce e lo strattona. Ha voglia di ritornare a portarsi a spasso il nipotino, andrà a chiederlo.

Bice ha trovato “un tesoro”, lo dice a tutti, va a far shoping da sola, per lui è una noia; ha ripreso la consuetudine del tè dalle amiche. “Sono stata fortunata, pensate che porta a spasso  Mariastuarda e non è neppure parente. Demetrio è tre volte buono.” Gli fa i complimenti per le mansioni che svolge, ma lo tiene alla larga da sé.

Passa un assessore. “Bravo, Demetrio, gli anziani sono una risorsa per la comunità.” Il nonno lo guarda, stenta ad interpretare. Lui, amante della natura e degli animali, si sente come un falco che, libero sovrano dell’aria, per una semplice distrazione è catturato e subito imbalsamato.

Tre mesi sono stati bellissimi, come una gioiosa rimpatriata di coetanei di scuola, poi Bice ha cominciato a distribuire incarichi e mansioni. E’ successo esattamente quello che gli succedeva da bambino, quando facevano la conta per formare le squadre dei giochi, lui lo chiamavano sempre per ultimo e, se erano dispari, veniva regalato ai più deboli. Anche ora, incredibilmente, si sente in prestito, un sora-el-conto, come quei prodotti pubblicizzati: “prendi tre paghi due” e non sai mai quale sia dato in regalo. Ecco, lui si sente in più nella nuova casa, ma altri posti non ha. Gli viene spontaneo il desiderio di prendere un’ora di sole da solo, di fare una camminata da solo, ma tempo non ne ha, gli è stato tutto programmato. E’ primavera, ma a lui non sembra. Eh, le stagioni non sono più quelle che si conoscevano, lo dicono tutti!

 

TUTTI INSIEME O NIENTE

 

Mi sono iscritto all’università. Intanto vado da un cancello all’altro a distribuire pubblicità. E’ il mio primo mestiere part-time e non mi dispiace, frequento gente, più che altro portoni chiusi, non suono, imbuco. In qualche condominio mi agevolano, mettono un cestone per la pubblicità, in qualche altro c’è divieto assoluto di lasciare depliant, allora lascio un pacchetto di fogli due metri indietro su un gradino, uno per ogni condomino. Stamattina non ho scambiato parola con nessuno, appena qualche buongiorno sulla soglia incrociando una signora con la spesa. In centro vado a piedi, mi porto una sacca con la roba, in periferia vado in bicicletta. Ma in via Comunetto devi andare a piedi per forza. All’inizio è pericolosa, è a senso unico, ma non lo rispettano, specialmente le biciclette.Non si dovrebbe sostare, ma si sosta e così chi passa zigzaga. «Ma, signora, cosa fa?» «Abito qua.» «Vado appena là.» «Un attimino … un momentino … sia gentile.» «Grazie!»

«Prego» rispondo. Mi sembra impossibile che qualcuno mi ringrazi perché ho infilato un foglietto sotto il tergicristallo della sua auto. No no, infatti, no! Non intendeva ringraziami, era una battuta ironica, lo prende e lo getta a terra. Devo persino raccoglierlo. La signora ha una bella figura, ondeggia bene nel salire in macchina, sa che la sto guardando, le sorrido. Anche lei si pubblicizza, ci tiene a mostrarsi, è di mezza età, ma, allo sguardo di un bel ragazzo, perché sono un bel ragazzo! non resiste e cerca di esibirsi al meglio. Pensa a sé. Esce da un ufficio commerciale, anche lei vende o compera. Almeno per incoraggiamento poteva dirmi una parola. «Ehi, bel pupo cosa vendi?» Non lo so neanch’io che cosa pubblicizzo, devo solo distribuire carta stampata, mi danno un tanto al foglio. Che ti ho fatto? Ma quanto sei scema!

Passano degli zainetti scolastici. Esagerati. Semoventi? No, ci dev’essere qualcuno sotto. Sì, ecco la testina a trecce di due bimbette, nastrini rosa al vento. Chissà che storie avranno nella vita, che voto avranno oggi in disegno! Saranno di prima o di seconda? Una volta c’erano i gradi sulla manica, numeri romani, per indicare la classe di frequenza, come i caporali di giornata, i sergenti d’ispezione, l’ufficiale di picchetto. Di questi particolari ho sentito parlare tra una pizza e una birra alla spina tra amici al bar; ho fatto il servizio civile, si fa per dire: ho potuto continuare le mie cose in paese.

Continuo la mia giornata, arrivo ad un condominio, la porta è chiusa, le cassette della posta sono nell’atrio. Ecco, qui cominciano problemi e dubbi. Suono? A chi suono? Leggo i nomi, non conosco nessuno. Meglio così, mi sembra di essere un topo da appartamento che suona per vedere se c’è qualcuno. Mi sono portato dei biscotti e un succo di frutta, mangio un biscotto e aspetto che scenda qualcuno che ha fretta, un bambino? Un bambino no, sono a scuola. La donna delle pulizie? Chissà se è il suo giorno. Nessuno che abbia un gatto da mandare fuori, un cane da portare a spasso? E quelli che vedo in passeggiata dove abitano? Non scende nessuno, il tempo passa, decido di suonare. Guardo i nomi, i cognomi, le coppie, trovo un nome corto. Suono. Deve essere un appartamento dei piani bassi, sento l’eco, ma nessuno si muove. Provo un nome lungo con trattino. Sarà nobiliare? Sarà una coppia? Nessuno risponde. Qualcuno avanza di fretta alle mie spalle. E’ il postino, mi saluta, sorride, mi considera un collega. Suona. Accidenti, non ho visto a chi!

«Chi è?»

«Postino.» Zac, si apre il portone! Entriamo e depositiamo la nostra posta. Ho imparato una cosa importante. Una parola magica «postino!» giova, è come dire «apriti sesamo». Bè, sì! dopo tutto sono anch’io un postino.

Esco dalla via, entro in piazza ed ecco che mi assale una scolaresca.

Buongiorno, signore…buongiorno, buongiorno…ciao bambini, buongiorno. Quanti buongiorno! Poi una piccolina con penna da inquisitrice in mano, con un occhio strizzato all’in su, mi fa una domanda bruciante, mai ricevuta prima.

«Mi rilasci un’intervista?»

Scoppio a ridere. E’ il mio primo giorno di lavoro, capisco, è un giorno da incorniciare, mah! addirittura un’intervista? Comunque sia, mi accingo, è troppo simpatico il fatto.

«Le spiego.» La maestra mi spiega, ha un sorriso che ti cattura. E’ una lezione originale, all’aperto, è una bella giornata, incontrano persone normali, che non siano i soliti volontari, vigili, medici, sindaci invitati e preparati. «Stiamo andando allo sbaraglio a conoscere la gente comune del nostro quartiere. Ci può aiutare? Sia gentile.» La maestra è bella per il candore del suo sguardo, la sua ferma sicurezza, non è proprio giovane. Come posso tirare dritto? Posso dire a quella bambina che mi sta distraendo, che mi sta facendo perdere tempo? che è la prima volta che mi sto guadagnando pochi euro necessari ad acquistare libri di dottrina e di filosofia? No, troppo complicato!

«Come ti chiami?»

«Mi chiamo Elettra e tu?»

«Sono Luca G.»

«Che lavoro fai?»

«Ehm, agente pubblicitario!» Chiudo gli occhi e spero che la risposta passi. Passa. Elettra si fida di me, fa sul serio. Attento, Luca, mi dico! I bambini fanno sempre sul serio, anche quando giocano.

«Sei contento del tuo lavoro?»

«Molto contento.»

«E’ pericoloso? Noioso? Interessante?»

«Molto interessante.»

«Incontri gente simpatica?»

«Molto simpatica.»

Elettra mi guarda. «Sei sicuro?»

«Ti sembro triste?» Mi chiudo in difesa.

«No davvero.» Sta svolgendo il suo compito seriamente. Prende appunti sulle spalle di un’amica.

«Mi puoi raccontare un incontro, un episodio bello che ti è capitato?»

Dio mio! Ho cominciato a lavorare da un’ora. Cosa mai mi è capitato nella mia carriera? Niente. Posso dirle niente? Posso deluderla?

«Tanti sono gli episodi che meriterebbero una storia, ma il più bello è questo di oggi, parlare con voi, con te. Mi hai dedicato un po’ del tuo tempo, ti stai interessando di me senza conoscermi. Me lo ricorderò, ricordatelo anche tu.» Mi chino, ci guardiamo negli occhi, parliamo di tante altre cose.

Corro via veloce, devo recuperare la mezz’ora. Mi volgo indietro e vedo delle manine che salutano, Salutano me? La maestra li sta radunando, che non debordino dal marciapiede, per carità!

Passano furgoncini di surgelati, motocarri di dipintori che si fanno chiamare pittori, un’ambulanza a sirene spiegate, vecchie signore su vecchie biciclette, tengono la mano sul ginocchio. Attraverso, entro in un vicolo. Tutto facile, imbuco i miei foglietti colorati. Ma che cosa pubblicizzo? Vediamo, vediamo… elettrodomestici! Niente male, sconti del 30%. E’ meglio sapere, se qualcuno mi chiede almeno so. Ci sono orti, giardinetti, profumi di lavanda e menta, un gatto nero attraversa la strada, più avanti un uomo è a terra, inginocchiato.

Imbuco tranquillamente una decina di cassette postali e tengo d’occhio l’uomo. Ma che fa? C’è un uomo inginocchiato, con occhiali sulla nuca che guarda dentro ad una caditoia bucherellata. Gli sarà caduto dentro qualcosa. Sono ancora indietro, ma sono incuriosito. Esce una signora con un phon in mano, ha i capelli bagnati con bigodini sparpagliati.

«Che è successo?»

«Oh, niente niente.»

Un signore in bicicletta rallenta, mette un piede a terra. «Avete bisogno?» «No no, grazie.» «Vi è caduto dentro qualcosa.» «No no, grazie.» Solleva appena l’altro occhio, risponde a tutti gentilmente, poi riprende a guardare dentro il buio di una caditoia.

Mi affretto, deve essere successo qualcosa, si fa capannello. Ecco, da questo momento i buoni sentimenti di solidarietà e di aiuto iniziali, visto che emergenza non ce n’è, mutano, cambiano, si trasformano in curiosità. Sono curioso anch’io e chiedo.

«Ma, che fate lì per terra? State bene?» Tento di dare una mano perché si rialzi. L’uomo mi guarda, ci guarda, non lo conosco. Ha i capelli corti, brizzolati, è una persona distinta. Che strano un uomo con gli occhiali sulla nuca! Che sia un matto? E no, per stare a terra, se vuoi guardare, gli occhiali o te li togli o li appoggi sulla nuca. Nella penombra due occhiaie lucenti ti guardano, ma non guardano, l’occhio vero è puntato dentro il buio di una caditoia che darà forse in una fognatura, forse in condutture d’acqua piovana, forse sono addirittura intasate, ci sono strade che si allagano con facilità.

All’improvviso alza il busto, il volto gli s’illumina e dice una sola parola.

«Silenzio.» Allora tutti capiamo, è lì per sentire, non per guardare. Poiché sembra che un mistero stia per essere svelato, tutti zittiscono e si stringono attorno. Faccio altrettanto, allungo il collo.

«Ascoltate.»

Dalle viscere della terra, dai buchi metallici della caditoia d’acqua piovana salgono ogni tanto suoni, macché suoni! Questo è un rospo che gracida. A tratti, a strappi, quando vuole, voluttuoso, gonfio. Non ricordo più come è fatto un rospo, non ne vedo da anni, guardo in giro. Dov’è la scolaresca? Se la vedessi la chiamerei. Mi trovo di fronte a una rarità, un rospo che gracida in una pozza d’acqua sotterranea in pieno centro. Chissà come è finito lì dentro. Certo, è al sicuro, nessuna ruota lo schiaccia, nessuna scopa lo scaccia, nessun monello lo prende a sassate. I fossi sono stati tombati con pietre e scarti di costruzione, là raganelle e rane e lucci e tinche erano di casa; i corsi d’acqua, ora, sono schiumosi e avvelenati, nessun luogo in questo paese è riservato ad acquitrino per rane e rospi. Che ce ne facciamo di rane e rospi? Oh.sì, certamente che ce ne facciamo?

La gente sperava in una disgrazia, chissà mai di che tipo, visto il luogo e l’accidente, ma spera sempre in qualcosa di tragico, che emoziona e fa raccontare, ti permette di compatire, di suggerire, di rimproverare, di congetturare, di dire con mano al petto “ho visto tutto, ero proprio lì!”. Le interviste dei poveracci in tv sono tutte simili, qualunque sia l’evento. Un rospo che gracida alle dieci del mattino, in città? Ma che razza di notizia è?

Mi spiace di non essere giornalista. E’ proprio questa la notizia. Abbiamo distrutto tutto, la natura intorno è cambiata, l’acqua nel Naviglio sembra melassa, eppure in un angolo di viuzza c’è ancora un lumicino che arde, un lumicino può provocare un incendio se lo curi, se lo difendi con mano attenta, se lo appicchi al posto giusto.

Vieni, signor sindaco, abbandona la tavola rotonda sullo stesso tema e vieni ad ascoltare un rospo che gracida in un vicolo della tua cittadina, tienilo d’occhio, è un bene in via di estinzione, difendilo, è un segnale buono, tutto non è ancora marcio, è un piccolo monumento a cielo aperto, metti un vigile di guardia a quel tombino. Si può fare ancora qualcosa, almeno nei paesi di periferia? Salviamo qualche siepe, qualche fosso con girini, qualche pozza. Che ci siano e basta! senza misure e calcoli.

«Non capisco» dice la signora con il phon in mano. «Tanto chiasso, tanta confusione per un rospo?» E’ una persona quieta, troppo quieta, tramontata, della serie spenta dei consumatori a punti, convinta che le disgrazie avvengano solo nelle telenovelas e sempre lontano.

L’uomo si alza, rimette a posto gli occhiali, stende la piega dei calzoni, saluta, si dilegua.

«Chi è?»

«Dov’è andato?»

Appoggio il mio pacco di pubblicità sulla soglia di una casa. Si è creata una certa familiarità tra le persone radunate, come quando resti imbottigliato in autostrada e offri l’acqua al vicino o quando sei in un rifugio in montagna e dai del tu a chi ti si avvicina con mezzo fiato: è senz’altro un fratello per arrivare fin lassù sull’ultimo burrone.

Vorrei dire qualcosa alla gente, ma vedo che è inutile. Non c’è più il senso, l’ardore, la voglia di cogliere i fatti sensazionali, straordinari, solo la banalità fa notizia, un uomo inginocchiato su un tombino di strada crea curiosità. Che un rospo sopravviva, che ci comunichi che per salvarsi si è dovuto imprigionare non fa notizia. La vera notizia è che lui c’è, la natura non è del tutto morta.

«Che cosa vende?» Una signora mi blocca l’avambraccio. Le do il pacco in omaggio, cambio mestiere. Me ne vado di fretta. «Dove corre?»

Corro a chiamare una scolaresca con una maestra dagli occhi d’oro, curiosi e intelligenti, devo mostrarle qualcosa che i suoi bambini devono conoscere, ricordare, aver voglia di salvare.

 

LA VEDOVA MALAGUGINI

 

La vedova Malagugini è più vedova delle altre, lei ne è convinta. Nessuno glielo toglie dalla testa, cerca accrediti in tal senso e solidarietà da amiche che non sono nella sua condizione. Il dispiacere glielo lasciano tutto e rincarano.

«Ma come fai?»

«Eh, care mie!» Scuote sommessamente la testa.

«Certo, nella tua situazione!» Capisce di avere una situazione. Lei non se ne rende ancora conto, a causa della grande confusione che le è precipitata addosso, ma, se le sue amiche lo notano, vuol dire che è pesante davvero la sua condizione. E questo la convince ancor più che la sua vedovanza è più intensa di qualunque altra.

“No, nessuno me lo può togliere dalla testa.»

«Hai ragione, cara.» L’amica Diletta Zante è la più prodiga nel cordoglio, parla come se fosse suo e la vedova gliene è immensamente grata. «Diletta è una che capisce.»

Sono passati tre mesi dal triste evento e non si dà pace. Torna a casa, ancora una volta carica di buone parole, di buone condoglianze e si rasserena quel tanto che basta per non bruciare la cena, molto frugale, un uovo all’occhio, un’insalatina prelavata, una fettina di fontina poca poca, una crostina di pane senza mollica, cinque chicchi d’uva bianca, un bicchiere d’acqua naturale, un caffè decaffeinato. Due dita di latte sul comodino per la pastiglia del riposo. Un bacio al soffio al caro estinto incorniciato a fianco. Buona notte.

Il fu Giobatta Malagugini, titolare di un’affermata società nel settore edilizio, ereditata dal padre, soleva dire, in ristretta cerchia di amici, che era titolare anche di due disgrazie capitate incautamente in età giovanile. Una era quella di avere fatto il geometra, su scelta dei genitori. «Ma dai, non te ne pentirai, è un buon lavoro, ti farai la casa, ti sposerai.» Fece esattamente così. Se ne pentì subito, ma ormai era fatta. La sua passione era stata il pianoforte, avrebbe voluto fare il pianista, avrebbe voluto frequentare il conservatorio, piuttosto che l’istituto tecnico. Ma era andata così. Frequentava assiduamente i concerti, ascoltava musica sinfonica. La musica addolciva il suo carattere burbero, abituatosi subito a contrattare, ad essere duro con gli operai e con i clienti. Funzionava. Poi andò ad un concerto di beneficenza, “Mottetti e cantilene”, tardo settecento, piccolo coro e un soprano. Chitarra e pianoforte, a solo d’arpa. Il soprano era abbastanza conosciuto nel comprensorio, figlia di un maestro di musica, che dava ripetizioni a tante signorine bene, e di una maestra elementare, che aveva svelato i segreti della scrittura a tre generazioni di scolari, era cresciuta in un mondo molto disciplinato e austero, come lo sono le note musicali e le lettere dell’alfabeto, che non possono essere mischiate a vanvera. Espedita Valbona e Giobatta Malagugini si conobbero, si frequentarono. Il geometra si innamorò subito del soprano, non gli pareva vero di portarsi una dea della musica in casa. Se la sposò. E questa fu la seconda disgrazia. Altre non ce ne furono, ma questa a saldo gli bastò. Un’altra disgrazia ci fu, veramente, tanto tempo dopo, ma lui non lo seppe mai. La notizia del colpo di sonno che l’ammazzò in autostrada gli fu risparmiata.

Le disgrazie non sono tutte uguali. Quelle clamorose, evidenti, paradossali le vedi, le vedono tutti, le subisci o le affronti di petto, insomma sai come reagire, come comportarti. Le impugni e le superi, se non fosse così il mondo sarebbe finito da un pezzo. Ci sono poi le sciagure molli, striscianti, che non puoi affrontare, scardinare, perché non sai da che parte prenderle, perché avverti che ti stanno addosso, non si vedono in modo palpabile, stanno sempre per scoppiare, ma non succede. L’evento ti segue sul capo ovunque vai, qualunque cosa pensi, incombe. Ci sono disgrazie verticali, ecco! la morte, ad esempio, che succedono in un attimo e sono definitive, creano dolori e danni impensabili, però, poi la polvere sollevata dalla tragedia si stempera, si posa, si sedimenta e quel velo sottile basta a far dimenticare più di quanto temi o speri. Ci sono le disgrazie orizzontali, durano anni, oh, anche decenni! Sono quelle che, dicevamo, temi, senti che stanno per capitarti, da cui tenti di difenderti o cerchi di affrettare, oh! che almeno sia finita, santo cielo! Niente, si continua nell’ansia, nella plumbea, confusa attesa che qualcosa di travolgente avvenga per poi riprendere a vivere. Potrebbe anche non succedere niente, potresti anche giungere alla fine dei tuoi giorni indenne. Qualcuno potrebbe dire: beato te. Ma quale beato! Dentro, solo tu sai: sei vissuto tremante, stremato, pronto a parare la scossa, allenato a superare la disgrazia. Che non viene, che non è venuta. Poi scopri, alla fine, che era la tua stessa vita, la disgrazia!

Già la prima notte di nozze aveva fatto andare in tilt il focoso sposo che dovette ascoltarsi i do do dodo, la la lala, miii! ripetuti, anacronistici in una stanza d’albergo alle Cinque Terre con un mare che diceva amami e un cielo che diceva: state comodi, vi aspetto. Aspettò fino all’alba, e poi? s’erano già addormentati. I momenti di intimità furono rari, brevi, surreali. E’ chiaro che da un ménage così strano e originale non potevano nascere figli. Giobatta, molto spiccio, un po’ avventuriero lo era già stato, si mantenne in stile e migliorò. Non è che Espedita si rendesse conto delle fuoruscite del marito, perché a lei certe assenze o dimenticanze o trascuratezze erano gradite, erano addirittura considerate delicate attenzioni. Le premeva che il marito la attorniasse di fiori, di burocratiche delicatezze a ricorrenze fisse, di piccole disponibilità personali. L’accontentava, l’accompagnava, faceva bella figura di fronte agli amici e al mondo, perché era davvero una gran bella donna, sempre vestita di fronde, di lini e sete sul petto per lasciare spazio al respiro, e lei respirava ampiamente esponendo ingenui allettanti sprazzi e spazi all’occhio attento del commensale o dell’amico visitatore.

Diletta e Gianluca Zante, proprietari terrieri, frequentavano la villa in campagna dei Malagugini. C’erano festine nel brolo in estate, cenette nel salone con i soliti pochi privilegiati d’inverno, pomeriggi con pasticcini e tè, incontri ampiamente ricambiati dagli ospiti. Detto all’esterno, se la passavano alla meno peggio; detto tra loro, se la godeva, quel gruppo di amiconi, di famiglie agiate e ristrette a sufficienza per frequentarsi, imparentarsi, creare innocenti intrallazzi. Tra amici, che male c’è? Era questo il Diletta-pensiero che metteva le mani avanti a certi suoi impertinenti pregiudizi.

Giobatta s’era scocciato, ma molto! di quella sposina bellissima, ma insipida. Se l’abbracciava era come un  guanto che aderiva e non reagiva. «Oh, oh, cosa mi fai?» Gli passava presto la voglia, qualunque passione, fantasia, ciribiricoccola avesse in mente erano sprecate. A volte sbottava. Era un uomo con discreto fascino, si assentava sempre più spesso.

“Ciao Giobatta, saluta tua moglie. Come sta?”

«Cosa vuoi, gorgheggia, solfeggia, tralallereggia.»

«Giobatta, mi raccomando» aveva detto la madre, occhio di lince. «Corna sì, divorzio no.»

Era la dottrina della casata. La interpretò alla grande. Ma quel giro era tutto un giro.

Gianluca Zante da un po’ di tempo arricciava il naso quando sentiva gli olezzi di Espedita a conclusione delle sue romanze, in salotto, dopo alcuni acuti di petto molto applauditi. Un pomeriggio, erano sul divano, Gianluca scivolò, le piombò di sghembo. Gli altri erano in po’ sparsi con il drink, ad accarezzare il cane, a parlottare, a passeggiare.

“Gianluca, mi stringi.»

Eh già! Stringeva. No, niente da fare. “Oh pardon.» Si scusò maldestramente. Allora fu lei che lo strinse. «Ma caro, il nostro Gianluca.» Era come ricambiare l’abbraccio a una gigantesca ricotta, bella, appetitosa, ma flaccida, insipida, gelatinosa.

Espedita adorava le famiglie che frequentavano casa Malagugini. I riguardi maggiori erano sempre per lei, le richieste di un bel canto non mancavano mai, l’eleganza era d’obbligo e lei non si risparmiava niente. Le amiche le dicevano spesso cose piacevoli.

“Espedita, ti invidio. Hai un marito che ti adora.» Lei assentiva.

“Espedita, mia cara, vorrei essere al tuo posto.» Valeria Del Vian glielo ripeteva con grande effusione e lei gradiva moltissimo. Valeria era un’insegnante di lettere, intelligente e indipendente, sempre abbronzata, viaggiava, partiva per corsi di studio in Italia e all’estero. Insomma era una persona molto quotata e stimata. Anche Giobatta la stimava molto, possiamo dire che la conoscesse anche più degli altri, perché i viaggi culturali coincidevano con i suoi viaggi d’affari e fiere sul cotto o sulle mattonelle infrangibili o sulla bioedilizia.

Erano cose che si intuivano. Sul piano nobile cittadino c’erano alcuni che perpetuavano la loro etica elastica, la loro decadente noblesse, un po’ démodée, ma sempre vanto ereditario. C’è ancora questo ceto distaccato, invitato alle feste religiose e civili verso cui è prodigo, ma che poi torna in villa a difendersi. I figli studiano, prendono il volo, accettano gli agi, ma non il ruolo e si stabiliscono altrove, fanno i proletari. Il profitto è doppio. Qualcuno, ironicamente, asserisce che si agevolavano a vicenda nelle virtù e nei vizi. In questo ambiente, Espedita, di origini popolari, si sentiva una regina arrivata, una cenerentola coccolata, il marito era una garanzia che questo sistema di vita sarebbe durato per sempre. Aveva tutto quello che voleva. Non voleva qualcosa? Non gliela imponevano.

Diletta Zante, una volta, certa che da quel lato non ci sarebbero state minacciose, proditorie avances al marito, si era messa il cuore in pace, anche con dispiacere. Giacché nel loro rango qualche marachella era istituzionale, un gioco di società previsto, avrebbe preferito mettere un velo sopra ad un peccatuccio, piuttosto che a quella inelegante tiepidezza. No, da Espedita non veniva alcuna minaccia.

«Cara la mia Espedita, come stai?»

«O Diletta carissima, se non avessi te…» Diceva le stesse cose anche alle altre amiche che sapevano, ma sorvolavano.

Diletta si sentiva addosso gli occhi di Giobatta e questo non le dispiaceva per nulla, anzi ci scherzava.

“Eh, Giobatta Giobatta, tu e le sue avventure! Chissà mai …» lasciava il discorso in sospeso.

«Se vuoi te lo spiego, un giorno o l’altro.» Le sorrideva con la confidenza sfacciata e amichevole che si usa tra persone navigate e affiatate. Una donna raffinata, di mondo, si sente in ogni caso lusingata da un gentile approccio, dal bel complimento, soprattutto se fatto con garbo da un uomo ardito, divenuto cortese ed elegante.

Capitò l’occasione della spiegazione, casuale, puntuale perché ciascuno sentiva che era solo questione di tempo: fu  a casa di lei. Il pour-parler fu davvero un raptus tumultuoso, insperato, unico perché nutrito di attese risparmiate in anni e spese in un attimo in modo esplosivo, concorde, indimenticabile. Non si ripeté più, fu un’esperienza, una scoperta che diede ad entrambi uno scatto di voglia di vivere in più. «In qualche parte dell’universo ci devono essere ancora i nostri respiri avvinti, confusi in un unico afflato di felicità e di pace, conservato tra le cose belle successe quaggiù.» A Diletta piaceva sedurre e fantasticare, ingigantire segni ed eventi secondo la megalomania tipica del suo ambiente. Tuttavia conservò a lungo questi raffinati pensieri. Per Giobatta fu solo una scommessa personale vinta.

Da allora s’incontrarono sempre con il solito calore, ma non stettero soli mai più di pochi secondi. E’ impossibile porre l’impronta sulle stesse orme tornando indietro, si guasta la perfezione. Preferirono serbare il grande ricordo. Anche per questo Diletta si sentiva in dovere con l’amica, anemica di affetti, di sentimenti, di furbizie.

Giobatta morì un tardo pomeriggio, tornando in Riviera da Vicenza, a due passi da casa. Sua madre sapeva dov’era stato, aveva un appuntamento fisso due volte al mese, tornava sempre allegro e soddisfatto. «Gli affari mi vanno bene» diceva.

Quando giunse la ferale notizia, Espedita svenne, la risvegliarono con i sali.

«Cosa mi succede?» Fu questo il suo primo pensiero.

La suocera glielo spiegò in poche parole, una settimana dopo il funerale.

«Esci da questa casa! Se tu fossi stata una moglie vera, una donna, mio figlio sarebbe ancora vivo.»

Dovette andarsene. Non aveva figli, non aveva beni, non aveva diritti, non aveva consiglieri. Molti che già la compiangevano, aumentarono le loro attenzioni e il loro cordoglio. Fu anche per questo che si convinse di essere più vedova di qualunque altra.

Poi nessuno la difese, perché non c’erano appigli, perché opporsi alla famiglia Malagugini era un bel rischio, perché lei, debole com’era sempre stata, accettò.

La società Malagugini Spa le concesse, per volontà della suocera, che ritenne l’intervento un riguardo al figlio, un appartamentino in comodato. Portò con sé poche cose, una pianola, pochi abiti, molte foto, molti rimpianti. Ecco, per lei la gravezza della vedovanza non era tanto la mancanza dell’affetto maritale, assente già da lunghissimi anni, ma la sparizione improvvisa delle amicizie, degli agi, dei complimenti, degli appuntamenti, degli sguardi ipocritamente ammiranti il suo canto.

La vedova Malagugini, già dal trigesimo della morte del marito, vede assottigliarsi le visite, le telefonate, per strada gli incontri sicuri sfumano all’improvviso dentro ad un provvidenziale negozio o svoltando un angolo. Comincia a pesarle la vedovanza, comincia a pesarle l’assenza del benessere, dei privilegi, del clima ovattato e protettore che l’aveva circondata, era stato questo il suo matrimonio.

Una sola persona viene a trovarla più di una volta alla settimana, le porta qualche primizia della campagna. Le procura supplenze, ora che fa la maestra di musica per sopravvivere. Diletta la guarda, non parla, piange sommessa. Quello che i suoi occhi chiusi vedono solo lei lo sa, quello che agita il suo cuore solo lei lo conosce, ma Espedita vede quel che vede e ringrazia.  «Grazie, amica mia.» «Taci, ti prego.»

 

IL PROFESSOR GASTONE PASTORIN

 

Il professor Gastone Pastorin  stava sciando a Cortina quando ebbe notizia della sua morte. Gli si appannarono gli occhiali. Il Cristallo in quello splendido pomeriggio di sole gli apparve come un ammasso di panna montata. Si era fermato al rifugio Bellavista per un punch al rum, ma, visto che nella ressa non glielo servivano, aveva preso qualcosa dal distributore automatico. Aveva buttato l’occhio sulla pagina di cronaca di un giornale regionale. La pagina era piegata sulle notizie interne, la foto era la sua e anche il titolo lo riguardava. «Grande emozione in Riviera per la prematura scomparsa del professor Gastone Pastorin, noto psichiatra, 73 anni ecc.» Seguivano le partecipazioni che andavano dai tribunali, agli assessorati regionali, ai direttori generali di molte usl del Veneto, colleghi e associazioni di categoria. Volle sapere com’era morto. Aprì con cautela e scoprì che era caduto dal suo barchino tornando da una battuta di caccia in barena. Vi andava anche da solo, studiava le maree, era espertissimo. Inspiegabili e ignote le cause del decesso. Ipotesi più accreditata è la disgrazia. Recuperato il cadavere. Imminente l’autopsia. Prevista una grande folla di estimatori ai suoi funerali. I trafiletti si susseguivano come stilettate, brevi, gravi, precise.

Gli psichiatri sono soliti interpretare i pallori altrui, non i propri, sono anzi dei fifoni matricolati, ma non lo danno a vedere. Sono i primi a riconoscerlo tra colleghi, come i carabinieri che raccontano barzellette sull’Arma, ma solo sul loro giornale. A furia di scoprire, di inventariare, stavo per dire inventare, malattie imperscrutabili e indimostrabili da radiografie, da biopsie, ma solo opinabili, basate però su test probanti, sono arrivati ad avere un discreto potere. Pensò per un attimo di essere un altro e di stare leggendo la sua cartella clinica. Lo colpì soprattutto la notizia del recupero del cadavere e della imminente autopsia.

Si ritirò nella sua stanza in albergo a pensare. Telefonare? Chiedere informazioni? Ma quali informazioni! Se le cercassero, egli era vivo e vegeto.

«Non creiamo inutili patemi.» Parlò come se si rivolgesse ad un paziente per tranquillizzarlo.

Vedovo, due figli, uno negli Usa lavora a Houston nell’ente spaziale; l’altro da vent’anni nell’Uk è un tranquillo gentleman, proprietario di un avviato pub a Glasgow. Conosce perfettamente l’inglese, parla per sigle, per simboli secondo la prassi e la disciplina medica che, scrivendo illeggibile e parlando a sillabe, dialoga solo con élites.

Vive in Riviera in un comodo appartamento condominiale, preferisce l’immagine popolare. Possiede tuttavia una villa sui colli Euganei, una mansarda a Parigi, un terreno con casolare arredato in collina in Toscana, vi torna a Pasqua per vedere la fioritura. E’ pensionato, vive solitario la sua splendida terza età, non frequenta i salotti, viaggia molto.

Lo accudisce da trent’anni una signora riservata, quasi di famiglia, Giovanna, pudica come una perpetua, affezionata, servizievole, riservata. Partecipa tuttora a qualche congresso e scrive su riviste dell’Oms che riceve da qualche parte e non scarta nemmeno. E’ un nome famoso e citato.

Nella hall il portiere è indaffarato al computer, il professore entra tranquillo.

«Telefono alla Giovanna, voglio sentire cosa succede.» Ma desiste subito. «Cosa le chiedo?»

Il professore chiama l’ascensore, la key card ce l’ha sempre in tasca, cerca di non farsi notare, la cosa gli riesce, perché sembra che ognuno badi ai fatti suoi. Il suo è un albergo a tre stelle, non il massimo, preferisce l’anonimato quando sta in vacanza, si fa per dire, perché è una persona molto nota e a Cortina villeggia la crema di tutte le ”pasticcerie” economiche del Paese, dalla cultura al cinema, dal giornalismo allo sport, all’industria. Gli inchini, gli intoppi, i baciamano, oh carissimo! eh, ma guarda chi si rivede! si sprecano. Non sopporta più questi salamelecchi.

E’ difficile sfuggire a inviti, a saluti, a dibattiti improvvisati. Sono anni che è ospite di questo albergo di periferia, camera riservata, ricoperto di gerani rossi o di fiori sui davanzali in qualsiasi stagione, vi si trova bene e non intende cambiarlo. E’ bassa stagione, molte stanze sono vuote, mangia fuori, sceglie la tavola calda più comoda, cammina tra la folla, spintona e si fa spintonare, gli piace questo gioco da bambini, gli piacciono le piccole marachelle. I conti arrivano alla banca che paga su delega, come qualsiasi altro servizio. L’estate scorsa, lungo la passeggiata, una signora gli aveva dato del maleducato, perché non si era scusato per una volontaria gomitata. Lui le aveva mostrato la linguaccia e se n’era andato mimetizzandosi tra la gente. Il buio e la folla agevolano atti e gestualità inusuali, lui è un esperto e sa che può permettersi queste cose sorprendenti. Alle elementari del paese, la maestra era solita dire a sua madre che Gastone era uno che tirava il sasso e nascondeva el brasso.

Passò una notte agitata. Contemplava due realtà parallele, coesistenti. Di ambedue era certo. Eppure una era falsa.

«Ci sarebbe da scrivere un trattato» ironizzò. C’era poco da ironizzare, c’era di mezzo lui. In una situazione simile non si era mai trovato. La sua scienza apparve imbarazzata e questo lo mise a disagio. Nel tranquillo hotel Cinque Edelweiss regnava un grande silenzio, il portiere di notte sonnecchiava, nei corridoi la luce notturna dava la sensazione di un piacevole crepuscolo, oltre i vetri le vette erano coperte da nuvole, la città giaceva addormentata tra le sue luci sparse; ecco voci di giovani ritardatari, il rombo attutito di una moto da qualche parte! Il mondo fuori era tutto normale e lui ne prendeva coscientemente atto

«E se fossi morto davvero?» Non era mai stato un pavido. Da qualche tempo stava studiando e controllando una leggera forma patologica che lo disturbava, che non lo abbandonava. Non lo sapeva nessuno, ma gli capitavano saltuari momenti in cui dissociava pensiero e comportamento. Era diventato irascibile, a volte agiva da maleducato, istintivamente, perché questo meritava il suo interlocutore, ma non era lui in quel momento. Se ne rammaricava tardi, da solo. Nessuno attorno mostrava preoccupazione.Tipico atteggiamento superbo del capo! Questo pensavano i suoi più stretti collaboratori.

«Come vado, professore?» Si finse paziente, s’interrogò. Quante volte aveva ascoltato pazienti che fingevano, mimavano, si difendevano inventando panzane per nascondere consapevolmente una evidente, momentanea situazione di disagio! Attendevano la mannaia delle sue sentenze inappellabili che condannavano per il resto della loro vita dei poveracci a nutrirsi di tranquillanti e ansiolitici per prevenire il manifestarsi di una loro possibile, ma non inevitabile, seconda personalità.

«Il paziente ha una doppia personalità, una reale e una surreale, mi spiego?» In ambulatorio ultimamente parlava ad occhi socchiusi, come la sibilla Cumana che emetteva oracoli. «Conoscete la sibilla  Cumana?»

I familiari scuotevano la testa, temevano una ulteriore complicanza.

Gli piaceva adornare le sue diagnosi inserendovi parole eleganti, ma superflue, o che facevano rima, convinto di spiegarsi meglio. Se ne accorgeva dopo. Gli accade sempre più spesso.

«La personalità reale rimane intimidita, ma solida; la personalità surreale naviga, sfugge al controllo, anticipa, percorre e precorre spazi e comportamenti desiderati o odiati, finché spossata si ricompone nell’unica personalità. Sono casi patologici che variano.» Ricordava perfettamente le sue diagnosi e gli occhi sbarrati dei congiunti dei pazienti.

«Variano?»

«Certamente, si varia da caso a caso. A volte una persona apparentemente innocua può diventare pericolosa. Le cause possono essere le più disparate: paura, rabbia, mania di persecuzione, timore di perdere sicurezze, capite?»

«Pericolosa, professore?» Allora scuoteva la testa, guardava i familiari in tralice, un occhio avanti e uno indietro. State attenti, eh! Sto studiando anche voi, eh! Uno psichiatra si spiega anche quando tace. Era in pensione, però fungeva da consulente esterno in alcuni ospedali. Il nuovo direttore generale l’aveva salutato, ringraziato e liquidato in tronco. Che affronto! Non sarebbe più tornato. Se la prese con l’universo della sanità. “Ingrati! Piccolo scavezzacollo, chitticredi?! Capiterai, non preoccuparti. Capitate tutti, prima o poi. Ci rivedremo.»

Intervallava, intersecava i suoi pensieri contingenti ai suoi ricordi. Amava molto la professione. «Ingrati!»

«Grazie, professore.» I familiari ringraziavano rinculando come si faceva davanti allo zar o al re Sole. Dava due dita di saluto, guardava fuori come se inseguisse chissà quali pensieri scappatigli durante il colloquio. Dalla finestra socchiusa studiava l’aria, il vento, doveva andare a caccia l’indomani, tempo permettendo. Aveva anche lui la sua vita dopotutto, che diamine! Lo Stato intanto si sobbarcava una spesa di invalidità del cento per cento per quel suo paziente, referto che nessun giudice avrebbe rimosso, perché avrebbe avuto bisogno di una perizia di un altro psichiatra che mai avrebbe contraddetto un collega. Un mezzo imbecille innocuo da sempre, ma a questo mondo chi è innocuo del tutto? un mezzo imbecille, si fa per dire, è perduto, torna perfino utile alla famiglia liberarsene gratis. «Grazie, professore.»

Il professor Gastone Pastorin si è sempre considerato una persona intellettualmente corretta,  scientificamente aggiornata. Crede a quello che dice e a quello che fa, perché non può essere altrimenti. Un disturbo senile può averlo chiunque, che diamine! La sua paranoia non la controllerà e non la certificherà nessuno, perché è inavvicinabile, insospettabile. Però nel suo letto d’albergo, mentre una timida luna si affaccia  sulla linea dei monti, si fa una domanda terribile. Si insinua tra i suoi pensieri furtiva, guardinga, la scaccia, ma quella aleggia. Non dorme e quindi affronta il problema.

«Ma allora, la doppia personalità esiste davvero? Suvvia, saltiamo le perifrasi! Sono io o non sono io? Sono vivo o sono morto?»

Lui era sicuro di sé stesso. Il giornale era sicuro di fatti inoppugnabili. C’era un cadavere in obitorio, il suo!

Per la prima volta, nella sua lunga esistenza, cominciò ad avere paura dell’ignoto che pure era la sua scienza. Si apparve in sogno. Il fantasma aperse le braccia, caddero i veli e si vide nudo. Con l’immaginazione, si trasferì nel suo cadavere e si osservò. Il morto rabbrividì, nel suo letto, di riflesso egli fece altrettanto. Sapeva che i gemelli si comportavano simmetricamente. Non aveva alcun gemello, ma, si disse, immaginiamo pure. Si comportava come si era sempre comportato. Partiva da ipotesi e a forza di pensarle le considerava prove e su queste decideva.

«Sono nei guai.» Espresse non un dubbio, ma una affermazione scientifica, capì che stava perdendo il controllo dello sfintere, si stava cacando sotto. Si guardò. Niente. Mah, veramente surreale!

Scelse di uscire dall’albergo nell’ora di punta, quando i corridoi erano affollati. Prese un caffè doppio e una brioche da un distributore a monetine. Poi fece una prova che ritenne decisiva. Andò alla banca più vicina e fece un prelievo con il bancomat. Tutto rispose perfettamente, nessun intoppo, nessun blocco di conto, nessun allarme. Egli era più vivo che mai, altroché! ma impacciato, disgustato.

Aveva programmato un’escursione in funivia sulla Tofana di Mezzo. Aveva acquistato il biglietto il giorno prima, lo passò sul lettore magnetico, entrò in cabina. Dovevano essere in nove, ma si trovarono in dieci. Contò e ricontò, nove più lui dieci! C’erano dei grassoni, ecco perché erano molto stretti! avrebbe fatto una autentica scenata all’arrivo in vetta. Con quel vento, con le disgrazie che si sentono ogni giorno era un bel rischio. A metà salita, mentre era tutto preso da questi pensieri, la funivia si bloccò, oscillò paurosamente, forse per un improvviso black-out, forse perché era scattato un allarme per sovraccarico, pensò.

Si aprì lo sportello a cui era aggrappato, sentì le urla dei passeggeri perdersi nel vento, mentre precipitava a testa in giù da notevole altezza. Piombò su uno spesso cumulo di neve fresca. Gli parve naturale vedere alcuni suoi pazienti con pale incaricati a tenere sollevata e soffice la neve in sua attesa.

“Potevo ammazzarmi!” esclamò eccitato. “Vi strizzo!” urlò a quelli della funivia che rimpiccioliva sempre più. Usava termini non appropriati, ma gli sfuggivano quelli scientifici, e non capiva come mai. Integrò la spiegazione strizzando un fantomatico panno grondante. Gli sembrava di parlare a fumetti. Fino all’ultimo sperò che fosse l’aria di montagna ad essere rarefatta al posto suo. La funivia riprese la sua corsa lenta verso la stazione. Nessun si era accorto di lui?

«Tutti penseranno che io sia morto. Meglio così, mi rifugerò in un paese straniero.» Si sentì soddisfatto. La sua personalità surreale, appositamente da lui creata e tenuta in vita fin che ciò era stato possibile, finito il naturale sostentamento fantastico, ripiombò nell’unica forma reale.

A duecento chilometri da Cortina, in Riviera del Brenta, si svolgevano i suoi funerali, con banda musicale in testa, discorsi ufficiali, presenti luminari dell’Università di Padova, amministratori della Regione Veneto, sindaci del mandamento con gonfaloni rigorosamente bipartisan, primari ospedalieri di ogni specialità, mani dietro la schiena, come fossero in visita in corsia. L’omelia fu pronunciata nella chiesetta dell’ospedale, gremitissima, con gente nei viali e in strada, da un cugino francescano del defunto. Disse poco, pianse molto, fece lunghi silenzi.

L’inconsolabile, inascoltata Giovanna non si dava pace. Non capiva come potesse essere successa quella disgrazia.

«Non doveva andare a caccia. E’ a Cortina.» si ostinava a dire.

«Avrà cambiato programma.» «Vi dico di no, è a Cortina.» I carabinieri di qua chiamano quelli di là. «Il professor Pastorin? Mai visto in albergo.» «Sarà stato ospite in anonimato o da qualche amico o in qualche altro albergo.» «Impossibile.» A dire il vero c’era in hotel una prenotazione datata tre giorni prima, via fax. Era un bel garbuglio. Da Cortina nessuna telefonata, nessun sms, nessun movimento di banca, nessun conto d’albergo. Nessuno però ebbe voglia di impantanarsi in quei distinguo che, morto l’uomo, non interessavano più. I referti erano chiari, le indagini chiuse, i funerali? una magnificenza.

Giovanna comincia a prendere il Tavor. Si ammala, diventa ansiosa, la coglie l’angoscia di non essere capita, si sente perseguitata. «Vi dico che gli ho parlato, mi ha detto che andava a Cortina.»

Giovanna entra in terapia intensiva. «Vedete?» dice il dottor Pancrazio, allievo di Pastorin e nuovo responsabile del servizio. I discorsi della paziente sono confusi, improntati a pessimismo e a ineluttabilità; seguono momenti di quiete. Tutto secondo dottrina. «Schizofrenia, sdoppiamento di personalità, la diagnosticherebbe anche il professore. Sorvegliatela.»

«Ah!»

E’ ricoverata su un bianco lettino, con l’occhio spento, piena di ansiolitici, devono tenere calma una persona che lo è sempre stata. «Come sta la paziente, dottore?» «Ma non vede?».

«E’ difficile, vero? Lo so.» Concludeva così le sue conferenze l’esimio professore. Lo facciamo anche noi sulla sua scia.

In pochissimo tempo è stato aperto un nuovo padiglione di psichiatria intitolato al prof. Gastone Pastorin. Come gesto di riguardo, ad inaugurare le nuove corsie, è stata chiamata una paziente illustre, Giovanna Pettorello, domestica del compianto. Uno stuolo di medici le sta attorno, sorridono e le parlano.

«E allora, Giovanna, come andiamo oggi?»

«Vi dico che è a Cortina.» Tutti fanno di sì con la testa. Il medico di turno rinforza la dose, ma per lei non ci sono più terapie che abbiano come sbocco la guarigione. Giovanna si accinge a partire per qualche viaggio surreale, fantastico, probabilmente a Cortina, conosce a memoria i luoghi, o a fare qualcosa che non ha mai potuto o ha temuto di fare. Nessuno ancora lo sa, ma lei lo farà.

 

L’ASSESSORE AI BUONI RESPIRI

 

Dal diario di un maestro di campagna.

25 novembre.

Di questa stagione, l’ambulatorio della dottoressa Paolina Parola, medico di base, è il punto più inquinato del pianeta. Oh, bè! per pianeta intendo la nostra usl, perché al di là non so quanto. Forse stanno peggio, vedendo lo stato dei laghi e dei fumi, le targhe alterne, il biossido di qualcosa che non ricordo, noi almeno abbiamo distese di mais a perdita d’occhio, ecco lì almeno lo sguardo si può riposare. Dobbiamo pur far riposare qualche parte del nostro corpo, per non essere troppo stanchi continuamente. La dottoressa Parola è il mio medico di famiglia, di tutta la mia famiglia, che nella fattispecie è composta dal sottoscritto e da mia madre.

Io sono spesso stanco. Perché mi do molto da fare e non mi lamento. Taglialatela Michele mi chiamo e non sono di qua, ma che importa? A voi importa qualcosa? No? E allora che problema c’è? Vi ho detto tutto, anzi no, manca il più, ora che ci penso.

Sono stato maestro di ruolo alle scuole elementari Giacomo Zanella e attualmente sono assessore ai Buoni Respiri, stralcio educativo dell’assessorato alla cultura, ma tocca anche altri assessorati. La mia sfera d’influenza è orizzontale, ha detto il sindaco; mi occupo pure del soggetto ecologico-ambientale, vigilo sulla nocività dei fumi delle aziende produttive, organizzo l’aspetto sociale della terza età ossia i pranzi e le gite del circolo anziani, nonché la loro permanenza in montagna, quindici giorni estivi. A tutti buoni respiri! Fanno bene alla salute, aria buona per tutti, meno bronchiti, meno medicinali, meno ricoveri, meno decessi, gran risparmio per le finanze dello Stato.

«Non ho un budget.»

La parola fa effetto e molti mi dicono: poaretooo! Mi piace il dialetto locale, ogni tanto lo uso.

No, non sono “poareto”, ho la fiducia del sindaco e poi ho molta fantasia, a volte mi meraviglio da solo, mi sembra di tornare tra i bambini. La mia fantasia è stata repressa in trentotto anni, sei mesi e ventotto giorni di insegnamento, in mezzo a bambini e maestre, cosa volete! Pochi slanci, volo basso! Perfino direttrici femmine ho avuto, per fortuna non mi sono sposato, ho però una mamma, ma questo non conta, ci capiamo. Ora mi sono abbastanza scaturito con la politica. Raccolgo una buona rappresentanza di paesani e di questo se n’è tenuto conto, sono stato portato nel nostro piccolo parlamentino o consiglio comunale. Ho chiesto visibilità e mi hanno accontentato. Dicevo che ho fantasia, infatti, l’assessorato sui generis l’ho inventato io, sono stato pure intervistato dalle tv locali. Grazie, signor sindaco, per la fiducia. Avete bisogno di me e io l’ho capito.

 

27 Novembre

Ho un ufficio aperto tutte le ore, mi faccio da segretario personale, in mia assenza le telefonate sono registrate, ricevo i cittadini, insomma si vede che ci sono. Anche perché tutti gli uffici, a pieno organico, funzionano regolarmente per conto loro. Per esempio, io posso occuparmi di tutto ciò che voglio, loro fanno tutto ciò che devono e il comune funziona.

La mia soddisfazione e il mio inserimento sono perfetti, sono contento di avere portato un tocco di qualità alla giunta e di avere contributo al miglioramento culturale degli assessorati nel territorio. Pochi conoscono, come conosco io, la Gerusalemme liberata e l’Orlando furioso. Il tasso di cui parlo spesso, e che porto, non è finanziario bensì culturale. Modestamente faccio la mia parte, sono contento, spero lo siate anche voi, cari concittadini. Non faccio discorsi in pubblico, ma l’amico diario mi permette di fare degli azzardi, dei tentativi. Preferisco le lettere.

Il mio diario è un libro aperto, parlo con il cuore aperto, lo lascio sopra la mia scrivania che tutti vedano e se vogliono possano aggiungere qualcosa. Sono democratico con tutti, ovviamente di sinistra perché è di moda e perché mi fa sentire giovane e rivoluzionario. Altro non so.

Ieri ho trovato questo messaggio, scritto in mia assenza. «Caro maestro, qua se more, sono andata in ambulatorio dalla dottoressa Parola, altro che parola! Il respiro ti manca! Troppa gente, troppo inquinamento da fià. Ho pensato a lei, sono sicura che farà calcossa.» Seguivano firma, saluti, complimenti ecc.  «Brava gente.»

 

28 Novembre

Sono corso subito ed eccomi qua. «Dottoressa, come va?» «Mi dica lei come sta.» «Bè, sto alquanto inquieto.» «Si vede. Come mai?»

E’ da precisare che la dottoressa Parola non collabora molto, fa parte dell’opposizione e non stima molto il mio assessorato.

«Vediamo la gola… faccia aaaah!»

Per buona creanza le faccio aah! Abbreviato. In tutta una vita di onorata professione sono stato probo, ho tanta creanza, e me la rinfacciano con modi poco garbati. Pazienza!

«La gola è a posto. Mi dica maestro, che c’è? Che ho molti pazienti in attesa.» Si rifiuta di chiamarmi assessore.

«E’ questo il punto. Troppi pazienti, troppi respiri, troppo affollamento, troppo inquinamento e quello che è troppo è troppo.».

«Lei ha un brutto alito, sa?»

«No, dottoressa, è l’aria qui dentro che è sfinita.»

«Apriamo la finestra. Mandiamo via i pazienti impazienti. Che altro c’è?»

«Di là ci sono troppi pazienti racchiusi in poco spazio, ci sono lamentele scritte.»

«E’ quello che dico anch’io. Non può durare così.»

«Oh, vede che ci intendiamo. Nell’esercizio delle funzioni specifiche del mio assessorato ho il dovere di preoccuparmi dell’aria che respiriamo.»

«Mi dia una mano, assessore. Posso chiamarla maestro?»

«Si figuri, anzi.» Sono troppo buono e accetto. Cosa vuole questa, ora? Ho scoperto che mi fermano non per salutarmi, ma per chiedermi un favore. Il paese è pieno di favoriti e favorite. Il paese è sempre l’harem di chi comanda.

La dottoressa è spiccia, va al sodo.

“Ho un progettino in commissione edilizia che non passa, in un nuovo condominio in costruzione in via Romeo da Borgotaro, mi dia una spinta e che sia finita. Là salterà fuori un ambulatorio con aria condizionata cinque volte questo. Mi spiego?»

«Si è spiegata, vedrò.» La omaggio di un inchino.

Uscito in sala i pazienti mi hanno aggredito lamentando le mie stesse lamentele, ma non potendo ripeterle, ho fatto qualche distinguo. Lo sapete che forse ho perduto qualche voto, mentre stavo facendo esattamente quello che loro chiedevano? Lamentarmi con la dottoressa! Certo che la comunicazione è importante oggigiorno. Se non sai comunicare resti al palo.

 

29 Novembre

Ho preferito mettermi in contatto con l’assessore Scremin, è all’edilizia privata. Gli ho detto che, nel nostro comune, mi manca l’aria pulita negli ambulatori. Non mi ha trattato bene, il collega. E’ invidioso della mia popolarità, lo so.

«Tajadea, ocio!» mi ha apostrofato così. Ecco, devo spiegare, a futura memoria, ammesso che un giorno queste pagine di diario siamo pubblicate da qualche eventuale postero. Mi storpiano il cognome con “tagliatella” in dialetto. E’ abbastanza offensivo non per la pasta in sé, ma perché è detto in tono dispregiativo ed è l’intenzione che conta.

«Vedi» mi ha detto il collega «in questo condominio, che tu vorresti difendere, si sta piantando una grana che finirà in tribunale, stiamo scoprendo abusi edilizi a non finire. E tu vieni a perorare la causa di quella lì! Lo sai che il pretore, in un eventuale giudizio, potrebbe chiederti: perché, signor maestro, tanta premura?».

Neanche tra colleghi mi è riconosciuta la carica. Ma non desisto. Certo mi ha colto un po’ di spavento. Non è come mettere uno dietro la lavagna, qui rischi la galera se tieni il sacco a qualcuno magari senza sapere che quello è un sacco e che qualcuno ci sta mettendo dentro qualcosa.

Comunque c’è poca cultura, poca diplomazia, poco savoir faire negli amministratori locali. Bisognerebbe sveltire, rinnovare di più, inserire persone che diano un tocco di signorilità e di stile. L’impronta contadina è grezza, e onesta, per carità, nessun dubbio, ma non basta più! Fra quattro anni, un pensierino a sindaco lo farò.

 

30 novembre

Niente di speciale. Solo visita urologica da programmare in ospedale, ho problemi alla prostata, alla notte scendo da letto cinque volte per urinare. Chiederò l’impegnativa alla dottoressa. Al pomeriggio ho un controllo in otorino, ho l’orecchio sinistro che non sente tutto quello che dovrebbe sentire.

Ho visto il sindaco parlare animatamente con l’assessore Scremin. Spero gli abbia dato una lavata di capo. Infatti, poi il sindaco mi ha avvicinato e, volgendo due occhiacci così a Scremin che intanto se ne andava, mi ha detto buone parole.

«Coraggio, amico. Fai le cose tue e lascia stare quelle degli altri assessori, che tra l’altro scottano.»

«Ti ringrazio, sindaco, mi togli un pensiero. Non voglio mettermi di mezzo con l’edilizia, ma cosa facciamo con l’aria che manca negli ambulatori? Perché con l’epidemia influenzale che c’è in giro, non so se mi spiego...»

«Che si vaccinino.»

 

1 dicembre

C’è giunta. Scusate se vi faccio osservare. A volte il mio dire potrà apparire pedante, lineare, troppo semplice. Per fortuna, così sono chiaro. E’ deformazione professionale, per avere sempre parlato così all’infanzia. Uno si blocca e ragiona come fosse sempre in aula, lo sento dire alle mie spalle. Nossignori, parlare limpido, terra terra è indice di rispetto per l’ascoltatore. Io ho sempre parlato un linguaggio a livello dei miei interlocutori, i bambini, che stavano bassi ed erano piccoli, il mio linguaggio è sempre stato adeguato a loro, questo si chiama metodo Montessori. Ma a chi lo dico in giunta? Cosa capiscono?  Non preoccupatevi, vi intendo lo stesso. Restare ragazzini? E’ una fortuna. Anche Giovanni Pascoli era paragonato a un ragazzino ideale e guardate dove è arrivato! Io, non è che voglio arrivare chissà dove, mi basta dare un tocco di classe all’amministrazione sperando che sull’esempio anche negli altri comuni limitrofi chiamino amministratori intellettuali.

C’è stata riunione di giunta, come previsto, ma abbiamo parlato d’altro.

 

2 dicembre

Indubbiamente siamo a un buon livello amministrativo, tanto è vero che il sindaco in giunta ha proposto un ritocco del 30% in più di indennità di carica. Ho votato sì naturalmente. Quando ti danno un riconoscimento è giusto accettarlo con garbo e finezza, soprattutto se ti viene utile. Si fa per dire, ma con quel che costa l’euro è meglio così. Mi piace il mio assessorato, anche se le nebbie di questi giorni mi creano molti problemi, molti fastidi, la gente si lamenta, fatico anch’io a respirare.  L’assessore ai Buoni Respiri è sottoposto a critiche.

«Caro Tajadea, sei un brutto esempio.» No, quello Scremin non lo sopporto. Fa troppa ironia alle mie spalle.

 

5 dicembre

Sono tornato dalla dottoressa Parola, a fine orario di visita, pochi pazienti in attesa. Entrato in ambulatorio sono quasi svenuto. Chi è dentro da un’ora muore asfissiato contento, non se ne accorge. Apro la finestra e respiro a pieni polmoni.

«Che fa maestro?» Non vedono in me l’assessore. E’ ovvio quasi quarant’anni alle elementari! Uno si inzuppa di inchiostro, gesso e lavagne e odora di scuola anche dopo sette docce. Capisco.

«Era per voi.» Chiudo con calma.

Viene il mio turno. Entro, la dottoressa mi guarda. Sa tutto. Sa che non ho potuto fare niente per il suo progetto. Non la posso evitare, è il mio medico.

“Che aria la porta qui, maestro?» Invento. E’ per la visita urologica specialistica, spiego, prevista per il 15, se potessi anticiparla. «Sono preoccupato.»

«Ha ragione, ha una brutta cera. Si stenda che vediamo subito. Anche lei si raccomanda, eh!»

Mi trovo steso sul lettino, mi stuzzica con la politica. Abbasso i pantaloni, mi metto in posizione  travaglio.

«E’ allora, questo progetto edilizio in via Borgotaro, va? non va?»

Mi invento un intervento poetico, manzoniano. “Non s’ha da fare.” Lo sussurro, forse declamo.

«Ah, sì?» Zac! Mi trovo esplorato all’istante. Choc da dito medio. E’ la prima volta. Resto senza fiato.

La dottoressa mi squadra, a ciglio asciutto, muove le labbra, inesistenti, a scomparsa, come certe latrine moderne che le senti scrosciare e non le vedi. “Lei è nei guai.”

L’unica spiera di garbuglio in cui mi sono avventurato è quell’affare dell’abuso edilizio. Solo una promessa di interessamento. Oddio, il pretore! Oddio, Scremin! Eh, penso troppo al Comune!

«Ci sono cose peggiori.» Mi lascia di sasso e con un certo languore dentro.

«Sono grave?» Certo, il bruciore c’è.

 

7 dicembre

Ho chiesto al sindaco di cambiare assessorato.

Il collega Scremin mi ha detto di cambiare aria. Mi ha invitato a passare pure all’opposizione, se insistevo a interessarmi di cavoli non miei. «In qualche modo faremo.»

Ma per carità, con la prostata che ho!  Mi metto a fare l’emigrante politico? Ma scherziamo?

 

8 dicembre

E’ festa dell’Immacolata, sono in casa. Aspetto che mi passi di tutto il bruciore e poi vedremo cosa mi diranno il 15 in urologia, ho chiesto una visita non più ambulatoriale, ma specialistica. Certo che se nei paesi di campagna è così dura a fare l’assessore, cosa sarà in città!

Meglio sarebbe tornare in classe prima a insegnare s di sole, c di casa, r di rana. L’ho detto.

«Vedi tu» mi ha detto il sindaco, sguardo appassito, forse preoccupato dalla mia richiesta.

Ho riflettuto, ho capito che hanno bisogno di me.

«A ramengo el massa saver. Resto!» Incomincio a impratichirmi con il dialetto e con le astuzie della politica. Ho senso di responsabilità.

E poi, l’inverno passerà, la prostata si curerà, le bronchiti cesseranno, verrà primavera, le finestre degli ambulatori resteranno sempre aperte, e gli anziani? Li porteremo in villeggiatura al lago di Levico e allora per l’assessorato ai Buoni Respiri sarà un trionfo.

«Pazienza, Michele, pazienza.» Mia madre, santa donna, me lo ripete da sessantacinque anni.

 

PANE E CICLAMINI

 

La conoscete la pioggia di novembre? La pioggia di novembre cade sempre uguale, per ore, senza entusiasmi, senza sussulti, senza scatti. Noiosamente slava vetrate, poggioli, scalinate, piazze, campi seminati a grano. Non mi piace la pioggia di novembre, preferisco un temporale estivo, fatto di lampi, di scoppi, di furiosi acquazzoni e di arcobaleni improvvisi. In agosto l’aria cambia in fretta, anche l’umore della gente, anche il canto degli uccelli che torna subito. Il volo dei merli nell’orto si fa frenetico, picchiettano con la zampetta il suolo e fanno scattare il verme convinto che il nemico sia la talpa, e invece c’è lui con il collo allungato. Appena sopra in un groviglio di alloro incolto c’è il nido. Lo vedo, li sento i piccoli. Sono casa e famiglia, anch’essi si sono sistemati a loro agio, nessuno li disturba, solo delle tortore fanno delle picchiate per mandarli altrove, ma non c’è problema, mangiano diverso, che cosa pretendono le tortore? Ma a novembre, cosa ti aspetti dopo la pioggia? ancora pioggia.

E’ da un’ora che un filo d’acqua fuoriesce da un buco di grondaia e si schianta sulla ringhiera metallica. Lo credete? Mi duole la testa! Sempre la stessa nota, sempre lo stesso suono, e non c’è prospettiva di cambiamento, le previsioni sono di pioggia uguale per altri tre giorni.

Ho provato ad uscire, infagottato, apro l’ombrello e vado a prendere il pane, poca roba, la pigrizia non ti fa venir fame. Penso che gli esperti fornai lo sappiano e ne tengano conto quando lievitano e infornano, i clienti sono gli stessi, ma la spesa si riduce. Passo sotto un portico, passo sotto dei pruni selvatici che a fine estate lasciano cadere i loro frutti fradici, ti aspettano, ti colpiscono la camicia a tradimento e non puoi neanche giustificarti a casa. Ecco cosa mi è capitato da S. Rocco. Esco e torno con il giornale e una macchia.

Mia moglie Caterina mi aspetta, incrocia le braccia. Tento una scusa. «Ma dai! d’estate c’è sempre qualche resina vagante.»

«Ma cosa hai fatto? L’ho appena stirata.»

Cosa ho fatto? Ho fatto qualche cosa? Da troppo tempo non faccio niente. Non posso neanche giustificarmi. Lo so che i frutti maturi cadono, basta guardare per terra! Basta scendere dal marciapiedi, come quando c’è la cosa di cane, ma a volte sei sopra pensiero, a volte sfidi il destino. Che tocchi proprio a me? Tocca a qualcuno, anch’io sono uno dei tanti che passano. E’ toccata a me questa volta.

Uno se la prende con il pruno selvatico. Perché cerco una giustificazione, come se lui l’avesse fatto apposta? Come se sapesse che io ci sono, che esisto, che passo di là alle dieci e venti. Ora è spoglio, persino penoso, forse è già in letargo, l’ha sfogliato la brezza delle serate d’ottobre, scuote appena i rami, passivamente, a terra ci sono tutte le sue foglie. Rosse, gialle, guaste. Attento che scivoli! Lo so e sto attento. Alzo l’ombrello per guardare un po’ di mondo diverso da quello che vedi guardando sempre per terra, e vedo qualcosa verso piazza Mercato. C’è un uomo sotto la pioggia fine, insidiosa, come una doccia incessante, sta seduto su una panchina e fuma la sigaretta, una delle sue ultime, penso, sfida il suo male! Lo conosco, poveraccio!

Mezzo chilo di pane, mezzo litro di latte, un pacco di biscotti, un etto di affettato. Ripeto a memoria la nota della spesa. Fino a tre ordinazioni mi ricordo, oltre dovrei scrivere la nota. Vedi molti pensionati con la lista della spesa, seguono l’ordine e i capi elencati, non si azzardano a deviare verso un gusto scoperto all’improvviso. «Cos’è questo?» Quando torni c’è il rischio dell’interrogatorio. Ma allora io non conto niente? A cosa serve la nota? Perché non me l’hai detto che ti piaceva la nutella? In questa casa io sono la serva, allora? E avanti con la predica casalinga. Caterina ha ragione anche lei. Ha bisogno anche lei di sfogarsi. E con chi lo fa? Con chi ha sottomano. Almeno io inforco la porta, lei invece gira sempre attorno alla stessa tavola come fosse in trincea. «Dove vai?» Non so dove vado. Mi piacerebbe avere uno scopo, qualcosa da fare. Invece mi sembra di essere caduto dentro a un pozzo, vedo la vera che si allontana sempre più verso l’azzurro del cielo, o sono io che vado sempre più giù? Mi sento sempre più solo. Anche altri compagni di fabbrica stanno con il naso ai vetri. Mica tutti vanno a giocare a carte, mica tutti hanno un orto o un campetto dove in questa stagione vai a prendere le verze.

«’giorno, signor Biagini.»

«Buongiorno.»

C’è caldo dentro al forno, c’è movimento anche se sei stretto. C’è la solita nonnetta che ti passa davanti. « Tocca a me!» Mica vero. Va bene lo stesso. Tempo ne ho. Tocca a me,

«Il solito, signor Biagini?» Faccio di sì con la testa. «Serve altro?» Faccio di sì con la testa. «Un etto di mortadella.»

«’giorno, signor Biagini.» Faccio di sì con la testa.

Passano i camion che ti sfiorano. Mi incuriosisce la loro fretta. Dove andranno? Uno ha la targa FG. Certamente hanno qualcuno che li aspetta, che fa conto sul loro arrivo in orario. Non ho orario, cammino senza meta sotto la pioggia. Guardo le sfumature, le crespe che il vento crea in canale. Tolgo il pane dal sacchetto e lo lascio nella borsetta, stendo il sacchetto su una panchina e guardo il naviglio, sotto l’acqua che cade sull’acqua. Tengo l’ombrello appena sopra la testa, chiudo gli occhi e vedo lo stesso quello che succede, nulla cambia, conosco il paesaggio, conosco la pioggia, conosco novembre.

Ho lavorato a Porto Marghera per trentaquattro anni, i tre anni di apprendistato un artigiano me li ha mangiati, più diciotto mesi di servizio militare in fanteria. Ho finito che facevo il tecnico, avevo maturato esperienza, ero un esperto. Non sono dottore, ma qualcuno mi chiama dottore. Parlo poco, ascolto molto, qualcuno pensa che io sappia più di quello che so. Lascio fare. Se al parcheggio lasciamo la mancia siamo tutti dottori, e chi non è dottore è cavaliere, meglio dottore! Un giorno salendo in pulman il bigliettaio m’ha detto “attento, maestro”. «Dici a me?» «Sì.» Lo diceva a tutti. Anche alle signore. Era un intercalare rispettoso e anonimo. Meno male, è una parola ancora buona. La danno a tutti gratis, come affanc. e nessuno si scompone, è una parola come tante che nello scarno dialetto di chi assonnato prendeva la corriera alle cinque e trenta del mattino era già espressiva. In fabbrica, a volte, se uno bestemmiava era perché non sapeva cos’altro dire. «Gesù, pensaci tu!» Lo pensavo, a dirlo non avevo coraggio.

Continua a piovere con lo stesso slancio fradicio e stracco, la superficie dell’acqua sembra abbia il vaiolo, butterata, cerchietti rotondi punterellati che si squagliano e subito riappaiono, provo a seguirne qualcuno che ritorna. Paranoia! Le anatre sono immobili, scuotono le penne, se la godono, infilano il becco nel fango, qualcosa trovano senz’altro, ogni posto ha qualcosa. I gabbiani volano radenti, tozzi, superbi, spaventano i colombi che s’annidano sui precari lampioni al neon sotto lo squero. Le travi sono keep off, protette da reti anti-guano. Vorrei portarmi fin là sotto, per ripararmi dalla pioggia, e poi? Resto qua. Per ripararmi dalla pioggia bastava che stessi in casa. Mi rilasso, sono sempre più fradicio. Oggi faccio qualcosa di trasgressivo, di provocante, di dirompente, di rivoluzionario. Oggi ne sentirò di tutti i colori. Con ragione, una volta tanto. Sono contento che mia moglie abbia ragione. Altre soddisfazioni non ha. Poche persone passano alle mie spalle, nessuno che mi chieda: stai male? Forse è normale prendere la pioggia? Un rigagnolo d’acqua mi scende dal collo giù giù. Sono pazzo. Mi ammalo! Ma non mi alzo.

La panchina vibra. Mi giro. S’è seduto accanto un barbone. E’ tutto una colata d’acqua. Indifferente, non starnutisce per niente, è uno abituato alle intemperie, si vede. Io sento che sto per tossire. Non mi guarda. Lo guardo. Allargo l’ombrello, lo prendo sotto a metà, prendiamo acqua entrambi. Passano cinque minuti. Apre un fagotto, mi offre una fetta di pane. Resto sbalordito. Rifiuto garbatamente. Insiste. Lo accetto e mordo appena, lo faccio per lui. Poi ho un’idea.

«Brutto giorno, eh, dottore!» Bè, piuttosto che un pugno in un occhio, mi dico. Lo guardo. «Ci conosciamo?» Tace. No, non ci conosciamo. Passano altri interminabili secondi. Prendo un’iniziativa, un colpo di testa, in fabbrica lo facevamo nei momenti duri in cui condivisione e partecipazione creavano affiatamento di squadra nella difesa dei nostri diritti: aprivamo la sporta e facevamo parte. Ci spartiamo la mortadella sotto la pioggia. Sento che ha bisogno che partecipi in qualche modo al suo dramma. Faccio quel che so. Poi, a casa, qualche santo sarà! Ci fissiamo entrambi, vedo che gradisce, mastica piano. Evidentemente ci fidiamo l’uno dell’altro, perché il rilassamento è reciproco, tranquillizzante.

Sono inzuppato, dovrò stare a letto, almeno farò qualcosa che ha senso. Ogni giorno quando mi alzo non so cosa fare. Avessi un volontariato cui badare. Ma la passione o l’hai da giovane o non ti scappa fuori all’improvviso. Avessi dei nipotini, starei in casa a fare da balia, starei all’asciutto, mi sentirei utile. Non ho avuto figli. Penso a Caterina che sta pensando a me. Ma dov’è? Ma dove si è fermato? Ma cosa fa fuori con questo tempo? So che è tutto affetto. Lei non ha neppure questo da me, perché so che è al sicuro, non è sotto la pioggia, non ho motivo di preoccuparmi per lei.

Guardo il mio compagno di panchina, lui mi guarda.

«Me ne vado» dice. Fa per alzarsi. «Aspetta, ti prego.» Perché lo fermo? E’ più forte di me.

Non ci siamo detti niente, ma ci stiamo scambiando solidarietà a causa di qualcosa che ancora non so, ma sento che c’è. Piove sempre uguale, senza scatti, non ci fai caso, fai parte dell’ambiente, del sistema idrico stagionale.

Chi sei? Dove vai? Dove stai? Vorrei fargli tutte queste domande, però mi trattengo. E se mi chiede ospitalità? Fino a che punto si allarga il cuore di un uomo verso un altro uomo sofferente? Di solito si ferma a livello di offerta. Non faccio alcuna di queste domande, ma sono i miei occhi interrogativi a farle.

«Sono un uomo in fuga.»

Siamo tutti in fuga da qualcosa. Dal dolore, dai fastidi, dalla malattia, dai vicini di casa che tengono la tv troppo alta, dalla noia, dalla routine, dall’impegno civico, dalla paura della vecchiaia. A una certa età le paure sono tante, e quasi tutte nuove, ignote. Quanta voglia di scappare!

E’ uno che intuisce anche dal mio silenzio cosa penso. Non è un barbone qualunque! Lo fisso meglio. L’accento è romagnolo. Ha la barba incolta, l’occhio è di fuoco, da lupo braccato. Balbetto qualcosa, non voglio essere indiscreto, ma sto male con il magone del non sapere.

Piove leggero e continuo, siamo sotto metà e metà. L’ombrello non ci risparmia, ci restituisce in parti uguali tutta l’acqua deviata.

«Per tutti sono un uomo morto, da due anni. Soprattutto per la mia famiglia, per la mia fabbrica che ho incendiato, per l’assicurazione che ha pagato. Mi credono un eroe perito nell’incendio nel tentativo di spegnerlo. L’ho appiccato, per tutti sono morto là. Ho salvato la mia famiglia da un disastro economico. Però nessuno mi deve trovare, né vivo né morto.»

Sono allibito, cerco di connettere, di ricostruire, di capire. Provo brividi sconosciuti. E’ troppo veloce, concentrato il messaggio. Oh, povero Cristo! Ho una paura in più, mi muove a pietà. Faccio l’atto di lasciargli l’ombrello. Gesto inutile, sciocco per uno in quella situazione. E’ tutta la carità che mi viene d'istinto.

Si sottrae. Che se ne fa uno che deve sparire di un ombrello? Si allontana curvo, non si volta indietro. Alzo una mano verso di lui. Per fare cosa? Per dire cosa? Ma non si può neppure restare indifferenti. Quante tragedie ti sfiorano per strade e non lo sai. Io con le mie piccole magagne sono fortunato. Dovrei ballare sotto la pioggia per questo, dovrei cantare, dovrei salutare a voce alta chi è dall’altra parte della strada. Mi faccio festa dentro, mi ripulisco dall’accidia abituale, tiro un gran sospiro.

Prendo la via di casa, è quasi l’una. Mi accorgo che è finita la mortadella. Oh, cielo! Era per il pranzo di oggi. Penso di farmi perdonare da Caterina, compero un vaso di ciclamini da un fioraio che sta abbassando la serranda, glieli offrirò, mi bacerà. Sbarrerà gli occhi, non lo faccio mai. Cascherà dalla sorpresa.

Entro in casa e lascio una scia d’acqua, ma ho i ciclamini in mano, mi precedono.

Dove sei stato? Guarda cosa combini, ho appena passato lo straccio. «Chi ti ha dato quei fiori?» Quei fiori! Pensi che non sia capace di offrirti dei ciclamini? «Sono ciclamini e non fiori qualsiasi.»

«Ti prenderai una polmonite. Corri a cambiarti. Sei peggio di un bambino.» Perché i bambini sono peggiori? Di cosa? E’ un modo di dire, capisco. Ah, già! Mi vuol dire che ho un cervello piccolo.

Cerco di spiegarle, in realtà sono un disastro, ma sono felice. Ho trovato una piccola disgrazia su misura per me. Siccome tutti dobbiamo avere qualche dispiacere, esiste qualcuno senza dispiaceri? ecco, il mio è piccolo, è accettabile, è su misura della mia capacità di sopportazione. Per un bel po’ di tempo, penso, saremo vaccinati contro i guai del destino ingrato. Non sarà? Chissà! Intanto lo penso e mi fa bene.

E’ tardi, ci mettiamo a tavola. Dov’è la mortadella? «La mortadella?» balbetto. E chi spiega? Cerco di farfugliare. Tanto di più non posso dire, faccio confusione.

«Di te non ci si può fidare. Ma ti rendi conto?»

Ti rendi conto che siamo felici e non ci godiamo questi momenti? Questo dicono i miei occhi esaltati.

«E oggi cosa mangiamo?»

Non moriremo di fame. Mi faccio un panino e niente e guardo i ciclamini. Mai mangiato pane e ciclamini?

Sei matto, ma sei mio marito. Però spiegami un po’ perché sei tutto fradicio, perché ti mangi la mortadella di nascosto, perché mi porti i fiori senza che sia il mio onomastico o compleanno o che so io?

Come posso spiegare? Non saprei. E’ scoppiata, per caso, o forse no, una giornata incredibile. Ascolta, ascolta! Dobbiamo far riparare la grondaia, senti? Pensieri che corrono, s’intuiscono.

Sei brutto, vecchio, antipatico, dispettoso! «Me lo dici come faccio a volerti ancora bene?»

Guarda che sei tu che me lo devi spiegare. Sorridiamo, per un giorno mangiamo quello che c’è e pensiamo a quando, appena sposati, la mortadella la mangiavamo solo di domenica. Siamo belli come allora. Mortadella? Una volta ogni tanto, come allora.

Quante cose ci diciamo con la mimica, con i gesti, con gli sguardi, qualche parola.

Mi prende in giro. «Con chi l’hai mangiata oggi? Con una donna?»

«Mi sarebbe piaciuto, ma l’ho mangiata con un uomo.»

«Non ci posso credere!»

La pioggia di novembre è persino bella se lo vuoi, attutisce i rumori, ammorbidisce gli spigoli degli animi inaciditi, avvicina le persone in casa che si guardano e si parlano e scoprono che, dopo tutto, in famiglia non è mai così freddo.

 

NON SO COME DIRTELO

 

«Claretta, non so come dirtelo.»

Clara Perticati aveva quarantacinque anni, ma ne dimostrava trentanove, secondo lei. Sono tre anni che lo dice. La decina in meno fa effetto. Come i prezzi a 99 centesimi invece che a cento, i prodotti sembrano costare meno e si fanno appetire.

Claretta desiderava essere appetibile per molto tempo ancora nella cerchia delle sue frequentazioni e delle sue amicizie. Ma non nel senso che qualche malizioso potrebbe pensare. No no, le piaceva essere corteggiata, lusingata, applaudita. Disegnava con la tecnica dell’acquarello.

La famosa società Decoratori brentani spa è di suo padre, produce piastrelle in ceramica da bagno e da pavimento tra le più belle d’Italia, perché oltre alla qualità hanno il tocco di pregio della decorazione. Su una parete di piastrelle rosa, ogni tanto ne inseriscono una di azzurra, illustrata o firmata o con un disegno stilizzato elegante. Le illustrazioni le decora Claretta. Gli affari li dirige il fratello Claudio, i genitori vivono di rendita, viaggiano, visitano le basiliche mariane, fanno offerte all’unicef. E’ gente che sta bene. Questo dice la gente. Si sono fatti dal niente e continuano a vivere da ricchi senza clamori.

Claretta ha sposato Ermes Dalprà a trent’anni. Prima era stata presa completamente dal lavoro e dalla passione per l’arte, sapeva rendere viva la ceramica. Aveva fatto studi classici convinta di dedicarsi all’insegnamento, poi aveva scoperto la voglia artistica, la passione del lavoro libero in famiglia, le riusciva bene per essere un’autodidatta. Vi si era buttata a capofitto non pensando ad altro. Poi aveva scorto il più attivo dei loro rappresentanti. Era anche il più bello, colui che la omaggiava spesso di una rosa rossa che trovava sul suo tavolo di laboratorio. Altri facevano altrettanto, ma con cioccolatini o con un complimento ostentato o con uno sguardo languido, finto, ma che qualsiasi donna gradisce, non compromette per nulla. Ecco, il fatto di essere gentile, ma seria, anzi severa, con i dipendenti e gli estranei era la causa dell’isolamento volontario in cui si era racchiusa per alcuni anni nei confronti di tanti coetanei. Poi, come spesso accade, ci fu il contrappasso, avvenne il contrario cercò l’adulazione e fu subito accontentata. Un giorno lo guardò, se ne innamorò. Un anno dopo erano sposati. Ermes venne ad abitare nella loro villa sulla pedemontana. Poco lontano vigila granitico il Grappa le cui pendici conosce in ogni anfratto. Da ragazzi andavano a gruppi a giocare, a cercare funghi e ciclamini, i primi baci furtivi tra ragazzini li aveva scoperti andando a mirtilli. Erano giochi, erano scherzi, facevano parte del rito dell’infanzia che cresce, scopre e fantastica. Lei non fantasticò molto, continuò a crescere bella, ricca e distratta.

Ermes veniva da Vicenza, un passato nelle giovanili di basket della città, studi in pedagogia interrotti. Passione per le piastrelle. La passione per quel lavoro gli era venuta un anno e mezzo prima del matrimonio, quando allo stadio Menti era sceso il Milan. Aveva stupito Claretta per la veemenza e il coraggio temerario con cui aveva affrontato e disperso una frotta di giovinetti scalmanati: spingevano e si divertivano a far cadere le donne sui gradoni. Nessuno interveniva, perché la massa sodale fa paura. Ermes si era fatto notare ed apprezzare. Si era aggregato a quel gruppo di amiconi della provincia, aveva frequentato qualche festina di rampolli scanzonati e benestanti, aveva chiesto di lavorare per la società, guardando in avanti sempre, anzi molto in alto. Ci riuscì. Dopo tutto, la Decoratori brentani spa era solida, godeva di credito in banca, aveva una vasta clientela, un avvenire nel settore edilizio da farti venire i brividi a pensarlo. Sposò Claretta.

Furono anni belli, di passione, di lavoro, di svaghi, di amicizie altolocate, frequentò artisti di provincia niente male. Appassionatosi di ippica, scendeva alle Padovanelle, anche quella era una piazza di scommesse, di svaghi e di affari. I timori riverenziali dei nuovi ricchi scompaiono al terzo anno di successi, poi sono questi a diventare un’abitudine, come la pretesa di ogni comodità e riverenze. I divertimenti, non tanto gli affari, li portano a incontrare i vecchi benestanti, raffinati e decadenti. I loro figli sono disavvezzi alla fatica e impappinati, si aggrappano ai parvenus, concedendo alla compagnia il credito del loro blasone. In compenso ricevono la possibilità di qualche matrimonio di convenienza per continuare a vivacchiare. Insomma una mano lava l’altra, entrambe lavano la faccia, fin che c’è. Più di qualche giovanotto, dalle numerose ville della pedemontana, su consiglio delle madri chiaroveggenti, aveva adocchiato il patrimonio di Claretta, di cui lei impersonava l’apice in fiore. Claretta queste cose le intuiva, forse, ma il lavoro e la passione per le decorazioni l’avevano tenuta immune da numerosi assalti e distrazioni. Aveva ceduto soltanto all’amore, a Ermes, venuto da lontano e disinteressato.

Non avevano figli, perché all’inizio non li avevano voluti, poi perché non avevano potuto, in seguito a complicazioni ginecologiche e ad un intervento chirurgico che li aveva seriamente preoccupati. Ne aveva sofferto. Anche Ermes aveva superato momenti difficili di amarezza e di sconforto, prima di prendere atto della realtà. Sembravano assuefarsi sempre più alla situazione limitante del loro amore, anche se lei si sentiva fortemente diminuita.

Erano in giardino, recideva le ultime rose che quel settembre mite e arieggiato concedeva ancora in un discreto fulgore. Gli aceri, oltre i muretti, mutavano il loro arancione ogni giorno e loro lo notavano. L’amica Letizia l’aiutava, teneva le braccia aperte, distese, e accoglieva i fiori profumati di color rosa con venature di violetto, una rarità. Molte ore del loro tempo libero lo passavano insieme, avevano studiato nel medesimo collegio, entrambe avrebbero voluto insegnare. Letizia insegna francese in un istituto tecnico commerciale per ragionieri, ha sposato un salumiere, vita tranquilla, solito tran tran, noia assicurata di provincia lontana e sommersa.

All’esclamazione dell’amica, Claretta proruppe in una sonora risata.

«Allora non dirmelo.»

«Non so come dirtelo.» Si era fatta seria, preoccupata. Ma, come ogni cara amica, intimamente non era per niente dispiaciuta di quello che stava per dirle, magari poi l’avrebbe consolata generosamente, sinceramente. L’invidia è una complanare, una stradina parallela alla strada maestra dell’amicizia. Ogni tanto si intersecano, se ci sono ponti, ossia vincoli forti, non si scontrano, ma qualche volta succede che ci sia un incrocio e non sempre è l’amicizia ad avere la precedenza.

Claretta depose le forbici su un vassoio posto sopra un muretto e guardò Letizia. Si tolse i guanti. Sapeva che stava per sentire qualcosa di spiacevole. Simili preamboli non significano altro.

«E allora?» Si girò, fece due passi, guardò il tramonto non ancora incipiente, c’era tempo. Si volse, si mise in posa pronta ad affrontare con balda sicurezza il mistero.

«Tuo marito ha un’amante. Mi dispiace, cara.»

Letizia, pallida, con un enorme mazzo di rose che le impediva di congiungere le mani, perché questo le veniva di fare, sembrava una delle statue di gesso del giardino.

In situazioni simili avviene che la persona colpita si dimostri affranta, vacilli, balbetti, chieda lumi. Non successe. A Claretta sembrò di sentire uno strano, improvviso ronzio, alzò il capo e seguì con occhi attenti le evoluzioni di due deltaplani usciti da uno strapiombo, no! non erano loro.

Roteavano silenziosi nell’aria fresca e agitata con movenze delicate e sicure, sembravano inseguirsi, ma non si capiva chi fosse il cacciatore. Poi uno dei due si alzò e si diresse a ponente, verso Marostica, finì nel centro del cerchio rosso del sole e scomparve alla vista. L’altro si diresse a est, verso Crespano, ben presto rimpicciolì, fu inghiottito da una selva di cime.

Claretta abbassò lo sguardo sull’amica pallida, tremante, indotta a seguire le sue stesse rotte. Stava aprendo le braccia: le rose una ad una cominciarono a precipitare a petali in giù.

«Stai bene?»

L’effetto boomerang della rivelazione, non avendo colpito il bersaglio, evidentemente, si riversava tutto su Letizia che chiese di sedersi.

Mi dispiace, mi dispiace, mi dispiace. Non finiva di ripeterlo.

«Non è niente, non è niente!» suggerì Claretta. Tenne dritto il timone dell’attenzione sul piccolo malore.

«Non dovevo dirtelo.»

Venne di corsa Eugenia, l’anziana governante, portò una sedia, un bicchiere d’acqua e tanti interrogativi che represse. Si ritirò subito.

«Non mi hai detto ancora niente.»

L’approccio di Letizia prevedeva un seguito, ma ora non più. Le sembrava di avere osato troppo, trovò nell’amica una reazione composta, inattesa che la bloccò. Si sentì colpevole. Aveva sollevato un velo con pietà per mostrare un abisso, ma chi stava sull’orlo sembrava non temere niente, non le interessava. Le sembrava di essere ancora con il velo in mano, incapace di sollevarlo definitivamente, di posarlo e coprire tutto come prima, ma non era più possibile. “Voce dal sen fuggita, più richiamar non vale.” Le rintronò il verso scolastico e si spaventò ancor più, tanto l’evento le avrebbe separate. Lo avvertì chiaramente. Quella confusione e quel pianto sommesso rivelarono a Claretta che la premura dell’amica andava oltre i limiti e i vincoli d’affetto, di simpatia, dei buoni e corretti rapporti. Era chiaro che Letizia aveva mostrato l’intenzione di ferire. Non si era trattato di un avvertimento, ma di una confessione incauta, non necessaria e si era spaventata del suo ardire. Si lasciarono freddamente.

«Perché tanta premura?» Questo era l’interrogativo che tormentava Claretta. Lei sapeva, credeva che altri non sapessero, ma evidentemente non era così. Ermes aveva avuto una relazione con una pantofolaia di Bassano. Credeva di saperlo lei sola. La ragazza era una brava figliola, aveva una vetrina dove esponeva prodotti artigianali, ma anche cose fini e delicate abbellite e perfezionate dalle mani pazienti ed esperte della madre. Erano riuscite a sollevarsi, ad allestire una bella vetrina confezionando ciabatte. La ragazza, Fabiana, era caduta nella pania del bravo figliolo, fintosi innamorato, poi la madre aveva scoperto tutto. Tre mesi era durato l’efficace assedio di Ermes, finito in pianti e tante scuse. Era costato un bel po’ il loro silenzio. Claretta si era sacrificata. Aveva minacciato una rottura clamorosa, di cui non era affatto convinta. Ermes aveva pianto sulla sua spalla giurando che una cosa del genere mai più si sarebbe verificata.

Erano fatti di tre anni prima. Nessuno ne aveva parlato, tutto era sepolto, ma, evidentemente, non era così.

Perché Letizia aveva sollevato un problema che non esisteva più, che era morto e sepolto? O esisteva ancora?

All’epoca dei fatti, Claretta aveva mortificato Ermes. «Ma come? Con una ciabattaia ti metti?» L’aveva fatto arrossire. Gli veniva facile a Ermes, ma gli passava presto.

Fu una schermaglia breve, ma con fendenti diretti e ben parati da entrambi.

Claretta tuttavia, furbizia o errore?, per salvare il loro matrimonio, scelse di mettersi in gara, di scendere nell’agone del confronto. Ermes non aveva avuto altra scelta. Aveva rifiutato l’avventura. Lei fu soddisfatta, aveva deviato il colpo. Gli aveva offerto una via d’uscita e per questa volta lui l’aveva fatta franca. Però nel suo affondo, Claretta aveva esposto il fianco a nuovi colpi, aveva rivelato che si era offesa solo per il basso livello della caduta. Il vanesio capì che poteva osare ancora, ma in alto, questa volta. Purché il rango fosse rispettato.

Ermes rientrava tardi quella sera, aveva una cena di lavoro con certi imprenditori edili, suoi clienti, a Vicenza. Le rimaneva tutto il tempo per riflettere. Poi le balenò un’idea subdola, repentina.

«Ci ha riprovato!» Era questa la novità? Salvo che non si fosse fatto ardito e avesse cercato altrove, stravaganze tipiche dell’età in cui ci si guarda attorno! Quante barzellette si raccontavano sulle corna altrui! Qualcuno doveva essere pure protagonista di queste barzellette. No no, non aveva alcun sospetto o motivo di credere ad altri tradimenti. Non c’erano segnali negativi di alcun genere.

Di tutta questa storia, l’unico dispiacere vero era l’amicizia perduta di Letizia, perché era stata chiara la sua intenzione di farla star male per niente. Aveva notato il fervore con cui le voleva comunicare una notizia inesistente. La cara amica si era smascherata da sola cedendo sotto il peso delle sue pesanti insinuazioni.

Letizia tornò a casa molto agitata. Si scusò con i suoi asserendo di avere avuto un diverbio passeggero con l’amica. Chiese di essere lasciata in pace.

La figlia, studentessa universitaria, era uscita, salvandosi dalle solite inutili raccomandazioni.

Il marito adagiato in poltrona seguiva una partita di calcio finalmente piacevole. Causa lo sciopero dei giornalisti, si godeva un vero e raro spettacolo, come allo stadio, senza interruzioni stupefacenti del tipo: il portiere ha parato, l’arbitro ha fischiato, piove a dirotto, ecco la formazione! Tutto ben stampato o evidente sullo schermo. «I telecronisti ci trattano da babbuini. Ma chi si credono?» Aveva due passioni, il calcio e la politica. Incontrava moltissima gente, chiacchierava molto. Tornava tardi e consolava la moglie che brontolava facendole intravedere spezzoni di discorsi indiscreti, di insinuazioni su cui spettegolavano un po’ prima di prendere sonno. Aveva responsabilità provinciali, incontrava spesso amministratori pubblici in città. Dopo difficili trattative politiche, a tarda ora, caduto ogni discreto autocontrollo, si davano pacche sulle spalle, bevevano solitari in piazze vuote, ancora attorno a un tavolo. Parlavano liberamente di tutto e di tutti, di donne ovviamente, senza freni e senza diplomazia alcuna. L’ora era tarda, parole ne avevano pronunciate tante, troppe, una più una meno!

A casa, nel proprio letto, nel dormiveglia, al buio, scoprivano gli altarini, riportavano in famiglia i pettegolezzi che servivano a placare le mogli semiaddormentate, ma sempre attente a gustare piacevolezze curiose e stuzzicanti. Era così che Letizia aveva intuito, collegato, capito.

In camera sua ripassò la scena del pomeriggio a villa Perticati. Era tornata la solita persona controllata e sicura di sé. «In fin dei conti, che le ho detto?»

Il comportamento di Claretta le appariva incomprensibile. Mai avevano toccato temi del genere nelle loro conversazioni, perché mai c’erano stati motivi per entrambe, neppure scherzi o le battutine che a volte si fanno apposta per stuzzicarsi e ridere in allegra compagnia, per far passare il tempo tra un salatino e un drink e tirare notte.

S’interrogò. «O sa già o l’ho offesa con un sospetto. Ma io so che un sospetto non è. So che lei non sa.» Cominciò a serpeggiare nel suo intimo il malanimo che mai avrebbe pensato di nutrire in seno. Cercò, frugò nella memoria, trovò minuzie sgradevoli, sgarbi presunti che si gonfiarono fino ad apparire mostruosi, tirò il fiato e proruppe in un grido che le era ignoto: «ben ti sta!». Si sarebbe tenuta il suo segreto, l’avrebbe lasciata rosolarsi nel suo credersi superiore e inattaccabile. A ridere sono sempre gli altri e noi ci mettiamo sempre tra questi.

Ermes, ignaro di tutto, era in città da dove aveva telefonato annunciando un rientro a tarda notte. Era in casa della contessa Delia Forti Minozzi, esperta in pubbliche relazioni, dove davvero c’era stato un importante incontro di operatori economici e finanziari, presieduto da un noto assessore comunale. La contessa era tale per titolo lontano e assai sbiadito, ma principalmente per appellativo popolare, per la sua invadente esuberanza, per il fascino della donna di classe che sapeva emanare, per la capacità di farsi valere. Non aveva particolari attrattive di sex appeal, a causa della sua stazza, era più di cento chilogrammi di bellezza, a stento trattenuti in abiti aderenti e coloratissimi, era intelligente e scaltra. Parlava e rideva in continuazione, affascinava i suoi ospiti, era bravissima negli affari. Sfortunata in amore. Poi aveva scoperto Ermes, bello, aitante, ben disposto, discreto, non intrigante. Ermes aveva incontrato una donna all’altezza, e forse più, del suo rango acquisito. Anche se Claretta avesse scoperto tracce del loro breve, contiguo tragitto amoroso, ricordando i precedenti, non avrebbe dovuto lamentarsi anche questa volta. L’immagine e il rango erano salvi.

«Ad abundantiam.» Ermes sorrideva rispolverando i suoi studi classici, sempre allegro, e spiritoso.

 

DA VOI CHE TEMPO FA?

 

Ho condotto Marco a conoscere il tramonto. Viene basso, viene presto in questa settimana di fine ottobre, a cavallo tra nebbie improvvise e ultimi strappi d’acqua. «I pomeriggi di qua sono così e così. E da voi?» Lo chiedo ogni tanto a mia sorella che sta altrove. Quello che so io lo sa anche lei, così le chiedo di domani, le chiedo del tempo. «Pioverà?» Né a me né a lei importa. Come si farebbe altrimenti ad attaccare conversazione con qualcuno che non conosci o che altro non sa o non può dire?

Da otto anni si prende tutta l’acqua che viene, nella sua tomba ad Arino. Non si è mai lamentata di niente, figuriamoci ora. Sorride ugualmente da una foto, già malato lo sguardo. Ricambia in anticipo l’affetto che depositiamo con una carezza sulla lastra fredda. Lascio i segni delle dita umide, ho portato l’acqua. Si asciugano subito. E’ lei, ne sono certo. Ci salutiamo ogni tanto, poi ognuno va da solo. Che possiamo chiederci? «Come va?» «Come vuoi che vada?» «Piove da voi?» «Oggi no, e da voi?»

Alla sera, nessuno deve andare nel posto dell’altro, eppure ci si chiede del tempo, per prendere tempo e pensare alle parole successive. Che possiamo dirci che non ci siamo già detti? Ricordi quella sera, era un altro tramonto e bruciavano le canne di campo, il mais era stato raccolto. Gagliardo lanciai una canna sull’onda del vento, andò dove non sapevo, dov’eri intenta a guardare, solo a guardare, tu non facevi malanni.Ti colpii in viso e piangesti. «Non dirlo alla mamma» mi supplicasti. «Se la vedi, nostra madre, diglielo tu ora, com’è andata.»

Oggi è un pomeriggio strappato al quotidiano annottare grigio. Oggi c’è il sole che tramonta. Andiamo! Ci fermiamo su una rivetta di canne palustri che ondeggiano i pappi e lasciano andare scrosci di piumette. Eh, alcune fioriranno da qualche parte! E’ folta la riva, allora qualcuna sarà pure arrivata da qualche dove. Non riusciamo a stare fermi noi gente di passo, figuriamoci chi ha le ali. Ricordo quando t’avevano scavata, rivetta, eri liscia come una corte da bocce. Da dove verranno i semini alati qui germogliati, se questi di qua vanno altrove? Tutti andiamo altrove, anche il sole di stasera. Lui sa quando è ora, non si fa mai sorprendere dal buio.

«Guarda, Marco, il sole che tramonta!» «Che significa?» Lo sapevo dire e non lo ricordo più. Non posso certo parlarti di Galileo, bambino mio. Dimmelo tu. «Dove va il sole questa sera, Marco?» «A dormire. Avrà pure una culla, no?»  «Oh, sì!» Si abbassa lentamente, sembra adagiato sulla cornice dei colli lontani, ne disegna gli orli, vedi l’antenna.

«Come mai il sole tramonta di qua e domattina sorge di là?»

«Ma, nonno, non lo sai?» Tre anni e tre quarti sono pochi, e già mi fai domande che sono risposte.

Trasecolo. «No.» «Vedi, nonno, anch’io, nel mio letto, mi addormento dalla parte del muro e mi sveglio dalla parte della finestra.» Lo guardo ad occhi sbarrati, sono stupito, meravigliato. Probabilmente si nota. «Hai capito?» «Si, ho capito. E’ così che succede.»

Uno stormo di gabbiani passa alto nel cielo, battono le ali come un gondoliere l’acqua, un piccolo tocco d’ala appena e vanno lisci e dritti. Un’egretta disturbata si alza di qualche metro, con le zampe piegate, non sa che fare, se balzare via o acquattarsi. Si ferma. Ha capito che siamo lì per il tramonto. Un odore di nebbia sale dai canneti. La nebbia la senti in anticipo, è il garbin che la porta, è un respiro gelato. Arricci il naso, poi la vedi. Ma ci manca ancora, il buio verrà più in là. Il sole lontano appare come nei disegni di Marco, incuneato tra due vette, nel punto più basso, i raggi laterali sembrano braccia aggrappate alle pareti per l’ultimo sberleffo, e poi scompare. Lascia una scia arancione, un bollore di nuvolette che si fanno viola. Di là dei monti c’è il mare oceano e l’acqua frigge e bolle quando il sole ci casca. “Vedi quei lampi?» «Ma, nonno, si vede che non vai a scuola.» Gli avranno pure detto qualcosa all’asilo. Penso che la storia dei cavoli non la beva. Un aereo nell’oscurità che avanza segna una scia bianca, luccica, lui vede ancora il sole. Lo dico a Marco. «Nonno, quanti tramonti ci sono?» «Attento, c’è una macchina, stammi vicino!» Faccio del mio meglio per parlare d’altro. E pensare che eravamo andati apposta a parlare del tramonto! Non mi salvo. «Quanti?» «Ognuno vede il suo.» «Beh, allora il nostro era mio.» D’accordo, d’accordo. Anche in questo caso, comunque, ho speso il mio, oggi.

Ognuno nasce con il suo bagaglio di tramonti, ogni giorno ne spende uno, anche quando piove assottigli la tua riserva. E’ importante chiedere che tempo farà stasera. Almeno potrai goderti il tuo tramonto, visto che è speso lo stesso. Ne rimangono sempre meno e quando spendi l’ultimo non lo sai. Meglio goderseli tutti come vengono.

Ricordo quella volta che tornavamo da scuola su una bicicletta che non lo era per niente, mancava di tutto, e poi era mezza, da ragazzini. Ti coprivo con un telo tagliato da un avanzo catramato, il resto copriva i covoni nell’aia, s’avvicinava la mietitura. Ti ricordi, fratello? Eri tutto coperto, di sotto, per ripararti dalla pioggia. Non vedevi niente e ti fidavi di me. Spingevo sui pedali, navigando nell’acqua del tratturo, poi capottammo. Eri lungo, sai!  Ti andò un piede tra i raggi della ruota davanti. Finimmo nel fango e tu eri sotto il telo e mi chiedesti se pioveva ancora. Tastavi l’erba e cercavi dov’era l’alto o il basso, con quella scombussolata! Poi lo trovammo il modo di rimetterci in piedi. Mi chiedesti. «Cosa ti sei fatto?» Non ti dissi niente. «Neanch’io.» Ti copristi tutto di telo, io spingevo un manubrio stravagante, andava di qua e di là, eri aggrappato ad un parafango. «Dimmi se smette.» Aveva smesso di piovere, ma indossavi il primo impermeabile della tua vita e non volevi privartene. Alla prossima pioggia sarebbe toccato a me. «Piove piove.» «Meno male.»

Nella nostra vita primitiva tra i campi era importante sapere se pioveva o no. Non fu mai questione d’ombrelli. Ma di catini. Dormivamo nello stesso letto di ragazzi, il pajon sfondato da tante lotte e baruffe che tra amici si fanno per amicizia, che altro sennò? Tra noi fratelli per recuperare il posto. Se pioveva c’era un goccio che piombava dal tetto sdrucito e finiva sempre sul solito cuscino. Ce lo giocavamo a pari e dispari. Ti andava sempre male. «Che piova domani?» chiedevi. «Piove no.» Invece pioveva. Allora ti cedevo il posto e prendevo il tuo. Mi davi due fichi secchi. Tenevo il catino sopra la testa, la musica cambiava man mano che si riempiva. D’inverno era meglio, nevicava. Ma da quel buco entrava il gelo, allora erano le urine a gelare nei pitali. Ci tenevamo stretti e passavamo la notte al caldo dei nostri fiati. «Ora, dove stai che tempo fa?»

Quando sei partito non hai detto niente a nessuno, neanche tu sapevi di partire «Da te, che tempo fa?» A fine preghiera ripeto sempre le stesse parole, che ormai le sai a memoria. Che altro posso chiederti? Che posso fare per te? Prenderemo un po’ di pioggia insieme in questo giorno dei santi. Chiudo l’ombrello e per un po’ sto qui con te, ti faccio compagnia. Che dice nostro padre di questo tempo marcio? Scuote ancora la testa vedendo l’acqua che risale e avanza nei campi di grano appena seminati? Gli importa ancora? Non ha mai avuto un campo suo. Vorrei sapere se ora ce l’ha. Che domande ti faccio! In un luogo dove il tempo è senza tempo e l’avere non ha senso. Ma è per capire se è contento dove sta. Capisco che c’è tutto e di più, ma so che quaggiù gli sarebbe bastato un piccolo campo per farlo felice. E’ contento come sta? Se parla, parla di semine e d’innesti? Oh, è sicuro! Ma non per darsi delle arie. Penso che un calzolaio parli di scarpe buone che ha fatto, un santo di miracoli che ha fatto, una madre dei figli che ha fatto. E’ andata bene quest’anno, diglielo, l’uva ha reso bene. Non credo gli interessi, ma fa sempre piacere sentire che un campo ha fatto il suo dovere, in qualunque luogo uno sia. Vorrei solo sapere se la sua fronte è finalmente spianata, se la sua mano è sempre sacrificata dall’artrite, se le sue dita si aprono tutte, finalmente! se è in buona compagnia. Digli che mi ricordo ancora di quando una volta mi portò fuori all’alba. «Vieni» mi disse «ti porto a conoscere l’alba». Uscimmo ad arare, dovevo tenere la cavezza, le bestie poi andavano da sole. Ero il primo di cinque, a chi poteva chiedere una mano? Gli occorreva una mano. Poi si fermava a metà solco, in ginocchio si segnava e mi mostrava i primi gesti mutevoli del giorno in un cielo ancora maculato di stelle «Questa è l’alba.» Mi dava il premio, era quello il premio. Mi insegnava che le cose si imparavano facendole, che le conoscenze le apprendevi partecipando, che si invoca il Signore quando principi qualcosa. Chi l’aveva insegnato a lui che aveva fatto la seconda? Abbiamo appena ammirato il tramonto e mi ricordo di un’alba, chissà perché!

Lo chiedo a Marco. «Hai mai visto l’alba?» Passa un’autoambulanza con gran fragore, la sirena copre le mie parole, ci stringiamo sul margine della strada. Per fortuna c’è un po’ di confusione. Non saprei cosa spiegargli se mi chiedesse qualcosa. «Sì, nonno, quest’estate, in spiaggia, in vacanza.» Affretto i passi. Non l’ho mai vista sul mare. Cos’altro m’insegnerà Marco? Come cambiano le albe in un pugno di anni! Sono contento, perché anche lui era sul posto al momento in cui l’evento c’era.

Quante cose si possono dire sul tempo. Prendi tempo. Perdi tempo. Non ho tempo. Quanto tempo è passato? «Hai un attimo di tempo?» mi è stato chiesto. «Sai cosa mi chiedi?»

Il tempo è la ricchezza irrecuperabile di cui ognuno dispone. Ogni minuto, quest’attimo, ora giorno mese anno, spendili bene, Marco. Non li riavrai mai più. Non torneranno. Te lo spiegherò, un giorno. Chiedi pure altri giocattoli, ma prima di chiedere il tempo suo a qualcuno, pensaci. Chi dona del tempo suo a qualcuno, per dargli una mano, gli regala la cosa più preziosa che ha, non verrà mai più sostituita o restituita. E’ bene tu lo sappia, non si spreca. Il tempo va trattato con giudizio.

«Siete qui?» «Sì, siamo qui.» «E’ pronto, siete tornati in tempo.» Entriamo in casa correndo.

Il tempo è un quaderno di pagine bianche, ogni giorno ne voltiamo una, ci scriviamo la vita. Se ci è scappato lo scarabocchio, resterà per sempre. Non tentare di cancellarlo, lo perderesti due volte, il tempo.

Vorremmo andare in Comelico questo fine settimana. In Val Visdende. Ci siamo già stati, è un paesaggio da favola, chissà se è caduta la neve. Mah! Chi lo sa? «Telefona.» «Si è meglio, il viaggio è lungo, metti che blocchino la strada!»

«Pronto?» Chiamo la pensione. «Pronto.» «Sì, siamo noi. Da voi lassù che tempo fa?» «Bello bello. E giù da voi?» «Beh…» «Ah, bene bene!»

 

LA CASA DI SERGIO


La casa di Sergio è bianca, è candida. Costeggia la strada ad angolo retto. Non ha uno scarabocchio, uno sfregio, una lordura artistica di quei pitocchi notturni, ricchi di pensieri svagati, che nessuno origlia e così schizzano i muri e le case sul bordo per manifestarsi.

Sporcare quella casa sarebbe come schiaffeggiare un bambino. Si merita ogni riguardo. E’ pluricentenaria, forse c’era già al tempo delle fate e degli gnomi. Me l’immagino come doveva apparire a Sergio, già prima della guerra, in mezzo alle siepi di glicine selvatico, solitaria, su un troso con l’inevitabile fossato a fianco carico di robinie. Una reggia! Penso a cosa rappresenti per lui, m’informo, sono curioso di sapere su quei luoghi. L’uomo mi affascina, per come si muove, per come parla. Esprime concetti moderni con parole dialettali. Ha cadenze, intercalari e certi motti che ormai sono antichi. Più di mezzo secolo fa era giovanotto, prima ancora ragazzino. Non ci conosciamo. Un giorno mi ferma. «Chi è lei che mi saluta?» Gli dico qualcosa. «Me pareva.» Non so che cosa borbotti, non m’interessa. L’approccio mi è andato bene. Da qualche tempo volevo parlare con lui, ma temevo la ruvidezza dei suoi modi, sono eloquenti: stammi in là! Noto i suoi gesti sbrigativi nell’adoperare gli attrezzi, i suoi modi spicci nel salutare. Il portamento è giovanile e scattante, non ha capelli bianchi, e li dovrebbe avere. Ride poco, ma se lo fa strepita. «Chissà che caratteraccio!» La pensavo così. C’era qualcosa principalmente che mi conduceva a questo giudizio. Le sue galline. Hanno brucato tutto il possibile, come caprette. Nel piccolo vigneto hanno beccato tutta l’erba presente e futura, penso dei prossimi due anni, molte radichette sono a gambe all’aria. Deserto! Che cosa razzolano? Penso abbiamo fame. Quando avrò più confidenza gliene chiederò conto. Passano dei bambini con nonnette infreddolite che mostrano il pollaio come fosse lo zoo di Roma. «Guarda guarda, un gallo. Hai visto? Quello è un gallo.» Glielo mostra con l’enfasi che solo una giraffa meriterebbe. I piccoli appoggiano le manine alla rete con il pavesino che stanno succhiando. «Guarda guarda la gallinella.» La gallinella si avvicina, il biscotto è inghiottito in un ciuf. Attenta al bimbo, nonna, perché il pennuto stecca fisso con quel becco! Chiederò a Sergio di dar loro una razione in più di becchime. Non sopporto quel razzolare triste, vuoto, rassegnato.

La casa di Sergio è bassa, piccola. I fori a nord hanno delle inferriate, si faceva così nelle stalle. Il figlio è alto come un giocatore di basket, per entrare deve inchinarsi di molto. Gli racconto la storia delle forche caudine. Si illumina e ricorda che tutti i foresti dovevano inchinarsi a suo nonno, patriarca di quella bicocca, quando entravano. Sergio abita in una bella villetta. Tuttavia mantiene pulita, ordinata la casetta dove sono nati tutti loro, dove tiene la legna da ardere, gli attrezzi, gli utensili scartati e non buttati. Alcuni ceppi di vigna a pergola attendono la potatura.

«Qui è nato mio nonno, qui è nato mio padre, qui sono nato io, qui è nato mio figlio che ora è alto un metro e novantasette.» Come si fa a non guardare con curiosità un simile personaggio? E’ innamorato di un oggetto che gli ricorda gli antenati, potrebbe vendere tutto e fare un affare. «Sa come la chiamavano questa casa?» Scuoto la testa, sorrido, mi aspetto uno sproposito. Eccolo! «La casa dei sette anni.» Ride come dovrei ridere io, di meraviglia. Lo faccio, ed è contento.

Era un’isoletta in mezzo al verde della campagna, ora fa parte del centro. Ha dei tronchi nel piccolo cortile in terra battuta, non c’è una foglia a suolo. La legna da ardere è tutta sezionata, catalogata e allineata, pezzo per pezzo, per qualità, forma, misura. Sembra una biblioteca. È lì che guarda in alto, conta le ultime foglie sospese, appena una cade, subito la piglia e la cestina, a volte non tocca neppure la polvere, la prende a mezz’aria. Ci siederemo su due tronchi, uno di questi giorni, e parleremo, cercherò l’occasione. Capita capita. Eccola! Passo con la spesa, mi ferma. «Sai cosa sono le còntene?»

«Raccontami, Sergio» gli dico. «Com’era qui una volta?» Gonfia il collo e si appresta a parlare. Cerca la «volta» da raccontare, ne ha tante. Da molti anni nessuno gli ha più fatto questa domanda. Tanti protagonisti sono morti, in famiglia sono stanchi di sentirselo dire, i nuovi non sanno, non hanno nulla da chiedere. Credo di essergli diventato simpatico per questa domanda. Viene avanti in confidenza.

«Ti dirò.» Schiocca la lingua in bocca più volte, sta cercando le parole, gli occhi gli brillano, mostra una schiera di denti che sembrano la tastiera di una pianola. L’ho fatto felice quest’uomo semplice, rappresentante di una generazione in via di estinzione. Per agevolarlo, cerco di suggerire qualcosa, tento d’immaginarla, la casa di Sergio. In mezzo alla campagna, con un unico viottolo che arrivava solo fino là o un po’ oltre fino al rio Serraglio, era anche un cippo, un segnale. Conosco la vita dei campi, ma penso che oggi scoprirò qualcosa di nuovo. S’immagina, così mi fa cenno di no con la testa. «Qui tutto è com’era.» Vorrebbe scusarsi per la miseria che in quella contrada, di bassure e acquitrini, tutti si portavano addosso, ereditaria, condivisa.

«Qui, la domenica, ci riunivamo. Venivano i ragazzi e le ragazze del Comunetto e anche del centro. C’era un grande fossato per nuotare, per pescare, altro non c’era. A correre ho cominciato presto, non ho più smesso. Inventavamo giochi fino a tardi. Piano piano uno si staccava, gli schiamazzi si allentavano, ad un certo punto ero solo, allora mi calmavo. Per chi facevo lo spavaldo? Non lo so, ma ognuno aveva delle bravure da mostrare. Mio padre era un bottaio, costruiva doghe per botti e faceva toe da lavare.» Resto muto, registro con gli occhi la sua gestualità. Crede che non senta. «Sai cos’è un mastello?» Faccio di sì con la testa. Non mi crede. Allora me lo spiega. «E una botte? Sai come si fa una botte? O anche un carateo?» Faccio di sì e sorrido. Mi affascinano la foga, il linguaggio, lo sguardo spalancato, fanciullesco, veritiero. Non mi crede e allora mi spiega. Suo padre andava a prendere le toe da Morassutti. «Sai cosa sono le doghe?» Faccio di no. Mi crede subito e per questo mi spiega.

«Erano di castagno.» Con il fuoco erano piegate quanto l’occhio e la mano volevano, raffreddavano e restavano così per sempre, curve. Poi le limava all’interno con el zenauro. Mi colpisce il termine. Vorrei chiedergli che cos’è. Sono due minuti che me lo sta spiegando. E’ un attrezzo a lama che genera, scava, modella. Venivano scavati due piatti rotondi di tavole piatte a scalare, i fondi, con scanalature pronte a ricevere le doghe della stessa lunghezza esatta. «Sai cosa sono le doghe?» Dico di sì, ma non mi crede, me lo rispiega. «Erano di castagno» azzardo. «Esatto!» E’ contento, vede che non mi distraggo. Ma ho il sospetto di essere soltanto di contorno, una scusa, un pretesto, il provocatore che ha scosso il peraro. Le pere, le informazioni, cadono da sole. Ne raccolgo. Sono delizie, le sue parole. Sta ripassando, godendosi la sua storia in quella casetta di nani, loro che sono giganti. Che vita là dentro! Glielo dico. «Eeeh!» Ecco, un altro capitolo si apre.

Mio padre usava tre cerchi per le botti. Prima passava quello di centro e metteva le doghe tutte numerate ed esatte, dovendo combaciare, poi metteva un cerchio e dal fondo lo tirava su con martellate precise come carezze, poi pressava la punta delle doghe dentro la scanalatura. Altrettanto faceva dall’altra parte. Era il momento più difficile. Il cerchio doveva essere tirato al massimo e gualivo. «Hai capito?» Faccio di sì con la testa, sono tutto preso ad ammirare la sua faccia impegnata a rendere con chiarezza il suo pensiero usando pochissime parole, alcune dialettali, fondamentali, valgono da sole dieci righe di commento. Toglie la saliva col dorso della mano.

E’ in mezzo alla piccola corte, ad un tratto riunisce i piedi, accosta le braccia, drizza il capo. «Sai cos’è questo?» «No.» «E’ un tronco di robinia, più grosso di me. Io l’ho visto, per questo lo dico.» Si ferma, mi scruta per vedere se lo seguo. «Reggeva una vigna di moscatello, vecchia non so quanto, ero piccolo, ma l’avevo sempre vista là. Era grande, enorme, faceva pergola, ma non si reggeva da sola, allora c’era questa grande trave.» Vede la mia perplessità. «Eh, un momento. C’erano le còntene.» Dio mio, mi perdo, non capisco più. «Sai cosa sono le còntene.» Mi afferra per un braccio e mi porta in strada, mi mostra un muro a mattina, e poi quello a sera: infissi in alto ci sono dei chiodi così solidi e profondi che sembrano nati con la casa. «Sono lì da sempre.» Ci credo. «Qui mio nonno e poi mio padre legavano i cavi metallici che tenevano tese con tiranti opposti le còntene.» Cominciano a diventarmi antipatiche ‘ste cose! «Lo sai perché? Per reggere i temporali.» Reggere i temporali? Non mi dà retta. «Lo sai da dove vengono i temporali? O dal Garda o dal mare. A tramontana c’è vento d’inverno, ma non conta. Da mezzogiorno non viene niente.» Ho capito. «O da ovest o da est, vengono.» Gli faccio sentire che lo seguo. Scuote la testa. «Ho detto o da sera o da mattina.» Mi scuso. Non mi resta che respirare e ascoltare, lui pensa a tutto. Vuole i miei occhi addosso. E’ sempre ben saldo, piantato. Apre le braccia in croce. «Vedi queste braccia? Queste sono le còntene.» Mi spinge sotto la sua baracca e mi mostra gli esempi, in metallo, reggono il tettuccio di plastica. Sono dei sostegni piantati sui fianchi della trave che reggono un’asse orizzontale, sopra puoi caricare il tetto. «Ecco cos’erano.» «Posso venire con le scuole a vedere?»

Erano tirate e tenute tese, immobilizzate, solidali con la casa, aggrappate con grossi cavi metallici ai chiodi infissi. Nessun temporale poteva buttare giù la vite, sarebbe cascata prima la casa. «Ci fu una volta una brentana che non ti dico. Venne la tempesta, ‘sta ladra!» Disse però un’altra parola che ho cercato di tradurre il più fedelmente possibile. Caddero le foglie, caddero i graspi, caddero i tralci teneri, ma la vigna madre non fece una piega. Mio nonno disse. «Avete visto?» Mia nonna tutta tremante disse di sì. «Sì, vedo che abbiamo perduto tutto.» Mio nonno contemplò il suo capolavoro di architettura applicato a una vigna e disse quello che non voleva, ma da capofamiglia doveva dire. «Ha retto. L’anno prossimo farà di nuovo.» E fu così. Non si disperava mai. Aveva ragione. «Siamo diventati grandi lo stesso. Hai visto mio figlio? E’ alto uno e novantasette.» Me l’aveva già detto. Si è ricomposto. «Si chiamava Angelo, mio padre, sai.» Come facevo a saperlo? Il ricordo lo accontenta, sorride a pianola.

Abitano in una casa nuova un po’ più in là, ma la maggior parte di tempo la passano qui. Chissà perché. O forse lo intuisco. Lancia delle foglie da orto, verdure varie, radicchi avanzati nel recinto delle galline. Deve sbrigare altre faccende, capisco che devo andarmene.

«Hanno fame» azzardo, «butta un altro po’.» Cosa mai mi sono sognato? Ho incrinato il nostro feeling.

«Guarda là!» Questo motto non rende bene il dialetto, perché è accompagnato sempre da un gesto, dorso della mano rivolto all’intruso, dita molli che ti mandano via. Licenziano qualcuno che se lo merita. Mi accompagna la sua litania. «Mai mangiare troppo. Mangia poco e starai bene, non ingrasserai. Il sangue circola meglio, stai sveglio, non pisocchi e lavori di più, stai sano.» Bè, devo dire che resto interdetto, sembra il referto di un dietista.

«Queste galline non si ammalano di influenza aviaria, stai sicuro.» Ecco, questa è la sua ultima epigrafe! Vedo che è aggiornato. Quando parla, sembra un Treccani popolare, una scuola ambulante di saggezza e convinzioni, buone o cattive che siano, apprese sulla propria pelle, quindi autentiche, vere.

«Mi sembrano prigioniere.» Allungo il mento al pollaio. Provoco e non gradisce. «Dipende.» Che avrà voluto dire? Che è lui il prigioniero per i servizi che deve rendere? Se ne va dentro. Saluto.

«Se vedemo.» Sento la sua voce mezzo soffocata sotto il soffitto basso. Se mette il cappello, tocca la trave. Ci rivedremo, sì!

Resto solo e mi guardo intorno e scopro altre cose nuove. Tabelle metalliche appese alle pareti avvertono chi entra. “Tenere in ordine.” Socchiudo gli occhi e quel cortile disadorno e povero mi diventa un chiostro. Quei motti mi sembrano litanie, versi francescani. Gli abitanti di quella casa ricordano a loro stessi e a tutti coloro che entrano ciò che hanno già scritto dentro. Non ci sono disordini in quella casa. Sono anch’esse indice del carattere dell’uomo che vi abita, un messaggio alla sua discendenza. Provo la sensazione per un attimo di trovarmi in un piccolo monastero dove il padre priore è anche sacrestano, giardiniere, cuoco, officiante, predicatore e predicato. Si sposta, si muove da signore in una piccola reggia che si è coltivato, costruito e mantenuto per tanti anni. Un oggetto, un ambiente, un luogo vivono o muoiono secondo lo spirito che vi abita, l’anima che li alimenta o li mortifica. Quella casetta mi appare sempre più una magione, luogo dove hanno abitato spiriti buoni, alteri e nobili.

«Eh, se l’avesse visto da giovane! Non era mica farina da fare ostie, sa!» Non le ho chiesto niente, eppure mi dice. Non l’avevo mai vista prima. Da qualche pertugio mi avrà sentito parlare al suo uomo, avrà saputo. Era un giorno che passavo svogliato. Guardo dentro e vedo una donna che lavora la lana con i ferri da calza, sento che mi aspettava. Mi dice di essere la moglie. Mi sorride. E’ soddisfatta di quello che mi ha detto. Lo mette a corollario dei nostri discorsi. Le sorrido anch’io.

«Là dentro è morto Giovanni.» Gira gli occhi e mi indica una finestrella piccola a sud. Chi mai sarà stato Giovanni? Non oso chiederlo. Sarà stato un nonno, un prozio, un antenato, un uomo cui è riuscito invecchiare quando questo era raro. C’era il sanatorio poco lontano. Mi ha trasmesso la notizia di un evento familiare straordinario, mi ha mostrato un cenacolo privato. Colgo intatta l’antica sacralità dei rapporti tra i membri delle famiglie di una volta. Ha già finito di dirmi. Osservo l’espressione tornata severa nel suo volto bello di nonna chinato a seguire un filo di lana che s’intreccia a balzi. Capisco, mi ha fatto dono, il dono di una confidenza, mi ha mostrato l’altare privato dei ricordi intimi che ognuno di noi conserva per sé e per i suoi, mi ha reso partecipe di un grande ricordo. Piccole storie di piccola brava gente. Strappo all’oblio questi lampi. Quasi mi inchino, mi sottraggo in silenzio.

 

LETTERA A DINO B.

 

Caro Dino, ti scrivo per informarti che sono in pigiama. Affronto abbastanza serenamente questa circostanza. Desideravi che ci fosse corrispondenza tra vecchi compagni di scuola? Eccola. Più di mezzo secolo è passato da quando, al Palazzo dei Leoni, imparavano gli ablativi. Prima avevo poco tempo, ora ce l’ho, facciamoci compagnia. Scrivimi pure. Come ti dicevo, vivo dentro ad un pigiama tinta unita. Da un po’ di tempo è così. Mi va stretto in tutti i sensi. L’abbiamo acquistato un mese fa, in Romea, c’era una svendita, pensavo di indossarlo in casa davanti ad un libro, per la lettura di un giornale e invece mi tocca indossarlo e basta. Non ho voglia d’altro, mi basta stare al caldo. Guardo gli scriccioli, naso alla finestra, occhi sbarrati da cassaintegrato, di uno che stenta a decifrare la potenza e la durata della sberla che l’ha colpito. Sono anch’essi precari, nell’attesa frullano di rametto in rametto, rimbalzano, di più non possono, non trovano appiglio sufficiente. Mi sento anch’io provvisorio, precario. Aspetto una lettera, liberatoria, poi ritornerò alle solite responsabilità. Non mi lusingo più di tanto. C’è di mezzo un evento. Senti come parlo a balzi? Un pensiero lungo non mi viene più. Dovrebbe nevicare, così sento dire. Pensa, sono ancora sotto esame. Con tutti quelli che abbiamo sostenuto! Credevamo d’averla fatta franca per sempre, di essere stati promossi senza nuovi appelli. E invece? Eccomi a ripetere i soliti esami. Non si tratta di geografie o scienze, ma di glicemie, azotemie, potassiemie e via così. Al mattino, già alle sette e trenta, siamo in tanti in corsia, silenziosi, davanti a una diagnostica, in attesa di un ordine felpato: “avanti il prossimo”. Prima o poi tocca a tutti sentirsi ordinare “respiri… non respiri.”. Potessi andare a ripetizione da qualche parte, avere qualche aiuto. Sono cose che uno deve affrontare da solo, altroché! Se ce la fa, bene, altrimenti non ci sono ripetenze.

Ricevo molte telefonate, qualche volta esco, incontro persone. L’approccio, lo sguardo, i silenzi sono cambiati. Sono grato ai molti amici che mi ricordano in maglione girocollo piuttosto che in pigiama. Ci sono due modi di guardare le persone: quello di vederle come appaiono; poi c’è lo sguardo retroattivo dell’amico preoccupato. L’occhio si ritrae nell’orbita, si nasconde mentre guarda. Dietro la vetrata della pupilla, il pensiero scruta, sfoglia le memorie, cerca le parole. Non sa cosa dire, come dire e così dice tutto. Te ne accorgi e capisci molte cose. Il nastro fluttuante della solitudine comincia a girarti intorno, a carpirti, a delineare nuove circonferenze, nuove distanze, capisci che ti studiano, cercano il modo appropriato per dirti qualcosa che sia leggero, passeggero, svagato. «Bella giornata, oggi!» Bella giornata? Dipende. A far bella una giornata non è mica soltanto il sole. Ci sono anche gli umori, i sentimenti, i referti, le scadenze, le ricorrenze. Cercano di mantenere lo stesso livello di dimestichezza, di amicizia, ma è il linguaggio del corpo che è diverso. C’è fretta di comunicarti solidarietà e lasciarti.

E’ venuta a trovarmi la signora Letizia. Non la conosci, è un’amica di mia moglie, si sono conosciute dal dentista. Sono le uniche attese che si possono permettere e così si raccontano di canini, di bambini, di mariti, di gerani e martingale. Ci conosciamo bene, ci raccontiamo quasi tutto. Ha saputo che mi trovo in pigiama ed è venuta solerte a salutarci. Appena entrata si è asciugata una lacrima, ci siamo baciati sulle guance. Non era mai successo. L’iniziativa è stata sua. Anche da questo ho capito che sono nei guai. Certamente sa qualcosa che non so. Così mi fa intendere.

«Federico, non preoccuparti» mi dice, senza guardarmi. Per prima cosa ho ritenuto doveroso preoccuparmi, di rabbuiarmi, se non altro per darle soddisfazione.

La nostra familiarità è vissuta su standard generici, consueti, di buona vicinanza, di discreta amicizia, di qualche serata insieme, una pizza ogni tanto, pagata alla romana, nipotini accompagnati a scuola una volta noi, una volta loro. Lo scatto in avanti, inatteso, e per me ingiustificato, mi urta, m’insospettisce. Stringo le labbra, innervosito. Vogliono dire boh! senza dire. Letizia avanza le braccia, come a respingere un orribile pensiero.

«Federico, non fare così, ti prego.» Non riesco a immaginarmi cosa ho fatto, incomincio a provare fastidio, tento di defilarmi. Pian piano ci riesco, rimescolo libri su uno scaffale, mi avvio al bagno. Mi chiuderò dentro per una buona mezz’ora. Il disturbo che mi costringe in pigiama è coerente con i miei presunti bisogni, quindi plausibile. Mia moglie porta il suo tè decaffeinato alla pesca, dei biscotti pan di stelle. Letizia bagna le labbra appena. Dai silenzi di mia moglie, sento che sta ricevendo una specie di condoglianze preventive. Lo deduco dalla frase. «Con i tempi che corrono.» Potrebbero riguardare il carovita, la disoccupazione giovanile, l’abbandono dei vecchi, le separazioni coniugali o anche il guaio alla prostata che mi perseguita. Un sacco di cose.  Ma io sento che quei tempi mi riguardano. Seduto sul water, origlio. Sono davvero curioso. Colgo un’altra frase sibillina. «Cara, non è poi detto.» Sento che romperò l’amicizia con lei e la sua famiglia. Penso al turbamento e all’imbarazzo che sta creando a mia moglie. Tiro lo sciacquone solo quando sento che si accomiata. Esco solo quando mia moglie viene a vedere come va. E’ rattristata. Una persona che era venuta a portare una buona parola l’ha invece sconvolta. Mi sento agitato ancora di più. Certo che le stupide buone intenzioni spesso arrecano più danno del danno.

Due tortore con volo felpato si sono poste sulla betulla più alta. Sono ferme, immobili, sembrano stampi. Penso sia dura anche per loro con la bora che viene di traverso e il nevischio che si prepara. Prima di sera o trovano da mangiare o saranno mangiate, domattina troverò le loro piume tra la betulla spoglia e l’agrifoglio. C’è un transito di gatti randagi che non ti dico lungo la muretta. Dimmi se faccio bene, con questo freddo che tira, a pensare quel che penso. Anche queste bestiole possono dire che è dura, con i tempi che corrono. Dimmi, tu che hai girato il mondo da emigrante, da Mira a Buenos Aires, eh, ne hai viste di vicende! Dimmi se faccio bene a portare una ciotola di riso avanzato, a dare un vantaggio alle tortore, una chance per oggi, e poi domani si vedrà? Non sai mai quando un’azione è veramente buona. Perché, vedi, amico mio, così facendo lascio i gatti randagi alla disperazione. Loro non mangiano riso e non ho avanzato altro per oggi. Domani si vedrà, se arrivano a domani. Dicono che abbiano sette vite, spero per loro. Tuttavia il dilemma resta. Il bene e il male non sono sempre chiari, dipende da che parte stai. Interferire nel destino degli altri è una grossa responsabilità, non è neppure lecito.

Avevamo quattordici anni quando ci siamo visti l’ultima volta. Com’eravamo diversi! Non dico certo una novità, ma a questo punto di rievocazione, penso che una considerazione sì fatta ci voglia. Ho visto la foto che mi hai mandato e non ti avrei riconosciuto, se non me lo dicevi. Penso ti sia successo la stessa cosa quando hai visto la mia. Ti racconto un fatto. Il Gianni che tu sai è riuscito a riunirci per una pizza a Gambarare, due estati fa. Eravamo una quindicina di ex-compagni di classe. Chissà com’è riuscito a scovarci! Ci siamo presentati con la carta d’identità in mano, un po’ per scherzo un po’ sul serio, perché siamo molto cambiati, visto che stiamo precipitando sui settanta! C’erano anche le ragazze, signore discrete e sorridenti.

Una mi fa un sorriso. «Ti ricordi che mi mandavi i bigliettini?» «Io?» Mi sembra impossibile. Mi confonde con un altro, forse eri tu, caro Dino. Mi sarebbe piaciuto, però, averlo fatto. Già in un’altra lettera mi hai chiesto di lei. Lascio stare i nomi. Tra noi ci intendiamo. Ci hai più filato dopo? Mi piacerebbe saperlo. Mi facevi rabbia a quei tempi. Poi ci siamo persi di vista tutti. Per incontrarci ancora ci presentiamo con la carta d’identità in mano. Te la pensi? Che serata memorabile! Le signore ci hanno fatto i complimenti. «Quanti anni avete?» ci hanno chiesto. E noi a rispondere quanti. «Però, portati bene.» Siamo gli stessi allocchi di allora. Insomma, gratificati, abbiamo pagato le loro pizze. Belle e brave figliole, ancora. Non c’è che dire. Vuoi che ti dica? Le più belle di allora lo sono tuttora. Che rimpatriata, amico mio! Tu da Ambivere in quel di Bergamo ci avresti messo troppo a venire fino in Riviera e tornare in serata, ma non mancherà una prossima volta. Dillo a Gianni e a Giampaolo, tu che scrivi a tutti. Mi chiamano ogni tanto, sono io il distratto. Certo che non potrò presentarmi in pigiama. Spero proprio, per allora, di non averne più bisogno.

A volte lo cambio, me ne metto un altro, rosso granata con fiori blu, sembro un copriletto. Non lo sopporto. A volte mi vesto normale e cambio aria, vado a prendere il pane o in farmacia o in biblioteca. Sono cose che posso fare. Poi torno nel mio pigiama tinta unita, lavato e stirato. Resto in attesa della liberatoria, della lettera dell’asl che mi dichiari abile: puoi andare.

Sai come sono le voci, si spandono, come una macchia di gasolio in canale. Entro in panificio, stacco il numero, la gente si allarga, mi danno precedenza.

“Prego.” Non tocca a me. Guardo in giro. Occhiate di assenso. Credono di aiutarmi e mi fanno morire prima. Lasciatemi in pace, non toglietemi il turno. Che cosa mi sta succedendo perché meriti questi inutili riguardi? Era meglio se stavo a casa, se respiravo aria nuova dalla veranda che guarda le betulle. Vorrai sapere dei gatti, immagino, dopo la tiritera che ti ho suonato. Ebbene, non ci sono piume per terra. Le tortore volano ancora, i gatti fanno la posta, come sempre, a ogni foglia che si agita, pettirosso o scricciolo che sia, se non ci pranzano ci giocano. Sono più vispi che mai, si godono uno spiraglio di sole. Siccome non hanno padrone, qualcosa o qualcuno avranno divorato. Chi ci ha rimesso? Vedi come va il mondo, e io che mi perdevo in riflessioni sulla liceità o meno di modificare i loro eventi!

Ho il pane caldo tra le mani, ma porto ugualmente i guanti. Mi è stato caldamente raccomandato. Incontro un carissimo amico, ha la consuetudine di stringere la mano in qualsiasi circostanza. Tento di togliermi il guanto.

«Ma per carità! Vuoi scherzare?» Mi agguanta il guanto, mi scuote il braccio. Pacca sulla spalla. Sguardo felice, appassionato, lo sento in procinto di lanciarmi addosso una buona novella.

«Ti ricordi di Gino B.?» Non mi ricordo. «Il cugino del cognato della nuora del fratello… non ti ricordi?» Non mi ricordo. «E’ tanto che non lo vedo in giro» dico, e chiudo le spalle a coppo. Sento il vento della tegola che sta arrivando. «L’hanno seppellito il mese scorso, il giorno di S. Michele. Eh, ma è durato cinque anni!» E pensare che gliene avevano dati quattro. Avverto il parallelo e che dovrei gioire per l’abbuono. E allora? Su, coraggio! Mai abbattersi. Fin che c’è vita c’è speranza. «Forza e coraggio.» Ha esaurito la carica di ottimismo. Se ne va a testa china.. Me ne vado anch’io. Ma l’innesco delle filastrocche, dei motti, degli aneddoti, delle frasi fatte sentite, mescolate a rabbia repressa, mi ha fatto scattare qualcosa dentro che non mi conoscevo.  Torno a casa dicendo a voce alta cose che mai mi sarei sognato. Canto. Chi la dura la vince… Tanto va la gatta al lardo… Se te la pigli troppo grassa…Meglio un giorno da leoni…All’osteria numero uno…Quarantaquattro gatti in fila per sei… Non passa lo straniero … zum zum.

Scarico così il malumore, assumo un antidoto alle indesiderate dosi consolatorie propinatemi da amici benevolenti. Vedo sguardi rattrappiti che all’improvviso si distendono. Una suora della Piccola Opera appiattita al cinema Italia mi scruta per 180 gradi e mi segue con lo sguardo ben oltre il consueto, non è riuscita a rispondere al mio saluto. Certamente sta pregando per me. Qualcuno, ne sono sicuro, starà pensando che dovrei cambiare il pigiama in camicia di forza. Oh, non mi meraviglio! C’è da impazzire, ti assicuro, caro amico, a pensare ai dispiaceri che la gente procura in buona fede..

Devo avere allarmato il quartiere, perché, al ritorno, mia moglie mi aspetta al cancello. Non succede, di solito.

«Che c’è?» chiedo. «Dimmi tu, che c’è? Mi ha telefonato la signora Luigina e mi ha chiesto se stai male. Come mai canti?» «E tu che cosa le hai risposto?» China la testa, entriamo insieme.

Caro, Dino, tu capisci come per me sia dura andare a prendere il pane, ricevere gente che mi vuole aiutare. E’ l’unica trasgressione che mi sono concesso oggi. Domani starò a dieta, è ora che mi riguardi ulteriormente. Mancano pochi giorni. Martedì prossimo entrerò in sala operatoria, mi toglieranno l’adenocarcinoma. Sarò senza pigiama in quel momento e nei giorni a seguire. E’ questo l’evento di cui ti ho fatto cenno. Come tornerò non lo so. Non venire in visita, per piacere, non venire a chiedermi: come stai? Potrei non avere parole e sarebbe davvero imbarazzante per entrambi. Stai zitto. Ti saprò dire personalmente. Sarà un buon segnale, se succederà. Riguardati.

Fausto, il tuo vecchio compagno di seconda A.

Riviera del Brenta, 15 dicembre 2005.

 

LADY VETRIL

 

Il giorno in cui Romeo Biagini lasciò la fabbrica fu invitato dai compagni a dire due parole.

«Ah, finalmente!» disse. Salutò tutti e sparì. I primi sei mesi in pensione li passò a macinare rancore ricordando le notti insonni alle presse e ai forni, pensando alle maleodoranti autocorriere mattutine, alle stazioni ammutolite sotto il sole, la pioggia, la neve, il silenzio dei candidati alla fatica quotidiana. Poi fece un mese di vacanze alterne a Sottomarina. Andava tre giorni sì e due no, tornava a casa. Non era abituato, si stancava presto. Ma, le facevano tutti, perché non doveva farle anche lui? In fabbrica aveva trascorso una vita, come quella di un canarino, di un fringuello australiano in gabbia: ne ha uno in gabbia e sa cosa vuol dire. Vorrebbe lasciarlo andare, ma ormai è abituato alla prigionia che neppure vorrebbe la libertà, non saprebbe che farsene. Quindi sbarre e mangime a volontà. La fabbrica gli aveva dato, parimenti, da vivere e da morire lentamente. Era stata tutto per lui. Gli aveva permesso di farsi una famiglia e di mantenerla stringendo la cinghia. Vi era entrato giovane, ne usciva vecchio, pensionato con la speranza di godersi un po’ di vita, ma capì subito che l’aveva già spesa.

Si ricordò di quando sua madre, alle fiere d’agosto, l’aveva portato alle giostre. Le avevano passate in rassegna tutte e poi erano tornati a casa. «Quando andiamo alla sagra?» aveva chiesto a metà via. «Era quella la sagra.»  «E la tiramolla?» «Ancora?» La conosceva, la tiramolla, l’anno prima l’avevano presa e gli era piaciuta. Non ne gustò più per sempre, la odiò.

Si ripeteva ora la stessa cosa. Aveva lavorato una vita, per poi godersi un po’ di vita. Si era guardato allo specchio e non si era piaciuto. I suoi occhi erano spenti. Erano anni che non si guardava più. Da fidanzato era sempre lì davanti. Brillantina e pettine, onde, smorfie da variare e scegliere. Non gliene rimaneva molta di vita, se quell’espressione era la sua, se quelle rughe erano le sue, se era lui quello che non sentiva più voglia di niente.

Per questo, per sei mesi, avendo il tempo libero che gli era stato promesso, rimuginò gli anni ingabbiati tra vapori e fragori e tubazioni e si domandò che cosa gli era successo. Temette di essere rimasto dipendente del suo antico spogliatoio, maniaco dei gesti perduti, cominciò a nutrire il subdolo desiderio di tornare a vedere i luoghi in cui aveva consumato gli anni. Vuole vedere se è solo al mondo ad avere simili follie per la testa. Incomincia a frequentare le fermate delle corriere a guardare gli occhi della gente. «Intanto parto da qua.» Non dice niente a nessuno, si consiglia da solo.

Esce a vedere com’è il mondo fuori mura, ora che vi è stato ammesso. Passa in edicola, acquista un quotidiano. Lo apre, lo scuote, lo sbatte, lo sfoglia, apre la pagina economica, guarda le oscillazioni dell’oro, l’andamento dei bot, l’apprezzamento dello yen sul dollaro, Sente dire, e così anche lui ogni tanto inserisce parole inglesi che sanno di finanza nei discorsi. Ripete concetti sentiti da chi li enuncia con competenza, copia, ma non lo riguardano. Chi lo conosce lo guarda con sospetto. Se n’accorge, pensa di crescere nel loro credito.

Passeggia sulla trachite nuova del lungo fiume, si ferma sotto la pensilina, accende la solita sigaretta, sbuffa la prima soffiata e gira gli occhi intorno, mentre scuote il cerino per aria. Cerca con occhio attento cosa gli offre il giorno di umanità intenta a fare qualcosa. Toh! Un collega. «Che fai qui?» «E tu che fai?»

Nel giro di mezz’ora arrivano vagonate di studenti, zainetti campali, ragazze ombelicate. Mostrare l’ombelico è obbligatorio, magari uno pensa che non ce l’hai, non sta bene. L’originalità del conformismo è molto chic. Anche loro in fabbrica avevano elmetti e guanti uguali, tute simili, alla cinese, se ti mascheravi come tutti eri irriconoscibile, uguale identico.

Vede studenti braccati dalla noia, molli, carichi di debiti scolastici, dirigersi alle superiori ad accumularne altri. Vanno a prepararsi alla vita e non hanno ancora capito che è quella, la stanno già spendendo. Forse nessuno gliel’ha detto, perché altrimenti starebbero più attenti, avrebbero occhi più feroci, ambiziosi, vogliosi di consumare da artisti i giorni che se ne vanno. Usciranno in qualche modo, annoiati e piatti, a chiedere. «Dov’è la sagra?» Staranno male quando diranno loro che era quella. Molti saranno sorpresi dalla vita che non farà sconti.

Un figlio oggi è come un fiume carsico. Per tutte le elementari lo vedi, alle medie comincia ad insabbiarsi, per le superiori dipende quasi tutto da lui, se vuole farsi notare oppure no. Poi arriva il giorno dello sbocco al mare, alla vita responsabile, libero in acque aperte. Cosa arriva al mare? A volte arriva il fiume, a volte un rivolo, a volte è il mare che risale, che si mangia il fiume.

Vede ragazze di segreteria soddisfatte del computer che le aspetta, sono ben laccate, l’occhio tranquillo perché già fidanzato, il loro giro a tappe lo stanno vincendo, guardano fuori, ma pensano altrove, le rive le conoscono a palmo a palmo, non spostano la testa per niente, il loro mondo sarà piccolo, ma lo stanno riempiendo. Ce n’è una che si siede sempre allo stesso posto, dietro all’autista, sguardo rivolto verso tutto il pubblico. La chiama miss Universo. Se il posto è occupato sta in piedi. La sorprende a sorridere da sola, capisce che ha un sogno. Ci vuol poco a capire quando un motivo per andare avanti uno ce l’ha. Glielo leggi negli occhi.

A Marghera ci andrà in seguito, ha ristretto il campo di osservazione alla fermata dell’autobus.

Non c’è più la varietà di mondo di una volta a prendere l’autobus. Molti vanno a Mestre con la Clio, la Punto o la Fiesta. Solitari. Uno in ogni auto, in fila fumante, imprecando. Contro chi? L’autobus ormai è un marchio popolare, sopporta sovraccarichi di lavoratori dipendenti e studenti, di qualche snob, di pendolari in perenne gara contabile con il fine mese. In certe ore c’è solo l’autista e una testa che ciondola, non sai se sia un barbone addormentato o uno che, stanco, si è dimenticato di scendere la sera prima.

Una volta, alle tre del pomeriggio, le corriere scaricavano vagonate di “visite”. A turno tutti siamo stati visitatori in ospedale. Chi non è mai stato appellato in tal modo e invitato ad uscire all’ora scaduta dalla corsia che già s’impregnava di cloroformio? Scatta l’ora della terapia e del termometro. La chiamata è goduta dall’infermiera di turno. E anche dai pazienti che riprendono a respirare.

Ha ristretto la sua attenzione alle visite. Scendono alla pesa o in centro, per le pastine, e vanno in ospedale. Sono poche, è diventato inconsapevole amico di alcune che osserva attentamente. Ad alcune ha attribuito un nome, una ragione per essere là a quell’ora. C’è una corriera di linea che viene dall’altra Riviera del Brenta, scende dal Piovese. I viaggiatori sono pochi, i soliti.

Lady Vetril, l’ha chiamata così, è una signora ordinata, si nota a prima vista. Comunica un senso di pulizia per il portamento composto, di decisone nello sguardo aperto, rivolto in avanti, sembra diretta verso qualcosa con grande fiducia. La pensa sportiva. «Quale traguardo l’attende?» Gli piace porsi problemini facili come questo e poi risolverli. Piccole soddisfazioni da creatore. E’ molto per uno che ha sempre eseguito ordini. E’ una signora piacente, capelli lunghi, forse troppo lunghi, raccolti, un po’ stravaganti per la moda corrente che li preferisce corti. Nota una forcina colorata che le dà un tocco civettuolo. A volte porta un basco ampio che le scende sulla fronte. Non è una ragazza, ma cerca di esserlo. Non è giovanissima, anzi, ma è una personcina che piace. Scende senza aggrapparsi alla maniglia, è sicura, ha fretta. D’altra parte non può anticipare, quella è l’ora di arrivo, stampato in tabella. I suoi occhi gli sembrano troppo sbarrati, ansiosi. L’ha vista di fronte, ha occhi troppo meravigliati. E’ meglio di profilo. Guarda qualcosa oltre, forse vede qualcuno che non è lì o qualcosa che le sta sfuggendo. Certamente in qualche corsia c’è una persona che l’attende, che ha bisogno di una spinta, di una buona parola, immagina. E’ evidente. Comincia ad incuriosirsi oltre le sue intenzioni. Poi, un giorno, scompare. Vuole pensare positivo. «Il parente è guarito.» La sentiva amica, lady Vetril. Sorride. Gusta le sue piccole invenzioni. Chissà che sguardo avrà ora che lo scopo è mutato!

Pensa ad altro, osserva altri occhi espressivi. Gente ignara che comunica, come onde magnetiche nell’etere captate solo da chi è attrezzato per farlo. Lui si sente attrezzato perché lo vuole. Cerca un tipo di conoscenza che finora ha ignorato. Conoscere i propri simili.

C’è un tizio che passeggia per il paese. L’ha battezzato il Bar One. Il barone parcheggia di solito davanti ai caffè, là i ragazzi pestano i piedi e guardano in giro. Fumano.

Sembra anziano. Vero o presunto che sia, è solitario, trasandato, accanito fumatore. Il suo sguardo da laureato del marciapiede merita attenzione. I passanti li studia tutti, ne sceglie uno e zacchete! La domanda è furba, la risposta scontata “Hai un euro?” Non dice «dammi», ma la mano aperta è lì, attende. Chi si mette in via senza un euro in tasca? Colpo secco, tariffato! Uno su cinque fa centro. Le prime volte ci è cascato. Ora non più. Fuma, dissolve in corti aliti al vento l’obolo fresco. Per Romeo è seccante. Ogni giorno che passa, Bar One appare più smilzo. Forse fa bene, che altro ha?

Romeo Biagini è un galantuomo, non dà giudizi a vanvera. Pensa che gli occhi di quell’uomo siano stati sprecati, a suo tempo avrà avuto dei talenti, delle chances. «Se lo incroci, guardalo.» Lo dice a qualche amico. «Quando incrociate Bar One, osservatelo.» Capite in anticipo se vi ha preso di mira. Calcola, valuta, vi scruta. Pupille alte, sopracciglia abbassate. Si mimetizza. In natura molti animali lo fanno per ragioni di sopravvivenza. Chi si porta addosso un cipiglio simile, non è mai un cretino. Ogni richiesta dovrebbe andare a buon fine, altrimenti spaventa anche i grulli che transitano in sequenza. Spreca poco, piuttosto aspetta. Romeo Biagini si permette pensieri arditi, gratis. «Se avessi una fabbrica lo assumerei portiere. O mi deruba la prima notte o mi diventa un fedele collaboratore per sempre, capace di pesare con occhio attento e capire chiunque entra o esce dal cantiere: se è pagatore, se è imbroglione, se è rappresentante, se ha fido in banca, se è galantuomo, se è un collega. Non ci credete? Fate bene, è meglio essere prudenti. C’è sempre quell’alta percentuale di rischio. Potrebbe derubarmi la prima notte. Tuttavia non c’è dubbio, non è uno sciocco. Un euro ogni tanto se lo merita.»

Un giorno o l’altro riprenderà il pullman di nuovo, si fermerà ai cancelli della fabbrica per farsi notare dai vecchi rimasti, in realtà più giovani. E’ uno sfizio che si vuole permettere. «Che faccio di male?»

Intanto allarga il campo di osservazione in loco. Sotto i portici guarda pure gli occhi che appaiono nelle epigrafi. Ora sono spenti. Che tristezza! Il giorno della messa in posa non sapevano, neanche si sognavano che quella sarebbe stata la stimmate da imprimere nel foglio dell’estremo annuncio.

Ha incontrato lady Vetril. E’ rimasto di sasso nel vederla. Gli è venuto un nodo alla gola, mai avrebbe pensato un incontro simile. Ha ritrovato gli stessi occhi stupiti, cercatori di aria, di spazio in avanti che le attribuiva, occhi inseguitori di speranze. Sono lì che lo fissano, impressi in una di quelle stimmate. Manda giù saliva da non finire più. «Che ci fai qui? Ti aspettavo alla fermata.» O mio Dio! L’ha sentita parente per lungo tempo. Legge il suo nome straniero. Non sa chi sia. Ma ha voluto cercare e ha trovato. Si chiamava Larissa K. La persona che veniva a trovare in ospedale era sé stessa, veniva su appuntamento per terapie. Poi era andata a Noale e aveva cambiato corriera. Poi era andata a Mestre e aveva cambiato corriera. Poi non era più tornata. Era venuta da Minsk, già malata, lavorava a pulire finestre e scale d’altri, ma era diplomata. In attesa di meglio le era accaduto di morire. L’immagine resta esposta per troppi lunghi giorni. E’ ignorata da tutti. Sconosciuta. Decide di ritirarla prima che cada, che qualche incauto la calpesti. Va e incontra due donne bionde, pettinature raccolte in alto, parlano straniero tra loro, scollano, pasticciano. Notano la

sua emozione e non capiscono. Alza un dito, è superfluo! ma chiede ugualmente. «E’..» Accennano di sì. «Oh, povera Larissa!» Adesso che conosce il suo nome lo pronuncia. Con discrezione si presenta. «Un amico.» Prende le loro mani e le stringe. «Condoglianze.» Chiede altre informazioni. Le ottiene a sillabe. «E pensare che ridevo dei tuoi capelli!» Erano posticci, portava un toupet. «Perdonami, se puoi.» Parole mute che gli riecheggiano dentro. Torna a casa triste, non saluta nessuno. Sono cose che solo lui sa. E’ amareggiato, anche se con lei non ha scambiato neppure una parola. In questi giorni ha accumulato una nuova dolorosa esperienza. Con troppa leggerezza si gridano sentenze, si esprimono pareri, si creano stereotipi. «Eh, l’occhio non basta!» Apre il cancello. «Perché così presto?» Presto? Come fa a spiegare che, invece, è arrivato troppo tardi?

 

SENTITE NIENTE?

 

«Buongiorno, signora.»

«Si?»

«Ho fame.»

In casa c’è abbastanza quiete. I nipotini sono a scuola, sto stirando, radio abbassata, pensieri che frullano su tante cose, aspetto una telefonata. Lo squillo del campanello prima mi sorprende, poi le parole mi confondono. Guardo fuori. Un ragazzo di colore, con le mani appese al cancello, ride a più non posso. Assumo un atteggiamento disponibile, poi mi faccio prudente. Con tutto quello che dicono i giornali! Stupri, violenze, furti. Il mondo sembra uno scannatoio, devi solo scegliere la tua condanna o voltare pagina. Ma niente cambia lo stesso.

In giardino hanno falciato l’erba per l’ultima volta in questa stagione, le rose sono rimaste in abito di spine. Non ci sono fiori da scegliere, solo foglie d’acero colorate che coprono tutto. La campagna tutto intorno fuori si avvia alla tristezza invernale. Gli stimoli allegri che entrano in casa sono rari. Un merlo razzola, ma non trova niente. Prima, delle violette tardive o delle margheritine striminzite le trovavi, dei ranuncoli gialli o dei non ti scordar di me li vedevi, ti bastavano per tranquillizzarti sulla normalità del mondo di fuori. Passo molto tempo in casa e ogni novità mi sorprende.

Penso di non avere capito bene. Vado alla finestra, faccio segno di no con l’indice alzato. «Non mi serve niente.» A due mani alterne mima il gesto di imboccarsi. Fa sempre più in fretta, perché teme che mi stanchi, che sparisca dietro le tendine, che non capisca.

«Hai qualcosa da mangiare, signora?» Ride sgangheratamente. Stona. Non mi vuole spaventare, è evidente. Fino a che punto è lecito che un uomo si riduca a non esserlo per commuovere un suo simile? Quell’ossimoro vivente è terribile. La sofferenza che ride. Gli apro in strada, ma non mi fido in casa. Gli faccio cenno di aspettare. Ho capito. Solo allora una cateratta di tristezza piomba su quelli occhi che si fanno lucenti, lacrimevoli. Avrà quindici anni. O forse venticinque. Non sai, non sai mai con le fisionomie che non conosci. Gli reco cartocci, bottigliette, confezioni di Alì, qualcosa c’è dentro. E’ roba di casa, che usiamo anche noi, ma per diletto. Non è un arrosto, né un risotto. La commozione sarebbe a questo livello, ma la disponibilità poi scende in fretta ai succhi di frutta. Per la prima fame basta, penso. Aspetta in strada, occhi fissi sulle mie mani, non mi vede neppure. Ringrazia, si allontana chino. Butta le carte per terra. Che dovrebbe fare? Noi civili, bene educati, lo facciamo regolarmente con il chewing-gum, con le cicche, con le caramelle, ma lo proibiamo ai bambini e ai poveracci. A chi ci sta sotto. «Devono imparare. Se non imparano adesso, quando?» Raccolgo le carte e osservo cosa succede. Dopo un poco, prima di svoltare l’angolo, si gira, mi fa un gesto con la mano.

Da madre a madre. Penso che anche lui ha una madre. A quest’ora, in qualche villaggio d’Africa si starà chiedendo: dov’è mio figlio, ha mangiato oggi? «Hai mangiato, figlio, oggi?» «Sì, madre, oggi sì.» Le madri sentono comunque, senza fili. Immagino che si dicano così. Se è qui, immagino che non mangiasse neppure al villaggio. Perché è questo che fa correre gli uomini. Il bisogno di satollare il proprio corpo, poi viene il resto.

Le astuzie per sopravvivere, in natura, sono infinite. Anche gli uomini sono costretti a mimetizzarsi, a fingere, a trasformarsi. Come farfalle, come bruchi, come pesci, come seppie, come lepri d’inverno o come pernici, come camaleonti. C’è qualcosa che non va.

Ritorna dopo tre giorni. Stesso suono. Stesso saluto. Guardo attraverso le tendine. E’ lui. Mani nere appese alla ringhiera, non ride per nulla. Capisco subito, il rito non serve più. Si è già presentato una volta. Il suo problema è quello di tutti, ogni giorno: mettere qualcosa sotto i denti. Se non lo trova, da qualche parte lo prende. Piaccia o non piaccia, alternative non ce ne sono. Che faccio? Non ha borse, non ha sacche, non ha contenitori. Una volta chi mendicava aveva qualcosa in cui riporre. Gli offro una mela e una brioche alla crema. Le accetta. I suoi occhi sono fissi nell’angolo dove il condominio ripone gli oggetti ingombranti da distruggere. C’è un televisore usato, funzionava ad intermittenza con antenna regolabile. Una pena, un fastidio, entra in sintonia dopo quasi mezz’ora dall’accensione. Ha gli occhi incollati sopra, non si muove, non si gira, non se ne va.

«Come ti chiami?» Dice una parola da due sillabe. Gigi? Jiji? Tentenna, quasi quasi ci sono. Lo vuoi, Gigi? “Oh, sì!” «Bada che funziona male, è vecchio, è usato.» Glielo lascio toccare, lo abbraccia, lo solleva. Beh, allora prendilo! Ride forte, come l’altra volta, poi capisco perché. Preme il pollice sull’indice come se cliccasse, se telefonasse. «Ah, sì! Vuoi il telecomando?» Va bene! Ride di nuovo più forte di prima. Cos’altro vorrà? Posa il televisore a terra e mette i polsi uno sull’altro, come se fosse ammanettato. «Scrivimi.» Capisco. Se lo trovano con un televisore in braccio, prima che spieghi come l’ha avuto, va di sicuro in caserma. Glielo scrivo su un biglietto intestato. «Ho regalato un televisore usato a… scrivi tu il tuo nome.» Lo scrive. Ha una calligrafia nitida, chiara, ondulata pur usando una biro. Parliamo, ci diciamo qualcosa. Non è un mendicante, è un ragazzo che è andato a scuola. Conosce la mia lingua e io non conosco la sua. E’ più istruito di me. E’ felice con i miei rottami. Com’è possibile? No, c’è qualcosa che non va in questo mondo!

«Da dove vieni?»

«Ruanda.» Mi guarda per vedere se la parola mi fa impressione. Sì, m’impressiona. E’ una terra di guerra senza fine.

«Dove vai?» Allarga le braccia, guarda il cielo. Si allontana con un carico di parole, immagini e suoni da venire, promessi, racchiusi in quella scatola. «Ricordati, devi aspettare per entrare in sintonia.» Era meglio, se non glielo davo. Ma chissà cos’avrebbe pensato. Se n’è andato contento.

Mi sono chiesta più volte: perché un giorno sono allegra e un altro no? Senza motivo apparente. Credo sia un lusso che ci possiamo permettere, noi pasciuti. Possiamo vivere senza mimetizzarci.

Quanta gente strana in un anno suona il campanello. Sono venuti, un giorno, due signori distinti, giacca aperta, scoppi di risa intermittenti, cravatta al vento, carte su un braccio, biro svolazzante. Suonano. Chi è? Non rispondono, parlano forte tra loro. Poi si degnano. «La bolletta, signora! Siamo dei telefoni, signora.» Siete della Telecom? «Siamo dei telefoni, signora, ha l’ultima bolletta pagata?» Paghiamo regolarmente le bollette. «Possiamo vederla?» Siete dei controllori? Parlano tra loro, parlano a voce alta. «Ci apre, signora?» Sto per aprire. Mi confonde la loro determinazione, la giovialità, la sicurezza che esibiscono spavalda. Si vede che possono, che sono autorizzati a tanto, penso. «Aspettate, chiamo mio marito.» Sono robe sue queste, penso. «Non importa signora, ritorneremo.» Non sono più tornati. Quei signori non venivano dal Ruanda. In alcune case sono entrati, aggressivi e spavaldi, come chi può. Vendevano un nuovo gestore dei telefoni. Hanno disfatto e rifatto contratti a piacimento, salutando, stringendo mani, lasciando dispiaceri. Qualcuno ha chiesto un bicchiere d’acqua, ma ha ottenuto perfino un caffè. Qualcuno ha firmato irretito, per paura di peggio, per toglierseli di torno al più presto. Ecco un’altra mimetizzazione. Anche i rapaci si mimetizzano, anch’essi, a loro modo, ridono.

Ha suonato un’altra volta una coppia di ragazzi, giovanissimi, belli, cordiali, sorridenti. Parla lei. «Signora, lei è favorevole o contraria alla droga?» Oddio! Sono contraria. Brava! «Complimenti.» Allunga una mano. Ammiccamenti e risate di compiacimento per la perfetta comunanza di idee. Assentono ripetutamente con la testa. «Cinque euro, grazie.» Sembra un obbligo, dopo la mia dichiarazione. Porgo la moneta come un automa. Non ringraziano, perché l’hanno già anticipato. Sono traumatizzata per la velocità degli eventi, semplici, naturali, coerenti. Sarei perfino contenta se non sentissi lei dire al compagno. «Hai visto come si fa?» «Sì, ho visto.» Li guardo allibita. Mi si fa chiaro, comprendo di essere stata imbrogliata due volte. Suonano di fronte. Stessa scena. «Signora, lei è contro la droga?» «Sì.» Risponde decisa la mia vicina. «Dieci euro.» Allungano la mano e ridono a più non posso. Ma la mia vicina è più sveglia di me. «E voi siete contro la droga?» «Certamente.» «Dieci euro, prego.» Se ne vanno mogi, non sembrano più quelli. Non ridono più.

C’è ridere e ridere. Il riso forte, improvviso è frutto di un’emozione, dura poco. E’ liberatorio, fa scorrere il sangue veloce, porta spesso momenti di allegria, è sintomo di lampi di felicità.

Preferisco il sorridere. Chi sorride sta pensando. Si può parlare di scoppio di risa, mai di scoppio di sorrisi. Il sorriso appare spontaneamente, scompare lentamente. Il sorriso vuole comunicare a tutti che dentro di noi qualcosa si sta abbellendo, sta crescendo, si sta manifestando. Per sorridere si può essere anche soli. Dal riso improvviso si può passare al pianto. Dal sorriso puoi passare solo ad un altro sorriso. Chi sorride è in pace e lo comunica.

Gigi non l’ho mai visto sorridere. Gigi non l’ho più visto.

L’estate scorsa stavamo andando sui colli, vacanza breve, in giornata.

«Andiamo sul monte Rua?» E’ tanto che non andiamo a vedere la pianura da lassù. «Scappiamo!» E’ luglio avanzato, fa caldo. La nostra Marbella arranca. Speriamo di farcela. Il fresco viene naturale dal finestrino aperto. Appena vediamo la linea del Venda diciamo che ci siamo e invece ci manca ancora. Incontriamo un cartello di lavori in corso. Accostiamo, motore acceso, aspettiamo il nostro turno di circolazione alterna. La Marbella sbuffa, si ferma, si arrende. Spingiamo in parte. Il pensiero primo non è più quello della scampagnata, ma di tornare a casa. Devo fare da parafulmine.

«Chi ha avuto la bella idea?» La bella idea sarebbe la mia voglia di scampagnata sui colli! «Chi non vuole cambiare la macchina?» E’ una cattiveria, lo so.

Un operaio, bruciato dal sole, con paletta verde ci invita ad andare avanti. Gli facciamo cenno che la macchina è in panne. La strada è stretta, un po’ intralciamo. Chiediamo una spinta per spostarci all’ingresso di un tratturo. Ci risponde con un pollice alzato. «Un attimo.» Passano tutti. Viene di corsa. E’ unto di fango, perché stanno interrando tubazioni d’acquedotto.

Mio marito sta già spingendo, arriva l’operaio. Lo guardo. «Gigi!» «Ciao, signora.» Com’è strana la vita. Mando quasi un grido di gioia nel vederlo al lavoro. Lui mi sorride con i suoi grandi occhi sbarrati. Vorrebbe abbracciarmi, poi indica la sua tuta infangata. Lo abbraccio io. Provo felicità nel vederlo sudato e contento.

«Gigi, come stai? Che fai, hai un lavoro?» Non può perdere tempo. Ci fa cenno di aspettare. Va a dare il cambio al capo cantiere. Un omaccione con i baffi, unto di olio e di terriccio, viene avanti deciso e frettoloso.

«Che c’è?» Guardiamo la Marbella arenata sul ciglio del fosso. Guardiamo verso il monte Rua.

«Vi conviene tornare indietro, fermatevi alla prima officina, lasciatela là e tornate a casa in corriera.» Ci guardiamo. Ci andrebbe anche bene. Ma come facciamo? Traffica un poco, alza il cofano, stringe qualcosa, prova la messa in moto, tira l’aria, brum brum. Riparte. Ce la gira verso Padova e con la mano ci fa cenno di sgomberare.

«Andate, intralciate il traffico!» Non sappiamo come ringraziare. Cerchiamo Gigi. Non lo vediamo, vediamo della terra che esce dal profondo del suolo, a palate. Sta scavando.

«Gigi?» «Via, via.» L’omaccione ci batte le mani, dobbiamo sbrigarci.

Torniamo tre giorni dopo, i lavori sono finiti, l’impresa si è spostata verso Rovigo. Troviamo la sede, chiediamo informazioni. Sì, hanno alcuni lavoratori di colore, ma non ci danno retta. Capisco, forse non sono in regola. «Che volete?» «Salutare Gigi.» «Quale Gigi? Chi siete?» Un muro di gomma! «Andiamo via che gli facciamo del male.» Concludiamo così tra noi.

Bene o male ha trovato un lavoro. Pane e sudore tanto. Triste davvero, ma è un inizio, un segnale di piede sicuro posto sull’altra sponda. Incomincia da sotto terra, tuttavia uno così ce la farà.

Teniamoli buoni, questi Gigi. Insegniamo loro il mestiere, perché tra poco noi non sapremo più farlo. E’ già successo all’impero romano. Quando, tronfio e flaccido, decise di svogliarsi, di godere da seduto le sue conquiste. Perse tutto, libertà comprese. I nostri antichi li chiamavano barbari. Premevano alle frontiere e prima ancora che si dicesse loro: venite! erano già qui. Presero tutto e per mille anni nessuno seppe più cosa fare. Non conviene a nessuno ripetere l’errore. E’ meglio insegnare un mestiere a chi ha voglia di impararlo, indicare una strada a chi ha voglia di percorrerla. Intanto alleniamoci anche noi a sorridere di più, ci converrà in ogni caso. Il futuro viene lo stesso.

Sentite niente? Faglie o no, gli zoccoli continentali si spostano. E i passi degli uomini scalzi? Ancora di più. Milioni di passi al galoppo battono le steppe, le ambe e i deserti, attraversano gli uadi asciutti, fanno ressa in procinto di guadagnare la prima riva, poi, di attraversare il guado Nostrum, sarà solo questione di tempo. O andremo noi ad occupare i loro spazi vuoti al di qua e al di là dell’equatore o prepariamoci a metterci a correre con loro per non essere travolti. Strada facendo, intanto, spieghiamo ai venienti come si fa, come noi abbiamo fatto finora. Se abbiamo ancora il testimone, il patrimonio di civiltà che ci è stato trasmesso, passiamolo. Solo così resteremo in gara, la nostra corsa potrà proseguire.

 

BUON VIAGGIO, ALESSANDRO!

 

Ho conosciuto Alessandro, undici anni, prima media. Ciao, Alessandro, buona fortuna! Sono venuto a parlarvi degli anni belli, di quando i bambini potevano giocare, vi ho raccontato di quando anch’io, non ci credi?, portavo i calzoni corti e facevo le orecchie alle pagine per ricordarmi dov’ero arrivato. Dopo la mia lezione, i tuoi compagni mi hanno chiesto molte cose. Tu mi hai fatto domande.

«Quando uno si accorge di non essere più bambino?»

Sei già così avanti che ti permetti di guardare indietro, di verificare che cosa è successo. Già ti chiedi. «Io a che punto sto?»

Ci vuole forza d’animo, ci vuole intelligenza per riuscire ad entrare così spedito nel cuore di uno sconosciuto a spulciare i suoi appunti segreti sperando di trovare risposte di cui hai urgenza. Ero venuto a parlarvi di fionde, di sciarpe gialle e di bandane, di lotte tra bande per la conquista di un argine di fiume abbandonato. Inutile, per i grandi, visto che poi lo hanno abbattuto. Ne è rimasto un moncone ad un passaggio a livello. Se ci passi presto, lo vedi. Quell’argine abbandonato lo chiamavamo montagnola. Ci mettevamo un po’ di pudore. Era l’unica altura possibile nella riviera bassa.

Era stato elevato a trofeo, a simbolo, a palio. Chi lo conquistava, per quel giorno era un signore. Io ero tra quelli che lottavano per la contrada delle Marigate. Di questo ero venuto a parlarvi. E tu mi hai fatto una domanda gigantesca.

Caro Alessandro, non so se ci vedremo ancora. Spero che in qualche modo queste righe ti arrivino. Che in mezzo al subbuglio che hai sollevato dentro di me tu possa raccattare qualcosa che ti serve. Non so se quello che ti dico ora sia giusto. Io lo credo, però devi essere tu a verificarlo, ogni giorno. Ti voglio dare soddisfazione. Ricerca, rifletti, controlla tu per conto tuo, prima di farti un’opinione certa, di quelle che durano, di quelle che potrai trasmettere. Non avere fretta di ottenere la buonuscita dall’infanzia. Non pensarci, non è necessario. Sono cose che avvengono da sole, come il respiro. Comunque qualcosa provo a dirtelo.

Credo che un uomo debba parlare e comportarsi da uomo. Parimenti credo che un bambino che si comporta da adulto rappresenti una stonatura. Ogni stagione ha i suoi frutti. Un’anguria dopo S.Rocco non ha più gusto, non è più quella. Essere sé stessi è anche un modo di essere felici. Ognuno di noi crescendo dovrebbe, può, se vuole, conservare dell’infanzia, non l’ingenuità o noiose nostalgie, ma la semplicità, il senso di lealtà e di fedeltà all’amicizia e ai patti, la sincerità, la voglia di capire. C’è sempre qualcosa da scoprire. Aggiorna i tuoi interessi culturali, mantieni intatto il cuore. Sarai nuovo ogni giorno. Altro non ha senso.

C’è un nonno che ogni tanto incontro. Mi porta dell’insalata del suo orto. Il piacere è reciproco. Ci diamo una pacca sulla spalla, perché l’abbiamo fatto da sempre. Non a tutti do una pacca sulla spalla, che è un bel gesto di amicizia, di fiducia, di saluto. Ci siamo conosciuti nella stessa scuola, eravamo compagni di banco, ci siamo spartiti la stessa pinza di fichi con melassa e le insufficienze in aritmetica, confondendo tare e pesi lordi, abbiamo lottato su fronti avversi per la conquista di un argine, traguardo di sogni piccoli, ma reali, erano quelli in quel momento e non li abbiamo sprecati. Quel gioco ci ha educati alla solidarietà e all’amicizia. Ci ha imprimati. Non era previsto nei programmi scolastici, ne suggerito da alcun pedagogista, siamo cresciuti appagati di desideri, gesti e compagni meravigliosi. Siamo cresciuti liberi, alti e dritti, non piegati, non compromessi fin dall’infanzia. Abituati da principio a pagare pegno, se era necessario o un dovere. Siamo nonni, eppure siamo un po’ bambini come allora, ci vogliamo bene ancora, fraternamente, e lo raccontiamo ai nipotini. Per loro cerchiamo un argine, ma non ce ne sono. Diamo surrogati, ma ci stringe il cuore. Ho scovato un praticello con un fico, un pesco, un noce e un acero. E’ curato da un dottore, pensa un po’. Ama la natura e la caccia, pensa un po’! Tosa l’erba non sua come una parrucchiera la chioma di una diva. Lascia un prato accogliente. Il fico ha i rami in scala. Insegno ai nipotini e ai loro amici, oltre la rete condominiale, a venire a conoscerlo da vicino. Uno dei nipotini si chiama Alessandro, come te, gli insegno a scalare l’albero. Quando arriva sull’ultima forcella lancia un grido, gli occhi gli brillano. Lo sai perché? Pensaci tu. Bè, imbratta alquanto la tutina. Ah, finalmente! E’ fatta apposta per questo. Insegno loro la prima fatica, a gustare la conquista di una prima cima. E’ poco, ma a volte basta per scuotere un’inerzia, scoprire un talento, indicare una via. Se hai voglia, una volta in moto, il resto poi lo fai da te. Tu hai voglia di capire, si vede. Spero di averti aperto una breccia utile. Buona fortuna, Alessandro. Buon viaggio.

La storia che vi ho raccontato ti è piaciuta. Perché, mi hai detto, ti ha interessato, ti ha commosso. Anche agli altri era successa la stessa cosa. Erano però curiosi di conoscere particolari sui protagonisti, se erano reali o fantastici, se da grandi, fuori della finzione letteraria, si erano poi sposati tra loro. Tu mi hai chiesto un’altra cosa. «Per scrivere le tue storie hai avuto coraggio?»

In tanti colloqui nessuno mi ha chiesto tanto. «Sì, piccolo amico!» Sì, ci vuole coraggio. Raccontare non significa solo descrivere. Nel farlo mostri anche cosa pensi delle cose che dici. Conta come le dici. I sentimenti si trasformano in parole e le parole devono comporre un’armonia di suoni, di significati, di coerenze. Per essere belle devono prima rimbalzare sulle corde tese del tuo cuore, allora sarà quel violino a cantare da solo, tu dovrai solo segnare le note. Gli altri capiranno.

Rivelare i propri sentimenti senza veli, far percorrere agli altri i sentieri più reconditi della tua anima per far costatare che credi a quello che dici, è un atto di umiltà, di fede. Ecco perché ci vuole coraggio. Tuttavia se superi questa soglia di pudore, che poi è fittizio, immaginario, raggiungi una grande chiarezza interiore, la verità. Chi ti ascolta se ne accorge, lo sente.

«Come hai fatto a sapere che eri capace di raccontare?»

Provando. Quanti pittori sono morti senza sapere di essere stati custodi di tutti i colori dell’arcobaleno, quanti musicisti sono scomparsi senza avere composto neppure un rigo, perché nessuno ha detto loro: prova. Magari certi stimoli li avevano, ma sono stati distolti, derisi, sviati. Sepolte le loro ingenue attitudini infantili pudicamente svelate, hanno preso un’altra strada, hanno vissuto un’altra avventura, magari bella ugualmente. Ma senza immaginare i tesori che tenevano in casa. Ho insegnato ai bambini a raccontare, a inventare favole e storie, a creare appetiti di sapere da soddisfare anche oltre, dopo la scuola. Sorto un problema, occorreva ricercare notizie, strumenti, informazioni idonee dai libri e dai maestri per risolverli. Non notizie da svogliata lezione pomeridiana, non ricerche fotocopia da enciclopedie prese a rate per abbellire vetrine.

Ti racconto, Alessandro, un anno di scuola in una classe quinta. Una mattina, non avevo la voglia solita, dissi ai ragazzi una cosa che un attimo prima neppure sognavo. «Andiamo via, usciamo.» L’adesione fu totale e spontanea. «Dove andiamo?» Facciamoci un mondo su misura e poi andiamoci a vivere. Scopriamo cosa desideriamo.

All’inizio non capirono. Chiesi di far girare il globo. Una bambina, Rosetta, puntò l’indice in mezzo all’oceano Pacifico. Là, con la fantasia, ci trasferimmo con libri, cartelle e merendine. Vuoi che non ci sia un atollo disabitato disponibile? «All’assalto, prendiamocelo!» Ecco, inizia l’avventura. Gli occhi si fanno fessure, i ragazzi cominciano a fiutare il mistero, le ragazze ad organizzare una capanna a loro misura. Partiamo a scoprire ciò che non conosciamo. Ce n’è abbastanza intorno, ce n’è per tutti.

Per prima cosa un gruppo si è dedicato a scoprire l’indirizzo, la longitudine e la latitudine. Un altro gruppo ha fatto ricerche mirate sulla flora equatoriale, un altro sulla fauna, un altro sul clima, monsoni e alisei, un altro ad usare strumenti del luogo per costruire una capanna, dei servizi igienici, come procurarsi il cibo, l’acqua, come regolare i rapporti di sana e corretta convivenza, anche in assenza del maestro. Ci siamo dati delle regole. Ci siamo costruiti l’isola in cartapesta. Le abbiamo imposto un nome. Tan kiù! Perché? Già, un motivo c’è, ma ne parleremo un’altra volta, se ci sarà.

Poi abbiamo inventato una storia. Il maestro la sua, ventisette ragazzi e ragazze la loro. Parlando di botanica, di zoologia, di agraria, di matematica, di storia, di scienze, di meteorologia, di etica, di geografia, di norme necessarie per una civile convivenza. Alla fine conquisteremo la vetta della montagna. Perché ci eravamo proposti di conquistarla, l’avevamo costruita apposta. Di cartapesta. Ma, come l’argine del fiume, era tutta un’altra cosa, rappresentava un simbolo, un traguardo. Colla, acqua e gazzettini impastati e via! Abbiamo imparato a consultare vocabolari ed enciclopedie, a scegliere le informazioni utili al nostro caso, al nostro gruppo sociale in un calcolato, previsto frangente. Il lavoro di ognuno era utile all’economia di gruppo. Se qualcuno mancava all’impegno personale di portare i risultati della ricerca assegnatagli, bloccava tutti. Quel giorno, senza le informazioni necessarie, la classe non avrebbe operato, sarebbe rimasta bloccata sotto un baobab ad aspettare che la pioggia torrenziale passasse, che il pigrone portasse le informazioni giuste al gruppo in attesa.

Era importante per bambini della Riviera del Brenta conoscere i comportamenti, le abitudini delle scimmie? Cosa portano i monsoni? Chi sono gli alisei?

Certamente sì. Non sono problemi del nostro ambiente, del nostro territorio? Ma per carità! Se siamo andati volontariamente ad abitare altrove, allora, quella è la nostra Riviera, la nostra casa. Dovevamo scoprire, intuire le trappole o le bellezze che ci attendevano.

Abbiamo vissuto momenti stimolanti che hanno suggerito idee per avventure plausibili. Ragazze svogliate hanno mostrato abilità organizzative nascoste, impensabili altrimenti, altri hanno rivelato capacità di adattamento in un ambiente nuovo, forse ostile, comunque stimolante in quel mondo inventato e tuttavia sconosciuto.

Anche il nostro domani lo è. E’ bene essere preparati ad entrarci sicuri e ad uscirne bene a sera. Non dobbiamo dimenticare che tutto ciò che ci dovrà succedere ci è ignoto. Ci addentriamo sempre più, ogni giorno, nell’isola sconosciuta che è la vita che resta. Con maggiori esperienze, ma incontrando difficoltà adeguate. Te n’eri accorto? Credo di sì. Sapere quando arrivano i monsoni, nella nostra nuova casa, non è una bizzarria. Significa abituarsi a pensare come affrontare un ostacolo, una difficoltà oggettiva prevenendola, evitandola, superandola attrezzandosi allo scopo. Imparato come si fa non lo dimentichi più. Il domani ci è sconosciuto, come l’isola di Tan Kiù. Viviamo tutti la prima volta il giorno che ci tocca.

La tua storia personale, caro Alessandro, è unica, forma un tutt’uno. Non fa distinzioni tra infanzia ed età adulta. Essa non comincerà dopo la scuola o dopo il conseguimento di un diploma. Non pensare di essere in vacanza, la stai già scrivendo. Buon viaggio, piccolo amico. Non distrarti, vai avanti così. Ad ogni tramonto tira le somme, devi avere una resa. Se non ti dovesse succedere, interrogati. «Come mai?» Non accettare di appassire pigramente, impegnati a rifiorire ogni giorno diverso, nuovo e fresco. Aiutati e che il buon Dio ti assista.

Se ci rincontreremo, un giorno lontano, se i nostri percorsi si incroceranno ancora, ti chiederò. «E allora, Alessandro, dimmi, come ti è andata?» Ci siederemo all’ombra di qualcosa e ti ascolterò con tanta curiosità e premura. Sono sicuro che ne avrai di cose da raccontare.

 

DIAMOCI DEL TU

 

«Sono nato…» Scrivono degli incipit così.

«Cosa ne pensa, signora professoressa?» Mi chiedono un parere. Ho insegnato metrica latina alle magistrali e nei ginnasi. Mi esercito anch’io in qualche rima. Chi lo sa mi avvicina.

«Bè, ormai.» Sei nato? Ormai è successo. Che ci vuoi fare. Accontèntati. Gli dico le due parole chiestemi, ma non proprio così. Faccio la seppia, mi nascondo, m’insabbio, m’ingarbuglio, svicolo, ci metto alcune bugie, ciò che mi chiedevano, dopo tutto. Mi vergogno un po’. Esco a prendere una boccata d’aria, mi centellino gli ultimi sorsi di buonumore giornalieri. So cosa significa tentare di scriversi addosso qualcosa. Chi non osa oggidì? Guardare una stella e lacrimarci sopra una strofa, un giambo, un ditirambo, è d’obbligo. E’ sconveniente non provarci.

Ho numerosi amici e due casoini per casa, fratelli. Hanno gestito fino a pochi mesi fa un avviato negozio di generi alimentari, ora assorbito da un supermarket. A suo tempo ho dato loro lezioni private di letteratura italiana. Stesso numero civico, condominio Aurora, un solo giro di scale di differenza. Hanno smesso il commercio e si dedicano. Arcadio dipinge falsi d’autore, obiettivo dichiarato. Come il giocatore di bocce che dichiara “la seconda dietro al pallino”, tira e fa centro. Gli riescono bene. Acquerello! Più falsi di così non potrebbero essere, siccome è questo il suo scopo, va tranquillo. Nessuno è più felice di lui. Legge cataloghi, visita mostre, si aggiorna seguendo le trasmissioni televisive di vendita di oli su tela. Vuol passare a questa tecnica. L’altro, si chiama Omero, sta scrivendo la sua storia.

«Sa, signora professoressa, ho deciso di cominciare dal principio.»

«Fai bene.» Si comincia sempre da principio. Anche la Bibbia fa così.

«Sono nato, che neanche me ne accorsi.» Questo è l’attacco. Nel suo immaginario dovrebbe fulminare il lettore, incantarlo, convincerlo a chiedersi: come mai?

Già con le prime due parole aveva detto tutto. Il suo libro poteva dirsi concluso, ma ha voluto aggiungervi divagazioni. Altri eventi importanti nella sua vita non ce ne sono stati. Sono passati sessantacinque anni dal lieto evento. Quel che è accaduto dopo è stato una naturale conseguenza. Scarlattina, elementari, pidocchi, cresima, terza media, genio pontieri, nozze. Con Margherita C., ricamatrice. Con il matrimonio lei smise l’ago e cominciò a incartare etti di zucchero in carta blu, mezzi chili di sale in carta bianca, etti di tonno all’olio in carta lucida, il resto in carta paglierina.

Il proseguimento è così tortuoso e pesante da rappresentare un capolavoro al negativo. Non voglio sapere cosa gli successe la prima notte di nozze o cosa pensò il giorno che si tuffò da un trampolino e gli si sfilarono gli slip. No, non voglio! Ma neppure voglio trasformare le sue rime sciolte in tanti aeroplanini. E’ un tipo simpaticissimo. Penso: vuoi vedere che mi prende in giro? No no, fa sul serio. Sono uscita per infondermi coraggio, a fumarmi l’ultima sigaretta della giornata. Ho lasciato la finestra aperta, entrano refoli settembrini, spero mi sfoglino il carteggio, che mi portino avanti.

Mi ha infilato un carteggio sotto braccio. «La prego, la prego, la prego… ci dia un’occhiata.» Vorrei dirgli: non sono all’altezza. E’ la pura verità, ognuno è abituato a correre con la propria bicicletta. La sella, il manubrio, i freni tutto è articolato e posizionato su misura. Qualunque variante provoca solo fastidio. Leggere roba d’altri mi dà fastidio. Non mi crederebbe. Tentenno, nicchio. Sarebbe una sgarberia. «Vediamo!» Mi scappa la parola. Ecco! Già mi ringrazia.

Succede assai di frequente che una persona, terminato il lavoro trentennale presso una fabbrica, le poste, da tabaccaio, da portiere di caseggiato, da tassista senta il bisogno impellente di dedicarsi alla scrittura, alla letteratura, a raccontare le sue memorie. E’ venuta pure una casalinga. E’ un fatto sociale non da poco, perché contagioso. Che fa il pensionato? Verifica quella miseria di conticino in banca, si convince, si dà alle lettere. Oggi non fa più il viaggio di piacere tanto agognato, non cambia la macchina, non va un mese di seguito al mare, macché! Molla gli ormeggi della fantasia e scrive un libro. Pretende che glielo stampino. Ci prova. «Quanto?» chiede al tipografo. Bè, ti verrà… metti anche foto? Bè allora ti verrà… Quante copie? Bè allora… diciamo … e dice i milioni necessari, in lire.  «Okei.»

Si danna a tirar fuori appunti inscatolati da decenni in previsione del debutto. Racconta di quella volta che gli comperarono le scarpe nuove. Quanti anni fa? Eeeh! Niente paura: l’anno in cui morì nonna Ofelia. In che anno morì nonna Ofelia? Ecco l’anno, bello stampato nel santino epigrafe.

Frequenta un corso serale, sfoglia una grammatica per rispolverare i congiuntivi, prende un dizionario per pronta verifica delle doppie, album di fotografie della famiglia. Ecco zia Caterina quando … là è quando andavo… questo sono io da piccolo. Si detta già le didascalie.

Insomma, riesce a buttar giù duecento pagine, diconsi duecento, a biro.

«Senti, Omero.» Gli metto una mano sulla spalla e nel frattempo penso. Penso a che nome si porta addosso, penso a quale scempio ne sta facendo.

«Senti, Omero, chi leggerà il tuo libro?»

«Me lo legge lei, signora professoressa. Ho sempre pensato a lei. Non mi sogno neanche di far vedere le bozze ad un estraneo.»

Questo l’avevo temuto fin dall’inizio. Ma, intendo un’altra cosa. «Che lettori pensi di avere?»

«Oh, beh, se è per questo!» «Sì è per questo.» «Allora vediamo. Lei non si preoccupi.» Comincio a preoccuparmi

«Sa, la mia vita è un romanzo.»

Prendo una camomilla bollente, riprendo a leggere le avventure di Omero Mariani, casoin. E’ stato così che mi ha incastrato.

Prendo la decisione drastica che mi piace: non lo leggo affatto! Inventerò mezza paginetta di lodi, ermetiche, che facciano supporre più di quanto esprimono. Rinuncio da subito alle correzioni ortografiche. Mi scoppia già la testa. Poi rinuncio alla sintassi. Poi decido di affrontarlo, di parlargli.

«Omero, sto leggendo.» «Molto bene.» Si frega le mani. «Però, devo dirti…» «Non si preoccupi.»  «… che ci sono interi capitoli troppo dialettali.» E’ un eufemismo, tento così. «E’ questo il bello, la spontaneità.» Temo sempre più che sia consapevole del bordello che ha scritto, che voglia mettermi alla prova. Lo guardo, ma non batte ciglio. Anzi, rilancia. «Mi interessa sapere se è chiaro.» Ecco, che la descrizione della sua vita raggiunga l’apice di indecenza rappresentativa non gli interessa. Purché sia chiaro! «Per chiaro è chiaro.» Annuisce soddisfatto. Allora azzardo. «Però confuso.» Non batte ciglio, sopporta. Continuo? Continuo. «Certi capitoli iniziali, l’infanzia, sono inseriti negli anni di servizio militare.» Ricordi! «Sono ricordi che mi balenavano quand’ero di sentinella alla polveriera.»

«Vedi, la consecutio temporum...» Mi fa cenno con la mano di andare avanti, ha l’aria di uno che ha vinto qualcosa. «Ah!» Probabilmente crede a una genialità sfuggitagli. «Addirittura.» E’ un uomo felice. Si può rattristare un uomo felice? No, davvero.

Nel bel mezzo del capitolo che descriveva le astuzie del casoin nel pesare e nell’incartare la merce, sento suonare.

«Chi è?»

«Sono io.» Eccolo. È l’altro. Che vorrà mai?

«Professoressa, vuole gentilmente dare un’occhiata?» Non sono una grande esperta del settore, ammiro i volonterosi che dipingono su cavalletti traballanti in riva al Brenta. Mi devo prima documentare, aggiornare, sentire qualcuno.

Arcadio mi fa vedere una prozia della Gioconda. Almeno così penso. Mi mostra un volto di donna, età indefinibile, ben pettinata, incorniciata come si deve, con guance paffutelle, un sorriso da me ne frego e due occhi che non ti guardano, perché non ci sono, tanto sono inespressivi. Tuttavia la sagoma è inconfondibile.

Taglio corto. «Lascia qua.» Gli faccio capire che lo guarderò con comodo.

«Già che ci sei, ti chiedo una consulenza.» Gli chiedo come il casoin pesava sulla bilancia a due piatti.

«Lanciando la merce o lasciandola piombare di scatto. Un colpetto di polso, sa com’è? Ma non si deve vedere. Deve essere un colpo elegante, musicale. Io canticchiavo quando pesavo.»

«Omero lo sta scrivendo, ma non così chiaro.» Sono tentata di chiedergli di scambiarsi l’hobby. «Non gli dia retta. L’ha visto fare a me. Lui faceva il cassiere. Non se ne intende di queste cose.» «Ho capito.» A rubare era lui, ma non lo scrive. Al fratello sarebbe piaciuto, ma non gli riusciva. Scrive della ditta, che, comunque incassava bene, scrive delle cose che gli hanno dato piacere.

«Non la lascio qua.» Si riprende la tela. «Mi dia piuttosto un suo parere. Secco. Come viene, di prima ispirazione.» E’ così brutale che ne resto soggiogata.

«Bè, si vede che è la Gioconda.» Per il resto tergiverso, mi gratto il mento. Insomma! Ignorante sì, ma fino ad un certo punto. «Arcadio! Non è un gran che!»

«Grazie.» Mi saluta con la mano, sospira a fondo. «Siccome lei afferma di non essere un’intenditrice, le credo. Significa che il valore esatto è il contrario. Penso di avere fatto un buon lavoro.» Mi maltratta, mi rovescia, mi usa a suo piacimento, da commerciante abituato ad illudere i clienti.

Mi lascia di stucco alle prese con le pagine del fratello, scritte a biro. In parte a lapis nell’attesa del cliente, penso. Ogni tanto la linea di scrittura ha dei buchi bianchi, intuisco la parola. E’ incappata in una macchia di grasso. Chiudo tutto e porto fuori il cane, andiamo a prendere una boccata d’aria. Non è ancora autunno, fuori, verso sera, l’aria è buona, basta stare un po’ coperti. Per fortuna ho anche altre distrazioni. Una di queste è quella di scrivere poesie ermetiche. Brevi, sintetiche, molto chiuse. Il senso, per essere scoperto e inteso, deve essere scardinato. E non tutti i lettori hanno questa costanza, questa pazienza. Si vede che è così, perché regolarmente le piccole case editrici che contatto mi restituiscono il carteggio con fraseggio prestampato di cortese rifiuto. Immagino la caterva di poeti che s’improvvisano e si propongono, ma non desisto. Fin tanto che gli amici casoini vengono a consulto da me, significa che qualcosa, almeno ai loro occhi, valgo. Così, la noia che mi avevano procurata, alla fine, la considero uno stimolo.

All’annuale sagra di paese, il comitato festeggiamenti propone una specie di fiera dei “dilettanti allo sbaraglio”. A chiunque lo desidera viene offerta l’occasione di esibirsi nei più svariati campi dell’arte e dello spettacolo. C’è chi recita, chi canta, chi racconta barzellette, chi interpreta sketch, chi presenta opere pittoriche, diari, raccolte di versi, chi suona la fisarmonica o balla.

Nel padiglione dedicato agli artisti di paese, vedo esposta la Gioconda di Arcadio.

«Complimenti» gli dico. Poi leggo il titolo. “Nonna Esterina, vedova di mio nonno Carlo.”

Sorrido un po’ sorpresa. «Hai cambiato titolo?» gli chiedo. «Quando mai?» Ero io che avevo frainteso. «Gliel’ho mostrata per essere certo di avere fatto un bel lavoro. Lei si vanta di capire le cose alla rovescia? Per me va bene. Penso io a raddrizzarle poi. Grazie, ancora una volta.» Prego. Ancora una volta. Cammino a testa bassa un po’ confusa. Non ho presentato niente, E’ stato meglio così, avrei fatto una figuraccia. Visto che ho un po’ di credito lo uso come consulente, alla rovescia, ormai si sa, e faccio contento qualcuno.

Incontro Omero che firma autografi. Sua figlia, accanto, distribuisce frittelle fatte in casa. La gente si avvicina, prende il dolcetto, accetta il dono del libro di famiglia, con mia breve prefazione. A sue spese è riuscito a stampare “Storie, memorie di un casoin”. Allungo la mano, ne chiedo una copia, me la firma senza alzare la testa. C’è addirittura chi finge di leggere, di acconsentire. C’è chi sorride e volta pagina. Qualche frivolezza c’è, qualche burla pure. Basta e avanza come letteratura di consumo, come omaggio commerciale.

Andrò a trovarlo, all’inizio di quaresima, ad euforia svanita. Gli chiederò una consulenza. «Come hai fatto a farti pubblicare?» Sì, ci hai messo del tuo, capisco. Ma, il coraggio? Chi te l’ha dato?

Tra piccoli scrivani, tra colleghi, ormai, dobbiamo aiutarci.

Non so se temere o sperare. Dopo questo successo popolare. È probabile che non vengano più a chiedermi pareri. Si sentono maturi a darli. Aspetteranno in casa, leggeranno, a loro volta, carteggi dattiloscritti da artisti improvvisati o ammireranno acquerelli in controluce. «Ah, meno male!»

A Omero ho fatto leggere “Ed è subito sera”. «Che te ne pare?» gli ho chiesto.

«E’ tua?»

L’ho recitata. Respira a fondo. Sulla fronte gli appare la ruga perpendicolare del pensiero. Le parti si sono invertite.

«Diamoci del tu.» Mi sorprende così. E’ un consiglio? E’ un favore? Resto senza fiato. Non me l’aspettavo, non mi sembra il caso. Tuttavia allungo il mento. E’ un assenso silenzioso.

Ha incartato pecorino fino all’altro ieri. S’improvvisa critico d’arte. Ha scritto le sue memorie. Si sente collega di Quasimodo e di quanti altri si smarriscono tra le rime.

«Secondo me, viene troppo presto.»

Ermetico pure lui. Cosa intende? Che l’autore è stato frettoloso? O piuttosto che la nostra giornata è breve, e quando te ne accorgi è già finita? E’ questo il tuo rammarico? Scelgo l’interpretazione esatta.

«Complimenti, Omero.»

Mi strizza l’occhio. Già! tra colleghi, sembra dire. Mi sento tanto un’apprendista bottegaia.

 

LA STORIA DI ANSELMO

 

Il giorno in cui Anselmo raggiunse i suoi zii nevicava. Le bestie nella stalla calpestavano inquiete la paglia senza apparente motivo. Il cane Fiorin annusava l’aria. Fiutava qualcosa da tutte le direzioni. Non l’aveva mai fatto a quel modo. Il secchio del pozzo, riempitosi di ghiaccio, si mosse, poi scarrucolò, precipitò in fondo senza alcun rumore.

Serafino era un vicino di casa, abitava a qualche centinaio di metri. D’inverno si osavano, si passavano qualche notizia. D’estate invece si prestavano una mano, un attrezzo, si scambiavano qualche giornata. Una mattina, erano passati tre giorni, non sentendo niente, non vedendo fumo dal camino, s’infilò gli stivali da valle e andò a vedere. Le bestie in stalla sbaulavano, tiravano la catena per strapparla. Entrò in casa. La camera era una porta oltre la cucina. Lo trovò stecchito. Solo, com’era stato fin dall’inizio. Accovacciato ai piedi del letto, Fiorin languiva, solo anche lui. Un mistero gli era successo e non capiva. Guardava Anselmo e lo aspettava.

Serafino abitava in fondo alle Baccanelle, strada fangosa che penetrava nei campi e finiva nelle risaie. Ma Anselmo stava ben oltre. C’era un viottolo da pigliare prima di arrivare alla sua corte. Là finiva il mondo. Così diceva la gente che si muoveva a piedi. C’era un moraro all’ingresso, poi la tettoia, quindi la stalla e l’abitazione affiancate con sopra il fienile.

Ci furono poche persone al funerale, per lo più anziane, parenti degli zii Contran, da qualche tempo defunti.

L’anziano parroco, don Delfino, era nato in paese, aveva fatto i suoi tirocini di cappellano in paesetti sui colli Euganei e nella bassa padovana, prima che il vescovo lo insediasse nel suo paese natio. Era lì da vent’anni. Dall’alto dei suoi settant’anni ne conosceva di persone e di storie. Conosceva anche quella di Anselmo. Da ragazzini si erano scambiati anche amichevoli fiondate. Poi uno era andato in seminario a Thiene. L’altro aveva frequentato la prima e poi basta. Otto chilometri a piedi, andata e ritorno, erano troppi. Aveva imparato a scrivere a stampatello il suo nome, poi era andato a brughi nelle barene, a calare trappole ai finchi.

Il poco di sapere che aveva conquistato gliel’aveva insegnato proprio lui, Delfino, quando, tornando dalla scuola di catechismo domenicale, frequentata a strappi per vedere dei compagni, gli aveva spiegato meglio la storia di Abramo, Isacco e Giacobbe. Tutte le storie hanno un inizio e una fine. Nella Bibbia le storie dei grandi uomini finiscono con il racconto della loro morte. «Si riunì ai suoi antenati.» Così scrive il biblista.

La vita di Anselmo era stata piatta, uniforme. Altro non aveva conosciuto o desiderato. Pur vivendo al margine delle paludi, era vissuto felice. Diceva che il giorno in cui avesse raggiunto i suoi genitori adottivi ci sarebbe stato un nuovo grande incontro. Erano stati gli unici al mondo ad amarlo veramente, non l’aveva mai dimenticato. Gli avevano offerto tutta la loro povertà, ma di cuore. E queste cose, appena le capisci, non le scordi. Su tutto quanto ricevi c’è qualcosa, o manca, che non pesa, eppure è indispensabile a rendere il gesto gradito, eccelso. E’ l’amore, la gratuità dell’offerta, di qualunque grandezza essa sia. A lui gli zii Contran avevano offerto un nome, una paternità, un asilo. Era figlio ignoto. Ancor prima della guerra, una mendicante si era fermata a ristorarsi al loro pozzo. Aveva chiesto un po’ di latte. «Per carità.»

«Vado a prenderlo» aveva detto la sposa. Quando era uscita con una tazza di latte caldo, fuori non c’era nessuno. Anzi no, vicino al pozzo grondante, in un cesto per le pannocchie, c’era un fagotto. Là dentro un bimbo aggrovigliato in panni sporchi chiamava per fame, strillava. Giuseppina se lo strinse al seno, guatò in giro. Non c’era nessuno davvero. Lo portò in casa stretto. Lo mostrò a suo marito, implorante. Non avevano figli. Fecero ricerche, denunce alle autorità. Sempre fiduciosi che nessuno si facesse avanti. Così fu.

Queste cose accaddero alcuni anni prima della guerra del fascismo, spiegò don Delfino dal pulpito. Le vecchiette fecero di sì con la testa e completarono le loro conoscenze, perché molto avevano intuito, ma non tutto avevano saputo. Il prete mantenne la promessa. Alla fine dell’omelia funebre aggiunse poche parole. «Preghiamo per il fratello Anselmo che ha raggiunto in cielo i suoi zii.» Niente di più stonato, niente di più vero. Tutti risposero lo stesso: amen.

I Contran avevano allevato il bimbo come un figlio. Gli avevano imposto il nome di Anselmo, in memoria di un antenato di Guido. Non appena fu in grado di intendere gli spiegarono tutto. Gli dissero che loro erano zii. Anselmo continuò a chiamarli ugualmente mamma e papà. Però un velo di tristezza calò sugli occhi del bimbo. Quella nebbia piombata sulla sua infanzia l’avrebbe accompagnato per tutta la vita. Non si sposò mai. Si fidanzò una volta sola. Ma qualunque figliola rinunciava al bel ragazzo ostinato a vivere come un maschio di anatra selvatica, libero e disordinato, pronto ad alzarsi in volo quando vuole.

Anselmo adorò la zia, mamma adottiva, amò lo zio che gli faceva da maestro e da padre. Gli aveva insegnato pian piano a mungere, a catturare le anguille nelle valli della laguna assai vicina, ad andare a caccia di uccelli di passo. Facevano sagra in cucina quando potevano aggiungere qualche novità alla solita polenta e al solito grasso di maiale. In barena vi andavano in autunno, a tagliare brughi e canne per sistemare la lettiera al bestiame e risparmiare così la paglia da mischiare con il poco fieno rimasto agli inizi di primavera.

Era cresciuto bello e selvatico, padrone del suo destino, contento di sé e del suo mondo dove c’era da mangiare e da lavorare, da mostrare la sua forza e la sua iniziativa. Ebbe la capacità di migliorare le condizioni di vita della famigliola di contadini che l’aveva accolto. Negli anni erano riusciti a riscattare i due ettari in affitto, ottenendone la proprietà, e ad aggiungere qualche vitella all’unica mucca dei Contran. Era andato spesso a giornata in altre fattorie e aveva contribuito alla serenità dei suoi genitori di fortuna. Li aveva assistiti nella malattia, li aveva accompagnati nella tomba con le lacrime agli occhi. Di ritorno dal funerale, camminando a fianco del vecchio amico prete, si era fatto promettere.

«Morirò prima di te e mi accompagnerai a raggiungere i miei zii. Sono il meglio dell’umanità che ho conosciuto. Lo dirai a tutti. Non parlare di me.»

«Nessuno conosce le vie del Signore, Anselmo. Ma, se così sarà, ti prometto. Lo dirò.»

Alla sera Guido Contran fumava tabacco trinciato in una pipa di terracotta, seduto su una seggiola di paglia, di sbilenco, per dondolarsi. Si sentiva signore della sua casa. Giuseppina, vestita di nero da sempre, da quando era morta sua madre, il che era accaduto appena sposata, molti anni addietro, era onnipresente. Se occorreva una mano, uno sguardo, un richiamo, una fatica da far scansare lei c’era. Aveva sempre le maniche fatte su, perché impegnata a pulire, a lavare, a mettere ordine ad aiutare nei campi. Rubiconda e stanca. Cantava sottovoce cantilene apprese da bambina. Puliva il vetro alle immagini nere degli avi di suo marito che tappezzavano le pareti, miste a cuori immacolati pugnalati, toglieva ogni sera la carta moschicida, rattoppava ogni cosa con l’aiuto dell’uovo di legno. Batteva la panna nella boccia per ottenere il burro e ad ogni mossa diceva: turris eburnea, domus aurea, phoederis arca, janua coeli. Il piccolo Anselmo rispondeva: ora pro nobis. Nessuno capiva quel che diceva. Sapevano però che era un rosario. Non capivano l’italiano e parlavano in latino.

Nei lunghi pomeriggi invernali, sepolti dalla neve, al calduccio del focolare, le nonne raccontavano storie da sempre. Tra i campi si raccontavano filastrocche in rima, ma anche i fatti di Mosè e di Noè. Con aggiunte e aggiustamenti che, cambiando casa, le spose portavano o assumevano. Anselmo aveva conosciuto da Giuseppina la storia di Mosè e aveva detto qualcosa.

«Sono anch’io come Mosè, arrivato in una cesta sull’acqua.»

«Tu sei meglio di Mosè»  aveva detto orgogliosa Giuseppina.

Aggiungeva queste storie a quelle che l’amico Delfino gli raccontava. Un giorno chiese a sua madre, che gli aveva appena detto di Abramo. «Raggiunse i suoi antenati nel seno del Padre.»

«Quando sarà la mia ora di chi chiederò? Chiederò dei miei genitori. Chi si presenterà?»

«Non temere, caro, troverai chi ti aspetterà.»

Questo non l’aveva rasserenato del tutto, perché non aveva capito chi l’avrebbe atteso. Aveva deciso da solo. Chiederò dei miei zii. Da adulto queste cose non le aveva più dette, ma non le aveva certo dimenticate.

Molti anni dopo sarebbe morto di broncopolmonite fulminante, non prevista, anzi ignorata e trascurata.

L’ultimo giorno di vita, Anselmo l’aveva vissuto come sempre, tranquillamente. Da qualche giorno era tormentato da una tosse secca che lo faceva andare in angoscia, beveva un po’ d’acqua e gli passava. Tutto era iniziato con una faticaccia da giganti a spaccare legna in maniche di camicia, nonostante la bora. Sudava e si raffreddava, e lui a picchiare sui tronchi di robinia, di platano e di gelso. Voleva passare al caldo quell’inverno. Mai avrebbe immaginato che l’avrebbe passato al freddo. E che freddo. Si era messo a letto quasi vestito, con tre coperte, la porta della cucina comunicante con la camera aperta, il fuoco acceso.

«Se faccio una sudata mi passa» si era detto. Fu colto da febbre altissima, sentì il bisogno di aiuto, ma non sapeva chi chiamare, come chiamare.

«Serafin!» Urlò, chiamò più volte il vicino di casa che era assai lontano. Inutilmente. Il cane Fiorin sentendo quelle grida entrava e usciva, uggiolava. Gli leccava la mano, poi tornava sulla paglia sotto il portico lasciando la porta d’ingresso spalancata. Si era alzato febbricitante, con la testa che gli girava. Non gli era mai successo, non sapeva cosa fare, come comportarsi.

Uscì dal letto, grondante di sudore per andare a chiudere la porta. Ci riuscì e si raggelò ulteriormente. Gli fu fatale. Non ce la fece ad attizzare il fuoco che si spense. Ben presto nella stanza, con spifferi di vento che entravano dalle travi del fienile, dalle fessure degli infissi, fu gelo. Il fiato diventò brina sul lenzuolo. Temette di morire. Ma così forte e ancor giovane, come si considerava, si convinse che sarebbe guarito presto.

Tuttavia, nel delirio, invocò sua madre. E’ questa la parola che, nei momenti di paura, di dolore o di pericolo, sale alle labbra, a qualunque età.

«Mamma mia, quanto male!» esclamò. Non gli riusciva di respirare. Gli scoppiava la testa. L’assalivano degli incubi, delle visioni. Una caduta di pietre senza fine, armonica, continua, ossessionante. Asfissiante. Poi un rotolare di biglie che cadevano e rimbalzavano sempre alla stessa altezza, senza rumore, senza rompersi. Senza sosta, perfettamente organizzate, troppo. Sentiva che stava per uscire di senno. Cercò con una mano il bicchiere d’acqua sul comodino, ma lo rovesciò.

Vide allora un volto di donna, raccolto in un fazzoletto grigio. Non l’aveva mai visto.

«Chi sei?» chiese ansimante.  «Mi hai chiamato.»  «Non ti conosco.»  «Sono tua madre.»

Pur nel delirio, sentì la commozione salirgli agli occhi che s’inumidirono.

«Giuseppina è mia madre.»

A fianco della misteriosa donna apparve zia Giuseppina. Alzò una mano e mostrò la donna. Disse qualcosa che non udì, ma lesse le sue labbra e capì.  «E’ lei tua madre.»

«Perché?» Dove sei stata? Cosa hai fatto? Mi hai lasciato solo? Quante cose voleva dire in un solo fiato. La donna misteriosa allungò le braccia, non finivano mai di avvicinarsi, eppure le dita non riuscivano a toccarlo.

«Ti spiegherò.» Alle sue spalle, Giuseppina a mani giunte faceva di sì con la testa. «Ascoltala.»

Allora Anselmo lasciò cadere ogni resistenza. Attratto da quelle immagini si abbandonò al suo destino. Allungò pure lui le mani, si toccarono. «Voglio andare da mia madre» sospirò. Così fu.

Nessuno seppe questa conclusione ed è un peccato. Però Anselmo fu a lungo ricordato ugualmente perché, tutti dicevano che, in punto di morte, aveva nominato i suoi zii.

Su questo tutti giuravano, l’aveva detto persino il prete dall’altare.

Le belle fatiche di Anselmo si ridussero in cenere in pochi anni, distrutte dagli avvocati chiamati dai lontani parenti, cugini inesistenti, che vantavano una parte. L’unico a salvarsi dal caos, sia pure per poco, fu Fiorin. Serafino se lo portò a casa, lo mise nella stessa cuccia del suo cagnolino. Resistette qualche settimana, poi sparì.

Fu trovato a primavera, per caso. Un pescatore di cefali aveva urtato una barca semisommersa in una canaletta vicino alla valle Averto. Nel disincagliarsi aveva visto cadere in acqua la carcassa di un cane. Fece in tempo a vedere il pelo e la mole. Lo raccontò in paese, lo sentì Serafino che andò in cerca. La barca semisommersa era ancora là, era stata dei Contran. L’avevano usata per traghettare i brughi, quando era stagione. Fiorin era rimasto ad attendere Anselmo, inutilmente, sino alla fine per inedia, nell’ultimo luogo dove, forse, avevano giocato e nuotato insieme. Storie di filò, storie contadine di tempi lontani, storie di uomini e bestie, di quelle che non passano.

 

CHE COSA CI SUCCEDE, GENTE?


L’uomo nasce e muore solo, anche se molti stanno intorno. Nessuno può sostituirti. «Bè, non facciamo del melodramma!» Dài! Ci sono altri momenti di solitudine durante la giornata, peraltro necessari, opportuni. Un pilota, un chirurgo, un direttore d’orchestra, un giardiniere con la roncola, nel momento responsabile del gesto, sono soli. Calma! Ma non è questo che intendo. E’ la solitudine che viene dalla timidezza compiaciuta o dalla paura di non essere all’altezza che, si presume, gli altri si attendano da noi. E’ la rinuncia facile ad ogni responsabilità che, dapprima, serpeggia inavvertita come nebbia tra noi, ci nasconde gli altri e viceversa. In qualche modo ci giustifica. Reca ansia e insoddisfazione, non provoca alcuna reazione. Ci vorrebbe una mano. Ma la parola solidarietà è troppo lunga, troppo stiracchiata. Undici lettere. Quando arrivi in fondo e metti l’accento non ricordi più su chi.

L’avvocato Giandomenico P. fa queste riflessioni dal suo letto ortopedico. Inchiodato dal gesso e dai pesi in trazione. Fratture multiple agli arti inferiori. Incidente in A4 tra i caselli di Vicenza est e Vicenza ovest. Nebbia. Accavallamento di vetture. Come mai? Non lo sa, non ricorda, non capisce. Non gli importa. Due morti, una decina di feriti. Uno è lui. Incluso nell’elenco dei gravi. Poi via via ha perduto l’aggettivo qualificativo e gli dispiace. Per via dell’assicurazione. «Che fretta, diamine!» Uno grave lo pagano di più. Sospetta lesione alla colonna vertebrale, zona lombare. Mica scherzi. Detta così sembra la sintesi di una lezione di ginnastica da camera. Massaggi. Piegamenti. Inchini. Flessioni. Si tratta invece di fratture. Il principe del foro si è messo in contatto con vari nosocomi. Anche i suoi clienti, prima di arrivare da lui, cozzano contro vari studi legali, poi piombano sul meglio. Cercava un primario che facesse presto e bene. Costa un po’ di più, ma ne vale la pena. Ha girato un po’, anche in una clinica privata. E’ lì adesso.

«James Stewart.» L’infermiera lo guarda interdetta. Gli ha chiesto i dati personali.

Ha voglia di fare lo spiritoso? E’ un caratteriale, come si dice, cambia velocemente espressione e umore. Non è la prima volta che li comunica. «Fanno per vedere se sono in sentimenti?»

«Gemes, e poi?»

«Sono Giandomenico P. Mi faccio chiamare James da poco, da stamattina.» Gli sembra di essere il protagonista del film “La finestra sul cortile”.

«Non afferra, la bimba.» Vuole essere ottimista, allegro. Tenta, più che altro. Lei cancella, riscrive. Fa lo stesso. «Qui sotto c’è la strada, ma non sentirà rumori.» Insonorizzazione, doppi vetri. «Caso mai accenda la ventilazione così ingarbuglia un po’.» Lo dice a tutti. Lo deve dire a tutti. L’ha detto, è a posto. Lui però non può muoversi. Lei non lo ripeterà più. Si fa accostare il letto il più possibile alla finestra. «Giacché le piace!» E’ una brontolona. E’ in lite con la suocera e ogni volta che sistema il cuscino, dà una pacca robusta che fa sobbalzare il paziente. Che si lagna. «Sarà per il mio bene» pensa poi. Sarà ginnastica rieducativa dei cervicali. No. L’infermiera dai capelli rossi sta prendendo a sberle la suocera che non vuole custodirle i bambini durante i turni pomeridiani. Naviga altrove. Ha anche lei i suoi problemi e i suoi nervi tesi. Mica può piangere con tutti i malati. Sarebbe poco professionale e nocivo per il paziente stesso. Energia, disinvoltura, indifferenza. Lo stile non è insegnato alla scuola infermieri. Il veleno viene lentamente assorbito, introitato, applicato. Vive anche lei la sua quota di angoscia odierna. E’ la risultante inconscia degli stress, lenti e assidui, di una vita frettolosa. Corri e non sei aggrappato a qualcosa di solido, che ti lasci tranquillo quel tanto che basta per farti respirare, farti sentire sicuro. Ogni tanto.

Anche i figli stanno diventando un problema. Se ce ne fossero stati meno, non ci sarebbe stato il proletariato! Con tutti i relativi problemi, e tutti saremmo stati meglio. Si sarebbero evitate rivoluzioni e guerre. In circoli culturali impegnati, persone accigliate e pensose dibattono persino di questo. Egoismi? No, masochismo! Lui rifugge da queste logiche. La sua opinione è chiara. «Chi mangia da solo, morirà da solo.» Proverbi dei vecchi? Lui si sente stagionato, vorrebbe dire classico. Del resto, la legge del contrappasso è già in atto. Stare volutamente lontano, in tarda vecchiaia, sarà doloroso, impossibile. E, ahimè, tardivo!

L’avvocato, a suo modo, è un gaudente. Ma cum grano salis. Si sente sempre in cattedra. Questi problemi li ha affrontati finora solo professionalmente. Gli è sempre andata bene. Mai avrebbe pensato di vedersi ingessato. Dover guardare il mondo da sotto il tavolo è diverso. Ora è triste, si vede scivolato sotto il tavolo. Stenta a mettersi in piedi. Ci vorranno mesi. Tanti cercano di aiutarlo. Molta tecnica, molta professionalità. Pietas? Appena appena. E’ anche lui un numero, un’etichetta sulla cartella clinica. Paziente? Macché, diciamolo pure! E’ un cliente. Stesso numero per urine, elettrocardiogramma, glicemia. «Ha la tessera sanitaria?» «Eccola.» E’ soddisfatto, ha fatto qualcosa, ha collaborato alla sua guarigione. Le sue generalità? Un codice. Che ci succede, gente? Stiamo diventando semplici targhette? Basta non pensarci. No, lui ci pensa. C’è un aspetto esistenziale, umano, etico, sociale nei comportamenti. Ci sono cause o lasciano effetti. E’ sempre stato un socratico. Solo che le sue risposte sono spesso altre domande. Incespica, si perde.

Sorride, l’infermiera dai capelli rossi. Sarà l’ultima volta, poi solo routine. Non ha voglia di scherzi, di battutine. Se ci sarà da fare dello spirito, sarà lei a farlo. Caso mai. Mettiamo ordine. «E allora come andiamo, oggi?» Non attende la risposta. «E’ andato di corpo, oggi?» Oggi è appena cominciato. Ci pensa un poco, fa il conto. Non interessa più. Fa una crocetta sul no. «Che bella cera che c’hai?» Siamo già in confidenza. Aggiusta la flebo. Apre una valvola, aumenta il numero di gocce che stillano frettolose dal flacone. Finisce di compilare la cartella con altre domandine cui aveva già ampiamente risposto ad una collega che raccoglieva l’anamnesi. Si è mosso. Il liquido esce. Suona. «Che c’è?» «Mi si gonfia il braccio.» E’ una professionale, reca il distintivo. «Per forza. Non vede che esce a caduta libera?» Sì, vede. Che ci può fare? Può dire che è stata quell’altra. Questa stringe il regolatore. Cambia ago. Cambia vena. Altra puntura. Tutto automatico. Manco lo vede. «Stia fermo, stringa il pugno» gli raccomanda. Ha un forte prurito alla gamba ingessata. Ma, per carità! «Non si muova!» E chi si muove? Ha bisogno di riposare. Finge di riposare, chiude gli occhi. Passa ancora la rossa con i termometri. Lo appoggia sul comodino. Tocca la flebo, aumenta le gocce. «C’hai messo la mano, eh?» Poi vede che non è possibile.

«Ad libitum?» Pensa il paziente, ma non spreme niente dalle sue meningi, non trova una spiegazione. Ognuno fa quel che vuole?

Ha tre figlie: Serena, Cristina, Magda. Chi verrà per prima a visitarlo? Non c’è dubbio: sarà la moglie. Invece arriva il genero, il marito di Serena. Lo guarda sorpreso. Doveva essere in negozio. Vende scarpe da donna. Molto care, ma eleganti.

«Non ti agitare. C’è un problema. Veronica è inciampata scendendo le scale. Non è niente, ma le stanno facendo una lastra. Serena è con sua madre.» «Dimmi tutto.» Il principe del foro sente salire calore alla testa. «.Niente. E’ tutto. Fra poco verrà qua. E’ solo una precauzione.» «Le disgrazie non vengono mai sole.» Banalità antica come il mondo. Chi la pronuncia pensa di esserne l’inventore, il prototipo.

Serena è l’unica sposata. Il fatto avvenne quando questo si usava. Cristina è separata. Il fatto risale a quando questo si usava. Magda convive. Così si usa. L’avvocato Giandomenico P. stenta a capire.

«Papi, tu non capisci.» «Non capisco, appunto. Mi vuoi spiegare, cara. Così capisco.» «Tanto finirà male. Vedi niente intorno?» «Che c’è da vedere?» «Ognuno finisce solo. Tanto vale predisporsi.» «Tu hai paura.» «Temo di non farcela, così non ci provo nemmeno.» «Butti la vita. Lo sai?»

L’avvocato Giandomenico P. ha provato un’arringa per demolire l’assioma che considera un’idiozia. «Siccome moriremo, tanto vale predisporsi?» «Perché no?» ribatte Magda. Che ci succede, gente? «Dobbiamo fermarci e fare il punto.» Reminiscenze degli anni belli da boy-scout. Sperduti in un bosco alla caccia del tesoro, ma con bussola, cartina, guida. Soprattutto con un obiettivo.

C’è un momento di quiete in corsia. Silenzio. E’ quella mezz’ora che desideri, quanto dura il giro di visita dei medici di turno. Fuori i familiari e gli amici. Passi felpati intorno. Solo la voce stridula di una caposala che parla forte, dà ordini, consigli, ammonimenti. Annuncia i comportamenti stabiliti dal direttore sanitario. Sono tanti gli accorgimenti che il paziente deve conoscere, scoprire, capire. Alzarsi, camminare il giorno postoperatorio, attenzione al catetere, al drenaggio. Si è lavato oggi? No. Posso alzarmi? Deve. Grazie. Uno crede di essere guarito. Mica vero. Deve imparare a convivere con la temporanea infermità, scoprendo cosa riesce a fare e cosa no. Da solo.

L’avvocato Giandomenico P. suona. Ha bisogno della padella. Urgente. Lo stimolo è venuto improvviso e non può muoversi per frenarlo, bloccarlo, guidarlo. Fra poco sarà in un lago di cacca.

«Ha suonato?» «La padella, per cortesia.» «Un momento.» «Mi occorre ora.» «Non si preoccupi, la cambiamo noi.» Il fatto è che non si vuole vedere, non vuole che altri lo vedano immerso nelle sue feci. Preoccupazioni assurde. L’infermità concede questo e altro.

Arriva un’ausiliaria. «Non c’è mica lei solo, sa.» «Capisco, ma me la sto facendo sotto.» «E allora?» Ha l’addome in subbuglio. Si libera. E’ la prima volta che è ricoverato, dopo l’appendicite infantile. Che succede, gente? «Sono davvero a pezzi.»

E’ un pomeriggio di fine febbraio. Un garbuglio di nuvole in cielo, un filino di tiepido sole elargito per un’ora, due. Gente che si muove, brusio che sale dalla strada. Guarda fuori. Vede un angolo di piazzetta. La conosce bene. Da ragazzo, quando marinava la scuola, passava il tempo a lanciare sassolini nella fontana, a guardare le gambe delle signore con le sporte di verdura e un baccalà, sedute tranquille sulla panchina di fronte. Non c’è più gente in piazza. Solo macchine parcheggiate. La gente si sfiora di lato. Il marciapiede è stretto. Uno va e uno viene. Un grassoccio deve mettere un piede sulla carreggiata. A rischio. Alza lo sguardo e penetra negli uffici del primo e del secondo piano. A suo livello vede gente incollata al video di computer verdi. Estatica, non muove la testa, sposta il mouse, sposta capitali. E’ una banca. Persone ingessate, anche loro, sorriso incollato, da esporre a cliente presente. A seconda. «Un momento! Ma quello lo conosco.» Vede un imprenditore cui la banca stendeva tappeti di Bukara per averlo tra i propri clienti. Occhio da avvocato! Sta di fronte ad un funzionario che tiene le mani sul mento. Distratto. Può permetterselo. L’imprenditore è curvo. Chiarissimo. Là ci vorrebbe la sua presenza. Senz’altro è un caso. La banca gli chiude i fidi. Lui è in difficoltà. «Però!» Non pensava che un’impresa affermata come quella fosse in sofferenza. Come lo scopre? Ecco! Si alzano. L’imprenditore tende la mano. Il bancario raccoglie e smazzetta le carte che ha di fronte. Suppone gli dica: «Prego!». Vede il braccio alzato che indica la porta. Non lo vedrà in strada, ma lo immagina solo. Avrà contro i dipendenti, la famiglia, gli amici. Avrà sbagliato qualcosa o forse no. Sarà solo. Solitudine diversa.

Di fianco alle finestre della banca ce n’è un’altra. E’ un’altra banca. In un certo senso. E’ lo studio di una chiromante. Fa fatica a tenere a lungo la testa girata, ma si sforza. E’ una processione di casalinghe, ragazzotte, pensionati. Che cosa andranno a chiedere? Non otterranno niente. Lo sanno. «Ma chi ha guai si attacca anche ai ferri da barba.» Lo diceva sua nonna. Se lo ricorda. Che altro fa un poveraccio che s’attacca ad un’altra disperata, scaltra? Si ferisce da solo. Lo sa. Che cosa avrà chiesto la donna anziana che si è fatta leggere la mano lasciando un pugnetto di monete contate una per una? Forse notizie su un lavoro probabile per il marito disoccupato? O informazioni su una sciatica? E la ragazza robusta? Se troverà l’amore? E il pensionato? Contrariamente alle consolidate convinzioni, la maggioranza dei pensionati sta bene. Hanno casa propria e pensione. Sono scapoli o vedovi o divorziati. Hanno un conticino in banca. Cercano lo svago. La chiromante le sa queste cose, li lusinga e li depreda. Per il pensionato ha maggiori attenzioni, molti sorrisi. Gli promette esattamente quello che l’anziano si aspetta. Ingenuamente, chiacchierando, l'ha già suggerito alla maga. «Troverai l’amore, si vede dalla linea del cuore.» Il vecchietto si scruta la mano. «Guarda» pensa, «era già tutto scritto qui.» Troverà l’imbrogliona di turno. Troverà, troverà. Poi andranno dall’avvocato. La chiromante non servirà più. Parla per esperienza professionale.

Entrano i medici. «Come andiamo?» Sembra un discorso tra soci. Notizie tranquillizzanti per la colonna vertebrale. «Quaranta giorni di gesso e poi rieducazione degli arti» «In che senso?» «Le sarà spiegato tutto all’atto di dimissione.»

E’ l’ora delle visite. Una folla. Arriva anche Veronica con un piede slogato, fasciato. Ci sono solo i suoi dolori. Le figlie la consolano.

La dottoressa Carboni è la sua segretaria personale. Ondeggia sui tacchi, gli legge appunti spostando il ciuffo, ammicca, sfoglia. Si sente rivalutata. Parla ma non si spiega molto. La privacy! Lui non capisce. Si fida e firma.

Un paziente disteso ha frequente bisogno di fare aria. Si dice così. Ma non è una buona aria, è puzza. Si trattiene all’inverosimile. Non se ne vanno. Si agita, suda. Nessuno capisce, nessuno se ne va. Suona. Viene l’infermiera. Vuole controllare sotto le lenzuola. Fa uscire tutti. Ne approfitta. Si libera il ventre gonfio. «Ah!» Torna l’infermiera con un telo pulito e gli fa un’iniezione. «E’ per tenerti tranquillo.» Gli sorride. E pensare che lui voleva solo scoreggiare. Deve organizzarsi. In quel bailamme di affetti deve scoprire come convivere con i suoi dolori che nessuno gli può togliere o accorciare. In apparenza sono lì per lui, ma ognuno, segretamente, segue il filo dei suoi guai. Come ai funerali.

Scende la sera. Si farà imboccare da Serena. Minestrina da ospedale e purè di patate. Mela cotta. Acqua non gasata. Il letto su ruote è stato sospinto al centro della stanzetta. Tirano giù le tapparelle. Sembrano ciglia giganti che chiudono fuori il mondo. Si appresta al riposo. Se riposo sarà. Ci sono tre pillole e due iniezioni. Ok! Attende la notte con il pappagallo tra le cosce. In quelle condizioni gli viene faticoso persino pensare. Simili pensieri gli vengono pure in pretura, nelle pause, in tribunale, ai congressi in abbigliamento togato o, per lo meno, appropriato. Nelle condizioni contingenti quasi si vergogna di pensare alle medesime cose.

Se vedesse i giornali saprebbe esattamente in quale disastro autostradale si è trovato. Non saprebbe spiegare perché lui sì e l’occupante dell’auto che lo precedeva no. Certi argomenti sembrano prendere peso non già per la loro sostanza, ma in base alle circostanze.

Spengono le luci, solo piccole lampade notturne occhieggiano. Da qualche parte un paziente si lamenta senza riguardo. Una voce femminile grida, anche se cerca di tenere bassi i toni. «Aldo, perché tutto questo chiasso?» «Sto male.» «Cosa vuoi che sia.» Aldo continua. Aldo sarà solo questa notte. Dalla stanzetta a fianco giunge un russare tremendo, sembra che qualcuno non trovi fiato. L’avvocato Giandomenico P. non riposerà questa notte. Starà solo con i suoi pensieri. Potrebbe essere altrimenti? «No, credo di no.» E poi è anche un bene stare soli, qualche volta. Eppure una discriminante c’è. Un crinale c’è. Uno spiovente che divide e stabilisce la differenza. C’è la solitudine cercata, che fa bene. Quella dell’asceta, del filosofo, dell’artista. C’è quella imposta o subita, sgradita, abominevole. Riguarda colui che se ne va, navigatore solitario, nel vasto gorgo del mondo. Sconosciuto nei condomini affollati, nei tram, in passeggiata.

Egli osserva i volti che appaiono nei servizi tv. Riprendono la gente che cammina sui marciapiedi. Addossati, per l’effetto televisivo. Nessuno parla, nessuno sorride, nessuno gira la testa. Tutti guardano avanti, spaesati. C’è del malessere dentro.

Magda gli ha detto che non c’è nessun posto verso cui andare. Non capisce. Un’altra risposta ci deve essere. Bisogna che ci sia. «Cosa ci succede?» Grida l’interrogativo, perché non gli dà requie. E perché l’immobilità gli dà fastidio. Viene l’infermiera di notte. La vede avanzare con il faro di luce della pila rivolto verso il pavimento. «Che cosa succede?» gli chiede. Già! «Niente, niente.»

Nelle fasi intermittenti di silenzio assoluto sente qualcosa. Lo stillicidio di un rubinetto dei bagni. Vorrebbe chiamare l’infermiera e farglielo chiudere, ma teme di disturbare troppo, spera che anche lei lo senta. Non è possibile che nessuno senta. Gli fa scoppiare la testa, quello stillicidio d’acqua, peggiore dello stillicidio di pensieri molesti, stuzzicanti, inevasi. Suona. «Che c’è?» «Non sente questo fracasso?» «Quale fracasso?» «L’acqua del rubinetto.» «E’ rotto da due settimane.» «E allora?» «Non posso farci niente.» Rassegnazione, fatalismo. Se ne lava le mani. «Sono affar suo, ma fino ad un certo punto.» Capisce questo, e rimane sbalordito. «Non ultra crepidam.» Non oltre le sue competenze. Così, il pittore Apelle, migliaia di anni fa. Fermiamoci un attimo, facciamo il punto. «Che cosa ci succede, gente?»

 

STORIE CINESI


Sta leggendo un autore cinese. Moderno. Si chiama Mo Yan. Parla del tempo imperiale, inizio ‘900, di quando la passione preferita dei potenti era di studiare il modo migliore, scientifico, di torturare, di suppliziare i dissidenti infliggendo il massimo dolore possibile, in un tempo prefissato. Tecnica millenaria, gelosamente tramandata, fissata da leggi inflessibili, da codici custoditi. Divertiva e informava la plebe, che partecipava al rito con mormorii d’ipocrita pietà, mista al deviato piacere di assistere alla sofferenza di un coraggioso, spesso un eroe popolare o un funzionario finito in disgrazia.

«Colpirne uno, educarne cento.» Così avverte la folla, il prefetto imperiale del Ministero delle Punizioni. Si dice ancora. Il candore con cui si narrano le vicende è sconcertante. Amedeo pensa che l’ultima rivoluzione abbia mischiato le carte, che qualcosa di nuovo abbia portato, o porterà, se non altro a posteriori, dopo la sua definitiva sepoltura. Ha scosso il peraro, la rivoluzione. E molti che avevano sempre guardato, hanno potuto finalmente raccogliere da terra il primo frutto libero della loro vita. Senza che nessuno tagliasse loro la mano. Non rubavano niente. Ce n’era per tutti. Sembra che le autorità imperiali vivessero, si nutrissero delle sofferenze degli umili, colpevoli di ribellarsi per le ignobili, disumane condizioni di vita, di difendersi, di tentare di salvarsi dalle angherie cui erano sottoposti. Ha letto la storia del supplizio con il legno di sandalo. L’ha colpito il crudele piacere del condannato, nel sapere che le sue sofferenze erano classificate di livello eccellente, erano riservate solo ai grandi eroi popolari. Parimenti il boia era soddisfatto per la maestria della sua opera, del suo modo onorevole di guadagnarsi il pane.

Ancora oggi, mutatis mutandi, ogni vivente s’industria a cercare il suo indispensabile nutrimento. Spesso in modo crudele. Cerca un altro essere vivente impegnato nella sua stessa fatica, ignaro o, in ogni modo, non consenziente, di inferiori dimensioni o con mediocri capacità di difesa. Perché qualcuno oggi viva, qualcuno oggi dovrà morire. Vegetale o animale che sia, a chi tocca, soffre. In natura la regola è ferrea, valica anche la sfera biologica, tocca pure aspetti etici, sociali.

Ci sono bancarelle nuove al mercato del suo paese. Cinesi. «Da dove venite?» Lo guardano. «Ti serve qualche cosa?» Espongono tutto per l’abbigliamento, dalle scarpe, alle mutande, al berretto CE, China Export. Lo studiano. E’ curioso. «Sono prevenuto nei vostri confronti. Vorrei conoscervi.» Non li vede mai mangiare, mai bere, mai soffrire, mai morire. «Vi temo.» Come si teme tutto quello che non si conosce. L’ignoto.

«Chi siete?» Chi siete che fingete di sorridere? Siete i discendenti dei mandarini o dei suppliziati con i tremilatrecentocinquantasette tagli? Procedura di prima classe! Duemilaottocentonovantasei tagli? Procedura di seconda classe!

Questa bancarella vende scarpe a prezzi convenienti. Stracciati! Parola che deriva da stracci. Da buttare. Ne acquista un paio da marciatore domenicale. Si sfasceranno alla prima pioggia. S’insinua, s’incunea nella loro naturale diffidenza. Cerca una scusa per parlare.

«Da dove venite?» Non gli danno retta. Vede un sorrisino beffardo. L’hanno già studiato, classificato e ripudiato. Sembrano dire: non vedi da dove veniamo? Capisce. Intendeva: da quale regione, da quale città? Non cambiava niente. Qualunque provincia andava bene. Era un modo per attaccare discorso. A loro non importa. Sanno da dove vengono. Non sanno ancora in che mondo sono capitati. La diffidenza resterà. Lo devono aver preso per un curioso o peggio per un intervistatore. Scorge una piega sprezzante della bocca. In ogni caso ha fallito l’approccio. «Volevo solo capire di più, conoscervi.» Gli dispiace. Ma questo lo pensa, non è riuscito a comunicarlo.

Tuttavia non ha perduto la giornata, gli sono sorte altre riflessioni.

Amedeo Boschini è stato sindacalista cisl. Uomo di grandi ideali, ma di moderati slanci, di seconda linea, uomo di fureria. Ha sempre applaudito e appoggiato quello che i suoi compagni ardivano e le vittorie sindacali conseguite. Le considerava anche sue, perché aveva alzato la mano. Il suo atteggiamento era comune a tanti. Gli permetteva di essere rivoluzionario, ma non troppo. Si esponeva, ma dopo. Sportivamente parlando era juventino. Lo erano tutti. E’ bello stare con i vincenti. E’ una persona comune. Buono a fare massa. La domenica pomeriggio snobba lo stadio, preferisce le partite a magrasso al circolo anziani. Da quando è andato in pensione medita, rilegge i piani, i progetti congressuali, le statistiche, le dediche sulle foto. Ha una stanza adibita a ufficio. Rimesta le carte che ha nel cassetto, grafici e percentuali di qualcosa. Le ricerche e gli studi che facevano erano seri, ponderati, le domande erano meditate e le statistiche erano vere. Si era allenato a congetturare, a pensare. Gli è rimasto il vizio. E’ questo il miglior premio che ha riscosso dalla militanza sindacale. Coltiva la voglia di pensare, senza mettersi in discussione, in votazione. Non guarda più la televisione, pilucca un giornale ogni tanto. Si è accorto di essere sfacciatamente corteggiato.

«Il giornale non mi vuole bene, non m’informa, mi vuole usare.» Questo lo dice in casa. Anche lì, come utente è corteggiato, per telefono. Messaggio registrato, offerta lampo per impedirti di connettere, di pensare, devi gustare subito l’esca, la lusinga, la proposta conveniente.

«Sono Fabiana, sono della compagnia telefoni e risparmi. La conosce? Ebbene…» A questo punto ha già abbassato il ricevitore. Si sente assediato. Gli offrono olio, vino, viaggi, biglietti omaggio con trucco, gli chiedono che grappa beve. Deve dire sì oppure no. Ebete! Così si sente trattato.

Gli capita sempre più di sentire la nostalgia dei rapporti sociali antichi, dei volti e degli sguardi di gente che è passata cui sa ancora dare una voce e un nome, di gusti e di sapori perduti. Non teme più giudizi e pregiudizi, naviga su altra quota. Non si urta, non cozza contro nient’altro, perché, anche se succede, non gli importa.

Ricorda, e non si spiega perché!, la polenta abbrustolita e i fichi secchi arrostiti sulla piastra rovente. «Che schifo!» sente dire dai nipoti. A lui no. Gli ricordano i primi lussi domenicali, dopo una settimana di riso e latte, verze crude o lesse, insalate e tanto aceto.

«Fate le labbra rosa» dicevano le nonne. Le sorelle intingevano a lungo nell’aceto contadino.

«Non lamentatevi. Pensate ai bambini moretti, che sono senza.» I vecchi li hanno cresciuti pascendoli con quel poco che avevano e sapevano, con molte filastrocche, tanti proverbi. Adesso sulla griglia mette qualcos’altro, ma si ricorda di quando credevano di stare male, ed era così, invece avevano intrapreso una buona strada. Ora gli sembra di vivere su un tapis roulant che corre più forte del suo passo. Dovrebbe agevolarlo e invece lo impaccia, lo ostacolo, lo angoscia.

Ha nostalgia del sapore della terra novella che scoppiava alla prima pioggia gonfia d’aprile. Ha ricordi belli. Fumava, la terra. La sentiva nel naso, in gola, negli occhi, apriva gli orecchi. Cambiava il tempo, cambiava la pressione dell’aria. Era un’aria carica di promesse, di sazietà. Avevano una stradina in terra battuta, un chilometro e più da percorrere a piedi più volte il giorno. Scuola, fontana, prestito del sale, giochi, visita a una covata di gattini neri con macchiolina bianca in fronte. Era dritta, la poteva percorrere ad occhi chiusi. Dall’odore sapevi dov’eri. C’era l’odore dei funghi pioppini, allora sapevi che eri presso la famiglia degli A. C’era lo schiamazzo dei cani, ne avevano di continuo cucciolate nuove. Allora sapevi che eri dai P. C’era la puzza della pollina, allora sapevi che eri davanti ai pollai dei B. Non potevi sbagliarti. Tutto era chiaro, nitido, semplice, familiare. Ora sono saltati i riferimenti.

Gira l’angolo, incoccia qualcuno che gli vuole affibbiare con poca spesa un tappeto. O un orologio. Sembra gratis, sembra funzioni. «Perché è lei.» Un sussurro da carbonaro, sotto voce, mano che mischia nell’aria, occhi furtivi. Il poveraccio è un gaglioffo, eppure quasi supplica. E non è cinese. E’ la roba ad essere cinese. In quel momento vorrebbe essere un altro. Guarda l’imbonitore e capisce che anche lui ha bisogno. Tentenna. L’altro prende animo, ci spera. Amedeo tenta di mettergli in mano una moneta. La rifiuta. Anche lui ha una dignità. E’ difficile oggi uscire e sapere già cosa farai.

Non è del tutto vero che non s’informa. Legge i notiziari di televideo. Notizie flash, senza commento. Mezz’ora serale di internet. Pilucca qua e là, furtivo. Trova quel che cerca. Compila modelli 730 per l’ufficio. Collabora tuttora con il sindacato. Frequenta la biblioteca, legge.

Pensa alla famiglia cinese che ha tentato di conoscere. Riflette. «Se mi hanno considerato un curioso, hanno avuto ragione. Anche se non era la curiosità di un perditempo. Se mi hanno considerato un giornalista, hanno esagerato.

Amedeo è anche un po’ bugiardo, lo ammette. Scappando da un televideo ad un altro, a volte incappa in qualche canale dove si accalora il dibattito culturale o politico o sportivo del momento. Fanno sul serio. Sosta pochi secondi. I personaggi sono sempre gli stessi. Parlano con supponenza, con la superbia di chi sa di sapere. Usano francesismi, inglesismi, concetti astratti, filosofici, eppure stanno parlando di treni, di scioperi, di caro vita, di scandali bancari, di scuola, di droga, di politica.

A loro non interessa farsi intendere, interessa umiliare il collega, che presumibilmente è di altro avviso, pensando così di accattivarsi le simpatie degli incauti guardatori del programma. Sanno arrotare bene i congiuntivi e fanno le pause giuste. Duellano tra loro, si esibiscono, pensano che i lontani auditori debbano schierarsi, non già in virtù della propria vetrina bene allestita, ma perché hanno sufficientemente sporcato e reso inguardabile quella dell’antagonista.

«Ti fanno sentire scadente e non te ne fai una ragione.» Una volta, Amedeo non parlava così. Ma non aveva neppure gli anni che ha. «Scrivono sui migliori giornali, pubblicano i migliori libri. Non gli basta?» Hanno bisogno di umiliarti, invece di informarti. Hanno proprio bisogno di me, di un pubblico, per manifestarsi? Cercano fan. Amedeo immagina gli affezionati delle partite di tennis. Girano continuamente la testa da destra a sinistra, poi tornano da capo. Il telespettatore fa lo stesso.

Gli capita di riflettere da solo, in libertà serale, nella penombra. Spegni il televisore. Se non sei solo ti alzi e vai sul pianerottolo. Ascolti, ti informi. «Cosa fanno i miei vicini?» Stranieri de casada! Polli garantiti, ignavi e soddisfatti? Oppure colleghi inquieti? Si fa silenzio nel condominio. Anche altrove è spenta la tv. Che l’abbiano bassa bassa? Sente romanze d’opera, radio sotto fondo. Sente voci confuse di conversazioni tranquille. Qualcuno fa la doccia. È rientrato tardi, un camionista. Una ragazzina ride che è un piacere ascoltarla. E’ stata interrogata sul Foscolo, racconta. Le è andata bene. Per un po’ starà tranquilla. Poi cambia tono, bisbiglia alla madre. Che cosa le dirà? Ecco una bella curiosità. Tra le proprie mura tutte le persone tornano per bene. Nessuno le studia, le calcola, le manipola, le arruola, le rivendica.

Parlo ai miei elettori! Parlo ai miei tifosi! Parlo ai miei iscritti! Parlo ai miei confratelli! Parlo ai miei lettori! Arruolano! Anzi mettono sull’attenti coloro che già considerano truppe allineate e coperte. Capi autentici o improvvisati parlano così. Ordinano.

«Non sono vostro.» Sono forse cibo da divorare? Mi avete misurato il pane! Non misuratemi il pensiero. Lasciatemi in pace. «Un giorno, se avrò voglia, vedrò io chi è di me.» Ce l’ha per conto suo una squadra, un’idea, una fede, un’ambizione, un sogno di vita, un gioco o un cantante preferito. Senza bisogno di essere forzatamente ingozzato. Non le svende le sue solide credenze. Ahi! Ma da soli non si va da nessuna parte. Il suo vecchio capo glielo ripeteva fino alla noia. Così sembrava. Da quando è in pensione vuole scrutare, capire, riflettere da solo, non in gruppo, agire in prima persona. Il furiere è diventato ufficiale di sé stesso.

«Non fatevi venire appetiti su di me.»

Amedeo va per conto suo. Ha maturato la capacità di astrarsi. Ha trascorso una vita a sentire conferenze sulla solidarietà di categoria. Da due anni si dedica ad alcune iniziative di volontariato. Gli costano sacrificio. Le ha scelte e le gode. Testa bassa, in silenzio, si offre. Non guarda a chi, né a cosa gliene viene. Perché è niente. Nel suo piccolo è un grande rivoluzionario. Altri, anonimi, combattono al suo fianco. Hanno capovolto i termini. Vuole dimostrare che si può invertire l’assioma. Ogni vivente si nutre di un altro? Attenzione! Può succedere anche che un uomo possa dare qualcosa ad un altro senza che gli sia chiesto e senza venire diminuito nella sua persona, nella sua umanità, nella sua dignità. Senza calcoli, senza lodi, senza attese.

E’ sabato sera. E’ di turno questa notte. C’è un malato terminale che segue da tre settimane in ospedale. Si dà il cambio con un altro pazzo come lui, e i familiari. I figli del paziente sono ragazzi giovani, devono lavorare, fanno i turni, non possono pagare una badante, hanno trovato due volontari. Si conoscono? Mai visti! Tra vita e morte, che si cercano, s’intrecciano, s’inseguono e si respingono sembra non esserci spazio alcuno. Invece uno spazio c’è. Se un uomo si alza al mattino disposto a donare qualcosa ad un altro e a dimenticare, allora non è morta la speranza di cambiare le grandi cose, cominciando intanto dalle piccole cose.

LA PIUGA

 

Della Piuga ricorda soprattutto i giorni, meno il luogo. Ora poi, che è quasi scomparsa, chi si accorge del poco che è rimasto? I giorni invece restano. Ilario V. è ritornato in paese da Torino. Vi si era trasferito con la famiglia a metà degli anni ’50. Ha passato una vita a Mirafiori a girare bulloni. E’ in pensione da qualche anno, vorrebbe stabilirsi qua, al paese, ma sarà difficile. Per tanti motivi sarà difficile. Ha cercato l’osteria dove trascorrevano le serate a giocare a briscola consumando cinque caramelle a girone. L’oste era bonario e paziente. Ogni tanto chiedeva ai ragazzi. «Avete ordinato qualcosa?» «No, no» s’affrettavano a rispondere. Soldi in tasca non ne ballavano. Romano tornava al banco e aspettava. Chi perdeva il girone pagava anche quelle dell’avversario. C’è una pizzeria adesso, da asporto. Scritte di nuova gestione si susseguono. Non è luogo da pizza, questo, ma di vin brulé. Aprono sabato e domenica, neanche sempre. Si sente dire che apriranno presto un negozio di abbigliamento. Nessuno va più in osteria. Manca la gente da osteria. I ragazzi di adesso vanno al bar, consumano in piedi, oppure su uno sgabello che non si sa a cosa serva, alto com’è, si guardano, succhiano piano, escono. Ha incontrato molti amici, molti compagni di giochi, rivali in amore, vincitori di corse con due grandi grappoli d’uva moscata per coppa. Ora sono là, nell’unico luogo dove possono essere in così tanti a quell’età. Ci è passato, ne ha salutati quanti ha potuto, poi è suonata la sirena serale di chiusura. Bisogna affrettarsi, non è simpatico restare chiusi dentro con tutti quei lumini. Sono accesi anche di giorno, ma non li noti. Di sera invece fanno una certa impressione. Si affretta, esce e si avvia sul solito viale di cipressi che introducono al camposanto del paese. Sono lì da un secolo e forse più. Non c’è nessuno cui chiedere quanti anni hanno. Ha provato ad informarsi. Ha chiesto ad un vigile anziano. Gli ha risposto che lui li ha visti sempre là. Lo stesso lo può dire anche lui.

Qualche coetaneo vispo c’è ancora. Ma i discorsi cadono sui dolori. Quando hai passato i settanta da un bel po’ ne hai da raccontare. E fossero solo dolori di pancia. Sono anche dolori di affetti, di sentimenti, di parentele disciolte, di strascichi senza fine.

«Mi ricordo.» «Ti ricordi?» Parole che tornano e condiscono ogni discorso. Il soffrire insieme sembra metà. Si guarda intorno. L’inutile piazza è la stessa, il bel campanile sempre lo stesso. Si muove a piedi, cerca la Piuga. Sa dov’era. Ne conosce la direzione, ma è tutto cambiato. Case e ringhiere, orti e giardinetti, tombini. Finalmente trova una signora anziana. Si riconoscono. «Come stai?» «Tiriamo avanti». Risposta universale di chi non ha più niente da dire o da fare. Gli basta sopravvivere e tirare avanti così, vada come vada.

«Dov’è andata la Piuga? Era qui una volta.» Ha imboccato via E. Mattei. Una volta era tutta campagna. Ora è un borgo. E’ là sotto. «Sì, hanno messo dei tombini per via delle fognature.» «Capisco.» «Però, avanti, c’è ancora qualcosa della fossa.» Allunga il collo, finge di capire. «E la Marilena come sta? E’ tanto che non vi vedevo tornare qua.» «Ah, non c’è più!» «Oh, mi dispiace!» Si salutano, si abbracciano. Una volta si era abituati a concludere dicendo: saluta anche… Ora devi stare attento, perché i vecchi spesso sono soli. Molte fronde sono cadute per via. Non è gentile, anzi diventa crudele informarsi calorosamente di qualcuno che non c’è più.

Ecco un motivo per non ritornare al paese. Coetanei da incontrare non ce ne sono più. Con chi ti metti a parlare, a scherzare, a ricordare? Un altro motivo è dato dai luoghi. I luoghi conosciuti nell’infanzia e nella prima giovinezza sono stati travisati, trasformati. Certamente in meglio, ma sono stranieri. La parlata non è più quella. Solo la cadenza è rimasta. Nel campo dov’era la sua casupola ora c’è una lottizzazione. Era tornato a prendere una boccata d’aria e ha trovato la periferia di una città. «Allora torno Torino, è meglio.»

Sono tre mesi che non piove. Così sente dire. E’ primavera avanzata, fuori si sta bene. Si avvia in direzione della Piuga. Era stata, questa, un grande fossato. Veniva chiamata al femminile, come altre fosse pescose e ricche d’acqua. I fondali erano poco profondi, fangosi, ma li potevi attraversare senza spogliarti. Erano chiamati al femminile perché fossati madre, offrivano acqua sempre, a tutte le creature. Con le siccità estive e autunnali attingevi per le vigne assetate e gli orti, i filari di verze appena piantate. Se affondavi le mani a palpo pescavi le tinche. I rospi gracidavano sulle foglie tonde delle ninfee, gonfi e tracotanti. I ragazzi li gonfiavano anche di più soffiandoli con una paglia per di dietro. Volevano inabissarsi e non ci riuscivano, galleggiavano come palloncini. Erano molto larghe, con fitta boscaglia, ottimi nascondigli quando scappavi in fuga, dopo aver visitato un frutteto d’altri. Erano covo di molti animali che altrove non trovavi. Sui rami di salice le raganelle ti guardavano intontite dal nuovo sole. Potevi prenderle in mano, solo allora facevano un tuffo. Dalle rive salivano in fila le novelle tartarughine, stavano ferme nel palmo aperto; andavano a sostare sulle foglie secche dell’anno prima, ad asciugarsi, a crogiolarsi. Quando una biscia d’acqua dolce attraversava a pelo si vedeva il capo emerso e lo zigzagare della coda. Poi spariva subito. Con gli anni l’hanno trasformata in fognatura a cielo aperto, poi ristretta, poi disalberata, poi abbandonata. Ora serve appena da confine. Ha perduto anche il nome. Una volta, tutto aveva un nome. Un incrocio, una curva, un fossato, una corte. L’ha percorsa tutta, per cercare il posto di tante avventure con tanti bravi compagni di giochi. Molte volte, ricordando i tempi dei suoi giorni belli, tra i campi, parla dei suoi compagni definendoli bravi. Perché mai? Non lo sa esattamente. Si erano voluti bene tutti, anche quando perdevano uno scontro di gioco. Erano indispensabili gli uni agli altri. Si cercavano e si aiutavano. Erano bravi. Perché mai? Questa è una bella parola. E loro meritavano solo belle parole.

Ilario riconosce la stagione, l’aria fresca gli riporta il lontano profumo dell’arzariva appena falciata. Era quell’erbetta nuova, gagliarda una volta sola, perché poi ricresceva sì, ma striminzita. Cresceva, verde abbagliante, tremula, piegata nello stesso verso. Sulle rive dei fossati non passavano le falciatrici, ma solo la falce a mano che rasentava i tronchi, le radici, qualche cippo di confine. Oggi non c’è profumo di erba nuova macerata, né di concime fresco sparso a forcate lente e ampie sui medicai. Il letame maturo è profumato. E’ un regalo per la terra che si appresta a rimestarsi, a ridestarsi, a esplodere. Non c’è profumo di campo oggi. Il vento viene dal mare e arriva fin qui odore di salso. Non c’è gente per i campi oggi, così s’incammina. Va alla ricerca di un cippo di pietra, posto a metà via, sulla riva destra.

«Ma guarda! C’è ancora.» E’ l’unico segnale antico rimasto, forse perché inamovibile. Vi si siede e guarda l’acqua che scivola lenta a rivoletti che scansano a fatica la fitta, grassa vegetazione palustre. A volte, quando abbassavano le barriere, diventava stagno. Quando l’acqua era poca, quando il naviglio era in secca e l’onda non ce la faceva a scavalcare, trattenevano quella rimasta.

Quante corse, quanti giochi su quelle rive. Deve cercare Luciano L., se è ancora vivo. Giocavano a bandiera. Correvano in due, di squadre opposte. Il primo doveva andare a recuperare un drappo sulla montagnola di Picin e riportarlo alla base. L’avversario doveva bloccarlo e privarlo del palio. Poi s’invertiva il ruolo. Vinceva chi recuperava più bandiere.

Un giorno, Ilario stava inseguendo Luciano, assai più piccolo, ma sgusciante e velocissimo. Ilario era allampanato, muoveva ad ampie falcate. Avrebbe potuto bloccarlo solo al ritorno. Dovevano attraversare la Piuga al cippo dei Patao. Luciano conosceva i luoghi, come tutti, ma l’acqua stagnante aveva impantanato più del solito il fondo. Era in precipitosa fuga. A metà guado fu bloccato, impossibilitato a sollevare un piede. Ilario si ricordò che stava per piombargli sopra, quando l’altro gridò: sbandi.

«Sbandi!» Parola magica. Significava tregua. Non occorreva il consenso dell’avversario. Era legge. Ilario si fermò con le mani che gli prudevano. «Te ciapo dopo.» Non lo aiutò, ma aspettò che si disincagliasse e ripartisse, poi poté, con le sue gambe lunghe, attraversare facile e riprendere l’inseguimento. Luciano ce la fece, rientrò alla base con il trofeo. «Eh, me la pagherai, moretto!» Venne l’inverno e la Piuga fu invasa da slittini chiodati o con una lama di ferro sotto. Si spingevano con bastoni che portavano un chiodo fissato in punta. Era un via vai senza sosta. Ci fu ancora una gara per tutta la lunghezza della Piuga. Bella corsa, bella gara! C’erano anche adulti che guardavano. Si confrontavano quattro slittini, due per parte. Veri bob. Sorpassi brucianti. Quella volta Ilario fu in testa da subito, anche perché si era dato un bello slancio con le sue lunghe gambe. Arrivato in vista del traguardo si ricordò. Vicino riva, la fanghiglia saliva e il ghiaccio era sottile, fragile. Inchiodò e si lasciò sorpassare da Luciano che già sghignazzava. Non rise a lungo perché andò a fondo. Il ghiaccio non resse al peso, si spezzò. «Niente sbandi» urlò Ilario per primo. Era preparato e vinse due fette di tortona. Andare moia non era una novità. I guai venivano in casa con i rimproveri per via della salute. Ma lì nessun estraneo vedeva. Chi non era andato a mollo almeno una volta non era neanche un uomo. E già a quell’età ci tenevamo ad essere gagliardi.

Gli si avvicina un estraneo. L’ha visto per tempo venirgli incontro. Sarebbe meglio dire contro. «Che fa lei qua?» Deserto intorno. Due persone che si fronteggiano. Per cosa poi? «E’ privato.» «Oh, mi scusi, non ci avevo pensato!» Gli spiega tutto sorridendo. Non interessa. «Che non si riprenda il via vai di una volta su questa riva.» Già! La Piuga era stata una strada ghiacciata d’inverno. Scivolando con le sgalmare abbreviavano per tornare da scuola. Le persone dei vicoli accorciavano quando portavano il latte alla cooperativa. Era un passaggio mai concesso, ma usato da molti. «Che non succeda più» gli viene intimato. Com’è cambiato quel piccolo mondo antico. Si sente ladro d’aria e di ricordi. Ecco un altro motivo di dispiacere.

Torna lentamente in paese e chiede dove sta Luciano L. Quale Luciano? Si spiega meglio. E’ un nome comune. Doveva dire il soprannome. Ce l’ha sulla punta della lingua, ma anche la testa a volte fa brutti scherzi.

Lo trova. Abita in via Brenta vecchia. E’ allettato. Vive in un recinto da bambini neonati. Il letto con le stanghe l’ha fornito l’asl. Luciano ha il morbo di Alzheimer, non ricorda più niente. Solo lampi, sprazzi, sorrisi rubati, fraintesi. E’ già altrove. Gli si stringe il cuore a sentire la moglie.

«Ma senti cosa mi tocca sentire!» Quello è Luciano? Oh, no!

«Provi lei a dirgli qualcosa. Chissà che si ricordi. E’ già arrivato alla sua infanzia, dopo non c’è più niente. Chiama i suoi fratelli morti, i suoi compagni di scuola.» Sospira.

«Luciano, come stai?» Poteva fare una domanda più sciocca? Luciano lo guarda e lo chiama. «Sei Sergio?» Chiama suo fratello, morto dieci anni fa. Dio mio che pena. Vorrebbe piangere. Luciano, che ti è successo? Allunga un braccio. Vorrebbe restituirgli tutte le vittorie, comprese le due fette di tortona per vederlo sorridere.

Luciano, Luciano, ti ricordi la Piuga? Lo guarda fisso inebetito. Fronte corrugata. Chissà cosa gli passa per la testa.

«Sbandi!» Urla Ilario. «Sono pazzo anch’io?» si chiede. Reminiscenze. Gioie perdute. Lampi infantili, di quelli che vivono per sempre nel cuore di un ragazzo cresciuto su pascoli verdi, alberi per capanna lungo rive pescose. Luciano stringe le spondine del letto con le mani, a tutta forza, e pronuncia forte la stessa parola dell’infanzia lontana.

«Sbandi!» Sì, lo ripete chiaro e forte. Sorride. Poi si annebbia, si rannicchia e guata.

Gli astanti si precipitano. «Ha capito?» Mistero.

Ilario raggomitola gli ultimi ricordi, le ultime immagini del paese, le serra nel suo cuore operaio, deluso e stanco. Guarda fuori il sole rosso che tramonta tra comignoli, come a Torino.

«Parto domani, signora.»

«Grazie per questo lampo di luce.» Chissà cosa ha visto! «E’ stato il primo quest’anno.» Era dal tempo della vendemmia dello scorso autunno che non dava un segnale sensato. Aveva sentito l’odore acre dei mosti della vicina cantina sociale e aveva nominato il torchio. Era il lavoro a lui riservato.

«Se può capire gli dica che è stato qui Ilario, quello del ghiaccio sulla Piuga.»

La donna si soffia il naso, gli fa cenno di sì.

Si volta per salutare. Luciano gli sorride. Una lacrima gli scivola sul cuscino.

«Signora.» Dio mio, mi ha riconosciuto, pensa.

«E’ un’allergia. Fa spesso così.»

Ilario si avvicina. Gli accarezza una mano sulla spondina. Dita magrissime, nodose, nervi d’acciaio. «Sono stato sulla Piuga.» L’altro inebetito gli sorride. «Mi hai fregato, quella volta, ti ricordi?» Luciano continua a sorridere silente. Occhi assenti, pascoli verdi, onde lunghe, grida sommerse, anni annegati in tempi così lontani che neppure sembrano esistiti.

Esce in strada, guarda il cielo. Nuvole arruffate. Pioverà.

Alla stazione stacca il biglietto. Andata Torino, seconda classe.

 

MADONNA DEL FIORETTO


Quell’anno andavo su per gli otto e ogni mattina passavo di qua per andare in terza. La guerra era finita da pochi mesi. Già, fu in quell’autunno che presi il mio primo cinque. Ne seguiranno altri. Ma quello me lo ricordo. Era un problema di spesa, guadagno e ricavo. Scrissi una più invece che una meno. Un segnetto qualsiasi e invece valeva il contrario. Mi diede una scossa, mi scaturì, quel cinque. Mi fece capire che arrivava per noi piccoli il momento delle prime scelte. Bisogna rifletterci su e poi intimarsele. Fino allora mi era andata sempre bene. Chiesi a Gino che abitava proprio là, di fronte al capitello, cosa fare.

«Cosa ne dici? Mi bocceranno?» «Speriamo di no, speriamo bene.» Notai che si era unito a me. Eravamo amici e non volevamo perderci per strada, perderci di banco. Fu un gran bel segnale di solidarietà in un momento difficile. Andare a scuola a piedi era niente se non ci fossero stati davanti sei chilometri. Fino a qualche mese prima, dovevi pure schivare le strade per via delle bombe. Sentirsi accomunato nella speranza, il giorno della tua prima sconfitta, fu un segnale forte. Grazie, Gino. Ovunque tu sia.

Fino allora credevo di essere bravo in tutto, perché i campi di prova erano stati soltanto i giochi. Invece scoprii che mi potevo sbagliare. Fu una scoperta fondamentale. Chissà quante volte m’era successo! Non me n’ero accorto, perché nessuno mi aveva detto: attento, sbagli! Era giunta l’ora del disincanto. La maestra, se voleva, poteva dirmelo anche in un altro modo, più delicato, ma non sarebbe stata la stessa cosa. Si sarà detta: è ora! o adesso o mai più. Da quel giorno mi misi all’erta. Grazie, maestra. Si chiamava Alda Frasson. Ovunque tu sia, grazie.

Passavo di qua, cara madonnina, e ti lasciavo un fiore. Mica un gran che, di quelli che raccattavo lungo le rive, ma valeva il pensiero. Non ero solo. Altre madri raccomandavano le stesse cose.

«Cammina dritto. Di’ un’avemaria, quando passi in via Villa davanti alla madonnina.»

Sono passati gli anni, è cambiato il secolo. Sei sempre qui. Ti rivedo volentieri. Mi sei venuta in mente e sono tornato per salutarti. «Ave.»

Quando presi l’insufficienza in aritmetica, mia madre mi diede due uova maculate, di tacchina, appena deposte, perché le portassi alla maestra Frasson. Voleva dirle grazie. «Grazie perché gli insegna a fare le cose giuste, a distinguere il vero dal falso.»

Dovevo ringraziare, non essere ringraziato. Questi erano i contadini di una volta. Per strada ne ruppi uno. La maestra gradì la rimanenza. Era stata sfollata e le uova contadine le conosceva appena. L’episodio le servì per porci un nuovo problema. Mia nonna borbottò che era per informare gli altri scolari e le loro madri. «Un bambino parte da casa con due uova da portare a scuola; se per strada ne rompe uno, quante uova porta alla maestra?»

«Uno» risposi sicuro. «Metà» mi corresse gelida. Imparai la lezione e, il giorno dopo, provvidi con l’altra metà. Bene o male avevo conosciuto una nuova dimensione.

Al capitello si andava come alla fontana. Era luogo d’incontro e di frontiera, era un crocevia. Sostavano le compagnie, prima di dividersi e prendere la propria via o avviarsi al proprio viottolo. Le compagnie erano sempre di coetanei. Se lo spazio era occupato da biciclette o da crocchi di persone adulte, i ragazzi giravano al largo, acceleravano. Non volevano far sapere che là sostavano anche loro. I crocchi non erano mai rumorosi, si parlava sottovoce, si complottava..

Negli anni delle elementari, al crocevia, si fermavano ragazzi della bassa, di ritorno dalle scorribande sulla montagnola, antico argine del fiume, luogo di scontri e di giochi fino a sera inoltrata. I perdenti, o vincenti, erano degli stessi quartieri. Davanti alla madonnina si fermavano a leccarsi le ferite, le escoriazioni, a togliersi reciprocamente le spine dai calcagni, a minacciare al vento, a rivendicare vittorie future. Ci si salutava stracchi e soddisfatti in ogni caso. Domani si sarebbe ricominciato da dove si era rimasti.

I giorni più belli furono quelli delle elementari. Nessuno ti sgridava più del necessario, avevi tempo libero a volontà, non eri abile ai lavori.

Sui dodici anni, cominciarono i guai. Le fila si assottigliarono. I giochi e le corse sulla montagnola divennero saltuari. Alcuni di noi furono aggiogati al tavolo del calzolaio o mandati a fare da garzone in qualche negozio. I viottoli zittirono un po' alla volta. Non rimaneva più nessuno a notarlo. Fu un gran peccato. Chi ci è passato, può ora raccontarlo.

Le classi quinte, miste, erano di almeno quaranta scolari. Di questi, solo quattro cinque poi continuavano gli studi, gli altri venivano scaraventati nei campi. Lavoretti leggeri, all’inizio. Reggere la cavezza delle mucche aggiogate ai carri per la raccolta del fieno essiccato, portare gli attrezzi, diradare barbabietole e granoturco. Finiva l’infanzia nel momento in cui si erano lusingati a cominciarla. Non l’avrebbero più ritrovata. Con Gino ci dividemmo. Dispiacque a entrambi. Avevamo diviso insieme le paure delle interrogazioni, le attese alla stazione del treno, l’acqua sottile da novembre ad aprile. Filtrava le nostre leggere mantelline riducendoci a brutti anatroccoli incollati ai manubri. Facevamo chilometri di bicicletta senza fiatare, vicini, ma era freddo lo stesso. Scegliemmo scuole diverse. Paesi diversi in cui abitare. Ci siamo rivisti da lontano a qualche funerale con altri pensieri. Ci siamo salutati con un cenno. Chi l’avrebbe mai detto? Ma io so perché.

Al capitello della madonnina s’incontravano in orario mattutino in due tre, andavano alla scuola media, si scambiavano le copiature. Espressioni aritmetiche o prosa dell’Infinito. Si parlava d’altro, ormai. Gli sguardi limpidi delle prime passioni divennero latitanti, saltuari. C’erano in palio altri rischi. Una bocciatura equivaleva ad una zappa nuova, in attesa sotto i portici. Una volta assaporato il gusto dello studio, non volevi mollare, anche se era dura la corsa per chi non aveva ancora fiato e allenamento adeguati. In quegli anni le ragazze non si fermavano al capitello.

Poi venne l’età dei grilli. Era il mese di maggio, il mese del rosario, il mese del fioretto. I grilli erano in testa, in corpo. Mica quelli nascosti tra i trifogli secchi, che impazzavano, ma in altro modo. Le famiglie s’incontravano al capitello a pregare la madonna. Là si benedicevano le crocette fatte di rami di salice scorticati. Si piantavano sulle testate dei campi, ai quattro venti, a protezione dei raccolti. Là finiva la processione del rosario, di là passava il prete per le rogazioni. Le ragazze non mancavano mai. Erano le loro uscite autorizzate e controllate. I ragazzi coetanei diventavano devoti. Gli “ora pro nobis” erano a memoria, gli sguardi erano furbi e carichi d’intenti. Così pure i sorrisetti, gli scambi di cenni e i messaggi. Il parroco raccomandava più devozione, ma era inutile. Alla fine c’era poi il tempo delle chiacchiere e dei saluti. I ragazzi e le ragazze rompevano le consegne, s’incontravano e scherzavano. Erano gli stessi compagni dell’asilo infantile, delle scuole elementari, ma le occhiate erano assassine. Le compagne di classe gradivano le roselline di siepe e le attenzioni che un tempo evitavano con scrollate di spalle. Succedeva qualcosa. Ci si cercava con batticuore.

Una sera, Gino mi mostrò una letterina. Era scritta in bella, su foglio rosa profumato. Gli era costata quanto una pastina. «Cara Ernestina…» Cominciava così. Annunciava il suo amore per una ragazzina della contrada. Era la più bella. Occhi neri, capelli ricci, nasino all’in su. Vivace, sempre allegra. Era la gloria, l’ambizione di tutti. C’era in noi il desiderio innocente di un suo sguardo, di una sua sgarberia, di un suo ceffone. Ci rimasi male. Anch’io la guardavo, Ernestina, eccome! Lessi la letterina e mi venne l’acquolina in bocca. Non sarei mai stato capace di esprimere tanto sentimento in così poche parole. Improvvisamente Gino mi apparve un altro. Lui avvertì qualcosa, perché me la strappò di mano. Non attese neppure il mio parere. Non volevo perdere la sua amicizia e quindi, idiota!, mi sforzai di ignorare Ernestina. Non tentai mai di offrirle una rosellina di siepe per non sembrare invadente e scortese con l’amico preferito. Fu tutto inutile. Tutto. Sarebbe stato meglio se fossi stato gentile, invadente, sorridente con quella magnifica bambina che di lì a poco scomparve. Un morbo fatale, improvviso, incredibile la rapì in pochi mesi. Era maggio quando si seppe, ad autunno già non c’era più. Fu deserta la contrada, nessun crocchio alla madonnina. Tutti soffrirono per quell’esile povera famiglia. Erano poveri davvero. Erano piccoli di statura, insignificanti per posizione economica e sociale. Lei era la creatura di cui tutta la contrada andava orgogliosa. La povera madre adottò il lutto e lo portò per lunghissimi anni, fino alla fine dei suoi giorni, dimenticando di parlare, di piangere. Pietrificata. La gente la salutava con il capo. Poi andarono ad abitare altrove, seguendo un altro figlio.

Ci sono eventi storici nei piccoli paesi che lasciano traccia per il rumore che fanno, per i nomi altisonanti dei protagonisti. Sul monumento ai caduti ci sono nomi e foto di molti giovani travolti da eventi bellici ed è un fatto tragico, sonante, esteso, rievocato ogni anno con fanfare e tamburi. Ma nel nostro piccolo paese qualcosa di tipico, oserei dire di personale, non si è mai verificato. Però può succedere che a segnare, a sconvolgere la vita di tanti ignoti protagonisti bastino storie piccole, storie di contrada. Ci sono incisioni dolorose negli affetti che ti inducono a scegliere percorsi di vita mai pensati prima. Al momento uno non se ne accorge. Da lontano, un giorno, scoprirà dove, come e quando, ad un bivio, ha scelto una strada piuttosto che un’altra. Da lì tutto è cambiato.

A suo modo, Ernestina era stata una madonna. Una madonna terrena, da rispettare ed amare, oh, sì!, ma più vicina, da desiderare diversamente. Viva, coetanea, carnale. Bella e innocente. Faceva sognare tutti noi ragazzi, era patrimonio di contrada. Alcuni di noi, i più grandi, fecero a pugni, una domenica sera, per respingere due tre ragazzotti venuti a ronzare qui da altri paesi. La sua scomparsa rese tutti più poveri. Di umanità, di gentilezza, di bellezza. Provammo dolore per lei e per noi. Ci apparve chiaro che, nonostante la prorompente giovinezza, nulla era solido e certo. Poteva succedere ancora. Mi chiesi a lungo: perché? Capii che c’erano altri cinque a lastricare la vita di ciascuno. Soltanto che, Ernestina, non se l’era meritato, non l’aveva cercato. Era accaduto. Inspiegabile. Fu il tempo a spianare ogni cosa, a lasciare sedimentare i tumulti dei cuori e dei sentimenti, a far apparire normale ciò che non era. Come la polvere che in certe giornate di marzo s’alza impetuosa a vorticare e poi, verso sera, si adagia impalpabile rendendo tutto pari, uguale, scolorato e omogeneo, così il silenzio si posò sui discorsi della contrada. Per molto tempo la gente passò dritta, frettolosa, con poca voglia di parlare, di commentare. Anche alla madonna del fioretto mancarono le roselline rosse in vasetti di latta, dalie d’orto, calle bianche di fossato. Sul triangolo di strada, al bivio, dove sostavamo, crebbe la gramigna. Ora tutto è asfaltato, tutto è sepolto e dimenticato.

Sono passato, mi sono fermato a parlati, a dirti ave, Maria, come una volta, piccola immagine bianca con il tuo sudario di polveri appiccicate a muschi quasi centenari. Pochi guardano, c’è troppa fretta intorno. Tutto scorre veloce. Nei brevi momenti di silenzio cerchi di carpire suoni e rumori. Non ci sono più richiami di ragazzi, urla di vittoria per giochi di cortile, grida di bande affaccendate a costruire torri di creta ai piedi della montagnola. Tornerò ancora in una sera di maggio. Sento dire che non c’è più il fioretto, che non c’è più la recita del santo rosario davanti alla madonnina dei nostri anni piccoli e felici. Tornerò ugualmente a vedere che succede, nelle sere di maggio. Ma, dove vanno ora i ragazzi a incontrare le ragazze? Già, si usa altrimenti. Molte usanze sono mutate. Però era bello, allora, dire in casa: vado al fioretto. «Vai vai, torna presto.» Persino le mamme sorridevano maliziose. Andavamo a occhieggiare le compagne che recitavano a voce alta: mater purissima, mater castissima, mater inviolata, mater intemerata.

Ho fatto venti chilometri in bicicletta, oggi, per venire fino qua. Vengo da Mestre. Mi siedo sul tuo gradino, mangio pane bianco e una mela. Ai tempi delle elementari, l’avevo fatto un’altra volta, scappando dal frutteto dei fittavoli B. delle Marinelle, avevamo in seno peri sampieroli, appena colti. Spezzammo pane caldo, qualcuno l’aveva appena comperato al forno al Ponte. A casa avrà inventato qualcosa come scusa. Non so. L’avevamo fatta franca e venivamo a cercare protezione. Era una trasgressione che non era peccato. Nessuno al sabato andava a confessarlo. Ci si accusava d’altro, ma di questo no. Che potevano fare i ragazzi di questi luoghi, appena finita la guerra? Altro non c’era, bastava riunirsi e complottare innocenti trasgressioni.

Toh! Ecco si ferma qualcuno. Mette un piede a terra dalla bicicletta. «Sei tu, Francesco?» Dico sì. Che altro potrei dire? «Sono Giovanni G.» «Oh!» «Vedi che ti ricordi?» Mi sforzo e un po’ alla volta ci arrivo. Mani callose, volto abbronzato, eloquio dialettale. Ci abbracciamo. «Che fai qua?» «E tu, dove vai?» Parliamo insieme, accalorati, confusi e felici dell’incontro. Negli anni belli andavamo a fiondare dalla stessa riva del canale verso la montagnola di Picin. Eravamo stati compagni di giochi. Io ero andato agli studi tecnici, lui era rimasto ai solchi. Caso? Fortuna? Ora abbiamo nipoti entrambi e tanti ricordi. Giriamo intorno con i discorsi e poi emerge il nome. «Ernestina?» «Ti ricordi?» «Eh!» China la testa. Ha i capelli bianchi, ma ancora si ricorda. «Vieni a casa mia.» Mi avvio di malavoglia. Apre un album di foto. Mi mostra una processione, folta e devota. Ecco, ecco… ci siamo tutti. Ne vedo tanti, li ricordo ancora con pantaloncini e mascagna, zoccoli di legno ai piedi, voci roche di creature in età di sviluppo. Ci sono anch’io, smarrito e pallido, con un cero in mano. C’è Ernestina vestita di bianco, da madonna, sparge petali di rosa alla processione del Corpus Domini. Mi sembra di sentire la cantilena delle giaculatorie, le voci bianche dei bambini dell’asilo, il Te Deum della schola cantorum. Vedo Gino, alto e magro. Ricordo che aveva già in tasca la letterina rosa. Vedo Ernestina e so che aveva già addosso il morbo ferale e traditore. Vedo Giovanni G. che sorride a tutti denti. Mi vedo e penso a cosa stessi pensando. Quanta strada è stata percorsa, quanti cinque mi hanno trafitto. Ora sono sereno, non m’importa più di nulla. Vivo alla giornata. Ogni tanto estraggo dai miei ricordi qualche evento forte e me lo crogiolo, me lo rivivo con nostalgia, con l’innocente passione dei nostri giorni piccoli e belli.

«Ciao, Giovanni.»

«Ciao, Francesco.» Le nostre voci schioccano, abbiamo la bocca secca. Non abbiamo nient’altro da dirci. Ci stringiamo a lungo le mani, ci sorridiamo a lungo. Addio luoghi cari. Un’edera selvatica tenta l’assalto ad una colonnina del capitello. Ce la farà? Spero di no. Oltre le foto stinte in bianco e nero, niente è rimasto.

 

LA FRITTATA

 

Romeo Biagini il venerdì va al mercato. Non va a prendere qualcosa, va solo a curiosare, ad incontrare altri sfaccendati come lui. Non sa come passare il tempo. Va a leggere l’ultima epigrafe, a vedere i prezzi di cose che non acquista, ad ascoltare i discorsi che la gente fa. Bè! poi, alla fine, porta a casa sempre qualcosa. Fanno crocchio i soliti tre o quattro, discutono di tutto. Sputano sentenze, pur affermando la propria ignoranza. « Mi par mi.» «Mi no digo gnente.» «Non so, però…» Un minuto dopo non sanno più cosa si sono detti. E’ uno che ama farsi un’idea di come va il mondo partendo da chi se ne intende, la gente. La sua preferenza è osservare, ascoltare.

«Dove vai?» «Vado fuori un attimo».« Sempre fuori.» Sempre? Non è vero, ma gli conviene tacere e uscire. E’ una giornata di marzo, ventosa, fastidiosa. Al mattino le auto sono imbiancate di brina. «Eh, quest’invernata che non finisce mai!» Ecco, va a parlare del tempo. Quando incontri qualcuno e non sai come attaccare discorso, parli del tempo. Lui ti risponde altrettanto. Poi, se avete voglia, intanto avete riflettuto, vi dite il resto, altrimenti vi potete anche salutare. Una mattina, d’improvviso, vi svegliate e scoprite che è estate. «Senti che caldo! Non può mica durare così!» E la primavera? Boh, che cos’è? Non si vedono più le primavere. Mette sciarpa e cappello. Si guarda allo specchio. «Attento alla forfora.» «Sì sì!» E’ già avanti un bel pezzo. Si sente richiamare. «Passi dal giornalaio?» «No.» «Vai dal giornalaio e prendimi Confidenze.» «Confidenze? Ma è da donna.» «E allora?» Gli conviene tacere. Non è un reggiseno, dopo tutto. Si vergogna un po’. Pensa che lo piegherà a tubo, così non si vedrà. Si prendono in giro tra pensionati. La moglie la chiamano la Francia. «La Francia mi ha mandato a prendere il pane.» «E tu cosa hai detto?» «Ho detto di sì.» Ci sarà un motivo se la finta debolezza è una forza e si chiama Francia. Un giorno o l’altro lo scoprirà. Ma, se leggesse i giornali, lo saprebbe. L’altra Francia, quella vera, galleggia sempre, come l’olio. Che piaccia o no, che sia giusto o no.

«Le leggo la mano, signore?» Una zingara, vesti sgargianti, fazzoletto svolazzante che si apre apposta su un seno vezzoso che traballa. S’incanta, per due secondi. Lei sorride, lo ammalia, lo stuzzica. Non è ancora entrato nella ressa. E’ lì che guarda come attraversare, come cogliere il flusso che, zac! lo bloccano. Non è mica giusto! E’ incantato, non procede, si volge. La zingara sente che l’ha catturato. «La sinistra, prego.» «In che senso?» «Si legge sempre la sinistra.» Gli prende la mano, gli apre il pugno. L’aveva chiuso dal nervoso di essere stato assalito di sorpresa. Non sa come reagire. «Dieci euro, d’accordo?» «Un momento.» «Vediamo vediamo…» Ritira la mano, agitatissimo. Teme di sentirsi predire disgrazie. «Uh, ho già visto!» «Cosa ha visto?» «Non te lo posso dire.» Siamo già entrati in confidenza. «Non mi può dire?» «Dieci euro.» Non crede a queste baggianate. Però sente il cuore che gli palpita in maniera insolita. Un tarlo sconosciuto lo rode. Mette la mano in tasca, porge il pugno. Lei solleva un dito alla volta, ripulisce il palmo, legge. «Uuuh!» «Cosa?» «La linea della vita è a una svolta.» «In che senso?» «Ci sarà un incontro fugace con una donna che non ha mai visto.» «Un incontro?» «Sì, farà un incontro interessante.» «Di che tipo?» «Anche amoroso, dipenderà da te.» Il dialogo è stato serrato, asfissiante, vincolante. «Per carità, che non lo venga a sapere la Francia.» La zingara non è di qua, non conosce le usanze, i costumi locali, i modi di dire. «Non francese, italiana.» Chiude il pugno, si sottrae. L’altra non insiste, ha raggiunto lo scopo, già guata un altro. «Ma guarda cosa mi tocca.» Si sente spiato nell’intimo. Si guarda intorno. Qualcuno l’ha visto? Macché, ognuno bada ai fatti suoi. Deglutisce con fatica, fa un giro largo prima di arrivare al solito crocchio di pensionati. Cerca di ripulire il pensiero. Aveva venticinque euro in tasca. Con dieci voleva comperarsi del fritto misto all’angolo. Non ne può più di uova sode, uova fritte, uova all’occhio. «Hai visto? Oggi risparmi una farsura.» Questo avrebbe detto alla moglie tornando per giustificarsi. Beh, non ci sono più né soldi né fritto! «Che ho fatto?» Ne ha quindici, di euro, e deve comperare il giornale. E basta, per oggi. E’ uscito abbondantemente dalla quota che si è fissato per i piccoli vizi, le piccole golosità. Come spiegherà a casa? Dirà che li ha perduti tirando fuori il fazzoletto. «Scemo!» Ecco, quello che si prenderà. No, meglio di no.

«Ehi, Romeo!» Lo chiamano. Si avvicina con l’aria da pandolo stracotto che tanto gli dona. Ma solo in casa. La moglie dice che gli muove tenerezza. Non sopporta questa definizione. Fuori invece, tra amici, è considerata un’aria di sussiego, di uomo super partes, di uno capace di dare consigli, giudizi. Capita spesso, a coloro che tacciono sempre, di essere sopravvalutati. Non sai mai se il loro silenzio sia dovuto a ignoranza o a maturità. Nel dubbio, tipi così, li temi.

«Ehi!» Ha il volto tirato, poco tranquillo. «Ti è andata male, eh!» Stranamente arrossisce, fa una faccia confusa, stralunata. Parlano per esperienza. Pensano subito che dipenda dalle mogli e dai loro mugugni. No, non è compassato come il solito! Sospetta che l’abbiamo scorto trattare con la zingara. Nega in anticipo. «Non è come pensate.» «Come pensiamo?» «Che cosa pensiamo?» «Sputa l’osso.» Racconta tutto. «Ci vuole il viagra» dice l’amico Ernesto. Alla zingara non pensa nessuno. Alla zingara non crede nessuno. A parole. Tutti analizzano il suo messaggio. Romeo comincia a lusingarsi. Con discrezione. «Hai detto un incontro amoroso?» «Hai qualche idea?» Fruga nella memoria. «No.» Però, sotto sotto non gli dispiacerebbe. E’ l’età in cui i vecchiardi passano dai desideri segreti ai fatti millantati. «Ci vuole il viagra.» Ernesto non molla. Vuole esserci a quest’incontro. Conoscono le rispettive declinanti potenzialità amatorie. Si confessano tutto. Si sentono già cooperativa. Tutti vogliono capire meglio. Parla parla. Racconta racconta. Romeo Biagini si sente lui in padella a friggere. Un’altra delle sue frittate. Cerca di svicolare. «Dove vai?» «Vado a prendere il giornale.» «La Gazzetta?» «Confidenze.» Hai capito! Lo guardano con una smorfia della bocca, si meravigliano per il suo parlare vago. Che abbia un segreto? «Per chi è?» «Per mia moglie.» Non gli credono. Lo invidiano. Hai capito? Chi l’avrebbe detto?

C’è molta gente oggi al mercato, una folla. Donne che spingono la bicicletta tra le gambe della signora che le precede, altre che palpano le stoffe o mostrano il giro vita per scegliere la misura di una gonna, altre ancora che stringono bimbetti irrequieti, strillano e tentano di scappare dalla morsa della mano. Pochi giovani al mercato. O sono a scuola o scelgono le boutiques. Odore di baccalà, di calamari fritti, di casatella primo latte, di naftalina dal banco di fronte, di fiori guasti. C’è il cimitero a pochi metri, oltre mura. Si lascia trascinare dalla corrente, saluta qualcuno con il capo, non ha voglia di chiacchierare. Gira al largo dall’aiuola dove ha impattato la lettrice. Una bambina grida, vuole il gelato. «Ma non ci sono gelati qui e poi fa freddo» «Ma in gelateria no» urla, strilla. Non c’è verso di farla ragionare. «Voglio il gelato.» Lui le accarezza i capelli, vorrebbe zittirla. O consolarla. Incrocia lo sguardo inferocito della nonna di turno. Si sente un pedofilo. Oggi è di moda. Guai toccare un bambino. A scuola le maestre sono costrette ad accettare tutto. Guai se rimproverano, se strattonano un bimbo che ha picchiato duro un altro. Nel dividerli li ha toccati? Il giorno dopo avrà il rimbrotto garantito di due mamme. «Ma cosa fate?» «Cosa vi permettete?»

In una strettoia, impatta due donne, una più giovane, vestite da liceali dopo guerra. Abito nero, lungo, colletto bianco. «Ha un minuto?» «Perché?» Poi capisce. «No, grazie.» Gli lasciano lo stesso un depliant illustrato con frasi bibliche, catastrofi imminenti, promesse e minacce. Appallottola e cestina. Urta un tavolo, un signore occhialuto gli porge una penna, gli indica un foglio con tante righe. «Firmi qua.» «Perché?» «Ha un documento, prego?» E’ interdetto, sempre più agitato. Deve sempre rincorrere gli altri per capire. Altre volte il mercato lo rilassava, oggi gli va tutto storto. «Il solito referendum dei radicali» pensa. Di che si tratta? Lo chiede. «Carta d’identità, prego.» Fa due passi e sfugge all’agguato. Era una petizione in difesa dei panda in Cina. «Ah, ma allora lei è contro i panda?» Sente l’ammonimento lanciatogli alle spalle come un anatema. Se lo chiede anche lui. «Mai pensato ai panda.» Si sente carente di savoir faire, di socievolezza. Meglio tornare a casa presto. Troppi trabocchetti al mercato. Una volta non era così. Attraversa sotto gli alberi, pesta foglie marce incastrate nelle fessure del marciapiede, cerca di evitarle, fa piccoli balzi su ciuffi d’erba. Ed è in uno di quei saltelli che vede per terra un grumetto di carta colorata, celestina con brillantini. Intuisce, fiuta il valore, mette un piede sopra, finge di allacciarsi le scarpe. Azzanna un biglietto da venti euro. Qualcuno l’ha smarrito. Non ci sono solo pericoli, c’è anche fortuna, al mercato. In un colpo solo ha rimediato al danno della zingara passando inaspettatamente in attivo. Gli sembra un furto. Ma, caspita! Che deve fare uno se trova venti euro? Si guarda in giro. Più timoroso che speranzoso di trovare il proprietario. Nessuno che faccia gesti esasperati a frugare le proprie tasche, la borsa. Niente. E’ fatta! Però non si sente tranquillo. Fa due passi e vede una vecchietta seduta sul fango. Potrebbe stare in piedi o sedersi sul marciapiede. No, sul fango! Mendica, ha un piattino a terra e una manina protesa a livello di tomaia. «Poveretta.» La guarda, si commuove, stringe i venti euro. E’ un lampo, decide. Fa il cambia valute e dei venti euro trovati, a lui, ne bastano dieci per ristabilire il suo magro bilancio, gli altri dieci li darà alla vecchietta. Cambia mano in tasca, prende il biglietto rosso da dieci euro e lo dà sorridente alla mendicante. Che alza la testa un attimo dopo che lui se n’è andato. E’ una che guarda solo a terra, i piedi, le scarpe. Indovina la disponibilità all’offerta dalle scarpe che avanzano, dai gesti: se s’affrettano, se rallentano, se pestano da ferme. La mano destra non deve sapere quello che fa la sinistra. Si dice. Insomma, non pensarci più. L’ha fatto di cuore, volentieri. Un bel gesto. Non gli è costato niente, tra l’altro. Ha fatto una gran bell'offerta a una persona assai sofferente. Sorride. Attraversa via Guolo, contento. Ha ancora i suoi venticinque euro di partenza. Passa in piazzetta, saluta alcuni, saluta anche altri che neanche girano la testa. Non lo conoscono, lui credeva di conoscerli. «Signore!» Una voce femminile chiama ripetutamente qualcuno. Nessuno si arresta, nessuno si volta. Signore? Chi? Finalmente una signora anziana arriva trafelata, lo prende per una manica. «Signore, la prego.» «Si?» «Lei ha trovato i miei venti euro.» Va giù dritta, sicura. «Venti euro?» «Sì, signore, la prego.» «Come sarebbe a dire?» Si era soffiata il naso, le erano caduti. «Una mendicante l’ha vista raccoglierli, se vuole andiamo a sentirla.» Romeo Biagini sente il colpo della strega piombargli sulla coppa, tra capo e collo. Il colpo della strega è quello che prendi di solito, in auto, quando fai da passeggero e l’autista frena d’improvviso. Sbatti il capo in avanti e indietro in modo innaturale. Resti di sasso, con un collarino per venti giorni. Là sei assicurato, qui no. Ecco, stenta a girare il collo, a rispondere. E’ in forte disagio. Perché è un galantuomo, nonostante tutto. Perché s’immagina la Francia, a casa, minacciosa più di de Gaulle in persona. Mette la mano in tasca, la stende a pugno, restituisce i venti euro alla postulante. Vorrebbe spiegare, non era sua intenzione. Per amor del cielo! Non dice niente. Non si chiede neppure se la richiedente ne ha diritto o se la sua è un’impostura. Non fa resistenza, non fa scandali. E’ troppo esatta la descrizione del fatto. Sa che non sono suoi. Resta con cinque euro, gola secca, senza fritto misto, sguardo da pirla. Ma dài! Tutti dicono che è un gentiluomo. Anzi, tre volte buono. Epitaffio che equivale a cretino. Ma nella prima versione fa un grande effetto. Si è alzata una bava di vento, si stringe nella sciarpa e va in edicola come un automa. «Prego?» «Confidenze.» «E’ finito.» «Prego?» Ecco, adesso prego lo dice lui. Si sente finito. Sconfitto. Non si tratta di grandi cifre, di grandi sfracelli, ma è la dimostrazione che lui, da solo, non deve più uscire. E’ in pericolo. O lo studiano apposta per fregarlo. O si frega da solo. Non cambia molto, il risultato è desolante. Tasta i cinque euro rimasti, piccoli orfani di un gruzzoletto di relativa sicurezza che ti permette di uscire in piazza con sufficiente spavalderia. Anche se non li spendi ti permettono di stare in crocchio a petto in fuori. Uno che esce senza un soldo in tasca si sente nudo. E se un amico ti chiede: prendi un caffè? cosa rispondi? Chi chiede dovrebbe offrire, ma non succede quasi mai. E’ l’invitato che si mostra generoso. Si dice nobile. Chissà perché! Forse perché, una volta i nobili, i ricchi, offrivano per esibirsi o per pagare i loro subalterni con poco, per grandi servigi avuti, o per lusingare.

Si ferma davanti a una vetrina. Sbircia vestiti e prezzi, chinando il capo per meglio osservare. Non l’ha mai fatto, non gli interessa proprio. Ha visto due amici, teme che lo incoccino, che gli chiedano: come stai? Scrutando oltre il vetro, vede uno che conosce bene. Non crede di essere lui, ma è lui davvero. «Uh, per così poco?» Ne vale la pena? Cerca di incoraggiarsi da solo. Non gli riesce, non è in grado di togliersi di dosso quell’aria da sfigato che si ritrova da quando non lavora più e passa il tempo a perdere tempo. Ha un’aria triste, sconsolata. Non è contento di sé. Ora andrà a casa, suonerà. «Chi è?» «Sono io.» Oh! Poi lo vedrà mesto. «Cosa hai fatto?» Ecco. La sua Francia non si chiederà se qualcuno gli ha fatto qualcosa. No! «Cosa hai fatto?» Capito cosa l’aspetta?

Fa un giro largo. Va verso l’ospedale, per uscire dal traffico di pedoni sul marciapiede. Guarda insistentemente per terra. Ma nota solo cacche di cagnolini, guano di colombi, chewing-gum incollati. Per il resto, il marciapiede è un deserto di Gobi. Nessuna altura, nessuna carta sospetta, nessuna speranza di miracoli ripetuti, improbabili. Ci sono i cestini della spazzatura ricolmi, la gente è educata. Non smarrisce gli euro di carta come fossero pacchetti di sigarette usati. Tutto sgombro. Maledizione! Si ricorda dell’incontro fugace promesso dalla zingara. Ecco! Era una fregatura. Altro che incontro amoroso. Signore? E’ lei che ha i miei venti euro? Signore? Ha ancora il ronzio delle parole che gli frullano per la testa. Non trovano una via di fuga. «Se trovo la zingara la … la ...» Sì, bravo! Insomma gira e gira, ma non può mica andare avanti così fino a sera! Si decide, si dirige verso casa disgustato. Cosa dirà adesso? Come si giustificherà?

«Ciao, cara.» «Beh, cosa sono questi complimenti?» «Dicevo così per dire.» «Ah, non era una gentilezza, allora.» «Sì, cara.» «Cosa mangiamo oggi?» «Quello che vuoi, cara».« Perché non ti vai a prendere un po’ di fritto misto?» Eccola, la frittata! Muove appena le labbra. Le parole gli sfuggono, le mormora. Lei è lì. Stupisce. «Ancora frittata? Non sei stufo di frittate?»

 

PERCHE’ PIANGI, LUISELLA?

 

Il mondo è un rettangolo. «Sarà questo il mio mondo?» A questa domanda si danno tante risposte, troppe, a volte contraddittorie, perché ampio è lo spettro di scelta. D’improvviso s’incontra qualcuno, bisogna dire qualcosa. Ognuno discorre per conto suo, non interessa la risposta, occorre superare l’impasse, la sorpresa dell’incontro, con ragionevole cortesia, e salutarsi. Dici quello che vuoi e te ne vai. Nessuno ti chiederà conto, nessuno si ricorderà di quello che vi siete detti. Tranci giudizi, spari opinioni su cose del mondo, su come va il mondo. Argomento universale, aperto a tutte le interpretazioni. Le risposte possono essere le più incredibili. Fai pure, tanto il tuo interlocutore sta facendo altrettanto, e non ti ascolta. A volte succede che le voci si sovrappongano. Non succede niente, non ci si scusa neppure. Ci si saluta e si pensa ad altro. E’ sempre più raro trovare tempo per il dialogo, per il confronto, per l’accettazione di un’opinione opposta. Si va subito alle conclusioni.

Eh, così va il mondo! Che mondo! In che mondo viviamo? Robe dell’altro mondo! E’ un termine pregnante e pure vago, fuori dello spazio e del tempo.

Però può succedere qualcosa. Qualcosa che ti costringe a pensare a quello che dici, a dare senso e misura alle cose che fai. «Che ci faccio, ora, a questo mondo?»

Il geometra Orfeo Mincati, viaggiatore e agente immobiliare, sta dando una dimensione e un significato preciso alla domanda, inattesa. Non può cavarsela, andarsene senza rispondersi. E’ andato per esclusione? Per analisi filosofica? Per crisi mistica? Macché! E’ stata una paralisi. In che senso? Nel senso di paralisi. Questa è una parola precisa e chiara. Lato sinistro. Totale e irrecuperabile. Oh, bè! sì, gli hanno promesso miracoli. Ma lui sa bene tutto. Sa che non camminerà più come prima, sa che dovrà allenarsi ad usare solo la mano destra, sa che dovrà stare a lungo immobile nel suo letto di gomma gonfiabile per prevenire le piaghe da decubito. Sa che dovrà educare il fisico, e questo è ovvio e necessario, ma sa che dovrà, soprattutto, rieducarsi, estrarre dal suo spirito una visione nuova, una dimensione diversa di vita. E’ questione di coerenza. Sa che, se ci riuscirà, non cambierà niente. Sarà tutto come prima. Vivrà al cento per cento sviluppando passione e intelligenza, e fisico rimasto, al massimo delle sue rimaste potenzialità. Sa che, per lunghi mesi, il suo contatto con il mondo avverrà attraverso un rettangolo. La finestra non sarà un contenitore, bensì un passaggio, un’apertura a una nuova visione della realtà.

Tutto questo sapere se lo sta imponendo. Come reagirà? Non lo sa. Ecco, avete sentito? C’è qualcosa che non sa. E’ un uomo forte, ce la farà. Almeno spera. Si è posto degli scopi, sta inventando i modi per realizzarli, raggiungerli. Non morirà presto, di questo ne è sicuro.

La finestra della sua cameretta è al primo piano di un piccolo condominio giallo ocra. Viuzza laterale di via Villa, appena fuori del centro e sei già tra gli alberi. Guarda a est. Vede il sole sorgere, vede l’ombra che avanza a spigoli nel primo pomeriggio. Vede disegni incredibili e sconosciuti sul soffitto. Lo fissa per ore. Si formano e si dileguano. Capisce se qualcuno passa in strada e da che direzione viene. L’ombra si muove in senso opposto. Un vasetto di giacinti abbellisce il quadro, è appoggiato sul davanzale. Cambia forma, colore, profumo in poco tempo. Ecco, anche i giacinti danno il segnale del tempo che scorre. Dal letto vede un rettangolo di cielo, profondo e infinito, anzi ai piedi del cielo crescono i giacinti. Sembra un dipinto di van Gogh. Pennellate di violetto, decise, che sfumano in margini bianco latte su uno sfondo azzurrissimo. Se vuoi è così. Lui vuole così e nessuno gliela ruba, l’immagine. Un merlo in cerca di briciole ha ballonzolato sul bordo del vaso alcuni secondi prima di proiettarsi giù. Anche i giacinti hanno avuto visite. Ne ha anche lui. Ha spento il telefonino. Sono molti che vorrebbero sapere come sta. E’ stanco di ripetere le stesse parole. Sente il bisogno di quiete. Di guardare fuori senza impegno, senza fatica, senza obblighi, senza orari. Desidera solo annidarsi tra i rami della tuia che si vede salire dal giardino di fronte oltre la strada. L’hanno piantata sopra un deposito di terreno riportato, da discarica, la vede quasi tutta. E’ là in mezzo che si tuffa, a voli alterni, una coppia di merli. Certamente lì hanno nidificato. Conterà i giorni. Vedrà i piccoli spuntare come gerani neri da una pianta che odora di cipresso. Fa sogni kafkiani. Segue filoni di pensieri assurdi, come la malattia impensabile e imprevista che l’ha colpito proditoriamente. Immagina di essere annidato tra quei ramoscelli, invece che tra quattro mura. Cosa vedranno i merli novelli da lassù? Ci prova. Prova a pensare. Sente un forte prurito al piede sinistro. Mica vero! E’ solo impressione. La gamba sinistra è un blocco di ghiaccio. Non solo i dolori veri, anche quelli illusori gli devono capitare! Va fuori di testa, se continua così. Ma no, perbacco! Non sarà così. Si trasferisce nel nido dei merli, perché lo sente nuovo, primordiale, inedito, ricco di speranze. Si immagina uovo. Non è ancora nato. Avrà tutto un mondo nuovo davanti a sé, con in più l’esperienza finora acquisita. Lavora lavora, lavora di fantasia. Si sta bene, si sta comodi, protetti e sicuri incastrati tra due forcelle e il tronco. Ma sì! chiamiamolo tronco. E’ il ramo principale, centrale, elastico, si doma e torna subito dritto. Sta al calduccio, mamma merla va e viene per brevi svolazzi da pranzo. C’è un praticello poco lontano, l’aveva già scorto dal suo rettangolo. Là razzola, pilucca, becca, trova quel che le basta. Il merlo va più lontano, è un viaggiatore pure lui, un esploratore. Sta visitando le zone ricche di pastura, per quando la nidiata sarà esplosa e i viaggi di rifornimento ai becchi insaziabili saranno stressanti e senza posa. Mamma merla li tiene al caldo, cova beata. Orfeo si sente ritornato nel seno materno, ma ad occhi aperti questa volta. Pensa a sua madre e scopre sensazioni incredibili. Succede, quando si è duramente provati nel fisico. Non deve viaggiare, non deve correre. Sta recuperando morsi di vita strappati di corsa e mal vissuti, giorni ingozzati dal troppo fare, digeriti e dimenticati. Ora vuole rivivere i giorni partendo da principio. Arriva Beccogiallo, dà il cambio. Non sta fermo un attimo, scuote le uova, le gira, le rigira, peggio di un cuculo. Va a finire che qualcuna precipita. Ahimè! Ma non succederà a lui, perché è lui il manovratore fantastico. Non succederà a nessuno. Il mese di marzo è bizzarro. Se vuole piove, se vuole fa vento. Se vuole fa quello che vuole. E’ pazzerello, si sa. Ecco, piove. Fantastico! Il geometra Orfeo Mincato si prende tutta la pioggia che vuole, così come viene e non gli succede niente. Ha sopra di sé uno strato di piume oleate, spioventi che lo riparano. Le zampette materne tengono vicine le uova. Sente il cuore di Beccodolce, sua madre, che palpita, che li scalda tutti. E’ beato. Alla faccia dei medici e delle paralisi! Oggi Orfeo sta bene. Sta recuperando bene. Sente che s’avvia a violare spazi ignoti, sereni, pacifici. Sta maturando in lui la determinazione che, se ce la faranno i merli della covata, ce la farà anche lui. Poi succede un fatto antipatico. Dal cuore della tuia scruta alla rovescia il mondo che gli è stato assegnato. Vede entrare in camera la signora dottoressa per i massaggi. E’ la fisiokinesiterapista. Sembra impossibile che le sue mani così minute, siano così miracolose. Ha un fisico che sembra inesistente, forse è tenuto su dalla sola stoffa. Ha due occhialini per guardare anche da sotto e da sopra, tre peli scurissimi sul neo sopra il labbro, a destra. Quando parla fa vento, fa venire il prurito, sembra che sia quel ciuffo il massaggiatore, ma non è così, sono le sue manine. «Bisogna accettare.» Che dice? Vorrebbe incoraggiare, consigliare, ma suscita pruriti insospettati al naso, alle orecchie, al calcagno sinistro che è sordo, muto per sempre.«Bisogna sapersi rassegnare.» «Parla di me?» Si trova ora a testa in giù, stenta a collegare le cose.

Sta piovendo forte. Gli dispiace immensamente di essersi perso quella bella lavata marzolina nella tuia. Vattene! vattene! vattene! Lo immagina, lo rumina, lo solfeggia. Finalmente se ne va. L’ha battezzata la tricheca. Ha due denti canini che sembrano destinati a sbranare bistecche di vitello e invece si nutre di brodini liofilizzati. Soffre di gastrite cronica e si lamenta continuamente. E’ mai possibile? Deve sopportare i propri dolori e le doglianze della terapeuta? E’ diffusa la convinzione che, per consolare un malato, occorra sommergerlo di rifiuti altrui raccontando le disgrazie, proprie e parentali, dolori e ubbie. «Eh, c’è chi sta peggio!» Forse è per fare capire che non si è soli a soffrire, forse per stupidità. Possibile che non ci si ricordi che i propri dolori bastano e avanzano, che quelli degli altri sono in eccedenza e non interessano? «Ci vediamo domani.» «Domani no, sarò fuori.» Parla d’istinto, di voglia di evasione. Lei lo guarda compassionevole. «Sì sì, certamente, geometra.» Esce scotendo la testa. «Pover’uomo.» Orfeo finalmente respira, respira a fondo. «Poveretta! Cosa viene a fare? A irritarmi?» Si trasferisce, stampelle e bagagli, sulla tuia, a godersi gli ultimi schitti d’acqua, fa in tempo a scorgere alcuni lampi di sole, quelli che ama di più, quelli che precedono il tramonto. Sa che sono gli ultimi, di quel giorno, per l’eternità, e li vuole godere tutti.

E’ domenica, ma per la famiglia dei merli fa lo stesso. Le campane suonano, i parenti arrivano, la signora Lucy ha il volto tirato, gli accarezza i capelli. Lui gradisce, ma deve brontolare perché l’ha sempre fatto e sarebbe strano se non lo facesse. La prima a meravigliarsi sarebbe la moglie stessa. Non hanno figli. Orfeo vuole mantenere intatto il suo cliché di burbero gentile che finge di respingere le carezze, ma guai se gli mancassero. Non vuole impietosire nessuno. Non è neanche il caso. Sta risolvendo a meraviglia tanti risvolti psicologici dell’attuale situazione che non vuole mettere freno alla sua fantasia, alla sua autodeterminazione di uscirne nel migliore dei modi. Sopporta tutto con rassegnata, disinvolta sicurezza. Alle due, iniezione; alle tre, pastiglia; alle quattro, gocce; alle cinque intruglio di qualcosa; alle sei, brodino. Meglio il mattino! Ci sono meno disturbi di questo tipo. Il pomeriggio sei sempre interrotto. Devi fare continui voli di andata e ritorno. Ed è un fastidio. Non riesci a stare annidato a lungo come vorresti.

Già da alcuni giorni ripete il viaggio di andata e ritorno attraverso il rettangolo di mondo che gli permette di andare e venire come e quando vuole. Poi, una mattina, arriva in ritardo. C’è stata una diarrea fastidiosa e intermittente, ha sconvolto orari, turni e piani. Quindi arriva, finalmente, ad annidarsi nel suo nido materno, a raggiungere agognati, definitivi momenti di pace, a rannicchiarsi in posizione fetale di riposo. Toh! si scopre in compagnia di tre merlotti. Si sono sgusciati da soli e ora sono là che spingono, che stringono, che spalancano il becco. Nudi come vermi, fanno impressione. Poi si guarda e scopre che sì, insomma, siamo lì! Non si conoscono ancora, lottano, tentano di rubarsi l’insetto che i premurosi genitori scaraventano a ritmo serrato dal bordo del nido. I fratelli dal bordo scagazzano fuori. Eppure nessuno l’ha insegnato loro. Orfeo ci prova e gli riesce. Nessuno si meraviglia, nessuno protesta. Anzi no! Siamo sinceri. La signora Lucy gli ha mosso un leggero rimbrotto, quando ha dovuto cambiarlo di tutta fretta. Non ce l’aveva fatta a suonare a chiamare nel momento del bisogno. Come mai? Meglio il nido, pensa Orfeo.

I giacinti sono appassiti. Sono stati sostituiti da un vaso di tulipani. Pessima idea. Il vento dapprima li ha sfogliati facilmente, poi ha soffiato il vaso sul pianerottolo. E’ andato in tante scintille di vetro. «Metti i giacinti.» «Ma caro, non è più stagione.» Gli resta la voglia dei giacinti. Sono loro che l’hanno invitato per primi ad uscire.

Un giorno rientra nel nido e si trova con il fratello più piccolo, Scrocco. Si lamenta sempre, sostiene di mangiare meno degli altri, ma non è vero. «Orfeo, dove sei stato?» «Ero di là.» «I fratelli ti hanno cercato per salutarti.» «Per salutarmi?» «Sì, se ne sono andati.» «E dove?» «In giro per il mondo.» «Per quale mondo?» «Per quello che vuoi, ce ne sono tanti, basta scegliersi il proprio.» Orfeo impara cose nuove, da un merlo inerme. Inerme come lui. «Tra breve me ne andrò anch’io. E tu quando parti?» Orfeo si guarda la zampetta con la stampella, l’ala ripiegata in difesa. «Il mio mondo è qui, resto qui.» «Tornerò a trovarti.» Arrivano Beccogiallo e Beccodolce. «Orfeo, se ti muovi cadi, stai dove sei.» Beccogiallo è chiarissimo. «Questa è casa tua. Noi ti staremo accanto, i genitori lo sono per sempre. Non ti mancherà mai una libellula o una coda di lombrico, una goccia di rugiada. Da qui potrai spiare tutto il mondo che vorrai e, la sera, noi ti racconteremo il resto. Ogni tanto torneranno anche i fratelli e faremo zonzega

Dalla tuia, protetto nel verde, scruta il rettangolo alla rovescia, guarda dentro la sua camera e vede che là c’è più buio, tutto è più stretto, più piccolo. Ecco che il mondo dipende da come lo vedi. Dalla tuia è immenso e profondo, pacifico. E’ tutto, tranne che una fessura a rettangolo.

Orfeo ha passato la prima notte della sua vita in un nido all’aperto. Ha abbandonato il suo fisico nel letto, oltre il rettangolo. Il suo spirito, libero e forte, si è annidato ben saldo nel cuore della tuia. Ha ammirato le stelle, ha visto sorgere e salire la luna, l’ha vista impallidire all’aurora, sfumare nel nulla, come i suoi ricordi precedenti. Ha chiuso con il passato. Guarda avanti. Resterà in questa sua nuova casa. Tornano i genitori a nutrirlo. Non sente più dolori. Non può volare, ma non l’ha mai fatto. Così non sa cosa perde. Ha scoperto nuove dimensioni, nuovi cieli. Dal cuore della tuia guarda dentro alla sua finestra di fronte. C’è stato un po’ di panico, all’inizio. L’imposta è stata chiusa. Lucy è partita. Poi, un giorno, che succede? La finestra è di nuovo aperta, ha una coltrina nuova. Chi ci sarà dentro a scrutare attraverso il rettangolo? Una bimba. Terza elementare? Forse sì. Ha le trecce, si penzola fuori, per guardare giù. Per farlo meglio le basterebbe scendere. La curiosità dovrebbe essere rivolta verso ciò che non si è mai visto, che non si conosce. «Di me non saprà mai niente.» Orfeo riflette, ragiona. «Non mi ha mai visto, non mi muovo, non è stagione di covate.» Chissà quali pensieri usciranno da quel rettangolo verso il mondo esterno! Si ricorda dei suoi sguardi, dei suoi pensieri. In terza si studiava la guerra di Troia. Chissà se sta pensando al cavallo di Ulisse! Vede le ciocche dei suoi capelli, spuntano al posto dei giacinti. Vede i fiori preferiti alla rovescia. «Mamma, che albero è quello?» Con l’indice mostra la sua tuia. «Non lo so, cara, lo chiederemo.» Finisce di fissare un fermacapelli. Sta per uscire. «Perché me lo domandi?» «Sembra che mi guardi.» «Che fantasia, bambina mia. E’ la maestra che ti insegna queste cose?» Lo chiede un po’ infastidita. «Sì, mamma. Mi ha spiegato che anche le piante hanno un nome, hanno una loro anima e forse pensano.» «Che sciocchezze.» E’ in ritardo per l’ufficio. «Vestiti, tra poco passa lo scuolabus.» «Sì, mamma.»

Orfeo sa che la bambina ha ragione. Vorrebbe dirle qualcosa dal cuore della tuia. Non sa come fare. Ha saputo che la piccola si chiama Luisella. La mamma la chiama ripetutamente, spesso per dirle parole assurde. «Ma cosa fai? Ma si può sapere cosa fai?» Luisella sta dipingendo la tuia, spande colore verde scuro sul pavimento. E allora? Che può fare una bambina di otto anni chiusa dentro: a scuola il mattino, in casa il pomeriggio, in palestra la sera? Quando mai può scherzare, giocare con un’amica, stare un po’ sola con i suoi pensieri e i suoi hobby? Sembra attratta dal mio nido nascosto, sepolto, invisibile, da questi ramoscelli fitti e impenetrabili, solidali con me.

Una volta la settimana, attorno alla tuia, c’è un convegno di merli. Sono i miei familiari che tornano per la zonzega. «Mamma mamma, c’è una nuova nidiata.» Sento gridare, mi sporgo dai rami. «Bimba mia, non capisci niente. E’ mai possibile?» Non è stagione di covate, questa. Siamo avanti con la stagione. Ha ragione anche lei. Ma chi ha detto che si dovrebbe trattare di una schiusa di uova? Ha mai visto, la signora mamma, una rimpatriata di familiari? Sono i miei genitori e i miei fratelli che tornano a trovarmi. Da un po’ di tempo manca Scrocco. L’ha colpito una sciagura. E’ morto. Sono molto triste. Non mi è stato detto come è successo. Però, tutti fedeli, vengono a trovarmi. La mia ala è sempre più atrofizzata. La stampella non mi tiene più. Devo stare attento a non uscire dal bordo. Beccogiallo e Beccodolce si stanno organizzando. «Per la prossima invernata» mi hanno detto, « ti costruiremo una palizzata di stecchi per difenderti dal gelo e dalla neve.» «Oh, grazie!» «Stai tranquillo, Orfeo.» Hanno fatto una gran bella cosa, mi hanno ancora una volta rassicurato. «Sto tranquillo.»

Il venti agosto un temporale del Garda, improvviso e micidiale, ha scagliato un fulmine sulla tuia. Fai conto, un incidente stradale imprevisto. Un cancro allo stomaco non diagnosticato. Una caduta dal tetto mentre stai posando tegole. Insomma, una disgrazia. La tuia è bruciata in pochi secondi. Dal rettangolo della sua finestra, Luisella ha visto tutto e ha pianto. «Perché piangi, Luisella?» «Non lo so, ma sento che non posso farne a meno.»

 

LA NOTTE DELLA CIVETTA

 

Il vento del nord lo chiamiamo bora e passa per Trieste. Non è una novità. Arriva dritto, furente, freddo. S’incunea, s’attorciglia, si scioglie e spiffera. Ha sorvolato tundre bianche di betulle gelate, si è caricato del profumo del loro legno vergine esploso; reca cristalli ghiacciati d’acque baltiche; ha spazzato la puszta, s’è impregnato di sudore e nitriti di cavalli bradi; ha scheggiato l’Alpe fiutando i sapori secchi dei vecchi fienili; poi, scivolando sul Carso, è giunto fin qua. Arriva ancora forte, ma già non ce la fa, così si aggrappa ai nostri tralicci e sibila, ai nostri camini spenti e fischia, piega le antenne sovraccariche traducendo in righe uguali, bianche e nere, tutte le storie di maghe, di tavole rotonde, di oroscopi, di dati istat, di calci d’angolo, di dibattiti intimi, di nudi femminili a scelta, di ricettari aglio e prezzemolo, di concorsi idioti. Soliti, identici, ripetuti.

La Tv? «Io ne farò a meno.» Questo si disse, e fece.

Ha fatto volare da qualche decina di metri il suo televisore. Era una notte ventosa come questa. Non lo sopportava più. E’ piombato sul motore della Fiat Punto del commendatore. Al mattino si sono visti e hanno fatto il più lungo discorso degli ultimi cinque anni. Non ci sono state scuse o spiegazioni. Erano di fretta. Sono cose che capitano. Può succedere che ciò che sta su cada giù.

«Oh!» Ha esclamato Fernando Boccardi, detto Nando “Posta”.

«Oh!» Gli ha risposto, sorpreso e amareggiato, il proprietario. L’amministratore ha provveduto a tutto, assicurazione compresa. Moduli standard. Due firme. Il commendator Mainardi continua a fargli tanto di cappello. Da gran signore. Il postino aveva allargato le braccia e piegato le labbra all’in giù per esprimere amarezza. «Sono cose che succedono.» Come gli incidenti stradali. Quell’epilogo non l’aveva programmato. Un po’ di rabbia, un pizzico di malumore sottinteso suggelleranno altri cinque anni di inesistenza condominiale. Poi si vedrà, succederà qualcosa, magari un’assemblea senza delegati, con obbligo di presenza e di suggerire qualcosa, oltre che a rispondere «presente!».

Qualcuno s’arrabbia con il vento del nord. Ma dài! E’ l’unica cosa nuova e pulita che ci tocca. Viene gratis, deterge l’aria, ci fa respirare a pieni polmoni, ci annebbia la tv per qualche ora. Poi l’antenna si raddrizza da sola e la monotonia ritorna, riecco i soliti variegati espurghi concettuali dei soliti noti, della politica, dello sport, dell’etica, della finanza, dell’arte. Ci vogliono insegnare cosa mangiare, come dormire, chi applaudire, cosa comprare, dove andare. Cosa pensare. Niente di nuovo dai nostri tetti antennati.

«Nandooo!» Manda un urlo controvento. Si cerca, si chiama. Ascolta. Niente, neppure un’eco. Solo lo stridio di una civetta. Dice forte quel che vorrebbe. Vorrei che il vento mi scorticasse la puzza di perbenismo che mi sento appiccicata addosso da anni di onorato servizio alle poste, di cittadino esemplare. No! Non la sopporto più, non conviene! Faccio schifo! Se fossi un po’ mascalzone sarei rispettato, temuto. Lasciato in pace.

E’ un bonaccione e troppi se ne sono accorti. Vive solo in una mansarda al centro. E’ ampia, comoda, finestroni a tre lati. Dal quinto piano vede tante cose che i comuni mortali neanche sognano. Ammira spezzoni di campagna coltivata, di tetti di paese, di viuzze di quartiere con una visione unitaria, da cinemascope; gli dà suggestioni sconosciute, gli suggerisce pensieri diversi, gli infonde sicurezza. E immunità. Se ne sta nudo di fronte al vento. Se ne frega. A nessuno dei due importa. Per lui è una sfida. Il vento, che ha visto ben altro, è indifferente. Si acquieta un attimo sul suo ballatoio e ansima. Anche lui, ogni tanto, tira il fiato.

Sente un balcone che sbatte. L’ha dimenticato socchiuso ed ora va avanti e indietro come se una mano invisibile lo facesse dondolare, cigolare.

«Smettila, Refolo.» Immagina che la madre bora dica così. Se è una madre educata. Ma, straniera com’è, chissà che usanze, che costumi si porta dietro! Chi vive solo elabora anche queste fantasiose ricostruzioni.

Oh, per bacco! Si gira, guarda in alto e in basso. Non c’è nessuno. Eppure qualcuno ha sospirato.

«Che cerchi, amico?»

Comincia a tremare e non è per il vento. Si corregge: è il vento. E’ il vento che parla. Vive solo, lassù. Non ha amicizie da coltivare, non lo cerca nessuno. La signora delle pulizie passa quando lui non c’è. Si parlano a bigliettini. Le lascia sul tavolo il suo compenso. L’amministratore trasmette ordini tramite raccomandate. Le bollette le paga in banca senza muoversi. Comunica con e-mail, s’informa via internet. Il medico gli ordina gli sciroppi per la tosse per telefono. Per quarant’anni ha fatto il postino. Ha portato messaggi a tutti, sempre di fretta, sempre restando sulla porta, sul cancello. «Buon giorno!» «Buongiorno!» Secondo la fretta. Non sa parlare, non sa ascoltare. Allora ascolta il vento. Ascolta la pioggia. Ascolta il richiamo della civetta, due tetti più in là. Ascolta le ore. Scoccano in quel momento le due e trenta. Non riesce a dormire. Guarda la luna calante. «Gobba a levante.» Fissa l’osservazione per essere certo di non sbagliarsi. Ecco una delle sue passioni. Quella di verificare l’esattezza delle inezie, delle minuzie. Che gl’importa? E se fosse luna crescente? Niente. Ma allora direbbe altrimenti. «Gobba a ponente.» Ecco le sue serate, le sue nottate da condomino borghese, benestante e insoddisfatto.

Che cerchi, amico? Ecco, la domanda si ripete. Così pensa che gli sussurri il vento. Si mette un accappatoio, sente troppo fresco. «C’è qualcuno?» Che domanda idiota!

Il balcone non sbatte più. C’è calma intorno, eppure l’aria circola veloce, lo circonda, gli stuzzica le narici. Starnutisce. «Salute!» Quando vivi solo parli ai fantasmi senza scomporti.

Ha sempre parlato al vento, ha sempre parlato a vanvera, di notte, al buio.

Quando nessuno ti vede, ti sente, ti giudica, ti classifica è facile assumere comportamenti sciocchi. Ma puoi anche permetterti grandi riflessioni, coraggiose, ardite. Quando sei solo puoi parlare a voce alta. Basterebbe pensare per capirsi, per dirsi qualcosa. No, a voce alta è meglio. Ti dai un tono, prendi una posa. E’ tutto più impegnativo e convincente. Anche con sé stessi, parlarsi chiaro è meglio.

Da un po’ di tempo lo afferra, lo tormenta, non gli dà tregua un pensiero grande. O sciocco? Il senso di responsabilità! Che cos’è? E’ un atteggiamento? Un atto pubblico? Un culto? Un obbligo morale? Un dovere d’ufficio? Un imbroglio? Boh! Forse è una stupidità. Giacché nessuno vuole assumersi la sua responsabilità. Tutti la respingono, la declinano.

«Non mi sembra giusto.» Questa è la sua conclusione. Almeno in teoria. Poi, nei fatti, resti a riflettere. Intanto non trova un cane che concordi. Anzi, gli ribaltano l’offerta. «Ah, perché tu te l’assumeresti la responsabilità?» Prima pensava che, sì! Insomma. Ma dopo quella domanda, quel distinguo, quel prendere le distanze, quel mettersi dall’altra parte del tavolo del contendere, ha detto di no anche lui. «Perché dovrei assumermi la responsabilità di fare l’amministratore interno di condominio?» Cosa normalissima. Però presuppone l’assunzione di alcune responsabilità. Allora tutti stanno alla larga. E io? Che faccio? Bè, capirete. E’ una grossa responsabilità!

La bora madre, il filone di vento insinuatosi in borgo si è fatto più veloce e pungente, sembra puntare dritta sulla sua mansarda. La sente fischiare a tratti, quando sembra placarsi e riunire con richiami effimeri gli spifferi e i refoli dispersi. Meglio restare uniti, si è più forti. E’ il vento che gli parla, e non è la prima volta. Sembra vivo, come qualunque cosa che si muove, che si agita, che sprigiona energia propria. S’accorge che è lui che gli parla, e si risponde. Gli fa star bene questo colloquio notturno con qualcuno che non lo contraddice. Non ti dà sicurezza, è vero! però, almeno ti tiene compagnia. E’ brutta la solitudine. Soprattutto se è lunga, se è notturna. Se sai che domani sarà ancora così. Almeno il vento viene, si ferma, gli confessi qualcosa, poi se ne va, sfuma. Non ti porta rancore, non ti ricambia con i suoi dubbi. I tuoi ti bastano. Eccome! Grazie, vento siberiano.

Si rivolge a sé stesso in prima persona. E’ un problema fisso che lo tocca sul vivo. «Ho raccolto documenti, certificati, pagine di giornale, depliant di gare podistiche, di feste campagnole, carte reperite alla rinfusa e ne ho fatto un dossier.» Le mostra al vento. Le lascia al vento. «Parole al vento.» Lo sa. Ma sono stampate, sono pensate, sono imposte, suggerite, proposte. Fate come vi pare! Ma con la carta scritta non si scherza. Carta canta! Che dicono le carte?

L’ente che fornisce servizi declina ogni responsabilità in caso di imprevisti. Gli organizzatori della corsa dilettantistica in bici declinano ogni responsabilità per eventuali danni a persone e cose. Chi ti vende qualcosa in garanzia comincia declinando ogni responsabilità, qualora… Ti assicuri? Articolo dopo articolo, scopri che ti è escluso e vietato quasi tutto, quindi, alla fine, non sai perché ti sei assicurato.

Ha sul tavolo il testo della Costituzione. Il Capo dello Stato non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni. Comperi dei surgelati con pesi e qualità indicati chiaramente? Bene! Guarda sotto, in piccolo. Sta scritto che il produttore declina ogni responsabilità se ci fossero delle variazioni, guasti, difetti ecc. E se ci fossero? Ecco pronta la risposta. Causa della cattiva conservazione da parte del consumatore. Piove, l’acqua ti entra in garage? Chiedi al costruttore, all’architetto: come mai? Cattiva manutenzione del conduttore. Loro non c’entrano. Chiaro? Si chiamano fuori. Devi ingoiare una pillola? Non leggere le istruzioni farmaceutiche sulla confezione. Per carità! E’ declinata ogni responsabilità in caso di arrossamento, paralisi, allergia ecc. Butti la pillola e ti tieni il malessere. Esiste qualcuno a questo mondo disposto a tirare fuori il petto e a proclamare spontaneamente: sì, mi assumo la responsabilità? Il nostro postino in pensione, signor Nando Posta per i colleghi, non conosce nessuno. Tranne uno.

Dal campanile scoccano le tre. Non ha sonno. O meglio si sente stanco, assonnato, ma non gli riesce di addormentarsi. Beh, raccontiamola tutta! La ragione di questa nottata agitata è presto detta.

Gli è capitato di assistere ad un banale incidente stradale. Nessun ferito, modesti danni ad entrambe le vetture. Fanali rotti, un po’ di vernice escoriata, leggere ammaccature. Ma ad essere ferito, nel caso, erano stati il prestigio, il buon nome, la professione, la notorietà. La Ferrari dell’avvocato De Frattinis e la Mercedes lusso del comandante dei vigili, in borghese, si sono urtate allo stop. Semaforo intermittente: vado o non vado? vado! No! Sbuca una Panda con precedenza. Blocchi tutto, quello dietro avanza. Paff! «Ma cosa fai!» «Ma che testa di…» e dice di che tipo. I due si conoscono. Non appena il sangue si placa, tornano a darsi del lei e a cercare di scovare il responsabile. «Mi ha investito da dietro» proclama l’avvocato e ha pronti i codicilli da citare a memoria. «Lei si sbaglia, sa bene che ha fatto retromarcia.» Il comandante dei vigili sta già rievocando le migliaia di varianti che gli hanno permesso di multare chiunque. «Breve, ma inversione sufficiente.» «Ma che dice?» «Ma come si permette?» Volano sguardi assassini. Si fa su ressa. L’immagine, la posizione, il credito popolare, la superbia di entrambi sono a rischio. I sogghigni degli astanti già affiorano. Come andrà a finire? Si avvicina anche lui, Nando. Ha visto tutto. Crede, suppone. E poi è curioso. Come si concluderà la vicenda? Ha sentito l’urto, più che altro. Ha girato il capo. Era lì a due passi. Le intenzioni, i lampi, i gesti di un miliardesimo di secondo non li saprebbe descrivere neanche Pirandello, però non può negare di aver assistito al cozzo. Si ferma una pattuglia di carabinieri. «Fate largo!» Cordella metrata già in mano, gesso pronto, domanda scattante, quasi registrata. I contendenti già da alcuni minuti fotografano con un aggeggio che dovrebbe servire a telefonare. Ormai si usa così.

«Chi è stato?» Il brigadiere è perentorio.

«E’ stato lui.»

«E’ stato lui.»

«Chi di voi ha visto?» Il giovane brigadiere, berretto sulla nuca, assume la posizione indispensabile per guardare e misurare a terra. Ci saranno cinquanta persone accalcate, curiose. Oh, nessuno ha visto! Più di metà ha visto.

«Procediamo con i rilievi.»

«Procediamo.»

«Procediamo.»

Finite le misurazioni, il brigadiere chiede nuovamente. «Chi è stato?» Dalle misurazioni non si evince niente. Perché, osserva perspicace, sull’asfalto non si notano le intenzioni e le iniziative di movimento con precedenza di azione. L’avvocato quasi quasi ci casca, si smarrisce per la scontata, lapalissiana affermazione. Il comandante dei vigili urbani assume la direzione delle indagini. «Un momento!» Tutti aspettano una novità. Non succede niente. Si accorge, si ricorda che è soggetto in causa.

«Per cortesia» supplica il giovane appuntato. «Qualcuno ha visto qualcosa?» Nessuno si assume la responsabilità di cittadino.

«Io.» Si ode una voce. La sente anche lui, Nando, forte e chiara. Tutti si girano. Lui non si gira e sa bene perché.

«Venga, signore. Nome e cognome, prego?»

«Un momento, prego.» Nando già balbetta. «E’ la prassi. Dica: chi ha procurato il danno?»

La testa, da normale trentasei e cinque di temperatura, gli passa a leggera ebollizione, scotta.. Ma che vogliono da lui? Vogliono inguaiarlo? Cosa l’ha spinto a esporsi? Può mettersi contro il comandante dei vigili? Può mettersi contro il famoso avvocato De Frattinis? Esistevano altri modi di indagare?

«Veramente…» «Sì, dica pure, senza alcun timore.» L’occhio del brigadiere e dell’appuntato si sono fatti indagatori, scrutatori, esigenti. «Nandooo!» Si chiama da solo, s’incoraggia.

«Quando ho sentito l’urto ho guardato e ho visto.» «Questo lo stiamo costatando.»  «Ma...» «Ma chi ha fatto la mossa sbagliata?» L’avvocato o il comandante? «Ma però tuttavia …non saprei.» «E allora perché ha detto che ha visto tutto?» Sotto voce lo definisce irresponsabile. Accetta l’infamia, pensa di averla fatta franca. Tenta di dileguarsi.

«Si ricordi che l’aspettiamo in caserma, dovrà chiarire con più calma e senso civico.»

E’ anche per questo che si prende tutto il vento che viene, così come viene, per vedere se riesce a ripulirsi dalle scorie, dalle malsane usanze di perbenismo che lo avvolgono. Si sente avviluppato da strati di troppa semplicità, di stupidità, di innocenza inutile in una società ingorda, avida e insulsa in cui nessuno è responsabile di niente e, appena uno azzarda di farsi avanti per fare il suo dovere di cittadino, viene subito isolato, umiliato, assalito, indagato. Ha la parvenza di pericoloso sovversivo di costumi? E’ un normale cittadino, all’antica! in via di estinzione. Stona, evidentemente.

Sul davanzale di fronte, dal pomeriggio, è posato in bilico un grosso vaso di bonsai, è di pregio. Stanno facendo dei lavori di restauro e i muratori l’hanno posato provvisoriamente. E dimenticato. Mica sapevano che di notte sarebbe venuto quel ventaccio dal nord. Da qualche ora sta intuendo, nel semibuio della notte stellata, che quel grande vaso sta per creare un gran putiferio. Balla, ballonzola, tentenna, torna quieto, poi pende e ripende. Sente che cadrà da un momento all’altro. Chissà cosa si penserà, cosa si dirà. Chiude gli occhi. Li riapre. Il vaso non c’è più. Si sporge e lo scorge in mille frantumi a qualche decina di metri più sotto, in piazzetta.

Chiude le finestre. Incomincia il suo rosario improvvisato. Non ho visto niente! Non ho visto niente! Non ho visto niente! Cerca di imprimerselo bene in mente. C’è sempre qualche malumore, qualche litigio sopito, la voglia di mettere nei guai chi ti è antipatico. Che non capiti fuori il solito malefico interrogativo. «Chi è stato?» Sei stato tu? Io? Sarà stata lei! Che dice l’assicurazione? Lei, per caso, ha visto niente? Io? Ma come si permette?

Suonano le tre e trenta. Sente che sta per cadere dal sonno. Si alzerà tardi domani. Il vento è calato, si è placato. Forse si è addormentato pure lui. Sente il richiamo della civetta. Eccola! Lei è stata, questa menagramo! Infatti, gli era sembrato che l’uccello del malaugurio si fosse posato sul bordo del vaso facendolo pendere definitivamente nel vuoto. Ma chi farà da testimone? Chi si assumerà la responsabilità? Ha deciso che, lui, no. Potrebbe testimoniare che a far cadere il bonsai è stato il peso piuma della civetta posatasi sul bordo del vaso in bilico? A far straripare un bicchiere colmo basta una goccia! Ma chi gli crederebbe? Ha le controprove? Cosa faceva a quell’ora sul ballatoio? Un nuovo, inatteso senso di responsabilità gli consiglia di mentire. Anzi no, che dice? Di ignorare. Non ha visto né sentito, quindi non parla.

E poi, domani mattina, ahimè! alle dieci in punto, deve passare in caserma. A dire cosa? Mah!

 

ADELINA

 

Sono belli gli ontani a maggio. Quasi nessuno parla di loro. Forse la gente non li conosce. Invece nel parco ce ne sono. Li chiamano alberi. Sono ontani, invece. Quattro o cinque a fare boschetto. Uno solitario. Di questo voglio parlare. Che cos’hanno gli ontani a maggio? Tutto e niente. Ossia tutto quello che vuoi vedere, che riesci ad intravedere e cogliere. Ma serve la voglia. La voglia di osservare, di godere le cose belle e sfuggenti che attraversano il tuo cammino. Hanno la magnificenza della corona aperta e ombrosa, un frondeggiar discreto, da betulle, timido e continuo. Non offende, reca già frescura, e le carezze d’aria che aneli da qualche tempo. Non ci sono più primavere e i primi tepori sono brevi, ti sembrano care rimembranze, ricordi lontani, desideri da cogliere e tenere stretti. Poi verrà la calura. Passa presto la buona stagione e anche gli ontani, poi, non sembreranno più loro. Di diverso, d’attraente hanno gli amenti trasparenti con mille e mille petali, fogliette giallognole, che frullano al vento in cascate silenziose. Brillano al tramonto. Belle immagini, finiscono presto. Eppure basta un frullio d’ali di passero perché la cascata si rinnovi. Basta una passata di brezza, basta un pallone sfuggito, un rigore sbagliato per ricominciare da capo. Gli ontani mi rinnovano, mi puliscono le scorie ombrose che s’accumulano a trattarsi sempre e solo tra noi. Da alcuni pomeriggi mi godo lo spettacolo gratuito con dei bambini che lanciano la palla per toccare i primi rami. Qualche volta li aiuto, ma poi, quando torno a sedermi, trovo la panchina occupata. Mi siedo sulla panchina di fianco, lungo la strada. Non è la stessa cosa. Mi godo la caduta libera e altalenante di queste faville floreali che durano un tempo interminabile prima di toccare terra e restarvi per sempre. Forse qualcuna di quelle lamelle metterà radice, se sfuggirà ai calcagni dei bimbi che corrono gioiosi. Si cercano, s’inseguono. S’abbracciano, litigano e ridono contenti d’essere là. Sono pur essi fiori che saltellano, ondeggiano e cadono. Si tolgono dai capelli le faville floreali. Un acquazzone ne ha decimati molti, ma la riserva degli ontani sembra inesauribile. Sembrano prestigiatori dell’aria. Quando credi che tutto sia finito, consumato, ecco che riescono ad estrarre ancora carte dai cespuglietti di rami stretti lassù contro l’azzurro del cielo di primavera.

Più volte mi sono lasciato coprire da questi coriandoli, inodori e incolori, magnifici brillantini posti tra noi ozianti e il vigoroso tramonto di fronte. Ti danno l’illusione di essere in un bosco. Deve essere bello un bosco di ontani. Da alcuni pomeriggi, sotto l’ontano solitario, trovo la panchina occupata stabile. Da due nonni. Anche se arrivo prima, sento che devo alzarmi. Mi sposto altrove, già! Ma non è la stessa cosa. Giro lo sguardo intorno, vedo frotte di bimbi liberati dai banchi rotolarsi sull’erba e respirare il profumo nuovo che sale dalla terra, inseguire farfalle e passeri che beccano i resti delle merende. Carlo corre da solo, insegue il suo pallone verde bianco, pesante, da basket. Vi si siede sopra e osserva. Gli si avvicina un bimbetto più piccolo. «Come ti chiami?» «Carlo.» «Io Riccardo.» E’ sufficiente, si scambiano subito spintoni e ruzzoloni e sguardi solidali nel gioco agognato in due. Senza saperlo nascono relazioni, amicizie.

Giro lo sguardo sulla panchina, sulla mia panchina, osservo gli occupanti. Sono due nonni silenziosi. Un nonno e una nonna, capelli argentei, sguardi dolci, vissuti. Occhiali da vista lei, lui occhiali scuri da sole. Sembrano trattenere sguardi, sorrisi, emozioni. Anche loro ogni tanto richiamano qualcuno, fingono di alzarsi, alzano solo una voce. Hanno le mani appoggiate ai festoni della panchina. Normale. Sono a discreta distanza, estranei. Eppure, lentamente, con la punta delle dita si cercano, si toccano. E non si ritraggono. Non c’è nessuno «scusi!». Nessun movimento frettoloso. Stanno.

Niente di strano, se vogliamo. Però qualcosa non mi convince. Ci sono molti nonni, singoli, che accompagnano i piccoli al parco, soprattutto nonne, fin che i genitori sono impegnati altrove. Di bell’aspetto, ben pettinate, e curiose, e spiritose. Hanno già visto, vissuto, conosciuto tutto. Sono, sembrano, impermeabili ai complimenti di chi incontrano. Ci sono molte bugie nel dire. Per questo, con le altre, sono prodighe a loro volta. Reggono le freddure, ma non l’indifferenza, la mancanza di un «la vedo bene» che una donna attende sempre. Sono signore del parco. Guardano sempre intorno, controllano i movimenti dei nipotini. Se rivolgi loro la parola si ravviano i capelli.

Una di queste nonne mi si è seduta accanto. «Buongiorno.» «Buonasera.» «Sì, è quasi sera, ma non è ancora buonasera e non è più buongiorno.» Banalità! «Sì, è vero.» «Eh, sì!» «Ha visto che bella cascata di petali cerati da quell’albero?« «No.» «E’ un ontano.» «Ah, davvero?» Segue l’inevitabile pausa, l’approccio ormai c’è stato. Si può passare ai discorsi veri. Si fa per dire. «Ha visto quei due? Sono sempre qua, insieme.» Si prendono i petali in testa e li lasciano là. Come gli sposi il riso, fuori della chiesa. Faccio silenzio, tossisco. La similitudine mi sorprende. «I risi che potevano avere e non hanno avuto.» La mia vicina è disinvolta, spigliata, ha voglia di attaccare bottone, così per passare il tempo. Da tanto non mette lo smalto, il rossetto è uno schifo. E’ evidente che vuole apparire meglio di quello che è. E’ impacciata nei movimenti. E chi non lo è? Eh, gli anni! Un po’ m’innervosisce. Chiamo Carlo. «Carlo!» Il nipotino mi guarda, non capisce, non fa niente di strano. Lui e Riccardo si contendono il pallone e ridono. Tre anni a testa. Stanno proni, si parlano. Non conosco la signora nonna, mia vicina, la vedo per la prima volta e la sua ingiustificata confidenza m’irrita. «Vede niente?» Mi dice. Mi appresto a una mia piccola esibizione, a un’ulteriore descrizione poetica della caduta di amenti che si disfano, a miriadi.  Queste visioni mi ispirano brevi liriche. Devo sembrarle fastidioso, non mi dà retta. Continua il suo percorso. La sua mano sinistra avanza verso la mia e mi tocca. Mi ritraggo infastidito. «Ha visto?» Faccio per alzarmi. «Ha visto come si toccano?» «Beh, che sarà mai?» Mi risiedo. Sono curioso anch’io. Diamine! Sento che mi sta per raccontare qualcosa. La guardo, lei non mi guarda. Non le interesso. Le interessa soltanto qualcuno cui raccontare qualcosa. Una malignità, certo! Tuttavia dico qualcosa. «Avevo notato anch’io quei segnali strani.» Non voglio lasciare cadere nell’indifferenza l’avvincente pettegolezzo. Bisogna pure passare il tempo. M’interesso. ««Sì, bè, sa, ho notato, però! Affari loro.» Sono timido, osservo molto, parlo poco, non gesticolo mai. Non mi ascolta. Sottovoce, come in una favola per bambine, mi racconta questa storia.

Comincia a parlare di una certa Adelina, di una ragazza che, cinquant’anni fa, era bellissima. «Era un po’ più grande di me, se ben ricordo, boh! Mi chiamo Adelaide, permette?» Ci scambiamo le necessarie presentazioni per giustificare quella confidenza non rituale. «Piacere, Emilio.» E’ doveroso, dopotutto ci si rivedrà con i piccoli al parco. La stagione promette bene.

Continua il ronzio della storia strana. «La prendevo ad esempio, la imitavo, Adelina.» Adelaide si pettinava come lei, parlava come lei, arrotava la erre, come chi frequentava le scuole d’avviamento. La invidiava per le sue amicizie. A diciotto anni era già fidanzata. Con il più bel ragazzo del paese, Ottavino. Faceva il barbiere, aveva già un negozio suo. Mestiere di famiglia. Nessuno era pettinato meglio di lui. Moro, capelli neri, brillantina! occhi di fuoco, sorriso aperto, alto, figura scattante, invadente come chi non teme nessuno e vuole farsi notare. La gente diceva «che bella coppia!» La gente era orgogliosa per il paese. Fatto strano per quei tempi, si stringevano e si baciavano per strada. A loro era permesso. Anche Adelaide si fidanzò. Non ci fu buon fine. Allora cominciò a odiare Adelina.

Segue una lunga pausa. Sembra una recita memorizzata, ad occhi socchiusi. Vorrei uscire da quest’ingorgo di ricordi altrui, gratuiti, che non m’interessano per niente. Non capisco cosa c’entrino. Ci pensa lei, Adelaide. «Quella è Adelina.»  La vecchia sotto l’ontano? «Oh, cielo!» Chissà perché esco in quest’esclamazione. Non m’interessa. Poi innesco inavvertitamente il resto di carica. «E quello, il vecchio, per caso, è Ottavino?» «Esatto.» «E a quest’età si comportano ancora da innamorati?» «Sì, perché lo sono.»  «Oh!» «C’è un particolare. Sono stati sfortunati. Poi, non si sono sposati.» «Oh! E come mai?» Mi sistemo bene nella panchina. «Carlo!» Ma non c’è bisogno di richiami. Il bimbo gioca tranquillo. Sono io a non esserlo. A questo punto voglio sapere. Sollecito a riprendere il racconto. Ma Adelaide, prima così spigliata, stenta a riprendere il filo del racconto. Mi appare un po’ distratta. Guarda in giro. Certamente anche lei è commossa a parlare di un esempio d’amore così bello, che dura nel tempo. Non è un pettegolezzo come pensavo. C’è qualcosa di più.

«Lo sa che ho fatto la maestra?» «Ah, davvero?» Non l’avrei detto. «Di taglio e cucito.» Non capisco più niente. Credevo altrimenti. Ma guarda cosa mi doveva capitare per guastarmi il pomeriggio. Quelli che mi sfrattano, questa che mi confonde!

Non racconta più, riflette, esprime pensieri inattesi, profondi.

«L’orgoglio è un cattivo maestro. E’ un mostro.» Perché salta da palo in frasca? «Beh, devo andare.»

«E’ stato l’orgoglio la loro rovina.» Mi risiedo, voglio capire. Riprende a parlare, sembra per sé, perché non raccoglie più le mie interruzioni.

Era la vigilia delle nozze. Nessuno era più felice di loro. Si capivano, si amavano, progettavano il loro futuro. Eppure vollero sfidare il destino. Erano usurati di felicità, mai uno screzio, una crepa. Ci fu il capriccio, la banalità, il granello di sabbia che, una volta preso a rotolare sulla china, per scherzo, per sfida, per finta, inavvertitamente, finì per diventare frana, valanga, rovina.

«Dio mio!» La donna mi pare in trance. Le tocco una mano, per aiutarla. E’ fredda. «Sta bene, signora?» Ma perché tanta partecipazione? Certamente è una parente.

Con grande sofferenza mi snocciola ancora notizie. Sembra legga un copione imparato a memoria. Adelina voleva andare in chiesa in carrozza trainata da quattro cavalli bianchi. Ottavino le ricordò che non c’erano cavalli bianchi. Erano vicinissimi entrambi alla chiesa, bastava una bella camminata tra la folla di parenti e conoscenti. Erano d’accordo entrambi su qualsiasi soluzione. Però ognuno si puntigliò.

«Non farti mettere i piedi sulla testa, fin dal primo giorno» aveva ammonito la madre di Ottavino.

«Fatti valere da subito, altrimenti, guardati intorno! La donna è calpestata appena non è più piacente.» La madre di Adelina era impettita, persuasiva.

Forse queste regolette, dicerie, dette tanto per parlare, appena sussurrate ebbero un peso imprevisto. Ognuno dei fidanzati restò della propria idea pensando di essere ancor più apprezzato. Poi, con calma, si sarebbe fatto ciò che proponeva l’altro. Ma non c’era più tempo. I preparativi per il matrimonio procedevano spediti. Abito bianco, invitati, pranzo di nozze programmato sull’aia di lei. Ognuno con ansia aspettava di vedere la persona amata arrivare sorridente a dire le parole attese. «D’accordo, facciamo come dici tu.» Ma nessuno si mosse. Il primo parziale irrigidimento divenne sempre più puntiglio, orgoglio, prestigio di famiglia. Nessuno volle cedere. L’amore si trasformò incredibilmente in cattiveria. Passò il giorno del matrimonio, senza matrimonio. Gli abiti furono rimessi nell’armadio. Si restò in attesa. Passarono tre giorni, poi tre settimane, poi anni. Adelina quasi impazzì. Ha ancora il vestito consumato dalle tarme nel suo armadio. Ottavino anni dopo si sposò. Ha figli e nipoti. Però il loro grande amore non finì mai. Quando possono si guardano, si toccano e se ne vanno. Si salutano così. La gente lo sa. «O forse no. Chissà!» Questo raccontò Adelaide, così finì la sua narrazione.

Guardavo fisso i due vecchi sulla panchina che avevo loro ceduto. In effetti, pur tenendosi a rispettosa distanza, si toccavano con la punta delle dita, si sentivano, si trasmettevano emozioni. Lui guardava sempre fisso in avanti. Era lei la più ardita, lo fissava. Una volta due gli tolse dei petali dai capelli. Poi tornò composta a seguire i movimenti di due bimbette, forse gemelle. Se non si è più sposata, certo doveva trattarsi delle nipotine di lui. Che dedizione! Le fa da aiutante, da assistente. Che storia straordinaria, pensai. E che confusione. Sono commosso.

«Nessun rimpianto di ciò che è stato, ma anche molti rimpianti per ciò che poteva essere e non è stato.» La signora Adelaide aggiunse questo assioma alla sua rievocazione. Certo, deve conoscere bene quelle persone. Attendo che quei due si alzino, imbrunisce ormai.

«Bene! Grazie per il tempo passato insieme. Grazie per il racconto.» Lo considero un racconto. Sembrano cose dell’altro mondo.

«Per orgoglio si ferisce, per orgoglio si perisce.» Intervalla silenzio a brevi frasi che sembrano proverbi.

Guardo la signora Adelaide. Non è più quella che avevo visto sedersi mezz’ora prima, sembra un’altra. Ha lo sguardo smarrito e spento. Penso stia per svenire. La bocca è piegata in una smorfia. Guardo in giro, mi appresto a chiamare qualcuno che mi aiuti a sostenerla.

«Anche le acque dei fiumi si dividono a causa di un sasso, del pilone di un ponte, di una cunetta, di un cespuglio, prendono incredibilmente percorsi diversi e vanno a sfociare in mari lontani. Non si vedranno più, eppure erano un tutt’uno nella stessa neve, nello stesso ghiaccio, nella stessa sorgente. Ogni goccia credette di scegliere la via giusta, di rincontrarsi più in là. Invece avevano fatto scelte definitive. Si perdevano per sempre, s’irridevano all’inizio, ma la lontananza era iniziata con il primo passo.»

Mi vengono in mente letture stevensoniane. Qui c’è uno sdoppiamento di personalità. Un fatto che non mi spiego. Chiedo aiuto. Subito accorrono i più vicini. Adelina e Ottavino sono i primi ad arrivare. Lui cammina piano, trascinato da lei. Ha posato una mano sulla spalla della donna. Si avvicinano. L’uomo è cieco.

«Signora Adelina, mi aiuti.» Azzardo, in confidenza, mi sembra di conoscerli così bene. Sono intontito, non credevo che Ottavino fosse cieco. Non mi era stato detto. Li considero amici, non estranei. Il racconto della mia vicina era stato molto circostanziato e coinvolgente. Ma la realtà è tutt’altra.

«Volentieri. Ma non mi chiamo Adelina.»

«Oh!» Mi si annebbia la vista. «Come?» Cerco di connettere. Vedo piombare trafelata una donna voluminosa, accento slavo, occhi spauriti, pettinatura racchiusa, alta. Tipica badante dell’Est. Ce ne sono tante in giro, le individui subito. Tengono a braccetto l’anziano cui badano e guardano in giro.

Mi sento in dovere di informarla che la signora al mio fianco non si sente bene. Gesticolo, cosa che non faccio mai, non so come spiegare. Spiega lei, invece, a tutti, in lacrime. Erano uscite insieme, lei era entrata a prendere il pane lasciando la paziente sulla porta. Era sparita. Stava bene in quel momento, era lucida e serena. Aveva allentato un attimo la vigilanza. «Ma, sapete com’è l’Alzheimer?» Si rassetta i capelli, respira meglio. Sento che sto per crollare. Mi sorgono dei dubbi. «Come si chiama?» oso chiedere. «Adelaide, ma tutti la chiamano Adelina.»

Qualcuno mi offre un sorso d’acqua strizzata da una ciuccia infantile. Tento di uscire dalla ressa che mi soffoca, che mi guarda e mi vede strano.

«Oddio il bambino!» Grido. «Nonno.» Carlo è tra le mie ginocchia e non l’avevo visto.

«Vuole che l’accompagniamo a casa?» Il cieco ha parlato. «Permette? Mi chiamo Giovanni. Non ci vedo, ma mia moglie Antonietta ci vedrà per tutti.» Segue una lunga pausa. «La ringraziamo per la panchina che ci riserva sotto l’ontano. Mia moglie mi assicura che, in questi giorni, gli ontani sono una meraviglia. Io vorrei vederli e me li sogno. Lei se n’è accorto?» Non finiscono di stupirmi. «Gli ontani? Oh, sì!»

Sento la pressione che sale. Domattina andrò in ambulatorio a farmi dare un’occhiata.

Carlo non si scoraggia. «Vuoi giocare con me, nonno?»

Il sole è già basso. Trilla il telefonino. «Emilio? Dove vi siete cacciati? Non vedi che è tardi?» Sbaglio sempre, non ne indovino una. «Andiamo a casa.»

Cammino a testa bassa, mano nella mano. Ripenso a Adelina che mi ha raccontato la sua storia, il suo dramma da perfetta regista. Chissà da quanti anni la ripete. Avrà qualcuno, paziente, ad ascoltarla? Mi ha mostrato degli estranei come fossero protagonisti veri. Le ho creduto, ed era pazza. Con i suoi ricordi è giunta alla sua giovinezza. Sono stato il suo pubblico, il suo uditore. A mia insaputa le ho dato attimi di felicità ripescata. Quando, nella discesa, toccherà l’infanzia, sarà arrivata in fondo al suo percorso. Non avrà altra ragione per vivere. Eppure è riuscita a parlarmi dei guasti del falso orgoglio meglio di un filosofo, di un poeta. Cambierò parco. Non credo che riuscirei a guardarla ancora negli occhi. Ma, se capitasse, le presterò delicata attenzione. Le dirò parole cortesi. «Raccontami ancora, Adelina.»

PIAZZETTA RIVOLTA

Il cane dell'ingegnere viene quasi tutte le notti a depositare i suoi bisognini davanti alla porta del mio negozio, e la cosa mi irrita moltissimo. Non so come fare, è mio cliente, l'ingegnere, e il cane, povera bestia, ha pure le sue necessità. Sulla veridicità del fatto non ho dubbi: li ho visti, da dietro la tenda. Lui è distratto, fuma il sigaro, guarda in giro, come se aspettasse o cercasse qualcuno, invece è solo. Intanto il cane corre, raspa, soffia, ringhia, si morde la coda, distribuisce zecche. Gira intorno al pozzo, alla fine si ferma frastornato, di botto. Ansante, davanti alla mia porta, alza la zampa e si accomoda. Finisce così, quando va bene. Che posso fare?  Pulire e ripulire, per quanto tempo? Fin che vivrà quel cagnaccio enorme, nero, irrequieto che sbuffa, morde, azzanna stecchi come se fossero cosciotti!

«Cretino!» mi dice mia moglie. «Fin che vivrà l'ingegnere, lo dovrai sopportare, quello, se muore il cane, ne prende un altro.» E a volte resta con le parole sospese, come se volesse aggiungere altro, come se volesse dire che anche lei è stanca dell'andazzo. Ma quale andazzo? dico io, il fastidio è mio. A volte ho sperato che il segugio annusasse la porta del magazzino in angolo. E’ il deposito del bar che sta sul marciapiede appena fuori della piazzetta. Penso: e se facesse il servizio una settimana per ciascuno? Poi, un cacciatore mi ha spiegato che le bestie usano delimitare le loro zone d’influenza con le urine. Ecco! Non ho scampo, il mio negozio è sua proprietà fin che vivrà.  Non mi sono arreso facilmente, ho sparso calce e petrolio e poi odori irritanti, ma non è servito a niente. Tra i miei clienti c'è uno dei messi comunali, gli ho chiesto consiglio. «Posso disturbare i vigili?» Mi ha guardato di traverso. «Vuoi scherzare? Per chi li prendi?» Non scherzavo, ma qualcosa devo pur fare. O ha ragione mia moglie? Un po' mi vado rassegnando, poi penso che, se ognuno facesse bene quel che sa e deve fare, andremmo meglio tutti. Se l’ingegnere facesse qualcosa, se lo portasse altrove, o sulla sua stuoia! Ho provato a dirlo a Caterina, ma la sua opinione su di me è incrollabile. Un parrucchiere per uomo, o barbiere, se volete, non è che lavora sempre. Ora, ad esempio, sono qui che aspetto clienti e penso, intanto guardo fuori e spero che entri qualcuno con cui scambiare due parole sensate. A prima vista, la mia quotidiana visione del mondo potrebbe sembrare piuttosto limitata. Il negozio ha un’unica finestra, che mi permette di vedere per ore e ore solo una fettuccia della piazzetta.

C'è la merciaia di fianco, una signora curiosa, invadente e fastidiosa. Vende ago, filo, spagnoletti, bottoni, cerniere, calze. Per esempio, lei, guardando dalla finestra e osservando chi passa e a che ora e come cammina e come guarda, sa fare presagi e conti e scongiuri su chi ha e chi non può spendere, su chi ha le corna e chi le fa, su chi non è sano e su chi fa finta di essere quello che non è. Una fatica enorme, incomprensibile per me. Non credo dipenda dalla finestra piccola. La piazzetta prende nome da sua nonna, dedita, un tempo, a trasformare abiti usati in nuovi. Rivoltandoli! Era “nonna rivolta”.

Non mi preoccupo troppo di quel che succede fuori, perché le notizie mi entrano in bottega spontaneamente. C'è il cliente che sta zitto da anni, appena buongiorno-buonasera, ma c'è chi parla sempre e non ascolta mai, e questo mi va bene, fa passare il tempo e ne scopri di tutti i colori senza la fatica della merciaia di fianco. C'è chi parla poco e interroga, soprattutto. Costui non mi piace. Molti entrano e per prima cosa si accaparrano il quotidiano, lo sfogliano, leggono i titoli, lo sgualciscono girando le pagine con le braccia allungate e il mento in avanti, mentre li rado, e con l'occhio tengono la riga. Li osservo: quando escono, quel giorno, non lo acquistano all'edicola di Ernestino là fuori, sotto l’arco.

Il giornalaio Ernestino considera la piazzetta il centro del mondo, del suo mondo. Qui ha trascorso gran parte della sua vita. Da dentro all’edicola ha scrutato la gente passare, a cominciare dai piedi. Segue gli avvenimenti, l’evoluzione dei costumi, dei linguaggi, dei consumi. E’ come un paguro nascosto nella sua conchiglia e, quasi non visto, osserva, medita, calcola, anche per far arrivare sera. Molte cose si sono sedimentate nella sua mente, nei suoi pensieri, molte riflessioni sono maturate: gioverebbero moltissimo agli psicologi, ai politici, ai genitori, ai maestri, ai giovani. Parlo insieme e lo so. Affibbia epiteti che durano una vita e sintetizza in una battuta il carattere, gli atteggiamenti, la storia dei disgraziati che gli capitano a tiro.

E’ toccata anche a me. Mi chiama Malabrocca. Era il ciclista che arrivava sempre ultimo.

Bè, dicevo, seguo le letture di chi è sotto taglio. Guardano i titoli della prima pagina e passano oltre. Si fermano sulla cronaca locale. Pettegolezzi! Saltano la politica. Arrivano allo sport, poche occhiate. Smorfia ipocrita. «Ehm, anche il calcio, ormai…eh!»

Non do retta. Non sai mai se è un’opinione o una provocazione. Chiudono il giornale, impacchettano le pagine, si leccano il pollice, ricominciano, sonnecchiano. «Il signore è servito.» «Oh, grazie! Quant'è?» Solito!

Il mio campo d’azione è piccolo. Mento, collo, cuoio capelluto. Ad occhi chiusi conosco i miei clienti dai foruncoli, dal neo, dalla pelle secca. Mi dolgono i piedi. Mi annoio a passare ore e ore a fissare, ad annusare grasso di capelli, a sbattere pettine e forbice. Tutto su mezzo metro quadrato. Fin che lavoro, se stanno zitti, penso ad altro. Ad altri. Penso all’ingegnere che ha l'entrata di fronte alla mia, non perché il fatto m’importi, ma solo per curiosità e per far risaltare la nefandezza del suo cane Bosco. Perché non si accomoda a casa sua? Macché, sceglie la mia stuoia! Ho dovuto persino farla rientrare, alla sera, capite? Ve l'immaginate il geometra Remo Piavon che, invece di pulirsi le scarpe, educatissimo com’è, se le impiastriccia? Il geometra è molto pio e, se ode una bestemmia, dice una giaculatoria. Ernestino lo saluta «Oh-remus!».

Caterina frequenta un corso di sociologia al centro sociale e da lì torna sempre agitata e rivoluzionaria più che mai. Se la prende con tutti, anche con me, e questo mi preoccupa. Glielo dico. Siccome è intelligente, mi legge dentro, e la prima cosa che mi dice è proprio rassicurante: non preoccuparti. Il fatto che poi lei dia del cretino a tutti, mi porta a pensare che il suo sia un intercalare, come quello di certe persone che dopo ogni tre parole ci infilano una parolaccia, magari non se ne accorgono. Faccio sempre esempi per capirmi meglio e anche perché, all’occorrenza, possono servire per spiegarsi con gli altri, senza fare la figura di uno che sta là impalato appena qualcuno gli parla in lingua o gli fa un ragionamento.

Indubbiamente, di questi tempi, c'è della confusione in giro. Non sono il solo a pensarlo, l'ho sentito dire anche dal dottor De Bellis. Lavorava in ospedale, ma ora collabora in un laboratorio di analisi cliniche, privato, rende bene, sembra. «C'è della confusione in giro!» Lo ripete come se parlasse di un’epidemia che incombe.

Il dottor De Bellis è già ricco di famiglia, lo so bene, perché mio nonno è stato salariato di suo nonno. Mio nonno, prima della guerra, guidava le proteste dei salariati e gridava le rivendicazioni di tutti, perché gli dicevano: vai avanti tu che hai un cuore grande, ed era vero. Mio nonno andava, spesso si trovava solo, perché gli altri si ritiravano presto, si accontentavano di poco. Così mio nonno passava per rivoluzionario. Viveva in un cason. Dall'altra parte stavano i padroni, i De Bellis, con le loro vaste campagne.

Il dottore parla di confusione? Concordo. Sembra che ci si dia ragione, ma avverto che non è così. La mia confusione è dovuta alla mia testa, alla mia mancanza di personalità, di coraggio. La confusione di cui parla il dottor De Bellis è burocratica. E’ uno snob. Non gli permettono di aprire un gabinetto di dentista! «Sai cosa guadagna un dentista?» So cosa guadagno io. Lui è scontento. E’ un liberale, ma anche progressista. Me lo dice schietto. Stento a connettere, credevo si trattasse di posizioni inconciliabili. Ma si tratta solo di furbizia. Oh, per moderno è moderno! Addirittura me lo spiega. «Lamentati e sei salvo!» Questa è la sua dottrina nichilista. «E’ ora di finirla» afferma perentorio. «Il lavoro a chi ha voglia di lavorare.» Recita frasi che hanno udienza, credito. Si mette di sbieco, sbircia il taglio finito allo specchio. Punta l’indice contro il mio petto e poi contro il proprio. «I lavoratori devono contare di più. I lavoratori siamo noi.» Mi trovo coinvolto. Posso dire di no?

A volte sono assalito da un dubbio. Tutto sembra cambiato, eppure tutto è come prima. Con un dispiacere in più. Il ricco si è annesso pure la lamentela, diritto dei poveracci. E’ come il cuculo, viene nel nostro nido proletario, e ci sfratta ancora.

Mischiare le carte è pericoloso, crea confusione. O adesso sono altri i parametri?

Durante l’orario di chiusura di metà giornata, prendo qualcosa allo snack bar, passeggio lungo il canale. Eh, come doveva essere quieta la vita qui, quando Canaletto dipinse le chiuse e i molini! Non sono un poeta, faccio il barbiere, i miei pensieri sono brevi e incerti. Il mio guaio è che, nel dubbio perenne che mi tormenta, chiedo pareri su tutto a chiunque; mai nessuno che li chieda a me. Servirebbe. Comincerei a fidarmi dei miei pareri. Lo sguardo che getto sul fiume, dallo stesso ponte da cui lo vide il sommo artista, mi mette ebbrezza. Ho un calendario nel mio negozio, questo mese è illustrato dalla famosa tela custodita ad Oxford. Sono qui a verificare i particolari rimasti. E’ ancora presto per aprire, mi sospendo dalla vita quotidiana per alcuni minuti, mi sottraggo al frastuono delle frenate delle auto allo stop e spingo lo sguardo sulle acque che schiumano movendo macine da museo. Non dovevo nascere in questi anni, penso che mi sarei trovato bene al tempo di Antonio Canal. Rivedo il quadro e la gente come stava, come si muoveva, senza fretta o apparente affanno. Vorrei anch’io penzolarmi sul muretto per guardare il turbinio sottostante. Il frastuono delle acque che precipitano in cascatella è ancora suggestivo e allieta l’orecchio del visitatore che ozia sulla riva, e l’occhio riposa sui mille cerchi che si allargano attorno al sughero che s’inabissa. Dei ragazzi pescano dal ponte nei gorghi che schiumano e agganciano scardole avvelenate che ributtano alle onde. Il Burchiello inforca l’altro ramo del fiume e manda un sibilo, avverte il guardiano delle chiuse del suo arrivo. L’acqua è torbida, marrone, non è più quella della tela. M’incammino, attraverso sulle strisce; auto mi sfiorano, mi suonano, certamente hanno ragione, sono troppo lento. E’ ora di riaprire bottega.

Una sera, in un clima familiare del tutto particolare, ho intavolato il discorso sul De Bellis con Caterina. Partecipa a corsi di sociologia, dicevo, sostiene dibattiti. «Qualcosa mi dirà» ho pensato. «Ma cosa c'entra, benedetto te e Iddio.» Quando nomina Dio, di cui non le importa niente, vuole dire che sta stendendo su di me un velo di amorevole pietà, mentre soffoca un vulcano di parole temerarie e poco amichevoli. Caterina si pente, si raddolcisce in fretta. «Ma caro, si può essere intellettuali, si può essere ricchi e solidali, no?»  «Ah!». Nella mia semplicità resto più confuso di prima.

Mi sono accorto che è difficile vedere bambini soli che camminano per strada, sui marciapiedi o in piazzetta. Quand’ero bambino ci chiamavano “piassaroi”, eravamo sempre per strade e piazze a combinare guai, a giocare a bande, a nuotare in canale.

Ci sono dei parchi, ma raramente si sentono richiami, grida di vittoria, respiri affannosi raggiunta la meta. Il gioco, inteso come attività fisica, gioiosa, spontanea, libera, all’aperto, tra coetanei non esiste più. Quando i genitori hanno rientro, al pomeriggio, qualche volta, Antonello, un ragazzino di quinta, dal secondo piano, scende in piazzetta. E’ solo, si arrampica sul pozzo, si contorce, si issa, salta, capitombola, ruzzola, si procura qualche abrasione, succhia il sangue, contento di avere fatto qualcosa di diverso. Quando capita, gioca con Bosco, il cane dell’ingegnere Bezzica. Non capisci chi sia più felice. La merciaia lo rimprovera, minaccia di avvisare i genitori. E solo perché, secondo lei, disturba. Ernestino guarda, sonnecchia e basta. Il pediatra con l’ambulatorio sul lato nord, se gli passa accanto, mima una mossa da boxeur e Antonello si mette in guardia, ma dura un attimo. E’ scherzoso il dottore. Quand’era in fasce gli ordinava la nidina. Le mamme dicono che è simpatico, e quindi bravo. Guardo Antonello dalla finestra, non mi muovo, non voglio che mi tema, che interrompa lo sfogo di cui ha bisogno. Quando sta per andarsene faccio il gesto di offrirgli due caramelle. Il ragazzo non sa che farsene, vorrebbe altro. Così risale mesto.

La mia piazzetta è uno specchio in miniatura del mondo che mi circonda, è un assaggio, è la carota che esce dalla sgorbia, che ti dà l’idea di che pasta è formato il tutto.

Ci sono tanti personaggi che girano attorno a questo mio piccolo mondo, ma ce n’è uno in particolare che mi affascina e intimidisce, è Carla Rumisch. Carla, di famiglia istriana, proprietaria dell’agenzia di viaggi, è rivierasca da quarant’anni, perché è nata qui. Della piazzetta Rivolta si può dire che è uno dei satelliti più importanti, per il richiamo di gente che la sua attività esercita, a beneficio di tanti altri, a cominciare dall’edicola. Quando lo dico, con discrezione, a Ernestino lui nega decisamente, anzi «è il contrario», dice.

Carla è una persona vivace, gaia, sorride a tutti, si rivolge confidenzialmente a tutti. L’ho sempre vista in pantaloni, capelli corti, figura slanciata, sguardo sbarazzino, una smorfia prestampata da presa in giro. Veste di verde. Sì, verde è il colore che più le si addice; ombretto sotto le palpebre, prevalenza nei capi di abbigliamento, nei monili, negli occhiali, perfino nei capelli; la lacca è verde, al dito porta uno smeraldo. Più che provocante è una provocazione per i ben pensanti. Nella piazzetta è benvoluta. Quando la incontri ti saluta per prima e poi ti pizzica con una battuta fulminante.  Qualche volta viene a pettinarsi da me, come un maschio; ovviamente mi dà del tu.

«Sei mai stato a Copenaghen?» La guardo in silenzio per capire il senso della sua richiesta. Non sono mai stato all’estero e tanto meno a Copenaghen, tra l’altro non ricordo neppure dove esattamente si trova. «Palmiro, se ti capita di essere stressato, di non capire più niente dalla stanchezza, dalla svogliatezza, dalla nausea, vai a Copenaghen.» Mi strizza l’occhio, come per una tacita intesa che non c’è. Ma quello è il suo modo di fare, quando vuole sottolineare una sua convinzione, abbassa il capo in segno affermativo e strizza l’occhio. Certi maliziosi mormorano delle malignità sul suo conto, per la sua disinvoltura nel comunicare. Per me si sbagliano. La sua sfacciataggine è limpida e cristallina.

«Cosa c’è a Copenaghen?» chiedo distratto. Si pettina, si spazzola, si dà il profumo da sola. Ogni tanto mi porta un regalino.

«C’è quello che una persona stanca, sull’orlo di una crisi, desidera: scomparire per un po’, annullarsi in mezzo alla gente cui non importa nulla di te, andare al Tivoli ad ascoltare la musica, il brusio della gente, il ronzio dei tuoi pensieri, il fruscio delle comete, fin che ti senti risucchiare dall’universo stellato e ti pare di uscire da te stesso e restare a guardarti, fin che ti dici: basta così, andiamo a casa! Allora ti svegli più snello, più leggero, prendi un gelato. Sei salvo. Ma se il tuo io esce e non torna più, bè, allora…»  «Allora?» chiedo quasi d’istinto. «Allora ti trovano stecchito su una panchina i netturbini del primo mattino; ma per te, a quel punto, fa lo stesso. Oh, ma se ti occorre qualcosa lì c’è tutto! Copenaghen è Roma, Parigi e Londra messe insieme: ci sono arte, bellezza, rispetto per la tua privacy, là riesci a dimenticarti, a ricrearti, a ripartire di nuovo. A me è successo. Però...» «Però?» chiedo dopo un attimo di smarrimento.

«Devi conoscerti bene per andare a Copenaghen, altrimenti stai a casa. Se ti interessa: c’è un intercity tutti i giorni, alle otto e quindici, secondo binario; in bassa stagione ci sono delle facilitazioni interessanti. Oppure l’aereo, scalo diretto da Milano.» Stai tranquillo! Mi sorride. «Scherzavo, non parlavo per te. Mi esercitavo. Sono di mestiere, sai!» Sono tranquillo. «Uno come te muore in piazzetta.» Ritorna sui suoi passi. «Al massimo, va a Bologna.» Mi tira dietro queste parole come sassi. Si vede che sono uno che non andrà mai lontano nella vita, si vede fin troppo bene che, di una torta, prendo sempre la fetta piccola.

 

IL BARBIERE

 

Quanta gente, quanta varia umanità passa da un barbiere. Ha bussato una zingara per leggermi la mano. Mostra vistosi ori al collo e ai polsi. Ha gironzolato in piazzetta per due ore, ha intercettato e letto tante mani, anche mani che mai avrei pensato. Si fanno spillare dieci euro per sentirsi dire: leggiamo la mano, bel giovane? Sono gli anziani che si fanno leggere. Non credono più, non gli resta che sperare oltre. Verso mezzogiorno, quando il traffico si è diradato, bussa, entra, mi sorride. Ha interpretato male la mia tranquillità. «Leggiamo la mano, bel giovane?» Non sono mai stato bello, non sono più giovane. Glielo dico. «Hai già sbagliato tutto.» Si ritira senza sbattere la porta. E' quasi ora di chiudere, entra trafelato Memei Baldin. Non abita qui, viene apposta da fuori, e ogni volta dovrei apprezzare che non va dal barbiere sottocasa. Ha una fabbrica di scarpe. Abbiamo frequentato in gioventù lo stesso corso di disegno a villa Pisani, poi io ho cambiato strada; lui ha fatto fortuna. Penso che venga per rinfacciarmelo, per dirmelo, che lui è stato più intelligente. E' uno che la mano se la fa leggere e paga. Sono convinto che non ci crede, ma lo fa per mostrare che può, che è splendido. Ha sempre fretta e viene quando sto per chiudere, quando non c'è più nessuno, quando sento il bisogno di andare a prendere qualcosa di caldo da mettere nello stomaco. Non mi fa un favore, quando viene. Entra con il suo fare da padrone, con la sua vestaglia bianca, ma che lava raramente. Così va in banca, va al bar, va dal notaio, dall'avvocato, in comune. Tutti gli aprono, gli parlano, lo salutano. Ha fatto i soldi, non vedono lui, ma  i suoi schei. Forse c'è un legame tra le due cose: io, che non ne parlo mai, non ne ho mai.  Non deve essere solo casualità. Tento di aiutarlo a togliersi la vestaglia. «No, no, ho fretta.» Non capisce che è questione di igiene, di rispetto per chi verrà a sedersi dopo; crede che voglia spogliarlo di quella sua lurida laurea che esibisce come titolo di potere, e si difende. Allora gli metto un asciugamano sotto, ma confonde il gesto, lo crede un atto servile nei suoi confronti, vedo che gongola. Com’è possibile che un personaggio simile abbia trovato credito, si sia affermato nella vita? Probabilmente ha delle abilità, delle qualità professionali che non conosco, che usa con parsimonia, nel suo ambiente, al momento giusto, per non sprecare le energie e le risorse. Mi illudo che sia così. Mi piacerebbe discutere di queste problematiche sociali, di questi comportamenti umani con Caterina, che, tra l'altro, dovrebbe essere una specialista. Ma temo di fare un buco nell'acqua. E’ anche lei superba. Gli ambienti che frequenta le danno credito, ci sono professori e sindacalisti, studenti di sociologia; tutti si danno del tu. Ognuno porta del suo, lei porta la grinta, la rabbia necessaria. Mi sembra poco. Lei dice spesso: ho un sogno. Anche a casa c'è poco, ma ci basta. Non abbiamo figli. Li abbiamo tanto desiderati. Che sia questo il suo sogno? Non ci manca niente, forse un po' di serenità. Però le voglio bene, mi arrendo facilmente, perché mi fido di lei. Conviviamo da moltissimi anni. Vorrei sposarla, ma di questo non parla mai.

Memei va in Romania, la settimana prossima. Porta lavoro all'estero. «La manodopera costa meno» dice. E la disoccupazione in Italia?  Qualcuno deve avergli suggerito la risposta, perché mi risponde prima che approfondisca. «Sai, è la globalizzazione, ormai tutto il mondo è paese.» Lo guardo. Mi guarda e bestemmia. Sembra obbligatorio. «Se sto fermo qui, faccio la strada di una sucara.» parla da solo. «Qui in Italia, questi governi ti mangiano vivo, se hai l'ingegno di produrre qualcosa, ti spennano di tasse.» Sto zitto. Fa un giro troppo largo, dove vuole arrivare? «Hai qualcuno che mi rileva l'azienda? Per quattro miliardi di vecchie lire gli do tutto e finalmente faccio il signore.» Ma dove avrà imparato queste frasi fatte? Questi trucchi affascinanti? Non ho compratori, ovviamente. Mi rinfaccia la sua ricchezza. Miserabile! Infatti, si professa miserabile. «Lo sai che, se le banche mi restringono il credito, mi trovo col culo per terra dalla sera alla mattina?» Non lo so. Potrebbe essere. So però che un mese fa è entrato con la sua mercedes dentro la vetrina di un bar. «Un caffè corretto, prego!» Lo guardano sbalorditi. «Quant'è, tutto compreso?»

E' stato a Parigi cinque giorni, Memei. Non vedeva l'ora di tornare, una noia! Non c'era niente da vedere! Grandi mangiate, serate al night, grandi dormite. «Hai visto i Campi Elisi, la torre Eiffel?» «Ma quali campi!» Suona il telefonino, si agita tutto: deve  andare via subito. Chissà quale affare! Fra dieci minuti è pronto in tavola, la moglie lo invita a sbrigarsi, cioè, invita me a sbrigarmi. «Il signore è servito» dico, sorridendo. Lui la prende sul serio. «Quant'è?» Mi conta gli euro due alla volta come se fossero i suoi ultimi. «Sai, mi libero della moneta, e poi ti possono servire.» Dovrei ringraziarlo. Esce, mi libero di lui. Uno così mi toglie l'appetito.

Per chi lavoro? Perché lavoro? Tutti vanno in pensione giovani, vorrei andarci anch'io. Sono stato dal sindacato, hanno tirato fuori le tabelle e fatto i conti: non mi conviene, avrei una miseria, ma soprattutto non saprei cosa fare. Ci sarebbero delle cose che non ho mai fatto e che mi piacerebbe fare fino alla nausea: oziare, alzarmi tardi, viaggiare, camminare per i boschi, ascoltare la Tosca e il Barbiere tutto il giorno senza essere disturbato. Vedo certi pensionati che attraversano la piazzetta anche dieci volte in un giorno. All'inizio camminavano forte, per fare gamba, dicevano; per la dieta; per fare quattro chiacchiere. Con chi? Li vedo spesso soli, non camminano più in fretta, guardano indietro, si fermano alle vetrine, ma non vedono le merci, si specchiano, guardano se viene qualcun altro; non viene, e se viene tira dritto; non hanno niente da dirsi, hanno tagliato i ponti. Alcuni hanno capito in tempo e si sono tuffati nel volontariato. Ci sono tanti tipi di volontariato, ma penso a quelli disponibili per qualunque Bosnia, per qualunque Kosovo, pur di andare via da casa. Mario Stroppa è uno di questi. Viene a pettinarsi ogni sabato, è abbonato. Simpaticissimo, veneziano, non distingue una zappa da una vanga, non sa usare una siringa, in macchina guida col cappello in testa. Volontario! Penso che un tipo così, laggiù, qualche volta sia d'impaccio; non bastano la buona volontà, l'improvviso amore per il prossimo e la voglia di avventura a sessant'anni, con gli acciacchi e la precarietà fisica che avanzano. Davanti alle epigrafi scherzano con l'ex-collega d'ufficio. «Hai visto, neanche oggi ci siamo.» Quanti anni aveva? E' scritto, basta leggere. «Però, giovane, eh!» Loro, sono più vecchi, ma sono ancora qui. Ridono delle loro spiritosaggini. Domani le ripeteranno con altri. Aspettano mezzogiorno, poi sera, poi mattina. Aspettano. Mi sono chiesto: per chi lavoro? Per me, per vivere, per vestirmi, per pagare l'affitto, le tasse, le medicine; ci bastiamo, Caterina ed io; anche lei ha uno stipendio; ho messo via qualche risparmio, per non avere bisogno degli altri, se mi succede qualcosa; quello che fanno tutti, insomma. Non mi soddisfa la risposta. Ci deve essere qualche altro motivo più nobile, che non so, ma c'è di sicuro. A chi posso chiederlo?  Piuttosto, perché lavoro? Forse le due risposte stanno qui dentro insieme, me lo sento. Perché? Perché lo fanno tutti, perché è la prima condizione di cittadinanza, sul lavoro è fondata la Repubblica; questo lo so fin dai banchi di scuola.

Una risposta convincente, o per lo meno soddisfacente gliela fornì, a sorpresa, Angelo, un contadino ottantenne. Viene a radersi i capelli regolarmente ogni mese e mezzo. «Voglio tenermi in ordine, fin che posso» dice. «Se ti lasci andar giù è finita, e fin che il Padreterno mi lascia qui voglio spendere bene i miei giorni.» I miei giorni? Belle parole. «E come sono i vostri giorni, paron Angelo?» «Vedi queste mani? Hanno cambiato la faccia della terra, una piccola fetta della terra di questo mondo, la mia campagna. Era terra che andava sott'acqua: l'ho bonificata, rialzata, irrigata, l'ho resa bella, le ho dato la voglia di produrre, le ho lasciato la mia impronta, si può dire, l'ho plasmata come l'avevo pensata, ho seminato quello che ho scelto e voluto, ho potato le viti come mi è piaciuto, ho innestato gli alberi perché dessero il meglio di sé senza fargli del male. Mi hanno sempre risposto alla grande, la fatica mi ha dato il pane buono e reso felice.  Ecco, vedi, sono contento, perché  nel mio campo sono stato un signore, un protagonista.» Angelo mi ha tolto il fiato, anzi no, mi ha dato il fiato, mi ha aperto uno spiraglio. E non aveva finito. «Anche tu, Palmiro, nel tuo campo sai lasciare un segno, un'impronta della tua arte, della tua fantasia e della tua creatività.» La mia fantasia? Ho una fantasia? Ma di che cosa parla questo vecchio? «Anche tu, Palmiro, quando tagli i capelli ci metti tutta la tua personalità: ti tiri indietro a guardare come viene il lavoro e riprendi a fare quello che hai già in mente di fare, non lavori a casaccio, anche tu crei.» Dio santo, ma che sia vero? Quanto mi piacerebbe che fosse vero.

Ho comperato un’azalea e l'ho sistemata sul davanzale, verso l'interno: sto attento che non prenda freddo, siamo ancora indietro con la stagione. «Ti durerà quindici giorni» ha pronosticato Teresa, la merciaia di fianco. Mi sono affezionato alla mia azalea, mi rende gradevole l'ambiente, gli dà un tocco di primavera, di candore. L'azalea è un essere vivente, non può muoversi, ha bisogno di aria, di luce, di acqua, di riparo dal sole, di sguardi e di complimenti, penso. Se non fosse così, perché mai uno dovrebbe comperare un fiore? La vita dell’azalea dipende da me, senza di me è morta.  «Azalea, vivrai, te lo prometto, non mi dimenticherò di te.»  L'ho promesso e ho scoperto che è la prima volta che ciò accade: qualcuno dipende totalmente da me. Ho scoperto che non sarei capace di andare oltre, di fare un lavoro diverso dal mio, non sarei in grado di fare il chirurgo, il maestro, il capitano, ad esempio, neanche il capo cantiere, pensate che non ho neppure un aiutante. Solo sapere che la vita, il destino, la felicità di qualcuno possa dipendere da mie scelte, da miei comportanti, da mie abilità mi sconvolge. Non sarei in grado di reggere al peso della responsabilità, perciò sono contento di sapere che c'è in giro tanta brava gente che lo fa.  Forse sono all'antica, ma io sto bene così. Pensate che ho rifiutato l'insegna "Coiffeur", preferisco "Barbiere". Tuttavia di contraddizioni, di sconcerto è pieno il nostro tempo. Saltuariamente, quando è di guardia oppure ha ambulatorio privato, viene a radersi e a curarsi la barba il dottor Mosticoni, ginecologo. Mi telefona, viene un po' prima delle tre, gli apro, entra furtivo, come fossimo complici di un reato. A voler essere pignolo meriterei una multa per non rispettare l'orario, ma, insomma, andiamo! Il dottor Mosticoni è piccolo, quasi calvo, i capelli li ha a corona, lunghi, sulle orecchie; la barba è folta, brizzolata, ben tenuta. Cammina a gambe strette, sguardo schivo, educatissimo, parla a bassa voce, mai una sgarberia o una malignità su qualcuno, non l'ho mai visto alterato e chiede sempre per favore. «Come va, dottore?» «Bene, bene.» Solite formalità. Osservo le sue mani bianche, le dita agili, sottili, ben curate, le tiene distese, sulle cosce, ferme. Quelle mani, quanti bambini avranno aiutato a nascere, quanti dolori di partorienti avranno alleviato?  Le tiene a riposo, salvaguardate, le immagino come depositate in una banca, in quel momento, al sicuro, protette da urti, strappi, abrasioni, sono oggetti d'arte, prodigi.  Confronto le sue mani con le mie che stringono un pettine e un rasoio, che spalmano brillantina. E' più forte di me, l'emozione dei pensieri trabocca e gli manifesto la mia ammirazione per le sue mani miracolose. Le alza lentamente, sono bianche, quasi livide, le chiude a pugno più volte. «Caro Palmiro, queste mani, oggi, hanno dato vita e morte.»  Non sento, credo di non sentire. Mi fermo un attimo, mi guarda. «Queste mani, oggi, hanno aiutato tre bambine a nascere e hanno praticato tre aborti.» Con Caterina abbiamo discusso spesso di questo problema, ancora quando si poteva discutere. Anche lei aveva perduto il bambino durante la gestazione: isterectomia totale per asportare un melanoma. Quel giorno, forse, il nostro rapporto ha incominciato a declinare lentamente, dolorosamente per entrambi. Sono incominciate le incomprensioni, le irritazioni, la difficoltà di sopportarsi, la ricerca di altri equilibri, i miei silenzi. Non faccio resistenza, sto zitto; alla fine ha sempre ragione lei, meglio così. Per noi, l’aborto terapeutico significò tramonto di un sogno. Lo dico al dottor Mosticoni, che allora mi spiega, visto che stento a capire. Tre aborti, voluti, desiderati, richiesti e sottoscritti, non patiti. Quando sento parlare di aborto mi fermo al concetto di liberazione della donna, al primato della sua scelta, ai dibattiti sentiti in casa e in lontane assemblee, ma sono concetti nebulosi, lontani oramai. Non riesco a connettere, a riprendere il mio lavoro. Il ginecologo mi guarda, sorride leggermente, mi vede turbato. Come è possibile che una persona così gentile, sensibile resti imperturbabile a quel modo? Saranno l'abitudine, la professionalità, la certezza della scienza, penso. Moralmente, umanamente mi deve una spiegazione. Ci prova. Oggi, tre ragazze madri, due minorenni, hanno chiesto di liberarsi del loro peso, io, medico l'ho fatto, perché, fallito ogni tentativo di dissuasione, dovevo farlo. Vuoi sapere se ho tremato? Assolutamente no. Vuoi sapere se sono tranquillo? Esce lentamente, le sue parole sono ancora sospese nell'aria. Guardo sul davanzale la mia azalea, tasto il terriccio: che non le manchi l'acqua, per carità.

Ogni sera, all’uscita dalla piazzetta, incontro sette otto persone, stranieri, ferme sul marciapiede. Qualcuno ha una sigaretta, tutti uno sguardo sospettoso, smarrito. Sono giovani, ogni sera sono diversi. Non sono marocchini, più disinvolti, perché hanno una branda da qualche parte, spesso un lavoro; non sono i protettori delle nigeriane, robusti e spavaldi, stipati all’inverosimile in un unico caseggiato padovano. Hanno un colore della pelle nuovo per le nostre parti, forse sono kurdi o cingalesi o vietnamiti. «Cosa vengono a fare qui da noi?» Geniale, come domanda. Parlottano sottovoce, con suoni incomprensibili, appena li guardi zittiscono. Chissà cosa staranno pensando di me: che sono temibile, che sono affidabile, che sono un’ottima preda? Tutto è possibile. E’ quasi l’ora di cena e comincio a sentire fame, penso sia la stessa cosa per loro. Caterina mi ha telefonato: ti va bene questa sera fegato alla veneziana? Uno sorseggia, senza sosta, aranciata da una bottiglia di plastica, due litri. Forse cenerà così, forse verrà a rubare a casa mia stanotte, se mi ha letto nel pensiero, se ha capito che sono una persona molto confusa, dibattuta nei loro riguardi da tanta rabbia e da tanta compassione. Nell’un caso e nell’altro sarei una vittima predestinata: o perché meritevole di punizione per la mia prevenzione o perché preda facile per la mia disponibilità. Inutile girare intorno.

Due pomeriggi fa gli anziani coniugi Callegher sono stati scippati. In due o tre li hanno spintonati. La signora è caduta lussandosi una caviglia, lui ha urlato, invocato, inveito. Hanno strappato una borsa con la spesa e un portamonete. Un centinaio di euro in contanti. Non hanno presentato denuncia ai carabinieri, tanto è inutile, sarebbero altri fastidi. I giornali non riportano più questi casi. Il mugugno della gente sale, insieme alla paura. Caterina ha la risposta pronta: bisogna accoglierli e subito, gli immigrati, anche perché ne abbiamo bisogno. «Vogliamo, una volta tanto, fare gli egoisti per davvero?» dice. «Vogliamo capire, sì o no, che saranno loro a lavorare per noi, a fare i lavori duri e sporchi che i nostri figli non vogliono neanche considerare? Piuttosto restano disoccupati.» Quando fa il comizio non si accorge di parlare per tutti, mentre io la considero solo mia moglie. Sto male quando dice: i nostri figli. Come ho detto, noi non abbiamo figli e mi sarebbe tanto piaciuto averne due: un maschio e una femmina, che naturalmente non avrebbero fatto né il barbiere né la sindacalista sempre arrabbiata. Che avrebbero mai fatto nella vita i nostri figli? Beh! Certamente qualcosa di interessante, di più interessante, loro avrebbero saputo scegliere bene. Ah, che peccato! Dio mio, perché? Li avremmo amati moltissimo, ne sono sicuro.

 

GENTE DI PIAZZETTA

 

L’ombra della solitudine, dell’impotenza che accompagna il declino della vita, si sta impadronendo ogni giorno di più di casa Callegher. Quell’ombra, già così fisicamente presente e greve, per le imposte sempre accostate, diventa ancor più opprimente se c’è la consapevolezza. I coniugi Callegher hanno la sensazione d’essere due naufraghi su una zattera, pur robusta e forte, finora guidata con polso fermo e occhio attento, con disponibilità di bussola, remi e vettovaglie. Ora diventa sempre più problematico tenere la rotta, reggere il timone, dosare i viveri, scrutare l’orizzonte per evitare gli scogli.  Il porto è vicino, lo sentono, già lo intravedono, ma sanno che il rischio di naufragare prima di entrarvi si è fatto alto. Ora che gli occhi stentano ad individuare il faro, le mani tremano, lo sguardo si appanna, la voglia di battere l’onda infida si attenua.

La signora Marcella sta guarendo dall’infortunio subito per uno scippo in strada, ma non si sposta ugualmente dalla sua sedia, sta perdendo la voglia di mettere ordine, di ricaricare la vecchia sveglia, di guardare alla Tv che tempo farà domani. Il colonnello sta diventando petulante, impertinente.

Il colonnello ha fatto un’analisi severa della loro situazione, che considera grave. Nel deserto, quando furono circondati e presi prigionieri, non successe di punto in bianco, fu una lenta agonia. Il cerchio incominciò a stringersi, i compagni gli morivano al fianco. Videro prima che succedesse quello che poi successe. Il loro comandante urlò come un forsennato. «Ragazzi, siamo nella merda.»  Questa parola è pronunciata quando si sa che, intorno, c’è di peggio e quindi non può sollevare scalpore. Egli da un po’ di tempo ripete la stessa frase alla moglie, che annuisce con un sorriso melanconico, inebetito, di resa, mentre si dondola nella sua sedia. La Pinetta non capisce la metafora e brontola sempre più in quella casa che brilla e si conferma nella sua inveterata opinione: siori e sporcaccioni. Un binomio inscindibile.

Ci sono dei segnali inconfutabili che si possono cogliere nel comportamento degli altri per capire quando il nostro prestigio, la nostra salute, la nostra ricchezza, il nostro potere sono in declino. Basta uno solo di questi elementi, perché gli altri si sentano autorizzati a passarti sopra, a passarti davanti, a trattarti con minore rispetto, con indifferenza crescente, a non cagarti. Ormai si dice così.. Quando sei deriso per certi comportamenti impacciati non è piacevole, ma almeno sei ancora vivo; quando ti ignorano, qualunque cosa tu faccia, allora sei al limite, stai per diventare un vegetale, un oggetto. Questi cupi pensieri, il colonnello li va rimuginando da diverse settimane. Al supermercato una cassiera di gran bell’aspetto, mastica chewing-gum in continuazione e parla tra le bolle, cogliendo al volo i complimenti d’obbligo dei clienti. I Callegher non le fanno certo complimenti, hanno altri pensieri. Lei li apostrofa “signori Zitelli” equivocando volutamente e dà loro del tu. «Impudente» le dice il colonnello, «lei non sa chi sono io.» Non l’avesse mai detto!  Hanno dovuto cambiare negozio per evitare i lazzi. Le persone che li salutano sono sempre meno. Lui attribuisce il fatto alla diminuzione del senso civico e alla diffusa maleducazione tra i giovani. Non si accorge che di coetanei non ce ne sono quasi più e che, di solito, non saluti chi non conosci. Quando camminano sul marciapiede, le persone che incontrano non li guardano neppure, guardano avanti, mettono un piede in strada e li sorpassano, come fossero paracarri. Le poche persone che conoscono si prendono delle confidenze impensabili. La domestica, la Pinetta, prima di tutti. Sa di essere indispensabile e li tiranneggia con la sua sola presenza invadente che serve e disturba contemporaneamente. Lui brontola, le fa continue osservazioni, le ordina compiti che lei non esegue, si beccano con parole esplicite e mormorii. Non sanno come liberarsene, come sostituirla. La Pinetta, pur sciocca, è persona fattasi scaltra. Serva da sempre, vede balenare l’opportunità di una rivalsa, di avere anche lei qualcuno che le sta sotto, e calcola fino a che punto può permettersi di maltrattare i padroni senza essere a sua volta danneggiata con il licenziamento. Il colonnello questo lo ha capito e non lo tollera.  Non è la morte che gli fa paura, bensì la malattia, la sofferenza, l’invalidità; teme di restare in balia del nemico. Gli altri, per lui, sono il nemico.

Marcella Callegher non ha mai preso decisioni in vita sua, è sempre stata un’appendice di quel marito autoritario, in definitiva buono e fedele, militare fino al midollo, che espone la bandiera ad ogni festa nazionale e scatta sull’attenti quando sente l’inno di Mameli.

Hanno chiesto consiglio alla signorina Cavallari, stesso pianerottolo, porta di fronte. Ma, più di tanto, non li può aiutare; tra qualche anno avrà anche lei gli stessi problemi, e poi vuole ora dedicarsi a qualche viaggio. Ne ha parlato con Carla Rumisch che sta studiando di inserirla in un pacchetto di visite culturali all’estero, promossi dalla sua agenzia. La signorina Cavallari, tuttavia, un consiglio l’ha dato: chiedete un consiglio a chi sa. La persona cui dovrebbero chiederlo è l’infermiera, persona giovane, ma a modo, esperta nel settore sanitario. Abita anche lei in piazzetta Rivolta, anche se l’entrata è dal vicolo esterno. Dal suo balcone fiorito vede tutto, sa tutto. Il colonnello in persona va a suonare alla porta di Valeria; non c’è, è di turno in ospedale; lascia un messaggio nella cassetta della posta. Negli ultimi dieci anni i Callegher non sono andati in visita da nessuna parte; temendo di crearsi degli obblighi, si sono sempre più chiusi in casa fino a divenirne prigionieri.

Il colonnello è deciso a muoversi, a fare qualcosa, prima che la situazione precipiti, prima di trovarsi in balia degli altri senza aver preso una decisione sul loro destino. Questa mattina è avvenuto un fatto preoccupante. Marcella vestita da festa stava per uscire senza di lui. Esce dal bagno in pigiama, sbalordito le chiede, neanche tanto gentilmente: dove vai? Lei lo guarda con un’espressione di sorpresa: e voi chi siete? Poi si lascia convincere, si spoglia e si accomoda sulla sua sedia a dondolo come niente fosse. E’ un primo segnale, la memoria traballa, si intorbida. Il colonnello la interroga, si arrovella, si stupisce; non avverte ancora che si tratta dei primi segnali della demenza senile incombente, si convince che anche quell’episodio è un ulteriore tassello del suo irrefrenabile e intollerabile calo di prestigio.

Valeria, va a trovarli, ascolta, capisce subito cosa sta accadendo alla signora Marcella. «Marcellina è strana, da un po’ di tempo a questa parte» dice lui, e non sa darsi pace, sembra quasi che non lo conosca più, che la sua mente si annebbi piano piano. Valeria pazientemente informa il colonnello che la signora non può più essere lasciata sola, che devono intervenire i servizi sociali del comune. Le spiega come fare. Farà venire dall’ospedale uno specialista di psichiatria. Sa che questa è solo la falla più evidente. Altre scoppieranno. Di vecchiaia si marcisce. C’è solidarietà in piazzetta Rivolta. Si danno una mano come possono. Le donne sono le più sensibili.

Il cane Bosco, dopo un periodo difficile alla catena nel giardino di casa Bezzica, di brevi scorribande serali lungo gli argini del fiume, è diventato un peso. L’ingegnere l’ha regalato a un cugino che ha un casale in campagna; ma ogni tanto gli scappa, si precipita in piazzetta, spaventa tutti, si avventa sui ragazzini; si lascia prendere come un vitello da mattatoio e riportare alla catena.  Passa lunghe ore con le grandi orecchie penzoloni, gli occhi bassi lacrimosi, sopporta le mosche pazientemente, in attesa.

Una tragedia si sta abbattendo sulla casa di Palmiro, il barbiere. Ne soffrono tutti. La merciaia si soffia continuamente il naso quando lo incontra. Carla Rumisch lo fissa, lo abbraccia. Ernestino è precipitato ancora più in fondo nel suo bunker di carta, non sa che dire. Informata di tutto è Valeria, l’infermiera. E’ lei che passa parola. Sono cinque mesi che Caterina gira da un reparto oncologico all’altro, dopo la sentenza inappellabile ad Aviano.

E’ stata ricoverata nuovamente, dopo una breve dimissione, perché le mani si gonfiano, un braccio è continuamente massaggiato per agevolare la circolazione. Lei lo guarda, lo confronta con l’altro, chiude gli occhi, chissà quali pensieri corrono in quella mente così vivace, così intelligente. Valeria prova compassione soprattutto per il marito, per il compagno di Caterina. Arriva a passetti veloci, tipico di chi, per professione, deve muoversi in spazi angusti; ha gli occhi sbarrati, curiosi, ansiosi di sapere se ci sono novità. Le novità ci sono, ma non quelle che lui attende. «Mi dispiace!» Questo è stato il commento laconico, conclusivo del primario, dopo l’ultimo colloquio. Palmiro ha pregato, supplicato, invocato il medico perché gli dicesse qualche parola di speranza. «Non posso illuderla» gli ha detto. «La signora sa tutto, non perché glielo abbia detto, ma perché l’ha capito.»

Valeria è affascinata dalla profondità di quegli occhi, forse perché febbricitanti, forse perché lei è cosciente e pensante, sofferente al massimo di tensione possibile per cercare una via di salvezza, una giustificazione, un perché a tanto male. Caterina parla sottovoce, lentamente e gli dice parole che Palmiro non ha mai sentito pronunciare con tale trasporto e amore. Gli dice parole inattese. «Ti voglio sposare, prima di morire.»  A Palmiro è mancata la terra sotto i piedi, si è sentito male. «Tutto quello che vuoi, ma non lasciarmi solo, Caterina.» Ha impiegato molto tempo per pronunciare queste poche parole, perché l’angoscia e il pianto gli toglievano il respiro. Lei cerca di toccargli la testa, di proteggerlo ancora una volta. Il suo dolore più grande non è quello di morire, ma il timore di quello che potrà succedere a lui: Palmiro è un bambinone, da solo non se la caverà.

Ha chiuso momentaneamente la bottega, e la assiste notte e giorno. Ha parlato all’assistente sociale: si preparino pure le carte e venga il sindaco a sposarli. «Faccia tutto, faccia presto, per carità.» Caterina, quando ha saputo, ha sorriso, poi ha scosso la testa.  «Non vuoi più? Va bene, come vuoi.»  «Voglio il prete» ha mormorato Caterina. Una confusione indescrivibile annebbia la vista e la mente di Palmiro, teme che Caterina non sia più in condizioni di intendere e di volere. Caterina ha avuto un’infanzia felice, in una famiglia di credenti, poi, nella adolescenza, ha avuto una crisi esistenziale, ha rifiutato Dio. «Non può esistere, se esiste il male.» Questa era stata la sua risposta finale e più non ci aveva pensato, dedicandosi agli altri non solo per professione, ma anche come persona, come donna, con impegno, sacrificio, convinzione, cuore. Ora, più che mai dovrebbe ribellarsi. Ha passato una vita a fare del bene, a soffrire accanto a chi stava peggio, a lottare per il riscatto di chi non riesce da solo ad emergere. La gente parla con ossessione di solidarietà e sempre più tira dritto. Per rialzarsi, il caduto ha spesso bisogno di una mano, lei una mano l’ha sempre data. «Perché devo morire così?» Si arrovella, si abbatte e annega dentro ogni emozione che la fa scoppiare; non vuole addolorare oltre quell’uomo che vive con il suo respiro. Riemerge solida e forte, consapevole e ancora maestra per l’uomo della sua vita. Ricorda le letture giovanili di Giobbe: il giusto messo alla prova, mentre i cattivi prosperano. Non c’è una spiegazione, ma non si ribella, non odia, mette in riga i suoi pensieri, riordina la sua vita, non vuole lasciare disordine dietro di sé. «Tutto quello che ho è tuo» sussurra a Palmiro. «Vivi e ricordati di me, io ti starò vicino sempre. Ti prego, amore mio, ricordati: ora sei nelle tue mani.» Le gote tremano, le palpebre le pesano, una lacrima le riga il viso, scivola via sulla pelle tesa.

Ora, alle soglie dell’eternità, perso ogni appiglio a questo mondo, ne vuole uno ad ogni costo per dopo, teme che l’ombra nera del nulla la sovrasti. Per molti anni non ha creduto e, forse, nelle nebbie, nel torpore che l’assalgono sempre più, neppure ora crede. Palmiro glielo chiede. «Sei sicura? Se vuoi lo chiamo, il prete. Credi davvero che ci sia un’altra vita?» Caterina fa fatica a pensare, ad essere lucida e mormora appena: non lo so, lo spero.

Caterina è morta il Lunedì di Pasqua. C’è poco personale in corsia, da tre giorni le campane suonano a festa. Palmiro non le sente. Non è riuscito a sposare Caterina. Le sue condizioni sono precipitate il Sabato santo. Le ultime parole chiare sono state per lui. Lo ha chiamato per nome due tre volte e poi più niente.

Palmiro non ha potuto partecipare ai funerali, è ricoverato in neurologia, fuori di senno, temono per il suo equilibrio psichico.

Il negozio è chiuso. Fa gola all’ingegnere che vorrebbe crearvi un prestigioso pied-à-terre. L’ingegnere interroga inutilmente il cav. Farsetti dell’immobiliare omonima. «Hai notizie? Sai niente? Lavorerà ancora? Lascia?» Il cavaliere allarga le braccia, mette un dito in croce sulle labbra: è presto. «Pazienza!» Mors tua vita mea! Purtroppo è così.

La merciaia si lamenta, come al solito, perché le disgrazie capitano sempre alle brave persone, mai a chi dice lei.

Nella piazzetta è stata organizzata una colletta da Carla Rumisch per una corona di fiori e per consegnare una somma al barbiere. «Quando tornerà avrà delle belle spese» ha commentato l’orefice Mantegazza. Hanno partecipato anche i Boscolo, ambulanti, scusandosi però per l’assenza alla cerimonia funebre, per precedenti impegni.

Il giornalaio Ernestino è senza parole. Non conosceva Caterina, ma conosceva Palmiro, soffre e teme per lui. I Martinelli, sempre indaffarati con i compiti e la salute dei loro tre figli e il pianto di Camilla, l’ultima nata, partecipano a tratti. Il capofamiglia, molto imbronciato, ha detto solite ovvietà: questa è la vita. Ma non si sa a cosa o a chi si riferisse. Antonello Russo andrà in prima media. Dalla sua finestra scruta quella del barbiere: le tendine sono sempre ritirate; da una fessura si scorgono gli stecchi di un’azalea appassita.

Valeria ha presentato all’asl la domanda di partecipazione al corso di caposala. Fa progetti con il fidanzato. Prima o poi, andrà a stare via.

Il pane dall’anno scorso, secondo l’Istat, è aumentato del 6%; in un Tg della Rai hanno commentato il fatto avvertendo che sono solo apparenze, è il pil ad essere aumentato. Che vuol dire? Ernestino a fine anno chiude, forse anche prima. Il pozzo veneziano si sta riempiendo di cartacce. Teresa, la merciaia, è del parere di fare una petizione al comune perché lo vengano a ripulire. Un circolo ricreativo culturale sociale, di recente istituzione, ha ripulito la piazzetta e il pozzo in due mezze giornate. Spontaneamente. La lodevole iniziativa non è piaciuta, doveva pensarci il comune. L’ingegnere Bezzica è stato categorico. I volontari? Esibizionisti. Gente di piazzetta, tante tessere differenti a formare un mosaico, e ognuno dà la luce che ha.

 

L’ALUNNO PIOMBIN MICHELE

 

Ogni tanto riappare a scuola Michele Piombin e le maestre si mettono all’erta. Non gli piace la scuola. Ha ripetuto la classe prima. Suo padre gli ha ordinato di “prendere la quinta”, una buona volta. «O ti scavezzo» gli ha gridato. Il ragazzo è pure lui burbero. Si appropria di tutto quello che gli capita a tiro. I compagni fanno la conta dei pastelli e delle matite, le ragazze controllano continuamente le merende, perché quello è peggio di Attila e, se ti lamenti, ti mena pure. E’ tornato con un braccio al collo, abbronzato e tranquillo.

«Sono venuto a vedere come va» dice. «E’ stato mio padre che ha detto: vai a scuola a vedere come va, visto che hai un braccio al collo.»  Michele da un po’ di tempo lavora, fa l’aiuto imbianchino, sale sulle impalcature, porta secchi, lava pennelli, prepara miscele di colori. Il mese scorso ha portato a casa l’equivalente di cinquecentomila lire, perché, a volte, dà la prima mano. Ha messo un piede in un barattolo vuoto, è caduto e si è slogato un polso, niente di grave. In attesa di guarire è tornato a scuola a vedere come va. Qualcuno dovrebbe intervenire, ma si tratterebbe di rompere un meccanismo che si sta sistemando da solo, anche se in modo anomalo. In quella casa non lavora nessuno. Il ragazzo può mettere giudizio solo lavorando e aiutando la famiglia. Tutti coloro che dovrebbero, fingono di non vedere, di non sentire, perché, se lo facessero, dovrebbero imporre il rispetto dell’obbligo scolastico. «Diamo tempo al tempo» ha detto, cauto, l’assessore alla cultura. «Diamolo!» ha risposto il direttore didattico. Tutti si augurano che nessuna maestra scriva, denunci, avverta, perché in tal caso le carte si muoverebbero da sole. Non c’è pericolo!

Antonello si è precipitato a salutarlo. «Ehi, Russo Antonello, come va?» Parla come il registro.  La parola rivolta direttamente a lui è stata un balsamo, una promozione agli occhi di tutti. Michele non si spreca. Anche gli altri si sono precipitati a salutarlo, se non altro per non andargli in disgrazia; ma lui non li bada.

La maestra Giordani avrebbe dovuto chiedere la giustificazione, il certificato medico, l’accompagnamento da parte dei genitori, insomma avrebbe dovuto burocraticamente seguire la prassi. «Che faccio?» si chiede. A toglierla d’impaccio ci pensa il ragazzo stesso. «Maestra, sono qui per qualche giorno, fin che mi tolgono la stecca.» Lo guarda, non sembra uno scolaro. «Che fai a casa in queste condizioni?» ha detto mio padre. «Vai a scuola a vedere cosa fanno, ci imparerai pure qualcosa, no?» «Mi sembra giusto» dice la maestra.

E’ aperta una discussione, suggerita da Antonello sul tema: cosa farò da grande?  Non gli è piaciuta la discussione troppo tecnica in famiglia. Ha chiesto un parere alla maestra e lei ha coinvolto tutti, al termine delle elementari.

I pareri sono diversi, improvvisati, fantasiosi, nessuno farà quello che dice. Le scelte avvengono per imitazione, per moda, per calcolo, per sentito dire, per simpatia con le compagne, non per passione. Le ragazze scelgono le modelle, le cantanti, le attrici.  I ragazzi vogliono fare i calciatori, Solo qualcuno ha idee originali. Barbara vorrebbe fare la parrucchiera. Sprecata! pensa la maestra.  Carolina, appassionata di astrofisica, ha scelto la botanica. Mistero!  E tu, Antonello? «Non lo so ancora» dice e si stringe le mani. Non lo sa davvero. «E tu Michele?» «Io farò il pittore, ho già cominciato.» «Si dice imbianchino» precisa Liliana arricciando il naso. «Beh, a scuola si dirà così, ma sul lavoro si dice pittore!» E’ molto sicuro delle sue idee. Alcune ragazzine vogliono fare la maestra, ma è solo un modo per dimostrare la simpatia che provano per la Giordani; finiranno tutte segretarie d’azienda; là fuori le imprese aspettano. Aspettano anche elettricisti, carpentieri e saldatori, inutilmente.

Appena finito l’anno scolastico, per chi non va in ferie, il comune ha organizzato corsi di nuoto e di tennis e un mese di attività ricreative per ragazzi e ragazze chiamato “e stiamo...qui”. Molte famiglie hanno iscritto i figli, per tenerli occupati e fuori dai pericoli; ma non è solo questo. Si tratta della più bella esperienza dell’anno, perché ai ragazzi è permesso di organizzare il loro tempo, i loro giochi in parchi alberati, tra compagni, con l’assistenza di educatori che li fiancheggiano e basta.

«Vieni?» ha chiesto Carletto ad Antonello che ha scosso la testa. «Andiamo due mesi in Sicilia, dai nonni» ha detto.

Non ci sono notizie di Palmiro, il barbiere. Dopo la morte di Carolina, dopo la dimissione dal reparto di neurologia è sparito. Si teme il peggio. Carla Rumisch è passata di porta in porta, è passata anche dai Russo: sta facendo una colletta per la pubblicazione di un annuncio sui giornali del tipo “chi l’ha visto?”.  Ci stanno tutti, anche i Russo, senza riserve. La mamma vuol sapere quello che si può sapere. «Signora« dice Carla, «è sparito». E’ stata interessata persino l’Interpol. «Cosa può fare il dolore!» esclama il professor Russo. Tutti scuotono il capo confermando.  Antonello ha potuto verificare quanto dispiacere provoca la scomparsa di una persona cara da casa, anche se non è parente.

Sulla porta del negozio di barbiere è apparso un cartello: vendesi-affittasi. L’immobiliare del cav. Farsetti, a nome dei proprietari, mette le mani avanti, non vuole tenere un locale, in quella posizione, chiuso. E l’affitto? e le tasse? e l’ici?

La vita nella piazzetta scorre lenta eppure senza sosta, in quel piccolo caleidoscopio si riflette il malessere che c’è di fuori; nuovi rapporti si sostituiscono ai vecchi; le file dei pensionati ingrossano le associazioni di volontariato. Alcuni muratori in pensione si sono offerti di staccare la targa con la scritta “Piazzetta nonna Rivolta” per pulirla, darle una sistematina e rimetterla allo stesso posto più bella e lucida che mai: gratis. Teresa ne è entusiasta; ah, se fosse qui mia nonna! dice e tenta di commuoversi, ma non le riesce, in ogni modo l’effetto è buono.

Valeria si sta affermando sempre più, frequenterà il corso di caposala. Da quando si è fidanzata è più tranquilla. Ha fatto pace con i suoi. Conseguito il diploma di maestra, era scappata di casa, perché non volevano che facesse l’infermiera. Di testa sua ha trovato posto subito. Gli studi servono anche a trovare il lavoro che piace, o almeno il lavoro che c’è.

Da qualche tempo Antonello si sta interrogando su un tema ancor più complesso. Cosa farò da grande? Ok! Ma, quando uno si accorge di essere grande?

Se solo potesse toccare questo traguardo e non temere più nessuno! E che vuol dire essere grande? Per lui significa poter agire per conto proprio, sotto la propria responsabilità, senza essere continuamente corretto, prevenuto, frenato, allertato. Ecco, Michele Piombin, per esempio, si comporta da grande. Non è un buon esempio? Certamente, ma si fa rispettare. Quando fa un discorso gli danno retta, quando chiede gli danno risposta, quando fa qualcosa gli dicono: hai fatto bene oppure hai fatto male. Nessuno si sogna di chiedergli: ma, cos’hai fatto?

Gobbi Marco, collezionista di figurine, sta passando di moda a scuola. Completati gli album, di punto in bianco, l’interesse per le figurine si è sgonfiato. Prendendo lo spunto da lui, la maestra ha spiegato, a grandi linee cosa è l’economia di mercato. Perché quest’inverno il radicchio di Verona costava cinque euro al chilo e ora costa la metà? Perché tutti lo volevano e ce n’era poco. Ora pochi lo vogliono, perché possono scegliere: c’è anche il radicchio di Castelfranco, quello di Chioggia e quello di Treviso. Esattamente come le figurine di Gobbi Marco: ora valgono molto meno, quasi niente, perché nessuno le vuole. Il ragazzo conferma. A Michele le darebbe gratis per avere la sua protezione contro i prepotenti. Paga un pizzo senza saperlo. Ma Michele ha altro per la testa, l’ha detto lui stesso.

«A proposito di radicchio, maestra, perché non venite a vedere il mio orto?» Per l’indomani è programmata una visita ai vecchi mulini sul torrente di sotto, un canale che serve anche alla irrigazione, nonostante l’acqua torbida. E’ una vecchia costruzione abbandonata in periferia, ma ancora con gli strumenti e gli ingranaggi. Ogni anno, in giugno, per riempire il tempo in attesa degli scrutini e degli esami, le scolaresche vanno a visitare il municipio, un ambulatorio medico, i caseifici, le cantine, le poche stalle rimaste e i mulini dei Baranti, proprietari per ben duecento anni. Ora hanno perso tutto tranne il nome inciso sul frontone d’ingresso. Per andare ai vecchi mulini dei Baranti si passa davanti alla casaccia dei Piombin. La maestra non ammetterà mai di avere organizzato una visita didattica con la classe dai Piombin, ma sa quanto sia importante valorizzare la richiesta di quello spilungone di Michele che, per l’occasione, si sacrifica e sta calmo tutta la giornata. Tutti i genitori autorizzano per scritto. Si parte a piedi per la campagna, merenda al sacco, matita e acquerelli per gli appunti e il disegno. La giornata è buona, a piccoli gruppi percorrono l’argine cantando, ballando, scherzando, mandando urla per sentire se c’è l’eco. Ci sono anche attimi di silenzio totale, quando, sgolati e contenti, tacciono. Allora la maestra Giordani intona una canzoncina. Antonello è pazzo di gioia, è questa la scuola del suo sogno. Arrivano al bivio: da una parte si va ai mulini, dall’altra alla casaccia di Michele. Si intravede il fumo del camino oltre un filare di gelsi. Ci sono le more, anche i lamponi lungo il fossato, ne prendono, si pungono, si sporcano e nessuno rimprovera. Davanti alla casaccia, la madre di Michele è sbracata su una sedia e fuma l’ennesima sigaretta. Saluta appena, sembra assonnata. Michele li guida in un pezzo di campo strappato alle ortiche e mostra il suo piccolo tesoro: una gombina di carote, una gombina di gentile, una gombina di radicchio ciosoto, una gombina di bisi, una gombina di prezzemolo, ecco questo non deve mancare mai; là pianterò patate e quando saranno fatte andrò a venderle. La maestra Giordani è senza fiato, commossa. Quell’energumeno che fa impazzire le maestre e i suoi compagni è capace di tanto? E continua: mi è morto l’aglio, perché ci vuole più esperienza. Tutti restano ammutoliti. Michele sa qualcosa che neppure la maestra sa. E’ una grande scoperta. Chiedono, toccano, si informano, si esaltano, molti faranno diventare matti a casa, perché vorranno fare gli ortolani. Sarà la passione di un giorno. Michele non fa quelle cose per divertimento, ha capito che deve farle, che gli tocca farle e le fa volentieri, perché così ha deciso. La maestra va con la memoria a tanti richiami, a tanti giudizi precipitosi su quel matto di Michele. Strambo lo è davvero, ma quanti problemi si è tirato dietro ogni giorno, senza nessuno cui poterli confidare. Si morde la lingua. A fine carriera teme di non avere insegnato niente, di non avere imparato niente, di avere studiato i libri piuttosto che le persone. «Lavoriamo per prepararli alla vita e la vita è già qui, ce l’hanno addosso.» Un turbinio di pensieri la assale, ma la realtà reclama.

«Avete visto, ragazzi, quanto è bravo Michele?» Tutti annuiscono, compresa Liliana che arriccia sempre il naso, perché c’è sempre qualcosa che la disturba. «Cosa sono le gombine?» chiede. Lo sa, anche a casa sua le aiuole le chiamano così. «Scema, basta guardarle!» La maestra cambia subito discorso. Michele è sempre lui! Non è cattivo, ma maleducato, sì. Non è stato educato bene. Pensa a quanto possa dipendere da lei. Fanno un grandioso picnic sulla riva di un fossato con l’acqua corrente che tocca i piedi nudi, con le anatre che guazzano. Michele sale in cattedra. «Se state zitti vi mostro un nido di anatra muta. Nascono da soli e crescono da soli, ma gli tiriamo il collo noi.» Un guazzabuglio di sentimenti assalgono le ragazze. Curiosità, perplessità che sia lui a intimare il silenzio, ribrezzo per il destino delle anatre, che tutte le loro famiglie comunque acquistano già spennate in macelleria. Avanzano in punta di piedi e vedono l’anatra che cova nel canneto; altri anatroccoli, di altra nidiata, guazzano intorno scomparendo a tratti sott’acqua. «Vi spiego» dice. Si fa silenzio. «Sapete che il rumore fa andare a male le uova?» Antonello non lo sapeva, lo ha appreso da uno che tutti considerano ignorante. Più avanti c’è una collinetta di terra coperta di erbacce. «Sapete che cos’è?» Che cosa? che cosa? «E’ una miniera!» Una miniera?  «Sì. Quand’ero piccolo, con quelli dell’altra sponda, facevamo scavi e giocavamo a minatori, scoprivamo tesori, ma ohe! per finta, s’intende.»  Non sono più andati ai mulini. Hanno disegnato le anatre, la miniera di Michele, l’orto, i campi di grano che stanno ingiallendo, i voli radenti delle rondini. «C’è un gran bel mondo qui fuori» dice Antonello. «Beh, insomma!» dice Mirko. «Da me ci sono anche le spagnare per gli aquiloni e le tompinare che rovinano i raccolti.» Carletto, il più timido, si intromette ogni tanto e conferma: davvero davvero!

Prima di rientrare in aula, Michele mostra ai compagni il suo tesoro, un cagnolino che ubbidisce ai suoi ordini: salta, alza la zampa destra, a cuccia! abbaia, porta il bastoncino! e poi, meraviglia delle meraviglie! «Quanti sono questi?» Sillaba le parole, mostra tre dita al cane. Bicio abbaia tre volte. «Non crediate sia facile, mi è costato fatica, cosa credete?» Naturalmente c’è un trucco, ma nessuno ci pensa. Bicio abbia sempre tre volte. I compagni applaudono ammirati, sono senza parole. La maestra Giordani è triste. «In questi anni, allora, non ho capito niente?» si chiede sconsolata. Accarezza Michele, saluta da lontano la madre che neppure si muove. Il padre è in giro in cerca di lavoro. «Fra tre giorni torno a fare il pittore» dice Michele. «Che Dio ti protegga» gli dice. E’ turbata, vede quel ragazzone con altri occhi. Era bisognoso di altri metodi, ma ormai è tardi.

Gobbi Marco abbandona le ultime figurine alla corrente.

La mostra a scuola con i disegni sulla escursione in campagna è stata un successo. Le colleghe hanno chiesto informazioni alla Giordani. «Com’è andata?» Cosa poteva spiegare? Sarebbe servito? Avrebbero capito? Ha allargato le braccia. «Bisognava esserci.» Le brillano gli occhi.

L’anno scolastico è finito. La pizzeria “alla Stazione” è la migliore della città. Questa sera è piena di schiamazzi e di profumi. Le ragazze di quinta si sono messe lo smalto e un velo di tinta sulle labbra. C’è la pizza collettiva delle classi con le maestre. I ragazzi fanno i galletti, anzi vorrebbero. Hanno i capelli con molto gel, stanno ritti e sparpagliati, sono alla moda: spettinati!  Hanno promesso sfracelli, ma non sanno cosa siano, parlano per sentito dire. Alla fine sono più remissivi del solito. Chi manca? Michele Piombin non c’è. Tutti hanno genitori con le venticinquemila lire in più per una pizza capricciosa, una gazzosa, una fetta di torta gelato da regalare ai figli. «Chi mi sgancia le venticinque?» ha sghignazzato Michele che continua a ragionare in lire. Chissà dove è andato a gironzolare! E’ un peccato perché molti di loro si divideranno per sempre, forse si daranno del lei tra qualche anno. Dipenderà da come saranno vestiti e dalla macchina parcheggiata davanti casa.  Le amicizie di scuola non sono state delle scelte, sono state poco coltivate, poco vissute a causa di orari e programmi ingolfati, fatti su misura dei bisogni degli adulti. Molte si scioglieranno come neve al sole. La loro è stata soprattutto una frequentazione obbligata. Si slacceranno facilmente, nonostante le promesse. Le amicizie vere crescono fuori, con la frequentazione spontanea, durante i giochi, e durano. Sono fatte di conflitti, di ricerche, di confronti e repulsioni, di bisogni reciproci, di confidenze, di equilibri faticosamente raggiunti, di verifiche di sé stessi con gli altri.

Pure Antonello Russo non è venuto, sono già partiti per Caltanissetta.

Gobbi Marco mangia una margherita, perché costa meno. Fanno sempre così, i suoi, ma non sa che questa sera si paga uguale. La maestre sono silenziose, guardano i ragazzi e le ragazze, non richiamano più, ridono spesso anche loro.

 

RIGUARDATI!

 

Il giorno del suo sessantesimo compleanno, Amelia s’interrogò. Non c’era stato alcun preavviso, alcun risentimento, alcun progetto non realizzato a spingerla a tanto. Era senz’altro uno sforzo imprevisto per lei. Una sorpresa, addirittura. Si meravigliò non poco, ma non si fermò. Che le stava succedendo? In apparenza, niente. Così, semplicemente, si chiese se valeva la pena di ripensare un attimo alla sua vita. Una vita piana, monotona, sana, allegra abbastanza, con le minute soddisfazioni, che sono le migliori, garantite e vissute con gusto. Perché sono continue, lente, incessanti, quasi dovute. Non le apprezzi, perché non le valuti, non hai tempo! ma sono quelle che riempiono la vita. Poi, quando hai speso abbastanza, e gli anni davanti si assottigliano, sosti un attimo, respiri e ti chiedi: tutto qui? Ti viene voglia dell’azzardo, di guardare oltre la siepe, oltre il costume consueto, oltre le noiose, consolidate abitudini. Ci vuole coraggio. Amelia non ne aveva mai avuto, per questo si sorprese. Ma solo all’inizio.

«Che regalo vuoi?»

Il marito, stimato funzionario di banca prossimo alla pensione, ben pettinato con la riga in parte, giacca e cravatta, diede un colpo al nodo e la sistemò prima di uscire. Le sorrise. Pensava ad una spilla. Non attese neppure la risposta. «Ci vediamo stasera.»

«Voglio un viaggio.»

«Va bene, cara.» Sorrise di cuore. Che idea!

«Da sola.»

Il ragioniere Luigino Tasca era già in strada. Sentì tutto e sorrise rumorosamente. «Come vuoi, cara.» Era così assurdo quello che sentiva, talmente impossibile, che lo concesse subito. Tanto, non ne avrebbero mai più parlato. «Cenetta intima stasera?»

Amelia aveva tutta la mattinata davanti a sé. Fece la doccia e, dopo tantissimo tempo, si ammirò allo specchio. Non era niente male. Alcune increspature era inevitabili, perbacco. Il suo viso, sempre preoccupato di qualcosa, del marito, dei figli sposati, delle pagelle dei nipotini, delle bollette, dei suoi cervicali, si spianò. Si ordinò di dimenticare. Si vide più bella di quello che pensava. I seni cascavano, ma non troppo, la vita era soda, ma tuttora sinuosa. Si piacque. Da tempo non riceveva un complimento sfacciato, non si sentiva guardata per più di un attimo. Non aveva prenotazione, ma andò lo stesso dalla parrucchiera. Queste osservazioni, queste preoccupazioni, questi preparativi erano puramente difensivi, autoreferenziali, per incoraggiarsi, per convincersi che non era giusto che continuasse ad incartapecorirsi dietro a fornelli ultraventennali che nessuno pensava di sostituire, ad inamidare camicie bianche che nessuno lodava, a guardare le telenovele degli altri. Era una persona molto seria, che sentiva un improvviso desiderio di respirare aria non respirata da altri, fossero pure i familiari. Di guardarsi attorno senza nessuno che le interpretasse quello che stava vedendo, sentendo, ammirando. O ignorando. Amelia aveva sentito un improvviso impulso, un desiderio incontrollabile di libertà.

Lasciò un biglietto sul tavolo. C’è della minestra in frigo. Sto fuori un po’. Non preoccuparti. Grazie. Ti chiamo. Ti prego. Non temere. Ne ho bisogno. Ti voglio bene. Non lasciò nessuna firma. E chi altri c’era in casa, oltre lei? Chi poteva permettersi tanto, oltre lei?

Prese il treno. Andava a Milano, ma si fermò a Peschiera. Salì sulla prima corriera in partenza. Si informò sulle fermate. Scese in uno dei tanti paesi della riviera veneta del lago di Garda. Chiese una stanza in un alberghetto a tre stelle. Cinquanta euro a notte con colazione. Aveva denaro sufficiente per soggiornare alcuni giorni senza affanno. Aveva portato con sé alcune cose indispensabili. Non pensava neppure di andare al lago quando era partita. Le bastava partire. Doveva stare sola in qualche parte per rivedere la sua vita e capire come poteva vivere il resto dei suoi giorni in maniera diversa, meno monotona, prestampata. Avvertiva che il bisogno di lei era surrettizio. Un’abitudine, come la messa alla domenica. Avvertiva l’allontanarsi lento e progressivo degli affetti. Avvertiva che, per essere nuovamente, doveva scuotersi, doveva elevare il tono, il significato della sua esistenza. Non più supina. Ad una certa età bisogna addestrarsi, allenare il pensiero al fatto che la vita potrebbe costringerti ad una finale navigazione solitaria. Potrebbe succedere. Succede.

Senza di lei, a cominciare dal marito, avrebbero tirato avanti lo stesso. Anzi, meglio. Lo intuì, se ne convinse. E lei? Si disse: alt!

Dalla finestra del primo piano vedeva il lago. Calmo, azzurro, appena qualche crespa al passaggio di brevi correnti d’aria. In lontananza un vaporetto lasciava la riva, un altro attraccava. Dei ragazzi lanciavano la lenza da un muretto, stancamente. Era una ricerca di emozioni stantie, come quella di seguire il tremito del sughero che s’inabissava.

Giovani tedesche, in costumi succinti, biondissime, sovrabbondanti, s’intrattenevano rumorosamente sulla spiaggetta con ragazzi italiani spavaldi, come il solito. Si allontanavano due a due, alcuni si bagnavano, altri si tuffavano, altre si lasciavano accarezzare e parlare dolcemente ad un orecchio. Nessuna di queste semplici cose a lei erano mai successe. Altri tempi, la sua giovinezza! Ora ignote, se pure tuttora desiderate.

Mise un paio di pantaloni leggeri, una camicetta rosa, un fermacapelli e un paio di occhiali scuri, un paio di sandali infradito e scese nel giardinetto ombroso dell’albergo. Scaglie di sole pomeridiano filtravano tra i rami frondosi, ma non offendevano. C’era un bel clima, in tutti i sensi. Un bel luogo di silenzio, di raccoglimento. Aveva trovato il posto ideale per la revisione privata della sua vita, per passare al setaccio pensieri e rinunce, formulare progetti, senza che nessuno la interrompesse. Sapeva già che da questa verifica interiore ne sarebbe uscita diversa. Ne aveva il diritto e la forza.

Un giovane cameriere s’avvicinò, s’inchinò leggermente. Strinse gli occhi in un interrogativo cortese, professionale.

«Una limonata, per favore.» «Con ghiaccio?» «Naturale.» Fu servita. «Grazie.» Sperò che quella conversazione fosse tutto, per quel pomeriggio.

Amelia s’interrogò. I suoi quarant’anni di matrimonio rappresentavano tutta la sua vita, era tutto quello che ricordava, perché avevano assorbito ogni sua energia, ogni sua speranza, ogni suo desiderio. Gli anni di fanciulla, di adolescente non li ricordava più. Il marito, i figli, le nipotine ormai grandi, la casa. Qualche vacanza al mare o in montagna. Escursioni obbligatorie, che lei rifiutava quando s’impennavano troppo. Nient’altro. Qualche ricovero in ospedale. Il solito dentista. Non accompagnava il marito agli incontri di lavoro o nelle scampagnate del circolo bocciofilo. Luigino partecipava a gare, a trasferte, a inaugurazioni di mostre, a fiere numismatiche. Il marito raccoglieva francobolli di qualsiasi tipo. Aveva uno stanzino dedicato ai suoi hobby. Coppe, medaglie, diplomi, vetrinette da esposizione. Lei stirava a stento in veranda o in sala da pranzo, perché la stanza da stiro era occupata dai segni di vittoria di Luigino.

La sua vita era stata una continua rincorsa per stare in piedi, per non cadere. Per non farsi male, per non fare male. Le sembrava di essere un vecchio escursionista su ripido sentiero in discesa. Non riesce a fermarsi, non può fermarsi. Se lo fa si ammazza. Aspetta, spera, che il terreno si spiani un attimo per riprendere fiato, nuovo passo. Aveva conosciuto un vecchio camminatore, in una vallata del Tesino. Pur freddo calcolatore in salita, prudente in discesa, era incespicato. Aveva cominciato a rotolare sempre più velocemente, costretto a buttare in avanti il passo contro voglia e senza più forza, per inerzia. Quel doloroso affanno durò fin che durò la via.

Quel vecchio, come lei, non riusciva più a fermarsi, doveva continuare a mettere un piede dietro l’altro ad un ritmo spossante, innaturale. Lei sostituiva un impegno familiare ad un altro, senza sosta: prendere le piccole, tre!, alla scuola media, a giorni alterni, secondo gli orari, i rientri, i recuperi; pranzo-cena, cena-pranzo, lava-stira-rammenda; disponibilità a abitudini, riti, hobby del marito. A servizio.

«Riguardati.» Tutti le dicevano con grazia, con amore, la parolina. Ci pensò su e decise di guardarsi davvero, di guardarsi di nuovo, di riguardarsi e, trovatasi degna di una vita rinnovata, si fermò.

Arrivato al piano, salvatosi, il vecchio escursionista aveva sorriso a tutti e informato gli amici che una cosa simile non sarebbe mai più successa. Avrebbe cambiato svago. Ci vuole misura, equilibrio, pensò. Ma lo disse in termini più alati. «Est modus in rebus.» «Ma dài!» «In fin dei conti cosa è successo?» «Andiamo, andiamo!» «Riguardati, d’ora innanzi.» Cambiò via, approccio e nessuno, dopo un po’, disse qualcosa. Perché, lui, da qualche tempo, era superfluo. Doveva riorganizzarsi.

Amelia, con la sua decisione, si sentiva giunta felicemente in piano, pronta a percorrere vie più sicure, adatte, appaganti. Tuttora da scegliere, da scoprire. Ma ce l’avrebbe fatta.

L’alberghetto aveva dieci stanze. Ospitava famiglie, coppie, persone sole. Un piccolo universo si trovò a cena. Chi era presente da qualche giorno salutava sorridendo e ne era corrisposto. Lei salutò educatamente. «Buona sera.» Le era stato assegnato un tavolo a due posti, ma poteva trasformarsi in quattro. Cenò da sola. «Pasta o minestrina?» «Minestrina.» «Involtini di carne o cena fredda?» «Fredda.» A metà mozzarella squillò il cellulare. «Pronto.» «Ma dove sei?» Era Luigino. Telefonava con il fiatone, ma sembrava divertito. Che scherzo le aveva mai combinato Amelia? «Ho portato due amici a cena questa sera. Ma ormai è tutto a posto, andiamo in trattoria, alla Taverna, qui vicino. Non preoccuparti. Dove sei? Dai ragazzi? A che ora torni?» Altri convenevoli obbligatori, stantii, ruffiani. Bella cena di compleanno!

«Sono sul lago di Garda.» Centotrenta centocinquanta chilometri di distanza non sono pochi. Scoppiò a ridere. «Dove sei?» «Te l’ho detto.» «Non scherzare.» «Non scherzo.» Chiuse la comunicazione, spense il telefonino. La cenetta le sembrò deliziosa. Poi sciamarono piano piano. Chi in giardino, chi in passeggiata, chi al bar. Chi alla finestra ad ammirare il tramonto sul lago. Una lunga striscia rossa, partendo da lei andava dritta dritta ad indicare dove il sole s’inabissava dietro i monti bresciani, appena oltre il lago. Sembrava di toccarlo. Toccava il cielo, infatti. Aveva fatto una scelta che sembrava una trasgressione, ed era di liberazione. Non era pentita di niente. Non c’era niente di cui pentirsi. La sua missione era compiuta. Ma non ne aveva ancora una da seguire. La sera si avvicinava, con qualche tremore per l’incognito che avanzava.

Si avvicinò una signora, pantaloni e camicetta di uno splendido lillà, forse coetanea. Forse no, chissà! E’ difficile stabilire l’età di una donna. L’aveva scorta seduta in un angolo con il marito, uno spilungone appassito che aveva sollevato le posate di malavoglia, l’aveva notato! senza parlare, senza ascoltare. Ma la sua attenzione era stata attratta soprattutto dalla famiglia che si frapponeva tra loro. Avevano una ragazzina, forse quinta elementare, bellissima, sorridente. Cieca. L’aveva notato, era troppo evidente. Colpiva la loro naturalezza, il loro parlare gaio, sotto voce, intervallato. Alla sua sinistra una coppia di anziani, stranieri, sorbiva rumorosamente la minestra. Volti distesi, sereni, indifferenti al mondo. Non facevano niente di male. Avevano deciso di non curarsi minimamente dell’opinione sgradevole che, forse, trasmettevano. Non potevano fare di meglio. Stare in casa? Neanche per sogno. Più in là una coppia di giovanissimi aveva passato la mezz’ora di cena guardandosi. Lei aveva sollevato appena due cucchiaiate di minestrina con gli occhi fissi sul viso del suo ragazzo. Lui aveva mandato giù qualcosa facendo altrettanto. Uscirono subito. Li vede ora laggiù in riva al lago, su una panchina. Sono un tutt’uno. C’era un altro mondo in giro, con limiti, contorni e aspetti inediti, che meritava di essere notato, esplorato.

«Bella serata.» «Sembra anche a me.» «E’ appena arrivata?» «Sì, nel pomeriggio.» «Noi siamo qui da tre giorni. E’ bello qui.» «Che tramonto!» «E’ la prima volta che viene qua?» Arrossì, chissà perché. «Sì.» «E’ sola? Noi andiamo al bowling. Se vuole venire con noi ci facciamo un po’ di compagnia.» Ringraziò cortesemente. La signora in lillà restò male. Salutò, raccolse il marito seduto a tutta schiena sulla seggiola ad ammirare un punto imprecisato del soffitto.

Continuò ad osservare il tramonto che annegava placido in una bellezza clamorosa sotto un cielo terso. Si sentì scrutata. C’era un tramestio alle sue spalle. Si girò di scatto. Come se avesse visto di essere osservata, la ragazzina si presentò. «Sono Anna, permette?» «Oh!» «Posso stare alla finestra con lei?» «Ma certamente.» «Ho sentito le sue parole sul tramonto. So tutto del tramonto sul lago. I miei genitori mi hanno detto tutto. Vorrei sentire la descrizione della stessa cosa vista da qualcun altro, da qualcuno che non conosco. Voglio capire se è la stessa cosa.» Si sentì intenerire. Allungò una mano, toccò quella della ragazzina che si avvicinò sollecita. Più in là i genitori assentivano.«Mi chiamo Amelia.» «Grazie, Amelia.»

Amelia era allenata, aveva raccontato storie e descrizioni alle nipotine, a suo tempo. Fecero silenzio alcuni attimi. Credette che il sole si fosse fermato per permetterle di prendere fiato e raccontare. Non si perse d’animo e parlò dei gabbiani che si vedevano appena rasentare le acque, di una vela che attraversava indenne la striscia di fuoco del tramonto, delle gallinelle d’acqua che s’affrettavano tra le canne in un anfratto di riva. Giungevano suoni e voci invitanti da una balera. Non ne parlò, la ragazzina aveva accennato ad una mossa rock. Laggiù i due ragazzi del tavolo accanto si baciavano ancora. Lo disse. «Sono i due sposini?» chiese Anna. Rispose indirettamente. «Davvero? Non credevo.» Non aveva guardato la vera al dito. Una cieca l’aveva capito. Dopo un po’ si salutarono. «A domani.» «Ciao, Anna.»

Scese in giardino, di fronte c’era il bar. Persone andavano e venivano. Man mano che scendeva la sera cresceva il chiasso. Perché più gente usciva a divertirsi, a prendere il fresco. Cercò un tavolo libero, ma non lo trovò. C’erano posti liberi, ma non era possibile occuparli. Almeno per una signora.

«Abbiamo cambiato idea.» Udì una voce nota. La signora in lillà le sorrideva a tutti denti. «S’accomodi da noi, stiamo un po’ in compagnia.» Lo spilungone guardava fisso l’orsa maggiore.

Si vedeva che aveva voglia di attaccare bottone. Si toccava le collane al collo e scuoteva i braccialetti. Prima delle parole, era già quella una presentazione. Amelia non si sentiva a suo agio, ma accettò con garbato sorriso. «Permette? Gloria De Montis Scapaccini. Scapaccini è lui.» Capì che avrebbe dovuto meravigliarsi, ma, non sapendo di cosa, si trattenne. Amelia offrì la mano e si presentò ad entrambi. L’allampanato sorrise. Il punto cercato nell’universo sembrava essersi trasferito su di lei. Cominciò a provare un crescente imbarazzo a sentire l’elenco delle loro proprietà in collina. «Soave e Bardolino di pregio.» La signora piegò la bocca per supplire la sorpresa che Amelia aveva mancato. Amelia disse poche parole, perché ben poco aveva da dire in quel contesto arruffato e arrogante. «Lei è sola, vero?» Amelia si alzò, tentò di alzarsi. Avvertiva nella conversazione qualcosa di sgradevole. La fermò una mano gentile. L’allampanato si era scosso. «Faccia ancora un po’ di compagnia a mia moglie, sia gentile. L’ascolti.» Si alzò e uscì.

«Eh, che tristezza!» esclamò. «E’ difficile vivere accanto ad un uomo simile. Ricco e svagato. Pio pentito. Vuole recuperare gli anni casti della giovinezza consumando tutto ciò che può. Sono la sua seconda moglie. Diciamo così. La prima è sempre viva, tiene metà della borsa. Vivo con lui e non devo perderlo. E’ sempre innamorato di qualcuna e io devo assecondarlo. Non m’interessa più di lui, ma devo accontentarlo. Lei è sola, Amelia? E’ vedova?». Amelia si era tolta la vera al dito, ma si vedeva benissimo il segno. Si alzò. Le gambe le tremavano. Un forte profumo di tigli percorreva l’aria. Ad ogni respiro, allontanandosi, le sembrava di salire sempre più su, di virare sicura al largo.

Venne il giovane cameriere, agile, scattante tra i tavoli, con il conto e a ritirare i bicchieri. Occhi bassi, furtivi, ammiccanti. Cercavano mance e clienti da coltivare per il giorno dopo. Amelia fu generosa, poi gli strizzò l’occhio per fargli capire che, dei presenti, era lei la mecenate. Il giovanotto ricambiò. Le parve la persona più grezza e schietta della serata.

Passò quieta le prime ore della notte. Da qualche campanile suonarono le tre. La finestra era aperta sul lago, vedeva uno spicchio di luna crescente salire lentamente. Da molto tempo non sentiva quell’ardente desiderio d’amore fisico che aveva conosciuto in giovinezza. Giaceva svestita sul suo letto, come non le succedeva da tantissimi anni. Non era più giovane, ma ancora fresca di desideri che credeva sepolti, non più recuperabili. Avrebbe voluto Luigino accanto, ma essere lei a menare la danza. Era eccitata e triste. Come sarebbe andata a finire la loro storia, ora? La porta si aprì lentamente. Vide il giovane cameriere entrare, sorridente come l’aveva visto poche ore prima. Sorrise anche lei, senza capire subito perché. Non si stupì. Lui si adagiò su di lei. Arrossì. Lo lasciò fare. Credeva che certe storie esistessero soltanto nelle commedie. Invece a lei stava succedendo. Visse un’ora d’amore scordato, anzi ignoto, impossibile da dimenticare. Si sentì rinata. Una volta sola, ma incredibile. Quel segnale bastò. Si era sentita ancora desiderabile, importante, degna d’amore disinteressato. Da ombra di tutti era tornata persona, sé stessa. Il giorno dopo prese il treno e tornò a casa, ma con tutt’altro spirito. Aveva raggiunto il piano, come il vecchio escursionista. Avrebbe scelto altri ritmi, stabilito nuovi equilibri e tutti avrebbero dovuto capire. Accettare. «Riguardati?» Si stava riguardando.

 

OPERAZIONE SQUERO


Abitavo in campagna, lungo l’antico alveo del Brenta. Quando lo dico, noto un sorrisino a stento trattenuto dai miei non più casuali amici al bar. Di che mi devo vergognare? Alcuni non sono più tanto casuali, mi accettano. Sanno che offro volentieri lo sprizzetto a mezzogiorno. Poi ognuno va a tavola a casa sua. Hanno sempre la piega dritta dei pantaloni e quell’aria ostentata da presa in giro che ho sempre male sopportato. La sto assumendo anch’io. Li faccio ridere. Romeo non ride. E’ meglio essere lazzaroni che ridicoli. Lui è uno che sa, perché ha patito il disprezzo in fabbrica. Aveva scelto il sindacato bianco e questo non era corretto. Navigò a lungo ai margini, poi si arrese e tutto cambiò. Trascorriamo il tempo che ci resta criticando chi passa. Io non tanto. Non sono nato cittadino. Non sono stato mediatore o pensionato statale, come loro. Ho sempre lavorato molto nella mia campagna, parlato poco. Loro hanno fatto il contrario, magari per dovere d’ufficio, e ora, mezzi vecchi, sono mezzi sacchi vuoti. E il mezzo pieno è più supponenza che altro. Aria fritta! Siedono sulla schiena, come fossero in poltrona, gambe allungate. Intralciano chi passa. Ho messo via un piccolo gruzzolo e me lo centellino con grazia e dovizia. Mi sono fatto degli amici cittadini, perché con loro sono nobile, pago sempre io le consumazioni. Apprezzano. Anche se hanno la puzza sotto il naso, apprezzano il frizzante di un prosecchino alle undici. Eh, l’antica aria di disprezzo verso la gente dei campi è dura a morire! Faccio il sior. Cammino con un bastone. A volte il mio bastone è la mia vecchia, mi appoggio sulla sua spalla, ma non si ferma mai al bar, così mi devo arrangiare. Cammino volentieri quel che posso, faccio qualche giretto. Scopro angoli discreti e sconosciuti. Passeggio lentamente da una piazzetta all’altra, da un caffè all’altro. Non leggo il giornale sulle panchine lungo il canale, perché non mi fido delle mie gambe, e arrivarci è un rischio. Vado in chiesa e mi siedo là a dire un’orazione. Ultimo banco. Viene il campanaro quando mi vede a capo chino e capisce che non è per devozione. Mi scuote. Sto bene al fresco, sento odore di incenso e di candele. Mi ricordo di quand’ero zagheto. Da Pasqua andavamo a uova per il paese. Era la questua per la chiesa. Ogni tanto ne succhiavamo uno, se era caldo di covata. Nessuno se ne accorgeva. Il parroco azzardava. «Quanti ne avete rotti?» «Nessuno.» Non era nemmeno un peccato, perché restavano interi, bastavano due forellini ai poli opposti. Usavamo un ago di sicurezza che agganciava i pantaloncini alla bretella.

Dei nuovi amici al bar, il più discreto è Romeo Biagini, appunto. Persona a modo, disponibile, discreto. Non taglia i panni addosso agli altri! S’è sgrezzato in fabbrica e sa quando uno può sbracarsi e quando uno deve stare sulle sue. Quando siamo soli, mi porta in giro con pazienza. Mi mostra il capitello di san Gaetano, che neanche sapevo esistesse, mi mostra le antiche sorgenti della Seriola: Hinc urbis potus. E lo squero di cui narra, inventa?, tante storie. Quand’è stagione, gli offro un folpetto e un’ombra. Gradisce assai la mia compagnia. In una di queste nostre brevi escursioni, alla scoperta delle parti graziose e nascoste della nostra cittadina, mi ha portato allo squero.

«Vedi niente?» mi ha detto.

«Vedo schitti.»

«E dopo?» Resto pensoso. Allora cambia registro. «E prima?» Mi arrendo. «Che c’è da vedere?» «I colombi.» «Bella novità!» «Sono una novità.»

Coppie di colombi torraioli, piumaggio grigio-azzurro, iridescente, svolazzano, tubano, scappano all’approdo dei gabbiani sul bagnasciuga, schittano ovunque, rincorrono le briciole che un bambino sgrana da una brioche. La mamma osserva un cigno in canale e lo mostra al piccolo. I colombi manco li vede. Eppure Romeo Biagini muore dalla voglia di parlarmi dei colombi dello squero.

«Sono animali intelligenti.» «Ah, sì?» «Beh, insomma! Hanno battuto il Guinness dei Primati, persino i filosofi.» Non lo seguo più, mi distraggo. Passa una stupenda ragazza creola, forse brasiliana. E l’occhio per naturale obbedienza ne segue il profilo, l’ancheggiare. Il bello resta bello, che c’entra l’età?

«Ehi!» Mi richiama alla realtà.

Ha fatto una grande affermazione e non gli ho dato retta. E’ mal disposto verso di me. «Gino, sai chi è il re delle scimmie?» Penso a me stesso per quello sguardo fuori tempo. Ma lui è più ardito e me lo dice. «L’uomo. Noi, razza umana, siamo più stupidi dei colombi.» «Adesso esageri.» Glielo dico. «Non capisci niente. Sei sempre uomo dei campi. Naso per terra!» mi risponde secco. Resto interdetto. Perde ogni speranza che lo segua nelle difficili trame dei suoi pensieri. Tenta di spiegarsi meglio. «Penso a quell’esperto, al tecnico, all’artista che ha inventato le tavolette con chiodi lunghi una spanna per allontanare i colombi dai pilastri dello squero. Lo rovinano comunque. Sono sempre lì.» Mi sento fuso, ma interessato. «Vuoi spiegarti, per favore?»

Due turiste inglesi, con tanto di opuscolo illustrato in mano, gambette da merlo, una con occhialetti pince-nez, si fermano. «Sorry! It’s squero?» «Oh, yes!» Resto di sasso, torno contadino profondo. Guardo Romeo che mi ignora del tutto e gesticola con le straniere. Vuole parlare dello squero, ma non sa come comunicare. Poi, una delle due lo prega di scandire lentamente le parole. «Io non parlare italiano, ma capire.» «Oh, yes!» Respira a fondo e parte di volata. «Quelli che voi vedere essere colombi razza squero.» «Razza squero?» «Oh, yes!» «Non scritto qui. Qui scritto monumento nazionale.» «Oh, yes!» Penso che Romeo si stia rendendo ridicolo con questo continuo oiez! E invece no. Scopro finalmente quello che voleva spiegare a me.

«Noi» e si tocca il petto e sillaba …«uomini …poco intelligenti.» Le ragazze, bruttine, ma senz’altro argute, concordano. Quella che capisce punta l’indice contro il proprio petto e dice che le donne sono più intelligenti degli uomini.

Può darsi, vorrebbe dire Romeo. Ma non era questa la sua intenzione. Il termine usato voleva essere onnicomprensivo. Si spiega come può, facendo oscillare, come una barca sulle onde, il dorso della mano destra. Che vuole dire? Boh, forse, mah, può darsi, insomma così così. Sbatte gli occhi. Voleva dire altro. Non parla più di uomini, ma di paese. «My country…» e scuote dolorosamente la testa. Non è soddisfatto degli uomini che comandano qui. Con fatica immensa, gesticolando, rompendo la sua proverbiale compostezza spiega che i politici e i tecnici locali hanno costruito delle trappole con chiodi sui pilastri dello squero, per salvarli dal guano dei volatili nidificatori. Ma  i colombi sono stati più intelligenti degli uomini. «Ah, sì?» Mi prende in giro? «Nidificano tranquillamente sui chiodi.» «Impossibile» dico. Ma, evidentemente, anch’io sono un pessimo osservatore. I colombi nidificano comodamente. Insomma, non proprio! Ma nidificano sopra i chiodi, perché hanno riempito, imbonito di paglia, di guano, di fango, di fettucce di legno le fessure tra chiodo e chiodo alzando il livello, annullando la pericolosità degli aculei sommersi costruendo un nido doppio, triplo, quadruplo che ha sepolto sotto la pericolosità delle punte d’acciaio. «Colombi Squero.» Sfogliano l’agendina turistica, ma non trovano notizie sui “colombi squero”. «Razza nuova, molto intelligente, più dell’uomo, re dei Primati. Più del sindaco di Venezia.» Sorride della sua trovata, che poi tanto trovata non è. Basta guardare. Le ragazze inglesi ammirate, si complimentano, prendono appunti. Si congedano. «Oh, yes!» Esclamano loro questa volta. Gli battono le mani, perché ha fatto loro scoprire qualcosa che nessuna guida turistica spiega. Nessun dolese ha notato la curiosità. Nessuno ne parla, ma Romeo Biagini sì! E’ un ricercatore di novità e le trova. Resto di stucco. Non tanto per lui, ma per i colombi che sono riusciti a farla in barba a tutti i tecnici, gli architetti, gli assessori, i cultori delle belle arti, scolaresche in visita, organizzatori di mostre, fiere e processioni. Nessuno se n’è accorto. O forse sì?. Chissà!

Ora, al bar, racconto la storia delle inglesine e dei colombi razza squero. Pensavo che tutti sghignazzassero. Non è così. Vanno allo squero a curiosare e dicono: bravo, Romeo! Forse stiamo assistendo ad una fase della lenta evoluzione animale? Non credo proprio. Però le bestie sanno difendersi dall’uomo e lo dimostrano ad ogni pie’ sospinto.

Siamo seduti, noi due soli, al tavolo del bar e gli chiedo spiegazione. Non tutto mi è stato chiaro.

Che c’entra il sindaco di Venezia? Qui non siamo a Venezia. Devo essere tardo di comprendonio. Non me lo dice, ma me lo fa intendere: sguardo sottecchi e un silenzio prolungato. Manda giù un sorso di aperitivo e intanto medita quello che mi deve dire. Deve essere grossa. Mette le mani giunte sotto il naso e ci prova.

«Cacciari ha il nostro stesso problema: i colombi.» Gli riempiono di guano i monumenti della città. «Bè, è vero!» La mia è una risposta anonima. Allora esce in una battuta feroce. «E’ uno che da ragazzo ha innalzato la colomba della pace, ora scopre che è pure simbolo della pece?» «Che fai? Le rime?» Ad occhi socchiusi mi recita un pensiero ardito che mi comunica soltanto perché siamo soli. Non credo che si esprimerebbe in questi termini se fossimo il solito gruppetto critico di tutto e verso tutti. «Il filosofo, altro Guinness dei Primati, chiama i colombi, ora, topi volanti. Pantegane in volo! Ti rendi conto?» Non li può uccidere, non li può mantenere. Gli schizzano di guano il vestito bello della città. «Povero cristo, che può fare?» Tento una difesa d’ufficio, che in realtà è uno stuzzichino. Altro sorso al selz. Aspetta che dica qualcosa di meglio. Che posso dire? Non mi interessa. In campagna ero pieno di colombi e di tortore, e non solo. Animali che sporcavano e puzzavano ce n’erano dappertutto e non mi irritavo. Glielo dico. Rinuncia a spiegarmi. Si alza. «Eh, Gino! Tu confondi un’aia con piazza S.Marco.» E’ sconsolato. «Siediti, ti prego. Parlo di quello che so. Di cosa vuoi che parli?» Dimmi pure quello che pensi, può darsi che mi piaccia. «Cacciari? Gli voglio anche bene. Daranno anche fastidio, quelle bestiole, ma, per favore, impari dai colombi dello squero! Legga il messaggio.» Ecco l’ha detta, finalmente. «Ah! In che senso?» «Il problema di Venezia? Ma lasci stare i colombi! Pensi all’acqua alta. E’ inutile che distragga la gente, mostrando a dito le colombaie sui palazzi.» E tutti guardano in su. «E’ giù il pericolo, sono le pantegane vere sotto i ponti, e l’acqua alta.» «Allora?» «Faccia come i nostri colombi che innalzano il piano e poi costruiscono il nido.» Che idea ripulire i rii dal fango! Oh, sì, bè! Con l’acqua alta quasi stabile, le barche passavano lo stesso. «E’ anche questione di igiene» dico. Cerco di fermarlo. «Abbassando i fondali non abbassi il livello dell’acqua, è chiaro? Che innalzi anche lui il pavimento della città. Costruisca, sul solido questa volta, nuove palafitte, ma in marmo, in pietra, in masegni, tiri su la città. I nostri antenati hanno costruito Venezia sul fango. Possibile che non si possa ricostruirla, salvarla costruendo sul solido? Innalzi i piani.» Mi va di traverso l’aperitivo. Ma questo è matto, penso. Non glielo dico. E’ troppo serio, troppo convinto. Lo voglio far sorridere. Piego le labbra e glielo dico. «Però, che idea!» Le mie parole sembrano dire tutto, e il loro contrario. Il mio entusiasmo è inferiore a quanto si attendeva. In verità sono perplesso. Se ne accorge chiaramente. «Se hanno sollevato Abu Simbel, possono sollevare Rialto.» Il piano terra dei palazzi? E’ perduto comunque, afferma. Mi alzo a fatica, sento un dolore alla mia gamba malata. E’ questo il mio problema, altroché! «Ti saluto.» «Ci vediamo.» Uno di qua e uno di là.

Maledetta gamba destra che mi fa male! Mi appoggio al bastone più del solito. Sono stato troppo seduto. Vado piano e penso a Romeo. Matto non è, l’ho conosciuto come persona equilibrata. Che gli salta in mente? D’altra parte, non c’è ombra di dubbio: Venezia sta morendo perché si abbassa. Altro che colombi! Certo che, se si innalza, si salva. Per Romeo, è tutto chiaro: i volatili sono un falso problema, servono a deviare, a distrarre, a parlare d’altro. Bah! Comunque non è problema mio. Il problema mio è questa gamba che stenta a reggermi. Fra qualche mese, con le nebbie, potrò ancora uscire senza scivolare? A ramengo i colombi!

Un nipote mi viene a prendere, vuole che dia un’occhiata alla campagna. E’ settembre. Scalpita autunno, ha in serbo mille colori. I raccolti sono venuti su bene. L’uva già mosta sui tralci e i pampini accartocciati svelano nidi d’averla freddi. Laggiù, nei vigneti, l’aria è asprigna, è ora di vendemmie. Attorno casa, sull’aia, senti salire dagli orti il profumo di mele mature. Ricorda quando, ragazzo, avvinghiava le ginocchia al tronco e saliva a spiccare le delizie. Sulle grondaie già s’adunano le rondini, stanno, attendono qualcosa, un segnale prima del grande balzo. E’ ora di andare a vedere la gente nei campi. Si muove lenta, misurata nei gesti, finalmente lieta sotto il peso dei cesti ricolmi. Ma questa immagine giovanile la scoprirà tradotta in altri termini, meccanici, sincopati, sbrigativi, prosaici. Il granoturco scoppia ancora nelle brattee semiaperte, le tortore saccheggiano quel che possono dalle fessure. La luce è piegata, opaca, inclinata. I tramonti si offuscano prima di esserci. C’è meno fulgore dell’estate. Stiamo inesorabilmente scivolando verso la grigia stagione. Ma, intanto, ci sono odori sacri, pieni, forti, quelli della raccolta dei frutti delle fatiche, lunghe e insidiose. Tutto sembra avviarsi a felice conclusione. Conosco e avverto queste finezze dei campi che parlano e scuotono chi li intende. Invito qualche amico a visitare la campagna. Tutti trovano una scusa. In campagna c’è polvere, o fango, ci sono pure odori sgradevoli a gente di città. L’igiene lascia spesso a desiderare, perché chi ti saluta ti dà la mano che ha in quel momento. Unta di qualcosa. Magari di sputo, se ha la falce o la cavezza del vitello, stretti in pugno. Magari stanno mungendo. I contadini stanno svolgendo, in quel momento, il loro ufficio. L’impiegato, in comune, avrà la mano che ha in quel momento, mentre ti restituisce un atto timbrato. Sarà sporca di biro o di tampone blu. O anche pulita. Sa in ogni modo da scartoffie e da toner. E allora? Solo Romeo Biagini ha accettato, perché è curioso, voglioso di imparare sempre qualcosa che non sa. Magari poi ci infiocchetta sopra le sue immaginazioni, mi dico. Ho voglia di sentirmi anch’io signore della parola e dell’attenzione di qualche uditore. Romeo è l’unico che può prestarsi. Mi sono creato apposta l’occasione. Gli mostro gli animali. C’è la stalla. E’ ora di allattare i vitelli, di riempire le mangiatoie. Nell’aia c’è il torchio. Lo stanno ripulendo. Tra non molto canterà come un’arpa, come un tamburello. Si sentiranno gli schiocchi degli scatti dei tasselli d’acciaio della morsa che s’abbassa, che stringe, che schiaccia i raspi denudati. Il vino fortin zampillerà nella tinozza. Mi sento in cattedra. Romeo guarda, osserva, tace. Sento che un po’ di credito me lo sto guadagnando, non sono quell’ignorante che sembro. Qualcosa, del mio mestiere, la so anch’io.

Il cinquantino è già stato spannocchiato. E’ messo ad essiccare sul selciato in pietra rossa, ben disteso. Si turna con i fagioli che vengono bastonati con il batauro per destegolarli. C’è una ragazzina con una frasca che spaventa le tortore e i colombi. Ogni tanto qualcuna si tuffa, becca vorace e prende il volo. La ragazzina la va a spaventare, ma è tardi. Alle sue spalle, qualche altra colomba s’avventa, becca in fretta e va. Non va lontano. Hanno il nido sopra i pilastri delle tettoie, sotto le fessure, sulle travi dei granai. Stanno lassù a spiare, ad aspettare la distrazione. Si alternano, forse si mettono d’accordo. Campano bene. Sprecano poco.

Mio zio Artemio è sempre in gamba. E’ novantenne ed è più in gamba di me, va senza bastone, quando va. Per il resto lo accompagnano. Ha gli occhietti a fessura, diffidenti. Per atavica necessità, il contadino è bugiardo, diffidente. Dice sempre che va male. Per secoli l’hanno calpestato, derubato e deriso. I vecchi non sono andati a scuola, ma ricordano ugualmente, e si difendono come possono: stanno zitti e ti scrutano, ti pesano, ti scartano.

«Ehi, barba! Come state?»

«Come vuto che staga?» Ti ha risposto e non ti ha detto niente. Romeo, da un po’ di tempo, rumina qualcosa. Non ha il coraggio di rivolgersi a me e allora si rivolge allo zio.

«Sentite, Canevèa!» E’ l’antico soprannome di famiglia. «El me diga, sior.» «Perché lasciate che i colombi vi rubino il mais?» «Prendono meno di una tempesta. Li spaventiamo perché non esagerino, ma, da che mondo è mondo, ogni bestia ha diritto di mangiare.» Tace, e subito soggiunge. «Anche noi.» Anche il pensatore Romeo Biagini tentenna. Quel linguaggio crudo, schietto, primordiale lo sconcerta. Azzarda una domanda provocante. «Barba, siete mai stato a Venezia?» «Tre volte. Una quando sono stato di leva, un’altra volta in gita col prete. Una volta, tra tosi a…a...» Chiude un occhio e lo guarda come ti guardano gli psichiatri. Di sbieco. Ma che vuole questo? «Sapete che vogliono eliminare i colombi che sporcano la città?» «I colombi? I colombi volano da sempre e chi sta in alto, sapete, caga in basso. Mi sono spiegato?» Metafora piccante, contadina, universale. Barba Canevèa conosce qualche decina di parole, sa usare solo quelle. Nel suo mondo, per spiegarsi, gli bastano. Eccome! Chiude gli occhi, ma non dorme. L’udienza è finita.

Tornando a casa, Romeo mi dice che il sindaco di Venezia ha costituito una commissione per capire come mai certe cose succedono e cosa si può fare. «All’uopo» mi precisa. Che bestia è? Che trappola è? Non oso chiederglielo.

 

GLI INDIFFERENTI

 

Il professor Guido Bastianelli passeggia sotto ippocastani autunnali, mani dietro la schiena, fronte corrucciata. E’ lui così corrugato. Ottant’anni sono ottanta. Non c’è ancora la nebbia. Allunga il passo, o lo ferma, secondo le crepe del marciapiede. Non vuole pestare ricci, la riga soprattutto. Si ricorda di quando, ragazzino, giocavano a campanon. Che altro può fare uno che è stato sempre tra i ragazzi assumendone comportamenti, furbizie e vezzi? Il Giornale piegato in tasca. Guarda i necrologi, la cronaca, la borsa. Ha messo via qualcosa e guarda l’andamento dei mercati. Oggi, chimici in ribasso, assicurazioni stazionarie, Fiat più 0,5. Mugugna. Porta sempre la giacca, in ogni stagione. Trascina anche in pensione l’innato senso del decoro e di quella stantia, ammuffita, scomparsa creanza di cui nessuno parla, eppure c’era. Saluta tutti, perché tutti lo salutano. Saluta anche chi a prima vista non conosce, perché è convinto di conoscere tutti. E’ solo la fisionomia ad essere incerta, soggetta com’è ai mutamenti dovuti a lipidi, grassi, vitamine, proteine, ulcere, anoressie, diete ipocaloriche, travagli della vita. Come si fa a non salutare il professor Guido? Molti lo chiamano così, familiarmente. Molti ex-scolari, ora stimati professionisti, bravi carpentieri, scaltri venditori di carciofini sott’olio lo chiamano come hanno iniziato. «Ciao, Guido. Ciao, maestro» «Ciao ciao.» Non sempre ricorda il loro nome.

Ha insegnato per quarant’anni nelle scuole della Riviera. Ha fatto dapprima il maestro, poi il professore alla scuola media, poi docente di lettere e preside di istituto tecnico professionale statale in provincia. E’ stato consulente di una casa editrice, legge dattiloscritti e dà pareri. Tiene una rubrica di carattere pedagogico su un periodico scolastico. Vive in città da sempre, qui finirà i suoi giorni. Questa mattina, seduto su una panchina, ginocchia unite, in riposo, guarda la gente che passa, le auto che sfrecciano, veloci come gli anni, che sembrano lì e già non ci sono più. Sorride appena, eppure è un sorriso che dice tutto, si capisce da solo, non occorre che apra bocca. E’ un sorriso di sbigottimento. «Dove è andata la gente che conoscevo? Ne vedo sempre meno.»

«Ciao, maestro.» Un signore, avrà cinquant’anni, gli si siede pesantemente accanto e gli sorride a tutti denti. Robusto, stempiato, disinvolto, con la sicurezza del benestante, certo di essere bene accolto, gli mette amichevolmente una mano sulla spalla.

«Ciao, caro.» E intanto fruga, pensa, cerca nel pagliaio dei ricordi il volto probabile di un infante. C’è qualcosa nella voce, c’è qualcosa negli occhi. C’è una smorfia della bocca. Ecco, vede una macchia enorme d’inchiostro sul quaderno di bella. Ci siamo. Sì!

«Giuseppe T.» Velocissimo flash back! Guido Bastianelli si scioglie in un sorriso, commovente per la sua bellezza, in quel volto venerando che vive anche di queste inezie, che in realtà sono iniezioni di vita. Quell’uomo poteva tirare dritto, eppure si era fermato. «Sono stato in pretura. Ho dei problemi con dei fornitori.» «Capisco.» In realtà non capisce proprio. Gioisce che un bambino si ricordi del suo maestro, anche lui, allora, poco più che ragazzo. Lo ricorda tuttora, con un grande testone di capelli biondi, con due occhi neri che lo fissavano ovunque girasse per l’aula. Succhiava tutto quello che gli insegnava. Masticava la matita. Imparava tutto, soprattutto a mantenere vivo il gusto della scoperta. C’è sempre qualcosa più in là da conoscere. La conoscenza è lì. È di chi se la va a prendere. Se vuole, se può. Eh, la voglia è tutta un’altra cosa! Ricorda ancora l’ultimo anno delle elementari, da maestro. Passò poi alla scuola media. Si era laureato nel frattempo. Aveva vinto una cattedra. Seguiranno altri profili di studenti, altri anni turbolenti e vivaci, ma i suoi ricordi migliori restano quelli a contatto con i bambini delle scuole elementari qui in Riviera. Dodici anni di ottimo. Poteva concorrere a direttore didattico, ma gli cambiarono la legge al momento del traguardo. Cambiò tutto. Cambiò vita. E non è detto in meglio.

Sta travasando nella rivista esperienze di vita scolastica, di ragazzi di quegli anni di mezzo in attesa di perenni mezze riforme. Giuseppe T. dirige ora un centro commerciale. E’ sicuro di sé, deciso, aperto, insaziabile nel chiedere, nel proporre, nel fare. Come sempre. Parlano. Poi tornano, d’improvviso, al presente. «Come va, maestro?» Lo chiama ancora così.  «Bene bene.» Sorridono entrambi. «Ti ricordi di quella volta che non mi volevi dare dieci?» «Mi ricordo, mi ricordo. E mi vergogno.» Prova una fitta al cuore, ma era anche per questo che se n’era andato. Non fu una grande trovata. Andò a compilare schede in una scuola media inferiore, invece che nella scuola primaria Lassù il mondo è già più asettico, più spartito, uno non è più l’unico responsabile della classe. Anche alle elementari, ora, ci sono maestri a spicchi, a turni, a materie. Compartecipano nella didattica. Con i piccoli non sarebbe stato capace di accettare i nuovi metodi.

Abbassa le lenti sul naso, si stringe gli occhi e pensa l’articolo che scriverà. Gliel’ha suggerito Giuseppe T. con la sua improvvisa e inaspettata apparizione. Non si vedevano da vicino, non si parlavano, da più di vent’anni. «Oh, sì!» Che sorpresa! Si salutano, si abbracciano. Promettono di rivedersi. Chissà! Resta seduto e accende i suoi pensieri, le sue riflessioni. Pensa e fissa l’articolo per la rubrica.

“Tutti i bambini hanno bisogno di un faro cui guardare nelle difficoltà.” Titolo. Il padre, la madre, la maestra, un amico più esperto. Vogliono sapere se la direzione presa è giusta, se quello che fanno va bene oppure no. E perché. Hanno le loro preferenze, le loro inclinazioni. Insistono, le vogliono, però non sanno se sono giuste. A volte è necessario fare resistenza, stabilire argini, margini, priorità, cadenze di marcia. Senza verifica, a che serve cercare?

E’ questa la scuola. Mica insegnare a leggere e scrivere e contare. Si impara comunque. Vale non solo per gli scolari svantaggiati, ma anche per quelli più dotati, perché la loro presunta genialità non venga deviata, sciupata, ammutolita. Chi ha più sete deve avere più acqua. Ce n’è, non la si toglie a nessuno. La cultura è un’acqua che si può distribuire a tutti. Non si consuma, non si spreca mai, ce n’è per tutti a misura della propria sete di sapere.

L’arte, la scienza, le conoscenze non diminuiscono per l’uso, ognuno ha diritto di averne nella misura cui appetisce, desidera, anela. La scuola, in ogni caso, deve insegnare a suscitare, a scoprire, a valutare il proprio appetito, a mantenerlo anche dopo di lei. Deve dare la spinta, la voglia, già!, perché la conoscenza si accresca da sola.

E facile dire ora queste cose. Sono conquiste assodate, non più messe in discussione.

Ricorda gli anni di rabbia progressista. Quando i bambini scalpitanti, assetati di sapere furono puniti. Un tema? Un problema? Sbagliato o corretto? Visto a tutti. Visto! Più due paroline di commento. Che significa? Il bambino vuole sapere se ha sbagliato. Dove, come e perché. Il maestro glielo deve dire. Altrimenti a che serve la scuola?

No! Perché, elogiando il bravo con un bel voto, si umilia il debole che non può ottenere il dieci. Il bambino che ha un solo talento, e lo impiega tutto, dà il suo cento per cento di impegno e di risultato. Gli do dieci. Gli esprimo il segnale di sicurezza, gli mostro il semaforo verde adeguato al suo passo. Un’insufficienza, intanto, non è una condanna. E’ un parere tecnico, un giudizio espresso su un caso, in quel momento. Tutti abbiamo bisogno di misurarci e di commisurarci. Ognuno ha bisogno vitale di sapere qual è il suo valore, il suo limite, il suo potenziale per collocarsi, nel gruppo, nella società, al posto corretto, equilibrato e adatto. E come fa a saperlo, a scoprirlo?

Molte rughe della sua fronte nacquero già allora.

«Cari colleghi…» Voce metallica, fredda, indiscutibile, da scuola di partito. La sente ancora sul collo. «Il bambino bravo è già gratificato, spingendolo avanti diventerà ancora più bravo e così aumenterà il gap con il più debole, con colui che non ce la farà mai. Nella vita, nei rapporti sociali questo peserà ancora di più. Il bravo sfrutterà ancora di più il debole.» Discorso molto politico, per niente pedagogico. Ma trionfò.

Se ne andò, ma non prima di avere sofferto un po’.

Giuseppe T., anni undici, classe quinta. «Ho sbagliato lo svolgimento?» «No, è corretto.» «Perché non mi scrivi dieci?» Potevo dirgli che le circolari, che le nuove normative, che le assemblee sindacali, che gli indirizzi didattici nuovi, bla bla… Ma sì! Gli scrissi il voto che meritava, che parlava chiaro da solo, che confermava. A due cifre. Il segnale che meritava di conoscere. Mi fu rinfacciato in una infuocata assemblea di plesso.

I bambini sono tutti uguali, non si possono fare differenze. La professoressa Mosca infierì. Andò oltre. «Cari colleghi, bisogna abolire i libri di testo, merce di propaganda del capitalismo. Abbelliamo piuttosto la biblioteca comunale.» Doveva lasciare Fiesso d’Artico, per trasferimento, ma le rispose ugualmente.

«Collega, hai figli?» «No!» Si poteva intuire. «Lo sai che gli uomini primitivi scrivevano sulle pareti delle caverne per trasmettere le loro esperienze e le loro conoscenze? E tu vuoi abolire i libri?» Non siamo in Cina, urlò. Allora, il massimo del peggio era la Cina. Assemblea paralizzata. Fu dura, ma la vinse. Si pronunciò anche il sindaco, saggiamente. I libri restarono. Tuttavia la discussione sui voti continuò nei corridoi, nei giornali, nelle aule che contano. Furono aboliti.

Il voto? Basta voti! Il professor Bastianelli pensava diversamente. Non è buttando via il termometro che si sconfigge la febbre. Il voto non era la misura dell’uomo, del suo sapere. Non era un’umiliazione per nessuno. Era l’indicazione dello stato di salute intellettuale e psichica in rapporto a un evento limitato, ma sintomatico in un determinato momento. Il suo scopo era quello di avvertire, di confermare, di solleticate, di stimolare, di premiare, di incoraggiare, di rassicurare.

«Maestro, dammi dieci.» Aveva appena corretto lo svolgimento di un tema sulle vacanze con tante sottolineature blu. Oriana lo guardava implorante. Intuì il messaggio.

«Ma, Oriana, hai fatto troppi sbagli. Mancano troppi accenti, troppe doppie.»

«Non è per me. E’ per la mia mamma.» Teme un rimprovero, pensò. «Compie gli anni, oggi.» Comincia a capire. «Voglio farle un regalo.» Lo guarda con il mento che trema. E’ una bambina, quinta A. Trema anche lui. Trasgredisce ancora. Con la penna rossa le calca un bel dieci che sembra un diploma. Domani spiegherà! A chiunque gli chiederà qualcosa. Lui sa cosa fare, come interpretare. Già, i voti! Prima le mamme, deboli e confuse, poi le maestre stanche e indecise. Prima ancora i politici e gli ideologi.

«Tutti i bambini devono essere uguali!» Oh, bella affermazione! Non ci devono essere i bravi e i meno bravi. Eppure tra calciatori, ciclisti, commercialisti, sindaci, sarte, raccoglitrici di olive …i più veloci e i più lenti ci sono. Ci sono sempre stati, ci saranno sempre.

“No! Non ci devono essere segni di lode che umilino chi non ce la fa.” Questo fu il costume serpeggiante, come nebbia al suolo, che salì e prevalse. Furono messe all’indice la fantasia e la creatività, la voglia di fare, l’applauso.

«Bene!» Dissero le genitrici in assemblea, per solidarietà.  Era stagione di svendite.

Lasciò la scuola. Eppure l’adora ancora. «Non è più stagione di feticci” gli dicono alle spalle.

I pomeriggi sono lunghi e la solitudine è come il silenzio. Se non ci badi, o sei impegnato, non te ne accorgi, ma se non sai cosa fare allora fa paura. Rimbomba. Il professore si inventa sempre qualcosa di nuovo. L’immobilità è pericolosa per le articolazioni, per il cervello, per il cuore. Se lo dice da solo. Arriva in centro. Ci sono strani movimenti in piazzetta. Molti fatti succedono, ma ognuno bada a casa sua. Tuttavia non si può fare a meno di vedere, di sapere, di accorgersene. Sì, istintivamente la gente della piazzetta, fatta salva qualche fiammata, è portata a disinteressarsi degli altri, compresi i commercianti, compresi i volontari. Si accerchiano da soli. La disponibilità è a orari precisi, non è continua. La tendenza è quella di ignorarsi negli stessi condomini, sugli stessi marciapiedi. In fila alle poste per la pensione, ognuno sta piegato sui suoi crucci. Però quello che sta succedendo in piazzetta Rivolta non può passare inosservato. Un velo di indifferenza, di mucillaggine, ci avviluppa, dapprima a nostra insaputa, poi per tacito consenso, e ci protegge dall’offesa di scorgere chi sta male, chi sta peggio.

L’orefice Mantegazza sta cambiando le porte con sofisticati congegni di sicurezza e di allarme, soprattutto notturni. I ladri si sono fatti esperti. Non sono tutti uguali, neppure i ladri. Il dentista ha dimenticato la politica e si dedica con rinnovata perizia alla carie dei suoi clienti. Si è fatto tutto casa e dentiere. «Mi sono scaltrito da solo» si dice. Ernestino mastica il sigaro spento. E’ preoccupato, la gente guarda i titoli, non acquista più giornali. La generazione dei ragazzotti celofanati, confezionati in pacchetti di abilitati in gruppo, compone, in maggioranza, la schiera degli statali. Neutrali e passivi. A gennaio prenotano le vacanze estive. Omologati. Indifferenti. I loro padri putativi, sindacalisti di grido, occupano i massimi seggi parlamentari e del parastato, dopo aver profetizzato per anni che loro con la politica non c’entravano.

“Tanto non cambia mai niente!” Questo è il pensiero dominante, strisciante che lega come un filo invisibile la gente comune. Da sponda a sponda. Passa gente omologata, occhi uguali, rabbuiati, borghesi. Hanno un accenno d’epa, quel che basta per giustificare un’ora di corsette lungo il Naviglio, il rio Serraglio. Non sudano comunque. In mano hanno sempre il cellulare per rispondere a casa. Fotocamera incorporata. Automatica. Immortalare un tramonto, dopo paziente inquadratura? E perché mai? La prossima generazione in trincea, come sarà? Ma quali trincee! Sull’onda della scuola di burro, fitness per tutti. E basta.

In punta di piedi, ci stiamo tutti, sopra grumi di nebbie stabili. Siamo come il famoso coyote dei cartoons , che corre indifferente, slanciato, oltre lo spuntone sul precipizio. Sicuro, per un po’.

I liceali, nella corsa al titolo, già al primo anno sono in debito d’ossigeno. Quando pagheranno? Mai. Sarebbe meglio dire sempre, per tutta la vita. Ma ancora non lo sanno.

Ernestino dice che entro l’anno si ritira. Lo dice da troppo tempo e qualcuno pensa che non sia vero. Il barbiere non si è più visto. Questa è la grande, enorme novità. Ma passerà.

Il professor Bastianelli deve sbrigarsi a trovare un nuovo barbiere.

«Oh signora, come stai?» Ha incontrato la maestra Giuliani. Una sua antica allieva. Si scappella.

«Ho presentato domanda di quiescenza anticipata.» Occhi sbarrati, persi, esausti. Pile esaurite. Lo dice a chiunque le dice buongiorno.

Alla televisione, il nuovo ministro della P.I. fa continuamente gli auguri a tutti. Alla televisione mostrano una Campania sommersa dai suoi rifiuti. Puoi guardare, ma non commentare. Alla televisione aumentano i maghi, i lettori di oroscopi e di carte taroccate, i commentatori di calcio. Soliti, patetici dribbling.

Il professore entra al bar. «Una cedrata, per favore.» Sapori d’altri tempi. Sentono, ma non lo badano più di tanto. Guardano Totti registrato che scodella un cucchiaio. Niente grida, niente scatti. Sanno già tutto. Gli servono un gingerino. Prende lo scontrino. Si pulisce gli occhiali. Paga e va via. Protestare non serve. In un angolo dei ragazzini giocano a subbuteo. Si divertono senza sudare. Ma era quello il bello. Fuori, un sole pallido e striminzito non scalda per niente, si sta ritirando. Anche lui è intrigato a badare a sé stesso. Nebbie basse, improvvise, appollaiate a mezz’aria imbrigliano tralicci, camini, ricordi, rumori, pensieri.

 

TESTIMONIANZE

Sono passato un tardo pomeriggio di questo ottobre che si spegne presto. La sera precipita e ti trovi solo a percorrere i viali coperti di foglie morte. Ci sfioriamo e tiriamo dritti. Ognuno ha il suo cruccio, il suo infermo da visitare. Non ci si saluta. Non ci conosciamo, ahimè! Eppure siamo fratelli di dolore. Se siamo in ospedale a quest’ora un motivo c’è. Ed è comune. «Buonasera.» Provo a salutare. «Lo conosci?» Incrocio un signore, tiene una signora a braccetto. «No.» Proseguono.

Salite le scale della vecchia geriatria, secondo piano, giro a destra. Semibuio. Non c’è nessuno. Arrivo all’ultima sala. Apro la porta. Ripostiglio! Sosto appoggiato allo stipite. E piango. In solitudine. Non sono pazzo, credetemi. Mi è venuta nostalgia di mio padre. E sono salito a vedere gli spazi, il luogo dove ha lasciato questo mondo. L’inizio della mia vita è morto qui, secondo letto a sinistra. E’ tutto vuoto intorno e silenzio. Eppure rivedo le sue ultime ore. E non lo sapevo. Rimasi in piedi tutta la notte, quella notte. E lo rimproveravo perché non stava fermo. Non trovava fiato. Davo la colpa al caldo. Era un luglio afoso. Stava morendo e non lo capivo. Si stracciava le vesti. E lo richiamavo, burbero. «Svegli i malati, stai buono. Ti prego.» Era sempre stato buono, per tutta la sua vita laboriosa nei campi, in famiglia, tra la gente di contrada. Che gli dicevo mai? Non capivo. O mio Dio! Ti prego, perdonami, padre.

Sento passi felpati. Abbraccio lo stipite per non cadere. Un uomo, colto in flagrante, tentenna. Qualunque cosa stia facendo, se si sente sorpreso. Una voce mi chiama. «Non si può restare qui.» Capisco. Ma non oso girarmi. Sono in grave difficoltà. La stessa voce ha una mano. Sento quella mano leggera su una spalla e un flebile suono femminile. «Stai pure.» Intravedo un camice. Forse è un medico, forse è un’infermiera. Non so. Ecco una delicatezza che non m’aspettavo. Ti ringrazio donna ospedaliera, chiunque tu sia. Sono rimasto ancora un poco a rievocare.

Ricordo che, verso mattina, s’era acquietato. Venne Letizia, mia sorella, a darmi il cambio. Anche lei mi aveva toccato leggermente la spalla. «Vai» mi disse. Quasi fuggii, tanto ero sfatto.

Appena a casa, chiusi un attimo le palpebre e già Silvana mi scuoteva. «Che c’è?» Mi abbracciò senza parlare. Occhi sbarrati, attesi. Mi parlò con grande tenerezza. «Tuo padre è morto, ora.» Gridai. Corsi di nuovo là. Era steso sereno. Baciai la fronte, ed era calda. Ma non si scosse. Poche volte ti ho baciato, padre. Perdonami. L’infermiere di notte, in piedi, sulla porta, mi fissava. Il turno è finito, ma non scappa. Mi aspetta. Ci conoscevamo, è vero. Ma attese a lungo, poi mi abbracciò e mi interrogò.

«Non avevi capito che era in agonia?» La parola mi ferì. «In agonia? No.» Non pensi mai che possa toccare a te, ai tuoi cari. «Aveva i piedi neri.» Dopo un attimo aggiunge parole di balsamo sulle mie ferite aperte. «E’ morto sereno, in pace.» Oh, grazie amico! Sai cosa hai fatto? Mi hai trasferito intatto e certo quello che avrei voluto vedere e non avevo visto. Mi hai detto cose che vanno oltre la professione. Mi hai parlato da uomo forte a uomo ferito. Mi hai dato fiato, mi hai sollevato nel momento della caduta, hai dato un senso e un alt al mio dolore. Non li avrai avuti computati nello stipendio, quei minuti in cui hai atteso che mi ricomponessi, ma in umanità, sì. Che Dio ti benedica, e si ricordi di te, ovunque tu sia, amico mio.

(Pubblicato da AVO – Incontro all’ospite – Dolo – 2006)

 

DECLINO SUL BRENTA

 

Gli aceri del parco incendiano i tramonti in questo autunno che si protrae. Al mattino c’è guazza abbondante sui rosmarini costretti a siepe, sulle edere avvolgenti i tetti cadenti di un’antica rimessa. Le acacie tremano più del solito e si spogliano con pudore, lentamente, a strappi, a scatti. Senza sosta. Il giorno dopo le vedi più denutrite, eteree, le avverti svanire, come il fiato in vapore che ti esce e s’invola per chissà dove. Le foglie degli aceri invece rosseggiano incaute, impavide. A lungo. Non temono le brezze, ancora. Si tengono strette e dardeggiano il fuoco a lungo trattenuto. Quando cadranno bisognerà sedersi sul margine del prato e restare ad ammirare. Non si ripeteranno. Passerà un anno prima di rivedere il parco così lussureggiante e spavaldo. I tigli hanno perduto ogni olezzo, ingrigiscono ignoti e trascurati. C’è un grande abete bianco, in angolo. E’ solido, altero, s’è fatto largo, verdeggia asciutto e dritto, ricco di pigne robuste e gonfie. Cadranno. Oh, sì, cadranno! Ma prima mostrerà il lussureggiare dei suoi frutti, energici per l’ingordigia di sole estivo. E’ un bel posto il suo. Nel parco assorbe la prima luce del mattino. Un ciliegio selvatico e i sorbi vengono dopo. Verso sera s’adombra, ma a quell’ora non serve più, è già sazio.

Non ci sono scoiattoli o tassi qui da noi. Solo topini di bosco, nascosti, invisibili, insaziabili. Ci sono due civette. Vanno da un camino diroccato a un platano vecchissimo, preda di larve; stridono, si chiamano, ma solo a notte fonda. C’è poi una coppia di gazze, silenziose, sorvolano spesso i cespugli di rododendro. Dei ricci escono quando fa buio. I cani, oltre il muro, ne sentono l’odore, graffiano le pietre e sbraitano per ore. Ogni tanto una voce li richiama e allora zittiscono per un po’. L’erba è pettinata da un solo verso, come se un’enorme spazzola l’avesse ondulata verso il leggero declivio che conduce al laghetto. In discesa. Segue la piega del tempo, del vento.

Da alcuni giorni, alle quattro, Evelina scende nel parco. Pone la tela sul cavalletto, sempre allo stesso posto, in riva. Fissa il tramonto, con gli occhi degli aceri sazi. C’è ancora, prima di un tramonto veloce, un arco di luce diafana, malinconica. Impigrisce statica lassù. A lei basta. Sempre la stessa ora, con la stessa inclinazione luminosa, di penombra nel sottobosco, di cielo sgombro da cirri. Oh, ecco! La scia di un aereo lo attraversa, silenzioso, sporca appena la superficie azzurrina. Tale si trasferisce sulla superficie della tela.

Evelina si muove dentro un mondo stabilito, sonnolento e soddisfatto in partenza. E’ impossibile che trovi l’acuto, l’invenzione, pur avendo attorno mille suggestive ispirazioni. Ma si accontenta lo stesso. Dipinge spazi di sottobosco che crede sottratti alla luce. Un poeta direbbe che sono spazi dimenticati dal buio fuggito di fretta.

Lei si esprime ritraendo ciò che ha già deciso. Potrebbe restare pure nella sua camera. Posa lo sguardo su immagini che le piacciono, ma in quel momento ha deciso qualcos’altro. E perde una grande occasione. La sua è sì una prova, una scommessa, ma soprattutto un’abitudine. Per una ragazza del suo rango, fresco di benessere, tuttavia, la pittura è migliore del pianoforte. Deve fare qualcosa che non sia plebeo. Computer! Palestra! Ballo! E che?

Ha deciso di ritrarre, o immaginare di trasferire sulla tela, la sua interpretazione del mondo in cui vive: il parco. Alla fine il suo capolavoro sarà frutto di un parto cesareo della fantasia. Si stancherà e farà veloce. Pochi segni. Decisi. Qualcuno dirà che è vero tocco d’artista. In fin dei conti qualcosa è nato. Ognuno è autore di sé stesso, collabora alla propria formazione.

Un esperto lettore che sa interpretare i significati dell’amalgama, dello scatto, del riverbero dei colori potrebbe dire che sì! c’è un certo linguaggio, c’è un messaggio. Evelina sa che il suo agitarsi somiglia a un esercizio ginnico su un tapis roulant: ti muovi tanto senza fare strada.

Più in là, oltre la mura sepolta nell’edera, oltre il naviglio, si stendono campi profondi. Fumigano appena in lontananza, freschi di tarda aratura, avvertono il loro imminente letargo.

Si vive una stagione insolita. Troppo mite. Incaute forsizie non sanno che fare. Hanno grosse gemme cristallizzate che non riescono a stare ferme. «Siate prudenti!» Viene da dire! Si temono improvvise brinate, ma intanto si annunciano tregende di calore per il luglio che verrà. Chi profetizza è disposto a subire malori e rovine nella prossima estate. C’è gente che è disposta a subire qualunque malanno preannunciato, pur di poter affermare che l’aveva detto.

Buricchio rastrella i viali, li pettina, li carezza, lascia le righe leggermente ondulate sul ghiaino morbido, spesso. Rendono gradevole un viale, altrimenti rigido, inflessibile, freddo. Passa accanto a una selva di calle in riva al laghetto. Ogni anno le foglie verdi, ampie, vogliose di vita e di cielo, sgorgano, quasi fossero parte delle acque e si abbelliscono di saettanti steli ornati di fiori, bianchissimi pugnali. Con piccola anima gialla smarrita in quel biancore. Dovrebbero recedere, ritirasi, appassire, quelle foglie stanche, genuflesse. E invece no, resistono. Ma perché? Si chiede il bravo giardiniere. Ha la cesoia in tasca. Le avrebbe già tagliate. Avrebbero sofferto meno durante l’invernata. Ma quale rigido inverno! Non si preannuncia per niente.

La signorina Elettra, la zia, è docente di musica e canto, in pensione, ama Dante e lo declama, quando passeggia nei viali. Per lei, siamo già in vista di gironi infernali, al posto di stagioni invernali. Si sa già che il bene che ci tocca è un credito da pagare, da restituire, ci sarà scontato. Eh, vedrete, vedrete… Nessuno le dà retta.

Stormi di gabbiani vanno a ventaglio, diretti alle barene. Migrano ogni giorno. «Come me.» Buricchio si sente in ostaggio del tempo. Vorrebbe avere le ali. Sarebbe una buona scusa per andarsene. Si sente trattenuto, là, come le calle, che non se ne possono andare. Nessuno le coglie, devono appassire sul posto.

Ci sono dei migranti che non si muovono mai. Restano sempre negli stessi luoghi, sulle stesse orme. Stanno controvoglia, oppure sopportati. Però i loro desideri, i loro pensieri sono altrove. Vagano lontano. Vanno in luoghi che neppure conoscono, sempre diversi, nuovi. Ma questo a loro non basta. Non è di terra nuova che hanno bisogno, ma di quiete. Chiunque vaga, sogna un punto fermo. Eppure, intanto, senza la terra che calpestano di malavoglia, non avrebbero altra terra. E’ un vecchio bello a vedersi. Il tempo ha fatto i suoi guasti, ma gli occhi e il pensiero brillano tuttora e tengono desto il sogno di un domani. Si dice che Euclide ammirasse gli uomini silenziosi, pensosi. Lui lo sa. Ha fatto a tempo a frequentare corsi non finiti. Il filosofo ammirava i pensatori, erano gli uomini del pensiero successivo. Erano saggi, riflettevano prima di parlare.

Dove andranno i miei ricordi, i miei pensieri, i miei sogni? La terra raccoglierà le mie spoglie, ma la ricchezza di esperienze e di riflessioni, dove si depositerà? I miei sogni, vasti, incontenibili, dove saranno sistemati? Chi se ne occuperà? Questo succedeva a quel vecchio.

Ha una certa età! Quando arrivi a una certa età, ti lasciano bofonchiare. Sono convinti, che, poveretto! cosa vuoi capisca? Lasciatelo dire. Eppure dietro quegli occhi gonfi, la fronte corrugata, il pensiero corre, galoppa, fantastica, progetta, s’interroga. Buricchio s’interroga. Nessuno gli darebbe retta, così lui non parla. Che peccato che nessuno sappia.

Roberto Marcanzin aveva avuto molto dalla vita, prima di essere perseguitato dalla sfortuna. Ora ha settantadue anni e, bando ai complimenti, li sente tutti. Non ha più famiglia. Curvo, lento nei movimenti, e l’occhio, con leggera cataratta, lacrima spesso. Così lascia intendere. Si adatta a piccoli lavori di manutenzione, di servizio in casa. Tiene in ordine il giardino, chiude le imposte alla sera, dà una mano di minio alle ringhiere e una di smalto verde ai balconi centenari. In autunno, pota. Taglia  i rami feriti dalle intemperie, prepara le fioriere con terriccio nuovo per la primavera che verrà. Osserva le ombre che il vento dilata e raggruma. Come i ricordi, a volte pietrificati e freddi, a volte in frenetica dilatazione. Diventano tenebra nel suo cuore. Anche la notte inghiotte le ombre del giardino, e più non si distinguono i contorni flessuosi degli ippocastani.

Buricchio, questo era stato il soprannome nell’età dei giochi, in quella casa era stato signore. Era stato un genio nel disegno della calzatura. Poi imprenditore di grido. In Riviera era stato un astro improvviso e qualificato. Figlio di un umile operaio, era diventato padrone. Conosciuto e riverito, aveva raggiunto traguardi insperati e solidi. Frequentava fiere e mercati, incontrava ministri, era accolto nelle banche con l’inchino. Aveva speso bene, speso molto. Aveva acquistato la villa patrizia abbellendola, rinnovandola, facendola rivivere con feste e dibattiti culturali. Il recupero del parco, che ora accudiva, era stata opera sua.

Il soprannome dell’età dei giochi era sembrato irriverente, dimenticato. Commendatore! Poi l’inspiegabile. Anzi, l’inevitabile. Gli eventi sono come gli uomini, imprevedibili. Errori di investimento, eccesso di fiducia in istituti bancari, invidia, superbia, i primi tentennamenti, il crollo. Capitò anche a Napoleone. L’ampiezza delle sue conquiste cominciò a restringersi ad annullarsi come l’ombra della sera che inghiotte tutto, veloce. La forza della sua ricchezza si sgonfiò, come il palloncino sfuggito alla mano: sale fortissimo, come freccia, in cielo. Scoppia, si sgonfia. Questo accadde a Roberto Marcanzin. E’ tornato ad essere Buricchio, il ragazzo dei giochi. Nei giochi d’infanzia erano in molti compagni. Nei giorni della sua fortuna erano ancora tutti bravi compagni, lo cercavano, l’attorniavano, perché non li aveva mai rifiutati. Ma ora che è nella polvere, è solo. Soltanto il nuovo padrone della villa, già signore e commercialista, collega negli affari, non l’ha dimenticato. E’ in giro ancora, per affari. Lo tiene in casa, quale trofeo, dopo averlo ammirato e sofferto a lungo. Guardandolo dal basso in alto. Ora le parti si sono invertite. E’ persona caritatevole. E’ un uomo di buon cuore. Se lo dice sempre.

Buricchio soffre e accetta. Dopo il fallimento, nient’altro gli resta. Passa nel parco a guardare, a curare le cose da lui volute. A volte vengono ospiti a cena. Il dottore, noto revisore dei conti, ha collaborato con il curatore fallimentare. Ora trionfa in quella villa in cui un tempo entrava bussando, suonando, tossendo e chiedendo permesso più volte.

“Ti ricordi Roberto?” Mostra un quadro naïf alla parete, è di un noto artista veneziano. Ha acquistato tutto, in blocco. Deve ancora scoprire cosa gli è caduto sul piatto con quattro soldi. E’ una pugnalata, la sua domanda. Roberto china il capo, si allontana, va a per prendere la frutta. E’ il momento della digestione, il momento in cui i commensali abbassano la guardia, i livelli di delicatezza e di buona creanza, si slacciano i colletti, escono confidenze, si fanno girare i bicchieri in tondo. E’ il momento del pettegolezzo malizioso, le signore si appartano, mormorano su chi non c’è. I signori sollevano questioni politiche che, per il loro repertorio provinciale, non sono nemmeno tali. Qualcuno ride forte. Eh, la barzelletta! Uno degli ospiti, neofita, azzarda qualcosa di serio. «Sapete che incombe la siccità sulla terra?» Solo il vicino gli dà retta. «Mi passi l’acqua, per piacere?» Vaghi segnali di sonnolenza. Qualcuno già pensa ad altro. Bisogna far presto! Così il mecenate, dà l’affondo. Esalta i propri pregi, sapendo che i convitati non aspettano altro per convenire. Sono lì per quello. C’è un comportamento che riguarda pure la digestione, ed è atteso: ci si agita sulla sedia, si abbassano i toni. Quasi silenzio. Si attenua il riguardo, così debolezze e furbizie, a stento trattenute, si srotolano da sole. C’è distrazione, è vero, ma controllata, ad appagamento raggiunto. Gli sbadigli sono appena velati, subito imitati. L’occhio pian piano declina.

E’ il momento! Il dottore spiega come la fortuna e l’abilità, proprie, ovviamente, aggiunte alla stupidità degli altri, portino a successi insperati. Buricchio ascolta impietrito.

Gli ospiti sanno, ma fingono e annuiscono vistosamente, occorre che si veda. Attendevano quel passaggio, si sdebitano in tanti oh! di meraviglia e invidia. Bicchierino. Saluti.

Roberto, in cucina, torna ad essere Buricchio. Il cuoco lo chiama Buricchio, lui si sente superiore, tra i fornelli. La sua cultura e i suoi sentimenti sono a livello di zenzero e cannella. Odori. Ognuno è artista in qualcosa, lui lo è nel fegato alla veneziana. Il resto è farina avanzata, fuori sacco, da raccogliere a due mani sulla tavola e via! non serve più.

Roberto, sul tardi, spesso, esce sotto le stelle. Esce ad ammirare, ad accarezzare il pozzo veneziano fatto restaurare, sistemare da un esperto marmista e ricollocato proprio là, dov’è ora. Quanto gli era piaciuto! Lo guarda, gli piace ancora, come si ammira il Cenacolo. Per bello è bello, ma non tuo. Non più. Ammira la navigazione delle stelle dell’Orsa attorno alla Stella polare. Anche il loro è uno spaziare immenso per restare sempre allo stesso posto.

Ha deciso che se ne andrà. Non sa dove, non sa quando, non sa come. Non aspetterà la chiamata, o il benservito. Ormai ha consumato l’esibizione dovuta ai più noti amici e commensali del suo mecenate, ha consumato la lista, è anche lui un menù di precotti, lo avverte, serve sempre meno come oggetto da esibire nelle feste. Lo sente, lo annusa, lo nota dagli sguardi sempre più sfuggenti, dalle chiamate sempre più rare, dai complimenti leziosi, arroganti e compiaciuti nel ferire definitivamente. Ha superato da tanto tempo il livello di sopportazione. Tuttavia non è questo che lo inquieta. Non è l’andare oltre, l’oltraggio morbido. E’ la consapevolezza della sua personale consumazione. E’ la fine del suo ciclo. E’ il bisogno di trovare una collocazione definitiva, una transazione pacifica con sé stesso. L’aria che respira gli sembra esausta, già respirata.

Evelina ha lasciato i suoi attrezzi dov’erano. Lui li raccoglie. La tela non è riuscita, si vede. E’ stata abbandonata. Gocce di rugiada stanno rigando e scolorando la superficie tinteggiata su cui lavorava da più sere.

Raccoglie i pennelli, le tempere, il cavalletto, non gli piace il disordine. Chi li ha lasciati là, probabilmente, si aspetta che si faccia.

Esce in strada. A quell’ora sfrecciano macchine, vvvmm, come fosse giorno. Anzi di più. Ognuno sembra andare da qualche parte, ma arrivato chiede: dove andiamo stasera?

Che c’è? Qualcuno cammina nell’ombra, è ombra pure lui. Quasi corre, deciso. Deve essere uno che sa cosa cerca.

Chi sei?

Non vedi? Sembra dire. Non dice niente. Forse sorride. Nota i denti bianchissimi in quella carnagione scura.

Dove vai?

Non c’è bisogno di chiedere. Si vede che sa dove andare. E’ questo che conta. Si fermerà in qualche luogo. E’ troppo sicuro di sé.

Vengo anch’io?

L’uomo gli fa spazio. Si stacca dal ciglio, gli offre l’abbrivio in corsa, al riparo. In due si va meglio. Ma il passo non è lo stesso. Dopo un po’, rallenta, resta indietro. L’uomo si volta, l’invita con la mano, poi procede.

Ha capito tutto.

Vorrebbe tornare indietro ad avvertire i commensali che la loro sonnolenza è finita, che devono alzarsi in piedi e riprendere a correre, come un tempo. Altrimenti… Altrimenti c’è una legge del contrappasso per tutti. Un giorno potrebbe essere quell’uomo arrivato di corsa a chiedere al dottore: sai di chi è questo paesaggio naïf?

«E’ di Rossi Melegatti, noto paesaggista.»

«No, è mio.»

UN CHIODO AL GIORNO

 

Non è che i giorni che verranno sono già stati visti? Perché, allora, cosa c’è da sperare, da temere? Senza palio non è vivere. Se ti poni una domanda al giorno, avrai un motivo per non appassire inutilmente, per rinviare quell’accartocciamento che, comunque, un giorno verrà.

Ho una stella di Natale sul poggiolo. Incredibilmente viva e pimpante a maggio. Ovunque, ho notato, le foglie sono cadute, scomparse e gli steli asciutti sono finiti nei sacchi gialli dei rifiuti secchi. Perché la mia è viva e vegeta? Non lo so. Ma le offro un motivo. A lei e a me stesso. A sera le offro da bere. Raramente mi dimentico, però mi succede.

Ecco, questo incognito la stimola a dover sperare. Distratti come siamo, crediamo che le piante non sentano, non provino piacere o dolore. Anche loro sperano. A loro modo, si spiegano, comunicano con il loro aspetto mutevole, espressivo. Occorre a tutti, ogni giorno, un motivo, una ragione a cui aggrapparsi.

La speranza è come l’acqua, senza non vivi. La mia stella di Natale spera che l’amico che si è preso cura di lei non l’abbandoni.

Questo dubbio, questa incognita, paradossalmente, l’aiutano a gustare l’acqua che le viene, a vincere, a resistere. L’ignoto è una molla incredibile per stimolarti, invogliarti a cercare di capire. Bisogna chiedersi cosa c’è oltre il buio, la barriera, come andrà a finire la tua storia. Puoi giungere alla convinzione che di là della siepe c’è un’altra siepe e poi un’altra. Ma anche qualcos’altro. Hai bisogno di una risposta. Vale non solo per le stelle di Natale, che non sanno mai se domani avranno l’acqua. Se fosse sicura, senza ombra di dubbio, sarebbe già morta di accidiosa sazietà, di noia. Le cose ovvie, ripetitive, a qualcuno danno un senso di appagata sicurezza, di riscossione anticipata, a qualcun altro un senso di inutilità. Niente è peggiore della noia, che ti nega il respiro, che toglie il gusto della lotta, della fatica, di toccare vette inesplorate, inaudite.

Tra i camminatori in pensione, tra i distributori di passi perduti, Roberto Meneghini si distingue. E’ un rognoso, dicono. Per me, invece, è un timido. Cammina sempre da solo, se lo incroci ti saluta con un semplice “ehilà!”. Va avanti gualivo, stesso passo, stessa inclinatura del busto. Guarda per terra, non per schivare o  per cercare qualcosa, come succede a me, semplicemente perché è stanco di vedere le stesse cose. Così pensavo, così credevo. Il suo percorso è un circuito: via Mazzini, via Dauli, via Guolo, piazza Mercato, caserma, giravolta. Roberto Meneghini, a suo modo, è un filosofo. E’ un pensatore. Lo si vede perché gesticola, si ferma, muove le mani, conta con le dita, alza l’indice, fa di no con la testa. O è pazzo. Tutto è possibile. Volete un mio parere? Non scherzo. E’ una mente fervida, arguta, è un osservatore, si domanda e si risponde. Qui, in Riviera, cosa è rimasto da osservare, ormai? Conosce tutti, conosce tutte le piastrelle da evitare, le bassure con pozzanghere in caso di pioggia, le zone con guano di tortora o urina di cane, così svicola. Sa chi si siede al bar alle undici, chi scende dalla corriera da Padova alle dodici meno un quarto. Se sente una campana a martello, a volte azzecca il morto. Sa chi è malato e chi no. E’ antipatico a molti, perché se lo urti ti risponde a pennello. Comunque lui non si cura della altrui antipatia. Ha tirato i remi in barca e si amministra la giornata, la libera uscita come vuole. Ha sempre avuto la parola facile, ti prende in giro e te ne accorgi dopo. Ha un pregio: prende in giro anche sé stesso. Le sue battute fulminanti erano una delizia, ti facevano ridere anche se ti beccavano. Da giovanotti era uno spasso passare una serata insieme. Ora si è rabbuiato, va da solo: i coetanei si sono fatti radi. Già, e chi non lo conosce non lo sopporta. Guarda di sottecchi. A volte l’ho sorpreso sogghignare. Chissà di chi se la stava ridendo. Forse di me, della mia pedanteria, della mia spilorceria. Non gli ho mai offerto un caffè. E’ stato ragioniere in economato all’ospedale di Mestre. Era entrato in ospedale quando ancora si chiamava così, è uscito dopo che è diventato azienda socio-sanitaria, una specie di ufficio di collocamento. Buon rocciatore, iscritto al Cai, ama la montagna

Una mattina, nel caos del mercato, pioggerellina triste, svogliato, mi trovo tra due sporte della spesa settimanale che mi pressano le ginocchia. Arranco, non vedo l’ora di rientrare a lamentarmi. Devo arrivare arrabbiato, per anticiparne o bloccarne un’altra sul nascere, di lamentela, per giustificare una spesa non prevista nella lista delle compere, un lusso: mezzo chilo di canoce. Assai care! Come la voglia. A casa mia, bisogna brontolare per primi, non importa su cosa. Come al gioco del tressette: è importante avere il tratto.

“Ehilà!”

Eccolo! Lo sento addosso, prima ancora di inquadrarlo, Roberto. Gli rispondo altrettanto. “Ehilà!”

“Vai ancora a caccia?” “Ah! Ho smesso.” “Allora, come non detto.” Mi ha incuriosito e finge di andarsene. Lo fermo.

“So che amavi gli animali.” Mi lusinga, mi ferisce, mi prende in giro.

Un momento! Metto giù le sporte. Sono stato cacciatore di barena, come tanti. Gli animali che ora amo sono un gatto e un bassotto. Lo sa. Mi stuzzica, mi vuole confidare qualcosa. Lo sento.

“Che vuoi, Roberto?”

“Lo sai? C’erano  undici uova nell’incavo dell’acacia, prima della discesa ai mulini. Una coppia di germani reali li covava a turno. Sparite!”

Vorrei dirgli che non mi interessa, che ho il problema delle canoce da cui non posso distrarmi, ma mi precede. “So che ti interessa.”

“Bè!…”

“Come è possibile un gesto simile? Vai a vedere.”

Riprendo le sporte, mi avvio. “Andrò a vedere” azzardo. Non mi interessa affatto.

Invece, due giorni dopo, vado al ponte dei Molini  e passo in rassegna le acacie sporgenti sul canale. Trovo quella che cercavo. Vuoto! Si vedono segnali di cova, piume sparse, molta paglia smossa. Di uova nessuna traccia. In canale guazzano coppie di anatre. Colombacci svolazzano sullo squero. Gabbiani sorvolano bassi. Forse sono stati loro, penso. No, non è possibile, loro lasciano sporco, lasciano gusci, mettono scompiglio.

Mi siedo sulla panchina, volto le spalle al fiume e guardo chi passa. Indago. Sono indispettito. Cerco di capire, mi trovo incuriosito, voglio farmi una ragione.

Che scopo c’è a prendersela con un nido? Anche noi, da ragazzi, andavamo a nidi. Ma il gusto era la scoperta. Qui non c’era niente da scoprire. Il nido era là sotto gli sguardi di tutti. Almeno da undici giorni. Eppure qualcuno l’ha distrutto.

Voglio farmi una ragione! Me lo impongo. E’ una questione sociale, etica, di costume. Ma, in che paese siamo? E’ scattata in me una molla: devo trovare una risposta logica. Cerco di capire il perché di tale cattiveria. Gratuita.

Passano tre ragazze, scarpe da tennis uguali, cinturina elastica sull’ultimo girone di natica. Dondolano al vento. Non parlano. Digitano telefonini microscopici. Annaspano, temono di perdere una battuta. Si dicono qualcosa a distanza. Può darsi tra loro stesse. No! Questo genere di pedestri non vede niente oltre l’essemmesse nel palmo.

Passa il maresciallo in pensione, a passetti, a tic-tic di bastone, a braccetto alla badante dell’est. Può essere il tipo che rovista nei nidi di germano reale? Non credo. Deviare di un  centimetro gli costa assai di fatica. E di straordinario. No, no!

Passano neodiplomati con valigetta. Rappresentanti? Forse sì. Capelli a spazzola, occhi che scrutano, calcolano percentuali, computano dividendi, praticano sconti al volo, guardano avanti, oltre quello che vedono. Quando svoltano, girano ad angolo retto. Non si distraggono. Non salutano. Stanno già trattando con un cliente tipo.

Passano ragazze di banca. Sigaretta tra le dita, mano lontana dall’anca. Devono ancheggiare tra colleghi in camicia bianca, più anziani, impettiti. L’occhio è rimasto sui tabulati, non scorgono niente. Gesticolano appena, non si sente se parlano. Ogni tanto si fermano, si guardano, poi riprendono. Prendono mezzo caffè ristretto. No, no! Per decoro, se non altro. Era la scusa per la pausa, conquista sindacale.

Si avvicina un cane appeso a un filo che si allunga e si accorcia, traina una signora, più larga che alta. Sgranocchia qualcosa, occhiali spessi, passo lento. Il cane annusa tutto, scodinzola sui pantaloni di chi attende la corriera. Tira dritto. Ecco! Si ferma d’improvviso, alza una zampetta, si accomoda proprio addosso all’acacia. Gesto di proprietà? Può darsi. Però non mugola, non si avventa. Abitudinario.

Passa una scolaresca di bimbetti di primo ciclo. Sono passerotti arruffati, si ammucchiano se il primo si ferma, guardano spaesati. Due maestre li tengono in squadra. Non vedono niente, non sentono niente, cinciallegrano tra loro, fin che possono. In aula, sarà diverso. Questi, un nido, una tana dentro un tronco forato, pensano che lo costruiscano soltanto Cip e Ciop.

Due ragazze camminano piano, imbalsamate in un abito a due pezzi, capo velato. Taglia inequivocabile. Mostrano appena il viso. Richiamo islamico. Spingono una carrozzella. Passano oltre.

Scende un autista della corriera. Fuma, poi butta la cicca verso il fiume. Un filo di fumo muore tra le ortiche. Guarda lontano. Forse pensa alla famiglia, forse pensa all’amica, forse pensa alla busta paga o alla sua cartella clinica. E’ serio, preoccupato. Deve avere ben altri pensieri.

Gente di paese. Giovane. Passa, scorre, ha un posto dove andare, un incarico, uno scopo, una ragione per andare. Come l’acqua che scorre, lenta, ma decisa. Solo i pensionati non sanno dove andare. Si inventano storie per passare il tempo, per crearsi un alibi al ritardo del rientro a casa, per una spesuccia azzardata, per un gingerino in due con un amico. Con scorzetta di limone.

Due scarpe usate si fermano, voltano le punte verso di me. Alzo la testa.

“Ehilà!”

“Ehilà! Hai trovato?” Vedo Roberto sorridente.

“Ho trovato.”

“Meno male.” Resto in attesa. Aspetto che mi dia la risposta. Mi sistemo bene sulla panchina. Tace. La curiosità cresce. Balbetto un attimo, aspetto. Non mi dice niente. Caspita! Non mi può lasciare così. “Però…” gli sibilò dietro scotendo il capo. Fingo.

“No no, non è come pensi.”

Come penso? Pensavo qualcosa? Diavolo di un Roberto. Mi mette un ulteriore prurito di curiosità. Si siede a fianco. Cambia discorso.

“Lo sai che la Giacinta è incinta?”

Mi fa anche la rima? Roberto non cambierà mai! Cerco le Giacinte che conosco, che conosciamo. Non è un nome molto diffuso. Non mi viene in mente nessuno. Che sia un soprannome? Ecco un’altra caccia. Da pensionati. Un’altra curiosità. Ma va là, gli faccio con la mano. «Non mi interessa proprio.» «Manca poco al parto.» Mi lascia con questo nuovo prurito.  In aggiunta all’altro che non ho affatto risolto. Si è già alzato, lo vedo sparire tra la folla, barcollante, tentennante, eppure così sollecito a capire. Così mi pare. A me non riesce. Ho sempre sottovalutato questo impiegato di concetto, occhialetti da miope, che invece vede assai lontano. Ho un nuovo groviglio da sbrogliare. Potrei lasciar stare. Ma non ho altro cui pensare. Questi rebus mi distraggono, mi impegnano, mi incuriosiscono. E una volta che la pulce ti è entrata nell’orecchio, non ti dai pace. Vuoi capire.

E’ così! Quando invecchi, anche le inezie possono diventare importanti. Non perché ti importi. Ti allenano a pensare, a sconfiggere il morbo che ruba le memorie, le storie, i giorni che ti restano. Torno a casa con il pane.

“Hai sentito chi ha partorito?”

“Di già?” Mia moglie si raffredda subito, si pulisce le mani sul grembiule, mi guarda come se avessi le traveggole. Sono piuttosto lento nei ragionamenti e le sembra strano che le passi davanti. “Come di già!” “Beh, pensavo a Giacinta! “ “Quale Giacinta?”

Cosa le tiro fuori! Mi parlava della signora Ventura del terzo piano del condominio di fronte. Una coppia di giovani abruzzesi arrivati da qualche mese. Neanche sapevo che si chiamasse così. Per il resto si vedeva.  Teresa, mi guarda con occhi a mezz’asta. “Chi è questa Giacinta?” E come faccio a spiegare?

“Vedi, Roberto… quell’amico che lavorava all’usl…”

“Non me la racconti giusta.”

Dio mio, come faccio a spiegare tutto. Delle anatre e tutto il resto? Che non so neppure io da dove cominciare. Porto dell’acqua alla stella di Natale. Siamo a maggio. Teresa mi guarda preoccupata, mi tocca un braccio.

“Giacinta? Non sarà per caso…”

“No no nooo…”. “E quale allora?” Sempre peggio. Muso duro, cena agra, a letto senza dirsi buonanotte.

Sento che telefona alla sorella, sottovoce. Lo sai che sono preoccupata…. ma sì….non ragiona a posto.

Io sto bene così. Dormo tranquillo, questa notte. Mi addormento con altri pensieri, ricordi.

La vita in fabbrica era meno dura, per quanto dura, della vita da pensionato con naso alla finestra e, se lo metti fuori, quando torni non sai cosa dire. Possibile che nella vita ci sia sempre un capo davanti che ti interroga?

Per alcuni giorni cambio passeggiata. Non incontro il mio amico.

Una settimana dopo, sono a casa, suona il campanello. Driiinnn! “Calma, calma!” Guardo fuori, vedo Roberto.

“Vieni avanti.”

“No, ho fretta.” Stringe un fagotto. Insisto, mi serve per un chiarimento.

“Giacinta ha partorito.”

“Oh, meno male! Vieni avanti. Senti senti, Teresa.” Lo tiro per un braccio. E’ la mia salvezza in famiglia.

“Quattro gattini. Ve ne serve uno?”

Ho già un gattino e un bassotto. “Beh…“

“Giacinta?” chiede Teresa. “Sì, la mia gattina. E’ un amore.” E’ bianca e nera. “I gattini sono rossi, mi sai spiegare tu …” Mi punta l’indice come se sapessi qualcosa che lui non sa, come se dovessi indagare.

“Eh no!” Adesso basta. Non mi riesce più di reggere gli urti, come una volta. Che peccato! Ti ruba tante cose, la vecchiaia. La voglia, soprattutto.

Roberto se ne va lentamente. Dispiaciuto. Mi lancia uno sguardo di compassione.

“Ogni giorno un chiodo.” Mi sibila questa frase. E’ un messaggio importante, me l’ha trasmesso con solenne lentezza. Ne tiene sempre uno in miniatura in tasca. Lo so. E’ stato appassionato alpinista, scalatore di pareti facili. Lo porta sempre in tasca per ricordarsi che la vita è una scalata, che un ostacolo ti serve per rendere bella l’arrampicata e che lo superi soltanto piantando un chiodo nuovo, più in alto. “Solo così puoi andare avanti, salire. Altrimenti è finita.” Una volta, ricordo, mi disse una cosa simile.

Mi sento stanco. Non ho più i ritmi dei giorni belli. La stella di Natale assiste incapace di comunicare la sua preoccupazione. Sente che qualcosa si è rotto, che qualcosa sta cambiando. Sente che presto le mancherà l’acqua.

 

MARCOAURELIO


Ha costruito un aeroplanino di carta colorata.

Anche qui in Nord-Est ci sono bambini. E’ un sito come  tanti. E quindi ci sono. MarcoAurelio è un bambino, uno dei tanti bambini di questo sito. Non è ancora un www.

Oggi ha costruito un aeroplanino con la carta colorata dell’uovo di Pasqua.

L’ha lanciato al vento. L’aeroplanino è decollato, ha preso quota faticosamente, molto faticosamente, perché MarcoAurelio non si è sganciato. E’ rimasto incollato alla carlinga di carta.

MarcoAurelio è volato via.

MarcoAurelio non sa esattamente chi egli è. Nessuno lo sa, soprattutto sua madre. Quando attendeva la nascita dei suoi due gemellini, aveva deciso già il loro nome: Marco e Aurelio. Poi la disgrazia. Uno dei due, inspiegabilmente, appena aperti gli occhi su questo mondo, morì. Chi morì? Aurelio oppure Marco. Erano identici. Inconsolabile, la madre decise di tenerli entrambi, almeno nel nome. Il bambino che sopravvisse al trauma fu chiamato MarcoAurelio. Per l’anagrafe può bastare. Ma lui, chi è? Sa tutto della sua storia. Gliel’hanno raccontata in tutte le salse, in tutte le occasioni. Sa che in lui ci sono due persone. Però una sola è lui stesso in persona. E’ un  fardello troppo pesante. Non ce la fa.

Ha deciso di cercare suo fratello. Deve saperlo al più presto. Non può consumare una cosa che magari non è sua. Se la sua vita fosse quella di suo fratello, vorrebbe restituirgliela. Magari il fratello la vorrebbe. Ma poi, lui, come farebbe senza niente addosso? Un’anima senza niente addosso non sta in piedi.

«Dov’è?»

«E’ andato in cielo.» Quante volte gliel’hanno ripetuto!

Ora è là, ha trovato il sito celeste.

Ma quanto grande è il cielo!

«Incominciamo a cercare.»

La collina degli angioletti è tutto uno sfarfallio. E’ giornata di pulizia delle ali. I bambini ci sono, troppi. Non volano perché le loro ali, sono stecchi come quelle di passerotti implumi. Le battono, ma non si alzano.

«Che fai?» Lo interpellano, lo notano subito. Non è abbigliato da al di là.

MarcoAurelio non fa niente, non batte le ali, perché non ce le ha. Ma è questo il problema.

MarcoAurelio con l’aeroplanino piegato sottobraccio va da una nuvoletta all’altra a cercare suo fratello. Stenta molto, non ha un nome di cui chiedere.

«Come si chiama?»

Già, come si chiama? Poi ha una intuizione.

«MarcoAurelio.»

Il Magister Angelorum sfoglia l’elenco, sempre partendo dalla A, avanti avanti…alla M, tra tanti emme, trova scritto un punto di domanda tra parentesi accanto alla parola “identità”.

C’è qualcosa che non quadra. Poi ha un’idea. «Vai alla sala d’attesa, all’ingresso. Cerca lì.»

Seguendo le indicazioni, arriva alla porta del Paradiso, ovvero all’accettazione. In un salone immenso, con un continuo via vai di angeli, vede un bambino con ali di penne mozze, accovacciato sui gradini bassi, faccia sulla palma di una mano, che guarda il vuoto, giù.

Lo guarda, si guardano. Ha la sua stessissima faccia. Perché, pur essendo morto, ma non essendo ancora entrato in Paradiso, per via delle formalità che resistono a tutto, ha continuato a crescere regolarmente.

«Finalmente!»

«Finalmente! Sentivo che mi chiamavi.»

«Ma come sei messo?»

MarcoAurelio terrestre è vestito da scuola.

Il fratello celeste è vestito di una candida veste.

«Che fai sulla porta? Non ti vogliono?»

«Mi vogliono, mi vogliono! Mi sollecitano, anzi. Però non ho un nome. O mi mandano al Limbo, che non è proprio consigliabile. Ho sentito che lo stanno sgomberando. O aspetto qui un miracolo. Perché, vedi, non si può entrare alla rinfusa. In Paradiso, c’è ordine e non puoi entrare se non te lo meriti. E per sapere se te lo meriti devono conoscerti, e come fanno a conoscerti, se non sei nessuno? Non risulto nei Registri Universali. Sai, non danno il Paradiso al primo che si presenta.»

«Bè, è giusto.»

Si guardano bene, si abbracciano forte forte. Diventano un tutt’uno. I gemelli sono un tutt’uno, fin dall’inizio, e poi, anche nel sentire, nel gioire, nel soffrire sono un tutt’uno.

San Pietro chiama. «Avanti un altro.» MarcoAurelio si presentano.

«Nome?»

«MarcoAurelio.»

«Dunque ….AAA…BBB…GG… M… EMME EMME ecco qua. MarcoAurelio, bambino eccetera eccetera….» I suoi grandi occhi hanno un lampo di severa dolcezza. «SI’!» Il suo ordine è un ordine. Si spalancano le porte.

Entrano. Si entra sempre da una porta.

Il Paradiso è una novità per entrambi. Si guardano attorno per capirci qualcosa. Tutto è sicuro e tranquillo, sereno e in pace, un vero paradiso. Provano, dopo tanto tempo, una gioia infinita. Senza confini. Vorrebbero stringersi, abbracciarsi, baciarsi, ma non ci riescono. Più baciati e abbracciati di così! Sono un tutt’uno. La veste del nuovo personaggio è una bianca tunica, come tutti. Ma il corpo interno è terrestre, perché lascia l’ombra.

Sei tu questo?

Sì, sono io.

In un certo senso anch’io lascio l’ombra.

L’angelo custode di MarcoAurelio, preso di sorpresa dalla fuga del suo protetto, non ce l’aveva fatta a seguirlo, a cercarlo in luoghi impensabili. Ma poi, con le sue conoscenze, era riuscito a rintracciarlo ed ora era intenzionato a non mollarlo più.

Angelo, dove mi porti?

Tu, dove mi conduci! Io devo solo seguirti.

Il paradiso, si sa, è un paradiso! Tutto è bello, lindo, pacifico, gratificante. Là, uno si sente in pace. Là avverti di avere ed essere beatitudine.

«Ah!» esclamò MarcoAurelio. «Ah!» esclamò il fratellino defunto. Aveva anche lui le sue ragioni.

L’angelo custode lasciò le spalle, si fece dirimpettaio.

«MarcoAurelio, c’è qualcosa che non mi convince in te. Ti comporti in maniera strana. E’ bene tornare a casa. Non è questo il mio compito, ma ti avverto ugualmente.»

Allora l’anima bella di MarcoAurelio, angelo incustodito, perché già angelo per conto suo, parlò.

«Caro collega, c’è qualcosa che devi sapere.»

Ogni angelo custode relaziona sulla nostra vita, ogni sera, appena andiamo a riposare. L’angelo custode è buono, ci conosce, ci interpreta, spesso ci giustifica, fin dove può, ci aggiorna la scheda della vita che, il giorno del giudizio finale, sarà letta e valutata. L’angelo custode è come un maestro che ti dà ripetizione ogni giorno, ti aiuta e ti consiglia. Se poi tu combini quello che ti pare, lui che può fare? Quello che deve. Registra.

Sentendosi interpellare in quel modo, Angelo Custode si preoccupò assai. Cosa c’era da sapere, che già non sapesse?

Angelo Custode aveva già un grosso grattacapo. Doveva cercare di ottenere il permesso di tornare in Terra con quel discolo di MarcoAurelio, intrufolatosi fino alle falde del Paradiso, per chissà quale ingenua mossa, certamente senza neanche accorgersene. Perché, come tutti sanno, per salire in Paradiso, bisogna prima lasciare sul terreno le spoglie mortali. E tutti mica vogliono spogliarsi così in fretta, soprattutto se sei molto giovane.

Che traffico! Aveva i suoi problemi anche lui, avrebbe dovuto spiegare, ma non sapeva proprio da dove cominciare.

Con la punta delle ali ai fianchi, fronte corrugata, ripeté le parole. «Qualcosa che devo sapere?»

MarcoAurelio spifferò tutto. Lì dentro, dentro a quel corpo, erano in due.

Oh, povero me! Sono tuo custode  e non me ne sono accorto! Come spiegherò? Cosa scriverò nel mio rapporto odierno? «Il primo dovere di un angelo è quello di compiere il suo dovere.» Come per tutti. «Cosa mi è successo?»

Non è stata colpa tua, è stato a causa dell’aeroplanino. Gli parlò anche della forte determinazione che aveva provato, del desiderio immenso di conoscere suo fratello.  «Lo sapevi che ne avevo uno di uguale?» Il loro incontro era stato un grande gesto d’amore. Qualcuno, che era Amore e basta, l’aveva permesso. Non era possibile altrimenti. L’Angelo Custode si rasserenò quel tanto che bastava per non cadere in depressione. In quei luoghi fuori mano, senza alcuna guida, sarebbe stato un problema non indifferente per tutti.

Cosa fa uno? Ferma la prima anima che incontra nell’ora di contemplazione e gli chiede: scusi, da dove si scende in Terra? Oppure si ripresenta a San Pietro? Mai successo! Neanche a pensarlo. Vedono una nuvoletta libera e vi si sistemano momentaneamente.

MarcoAurelio celeste prende la parola e fa modestamente presente che lui, lassù, una volta arrivato, ci sta benissimo e che non sa affatto cosa sia la Terra. MarcoAurelio terrestre in qualche modo fa capire che non ci capisce niente. Che vorrebbe restare con suo fratello in Paradiso. Ma non è possibile in quelle condizioni. Inoltre ha un grande dispiacere. Pensa a sua madre che ora ha un doppio dolore. E questo è insopportabile. Il conflitto di due affetti uguali cominciava a farsi sentire e a farlo tremare. Non voleva lasciare nessuno dei due, ma non dipendeva da lui. E questa sdoppiatura non poteva durare ancora a lungo. Tutti capivano che, presto o tardi, questo nodo si sarebbe sciolto, chiarito. In Paradiso, tutto è eterno, ma non i nodi, i grovigli terreni.

Angelo Custode aveva in consegna soltanto il MarcoAurelio ancora terrestre. Il fratello era già in seno alla Beatitudine celeste, incolume, indenne. Salvo per sempre. Ma poteva lasciarlo solo, smarrito? E poi, come l’avrebbe presa il bambino suo protetto? Poteva mai fargli del male, procuragli un dolore indicibile, forzando la separazione? Ma cosa mai gli passava per la mente! A forza di stare in terra, anche gli angeli, a volte, rischiano di tingersi di colori non proprio celestiali. E chi mai li avrebbe divisi quei due? Eppure doveva succedere.

L’Angelo Custode si chiese come mai anche loro, angeli custodi, non avessero un protettore, un consigliere. Allora avvenne l’impensabile. MarcoAurelio celeste ebbe un’idea. Molto forte. Certamente non era sua. Qualcuno gliela doveva avere suggerita. Era troppa ardita, innovativa, originale. Certamente irripetibile. Ma, date le circostanze, si doveva bene provvedere. C’è sempre una provvidenza, per tutti coloro che si mettono in ascolto.

«Vengo con voi.»

Angelo Custode lasciò perdere lo stupore, perché non era il momento.

«Vieni con noi?»

Penso che voi non possiate stare qui per sempre, in queste condizioni. Tutti e due dovete ritornare sulla Terra a terminare i vostri compiti. Io, ormai, sono spirito. Qua o là, per me, fa lo stesso, uno spirito aleggia ovunque. Anche tu sei celeste, Angelo Custode, eppure scendi in Terra a dare una mano, a stendere la tua ala. Fammi venire con te, aiutami a restare con mio fratello, ho tanto bisogno di guardare negli occhi una madre, la mia. Qui c’è tutto, è vero, grazie a Dio, ma una stretta tra le sue braccia la posso solo pensare. Quando mio fratello la guarderà, la guarderò anch’io. Quando lei lo stringerà al suo cuore, stringerà anche me. Sarà quella la mia beatitudine. La mia porzione di cielo.

Angelo Custode si commosse un po’. Totalmente non è possibile, perché i celesti sono celesti e non possono avere i dolori e le emozioni di noi che stiamo ancora qua.

«Vediamo come possiamo fare.» A cosa fare non ci pensò nemmeno. Occorrevano permessi, controlli, attese. Anche in Paradiso c’è la sua burocrazia. Perché tutto funzioni alla perfezione, tutto deve essere perfetto. Ma in Terra, per un figlio, cos’è la perfezione, se non sua madre?

Il bambino agognava il suo ritorno a casa. Ma non da solo. «Altrimenti… altrimenti!» Oh, beh! era disposto a tutto. Anche a strillare, a fare certi capricci! Ma quando mai un terrestre può dettare condizioni nei piani alti, universali, quelli che specchiano l’eternità? I suoi pensieri informi, inermi, confusi erano solo fantasmi. Ma c’era chi li vedeva, che sapeva interpretarli e diede una mano.

Angelo Custode si sentì alzare. Si illuminò. Disse soltanto una parola. SI’.

«Venite, andiamo.»

Discesero le scalinate del Paradiso, arrivarono alle porte. Erano aperte. C’erano il solito andirivieni, le solite attese, verifiche, appelli.

San Pietro alzò il capo, abbassò il capo. Disse qualcosa che, solo chi doveva, capiva. Intanto con l’indice scorreva le pergamene, in cui tutti siamo elencati, stampate in un immenso desktop. Le parole sono parole ovunque, figuriamoci in Paradiso, dove l’Assoluto è il Verbo, che tutto vede e tutto può. San Pietro, all’Angelo Custode, inizialmente titubante, indicò la via

Angelo Custode prese sotto un’ala MarcoAurelio e la sua ombra. Li caricò sull’aeroplanino di carta colorata rimasto incustodito, in attesa, appena fuori.

Arrivarono a Terra in un istante. Non solo perché scendere è più comodo che salire, ma perché per gli angeli le distanze non esistono, e quando uno di loro ti prende in carico, se gli dai retta, vai che è un sogno.

Angelo Custode, arrivato a destinazione, strinse i suoi due piccoli da proteggere. Perché aveva avuto un incarico eccezionale, che soltanto lui conosceva. Doveva aiutare i due MarcoAurelio a restare uniti per tutta la vita.

Quando raggiunse sua madre, ansante e felice, posò l’aeroplanino di carta colorata ed esclamò come mai aveva fatto. «Eccoci!»

La madre lo guardò. Era tutto sudato e felice. Eccitato e felice. Allegro e felice. Saltò in braccio alla madre e le gridò tutto il loro bisogno d’amore.  «Stringici forte, mamma.»

La madre strinse forte quel figliolo emozionantissimo. Non capiva. MarcoAurelio sorrideva. Racchiuso in un abitino sconosciuto sembrava trasfigurato, sembrava un altro. L’altro.

«Che hai?» Tremò. Anche lei si sentiva emozionata, confusa, voleva chiedere spiegazioni. Si sentiva straordinariamente felice, conclusa. C’era un’aura inspiegabile intorno, una pace totale. Strinse come mai il piccolo al seno.

«Oh, caro!» singhiozzò. «Che c’è?»

«Mamma, sono io.» Sentì una voce chiara, nitida, inconfondibile, come la propria.

Sentì forte le parole, eppure non erano state pronunciate.

«Sì, lo so.» Esclamò la madre guardando fissa negli occhi aperti del figlio.

Fu allora che, dal profondo di quegli occhi carichi di immensità, scorse venirle incontro il figlio perduto, come lei pensava dovesse essere, ora.

Lo chiamò, lo gridò, e lui le rispose. Lo vide sorridere. Strinse forte al petto le creature adorate, e le sue braccia non bastavano.

Restarono così a lungo, nessuno di loro voleva staccarsi.

Angelo Custode si ritrasse un attimo e guardò lassù. Con indice e pollice uniti fece ok.

 

LA RESPONSABILITA

 

Si è incantato il telefono. Come avvisare la sip? Che dice? Non esiste più. E’ fermo ancora ai tempi in cui il telefono non ce l’aveva e lo invidiava. Ogni tanto le società dei telefoni cambiano nome. Si raggruppano, si dividono, si contendono, ti lusingano con proposte…Non segue più di tanto. Il telefono è una breccia in casa. Entra chiunque. Ti chiamano…. è lei il signor Gino Rossi? Sì, sono io. “Bene! Lo sa che lei è fortunato?” Sta in all’erta. “Ah!” Sta zitto. “Non è contento?” La voce è un sorriso. Lo immagina, lo avverte. E’ una donna, gentile, dall’altra parte del filo. Freme persino. Decisivo è l’aggancio. Ci riprova. “Lei ha vinto….”  Pausa. “Pronto?” Sente che Gino le sta sfuggendo. Gino mette giù prima che gli dicano di che imbroglio si tratta.

Guarda il telefono. Avverte che lo spia. Che comunica a chissà quale misterioso interlocutore dov’è, com’è, cosa dice… Perché sta zitto e non telefona da giorni?... eh, c’è sotto qualcosa! A volte scopre che parlano in tre quattro, a volte avverte strani sfrigolii, rumori di sottofondo, sente strane confidenze, altri ascoltano le sue note spese. Dove va a finire la riservatezza? Altra geniale stupidaggine italica rivendicata con tanto di firma sotto un modulo scritto con caratteri illeggibili.

Non c’è più la cornetta. Gli hanno dato un portatile e un telefonino. Il telefonino lo dimentica sempre e, se glielo mettono in tasca, dimentica di accenderlo e se glielo danno pronto… sa solo dire “pronto”. “Mi senti?” Sì, ti sento… Già che ci sei, prendi anche dei formaggini per i bambini… li mangiano volentieri quando dicono di non avere appetito. A casa lo sapevano da prima, ma fanno per vedere se lo tiene acceso, se è reperibile, se si incanta, se va in pericolo. Dal supermercato deve girare a sinistra, attraversare, e poi a destra per tornare a casa. Se per caso si incammina per Cazzago… chissà dove si ferma! Lo sanno. Gli è capitato già una volta, quando Sandrina, sua moglie, stava male. Era confuso, divelto. Temono che gli prenda quell’accidente della memoria che se ne va? Non glielo dicono, ma lo pensa.

Però qualche volta deve chiamare qualcuno. Gli serve il telefono. Si informa. Chiede al signor Mario, autista di linea, che ha sempre una risposta. “Provi con il 187.” Prova. “Prema tasto uno se… prema tasto due se… prema tasto tre… attenda l’operatore se….” bipbipbip… vuoi vedere che anche loro sono in tilt?

Consulta l’elenco telefonico per trovare lumi. Si imbatte in questa frase celeberrima. “La Telecom non è responsabile …” Specificano i casi. Alcuni. Ma già ti viene il groppo.

Gli scatta una molla. Lascia stare il telefono. Vuole cercare qualcuno che sia responsabile. Qualcuno che abbia coraggio. Pensa, legge, cerca. Ahi! E’ come girare per Cazzago. Rischia di non tornare più a casa.

Gino Rossi è un maestro elementare in pensione. Partecipa a tante cose. Gli piace partecipare. Alle corse campestri, ad esempio. Ecco il manifesto: gli organizzatori della corsa campestre… rinunciano a ogni responsabilità in caso di ….Insomma! E’ come entrare in una pizzeria e pagare, prima di ordinare.

Si ricorda! Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni. Gli sembra esagerato. Così certuni non parlano: esternano. “Salute!” Le loro parole sembrano starnuti. Assolti ab ovo.

Ne parla ai soci del circolo anziani. L’argomento dilaga e saltano fuori grandi scoperte. Chi organizza un’assemblea di gente per qualcosa… una gita… una cena sociale… avverte che non è responsabile…. Chi, alla sagra paesana o alla fiera di Padova, sosta in un parcheggio incustodito, paga comunque l’extracomunitario improvvisatosi gendarme. Un cartello comunale, ben visibile, inchiodato a un palo, avverte che il parcheggio è in balia di chiunque e quindi…  “non ci si assume alcuna responsabilità, qualora…” Stessa cosa ti succede in autostrada, se ti fermi a prendere un caffè in autogrill. Ti assalgono due lavavetri. Ti affidi al primo che ti piomba. Ma sopra la testa un cartello avverte. Attento! La direzione non si assume alcuna responsabilità se abbandoni beni e cose in auto e poi spariscono… In auto non sono abbandonate! Ne parla ai soci. Che lo guardano e gli chiedono della sua pressione. Perché? ma sì! è tutto arrossato. Si preoccupano di quello. Si compatiscono a vicenda per motivi opposti. Così vanno i giorni degli anziani. Che resteranno tali per sempre. Mai vecchi! Altra burla sociale.

Uscendo dalla neurologia, dove è andato per un EEG, vede, di fronte, due in camice bianco che gesticolano. Dichiarano reciprocamente, alzando alternativamente le braccia “…non mi assumo alcuna responsabilità”. Io, allora?

Va a ritirare un referto: sottoscala, ascensore, caffè e brioches pronte, folla di uslini che si nutre lentamente. In mezzo, due robuste signore alla scopa si dichiarano a vicenda che non sono responsabili se qualcuno scivola dopo che hanno lavato… “Hai messo il cavalletto?” Io? Tocca a te, oggi…

Molti anni prima, palazzo dei Leoni, allora scuola media, strizzò una carta assorbente dentro ad un calamaio d’inchiostro. Era nervoso, attendeva un’interrogazione. L’inchiostro balzò di scatto e lordò ben bene il viso e il resto. “E’ stata la carta assorbente, vero?” disse arguto il professore di lettere T. Freschi. Grande maestro! Lo stava chiamando in quello. Gino accolse l’aiuto. “Sì!” rispose a tono. Non aveva afferrato l’ironia. Era preparato, ma fece una figuraccia a proposito dell’ira funesta del Pelide Achille. Con l’insufficienza, gli schizzò una frase che gli restò come sciabolata: fu la lezione più importante in tre anni di scuola media. “Impara ad assumerti le tue responsabilità.”  Credeva di giocare? Era a scuola. Non lo sapeva? Era scuola quella, e i debiti li pagavi all’istante.

Alle sue responsabilità non ci aveva ancora pensato. Da allora cominciò a discernere, a riflettere, a prendere e a lasciare dopo attenta riflessione, per scelta consapevole.

C’è qualcuno qui in giro responsabile di qualcosa?

“Per favore fatemi sapere. Tagliamo insieme un panettone e stappiamo una bottiglia di lambrusco.” Vino duro che non fa festa, ma fa di più. Fa allegria. Fa drizzare la schiena. Poi discorriamo di qualunque cosa.

Negli anni di peregrinazione, di supplenza, era capitato in una frazione qui intorno. Classe quinta. Trenta ragazzotti. Era agli inizi. Sembrava un ripetente. Forse per questo, anche, l’accolsero tranquillamente. In un campo che era stato vigneto, con olmi e robinie rimasti a fare ombra ad una scuoletta costruita di fretta in periferia, rincorreva con gli altri un pallone. Lo chiamavano palestra, quel campetto.

Ricorda ancora quei volti. Ragazzi e ragazze, occhi grandi, curiosi, sorriso aperto. C’era un dribblatore formidabile, ora medico. Scartava tutti, anche lui. “Sono bravo, maestro?”  “Formidabile.” Se ne andava palla al piede. C’era il capobanda, arrogante, ripetente, distributore di incarichi nei pomeriggi di gioco tra i campi. Era rispettato. A scuola non rispondeva mai. Perché non sapeva o perché non voleva. C’erano delle ragazzine che calciavano come i maschi. C’erano dei piccoli che, ogni tanto, toccavano la palla, perché gliela calciavano addosso. Tentavano un tiro, ma già non c’era più. Colpivano stinchi. Nessuno si voltava indietro. Se si fermavano, la palla, in mezzo a quella selva di gambe, non l’avrebbero vista più, prima del giorno dopo.

Valentino si chiamava anche Valentino. Avevano tutti un soprannome in quei luoghi di campagna. Anche lui ce ne aveva uno, ora gli sfugge. Un giorno, era rimasto a correggere compiti, sentì una gran fracasso e il vetro sano della finestra infrangersi di schianto. Corse fuori, afferrò il pallone. “Chi ha tirato il pallone contro la finestra?” Gridò talmente forte che si sorprese. Lo guardavano sbigottiti. Increduli!

“Chi è stato?”

Nessuno si fece avanti. Sequestrò il pallone. Si ero ricordato del senso di responsabilità. Si aspettava qualcosa, una risposta, un gesto, uno sguardo intimidito, un capo chino. Si sarebbe accontentato. Gli occorreva una scusa per fare marcia indietro. Si era spinto troppo oltre. Niente! In aula si erano ristabilite le distanze. Non c’era più confidenza. S’era rotto non solo il vetro. A causa anche della sua irruenza. Insegnava analisi di frasi, ma non ancora di pensiero.

“Mi aspetto un atto di coraggio, di responsabilità.” Niente! “Devo punire la classe?”

Nel silenzio generale si alzò Valentino. Poi alzò anche la mano. Ringraziò il cielo! Sembrava ancora più alto, Valentino. Nessuno fiatò. “E adesso che faccio? Lo sospendo?” Già era indietro negli studi. “Sei sempre il solito!” disse scotendo il capo. Valentino aveva salvato tutti. Lodò la sua sincerità. Bastò.

Il comune riparò la finestra. E tutto scorse come prima. Fu in quell’autunno che Valentino morì tentando di salvare una bambina dal Brenta in piena. Non aveva ancora quattordici anni. In pagella gli aveva scritto appena sufficiente in comportamento. Sull’argine era con altri ragazzini, ma era l’unico “grande” presente e aveva sentito la responsabilità, il dovere di tentare. La salvò, ma lui pagò: l’onda volle il suo tributo. E’ raccontato altrove questo fatto.

Ne parlo ancora per dirvi, cari amici, quanto sia facile cadere in errore parlando ai piccoli, che guardano il mondo da mezzo metro più sotto.

Molti anni dopo, chiedendo un prestito alla banca, il maestro Gino Rossi parlò al funzionario addetto, una signora sorridente e preparata dell’ufficio crediti. Gli spiegò tutto, calcolò tutto, non gli regalò niente. Alla fine lo salutò confidenzialmente, gli disse il suo nome. Parlò della scuola tra i campi, di loro assai più giovani, degli anni andati, di Valentino. Si ricordò. Si strinsero le mani a lungo, un po’ commossi. Svolgeva bene il suo compito, senza indulgenze, a fronte alta, con grande senso di responsabilità. Prima di lasciarsi, le svelò il mistero.

“Fui io a rompere il vetro della finestra, ma con la fionda che Valentino tentava di insegnarmi ad usare. Mi sarei accusata. Ma lei aveva chiesto: chi ha rotto la finestra con il pallone?”

Nessuno aveva rotto la finestra con il pallone. Aveva creduto di insegnare a tanti ragazzetti di campagna spaesati e invece erano assai più pronti di quanto avesse immaginato. Avevano qualche difficoltà con il gerundio, è vero! ma per affrontare il mondo erano pronti. Dalla scuola attendevano strumenti adeguati. La voglia l’avevano già in corpo. Li avrebbe visti sotto la giusta luce, se li avesse osservati fuori dagli schemi, se si fosse fermato qualche pomeriggio a giocare con loro senza orario scolastico. Avrebbe scoperto meglio la loro autentica personalità. Qualche volta la scuola, distratta da tante incombenze infiltratesi proditoriamente, rischia di non scoprire tesori già esistenti da fare esplodere, promuovere, incoraggiare.

Sta venendo freddo, novembre incalza. Davanti alle scuole, bimbetti infreddoliti, appesi alla ringhiera, dalle otto, attendono la campanella. Soli. Le mamme sono scappate a fare scarpe. Non c’è scampo. Attendono il segnale di entrata a scuola. Attendono mezz’ora al freddo. Nevicherà quest’anno, visto che gli esperti hanno detto di no. Aspetteranno sotto la neve. Possono entrare con i maestri, all’ora esatta. I bidelli? Non sono più bidelli. Sono operatori. Conquista sindacale. Non sono addetti alla vigilanza infantile, non è mansione loro. Non c’è indennità? Allora non ci può essere responsabilità.

Da giorni Sandrina sta sfogliando un depliant che parla di lavastoviglie. Le fa gola. Capienze di coperti diverse, prezzi differenti, prestazioni simili, consumi dettagliati, rate garantite. Ecco, una caratteristica, una parola è evidenziata su tutte: la garanzia. C’è, ampia e ben distesa. Dettagliata. Però guai se sbagli tasto, se sbagli detersivo, se sbagli, se sbagli… sei già avvertito che sbaglierai. Ecco, cessa la responsabilità del costruttore.

Da un po’ di tempo nota strane e sconosciute palpitazioni cardiache. Dapprima ha fatto finta di non farci caso. Poi ci ha fatto caso. Caspita, se ci ha fatto caso! E’ passato in cardiologia. Alto là! C’è qualcosa che non va, che bisogna monitorare, controllare periodicamente. “Intanto prendi queste!” Medicine specialistiche. Dentro alla scatola, fogli con scrittura minuta, con raccomandazioni, prescrizioni, minacce, rischi, pericoli, consigli. Consiglio finale: non è responsabile il farmaco se lo prendi … e hai qualche altro disturbo collaterale che non sai. Che vuole dire collaterale? Sì, bè, non hanno torto neanche loro! Mica possono prendersi la responsabilità di dirti: stai tranquillo. Ti assale la voglia di buttare tutto. E invece no. Il medico l’ha ordinato. Non hai il coraggio di ribellarti. E poi la responsabilità, che tutti ti hanno lasciato, scotta. Segui la corrente. Oh, potresti anche guarire!

Al circolo anziani si va anche per stare al caldo. Alcuni giocano a carte, altri si guardano e tacciono. Altri ancora si raccontano le avventure del giorno prima. Ormai tutto è un’avventura, anche attraversare la strada. Gino Rossi ha incontrato Paolo, un vecchio amico. Fanno parte di coloro che si guardano e stanno in silenzio a lungo. Ieri invece si sono parlati a lungo. Paolo è disgustato.  “Sai cosa mi è successo?” “Cosa ti è successo?” Un ragazzo in motoretta  gli ha tagliato la strada, gli ha urtato la macchina, gli ha procurato danni. Ha redarguito il ragazzo, che si è alzato, ha ammesso il torto, è salito in moto. “Vado a chiamare i miei amici, come testimoni.” E’ scappato con eleganza. La preoccupazione di Paolo va oltre la carrozzeria ammaccata. E’ offeso per la mancanza di senso di responsabilità nei ragazzi d’oggi che sembrano spavaldi.

“Mi dispiace.” Paolo l’ha detto tre volte scotendo la testa. Ma non era per la macchina soltanto, era per il modo di vivere inatteso, inesplorato che ci circonda, per i rapporti umani sfilacciati, per la mancanza di uno scatto di maturità e di rispetto che non si insegna più, perché non si deve; che non si pratica più, perché non si vuole.

“Beviamo qualcosa?” Gino tenta di tirarlo su. Paolo scuote la testa. Chissà quando parlerà ancora così tanto.

Il giorno declina anche lui. I vetri si appannano. Si fa sera. La luce tra poco mancherà. Sarà buio, nebbia fitta. Ma passerà. Poi il giorno risorgerà. Domani la luce ritornerà. E’ sempre stato così.

 

NON AVERE PAURA

 

Si racconta di un lupo del Trentino venuto a morire in pianura. Tutti pensavano fosse un cane, quella bestia dal pelo consumato, rossiccio, fauci digrignanti, finita sotto un tir croato. L’autista ha tirato dritto, neanche se n’è accorto. L’hanno trovato a Lugo sulla Romea.

Il fatto ricordò qualcosa a Romeo Biagini, invitato al matrimonio della nipote Barbara. Lei ha sposato un dottore. Nel senso di medico. Perché, ormai, il titolo lo affibbi a tutti, come “cavaliere”. E invece no, bisogna distinguere. Il medico non è un dottore qualsiasi, è uno che ha potere. E’ uno che può mettere paura, o togliere la paura. Una persona, ai tuoi occhi, è tanto più potente quanto più riesce ad intimidirti. “E fermiamoci qui, per ora.”

“Non dire sciocchezze, Romeo.”  Adriano Sartor, già caposquadra alla Mira Lanza, amico di famiglia, ha un figlio dottore in psicologia e non gli risulta sia potente, anzi. Riesce a mettere paura e sgomento appena ai pochi confusi che si azzardano a consultarlo, ma è ancora praticamente disoccupato e, la paura, la mettono a lui quando non tornano.

Il pranzo di nozze è ormai serale. Dopo che hanno mangiato di tutto, per ore, come finale aspettano un piatto di pasta e fagioli con cotica, dopo che alcuni, nell’intervallo, si sono sorbiti, una spaghettata con aglio, pomodoro, cipolla e acciuga, il tutto annaffiato con abbondante cabernet frizzante d’annata. Ecco, è l’ora in cui nessuno è più in carreggiata con i discorsi. Figuriamoci con le gambe. Per questo ritardano la partenza, in attesa che si faccia chiaro in testa e ci si possa salutare da nuovi parenti con il dovuto decoro. E’ questo il momento in cui vengono fuori i discorsi liberi. Quelli che non osi mai fare. E che poi sono perdonati con la scusa che tutti parevano ubriachi.

Romeo Biagini si ricordò e raccontò a tutti la storia del lupo di cui aveva sentito dire da ragazzino, a filò.

C’era una volta il lupo Albino. Lo chiamavano così sull’alpe per il colore del suo muso chiaro. Era capo branco e le sue scorribande per i boschi erano temute, perché si avvicinava anche ai recinti e ai casolari. I pastori lo odiavano, s’ingegnavano con trappole, eppure riusciva ogni anno a rubare le pecore malandate e gli agnelli ritardatari. Era il terrore del branco. Nessun maschio gli si avvicinava a testa alta. Aveva il primo boccone e nessun altro poteva avvicinarsi alle femmine del suo clan. Quando ululavano sotto la luna, era sempre il primo. Gli altri lupi stavano al suolo con il muso sulle zampe anteriori. Quando lui dava il segnale allora anche gli altri si alzavano e ululavano con lui. Quando tutto finiva, Albino era già sparito nel suo anfratto. I pastori temevano solo lupo Albino, perché trascinava gli altri. E’ la massa che fa paura. Un lupo solitario è facile da allontanare. Lui era il dominante, incuteva paura agli uomini, perché la incuteva ai suoi simili. Aveva la forza, il potere. Gli anni passano. Passarono anche per lupo Albino. Lui lo sentiva, ma non lo dava a vedere. Riusciva ad imporsi sempre con la stessa autorità. Almeno così credeva, vedendo la reazione dei maschi ossequienti del branco. Poi, un giorno, avvenne un fatto imprevisto. Un lupo giovane ululò alla luna prima di lui. Albino, come doveva, si avventò sullo sventurato e lo azzannò. Il lupo giovane si ribellò, lo prese per la gola e non mollò. Il branco atterrito assistette alla terribile scena. Albino tentò di divincolarsi, ma le forze gli vennero meno. Allora fu lasciato. Stentò a rialzarsi. Il giovane lupo incominciò ad ululare alla luna e tutto il branco lo seguì. Si trovò solo, in un silenzio schiacciante, inverosimile, assurdo. Ma reale. Capì tutto. S’incamminò verso la pianura, come un cane smarrito. Finì sotto il randello di un pastore che ammazzò un lupo preso dalla tagliola e divenuto improvvisamente più timido di una pecora. Il giorno, anzi il minuto dopo la constatazione che non era più in grado di spaventare i suoi compagni, era stato abbandonato. La paura genera il potere. La tua paura crea il potere di cui, paradossalmente, senti il bisogno. Ma è solo un alibi alla tua ignavia. Che fare allora? Niente! Cioè, puoi creare un potere alternativo. Ma siamo da capo. L’alternativa non è altro che l’altra faccia della stessa moneta.

Può succedere che il potere altrui ti gratifichi, ti consoli, addirittura ti difenda, se davvero sei debole e cerchi un padrone. Molti nascono sudditi e non cercano altro. Moriranno tranquilli e incompleti, come tutti gli animali domestici. Mai completamente liberi.

La famiglia del dottor Marcello Del Pino, lo sposo, è altolocata, ha invitato al ristorante “Piron d’oro” la crema del circondario, ci sono varie personalità, gomiti sul tavolo, occhio vitreo, stomaco deliziato, cervello in panne che ascolta, si diverte, freme inerte a sentire certe frasi, certi doppi sensi. Mai accetterebbero, in altra occasione, certi paragoni a ciglio asciutto. Fatti apposta? Per caso? “Eh, sì!” Qualcuno insinua, nel diradarsi opaco delle nebbie in testa, tra un calice e il successivo. “Qui si provoca!” Perché qualcuno dei presenti è stato potente ed ora lo è meno. Diciamo che non lo è più, ma teniamolo per noi.

C’è il generale di brigata in pensione Giovanni Bandiera. Artiglieria contraerea, genio pontieri, fanteria: Roma, Napoli, Bologna, Caserta, Sabaudia… Quando saluta e stringe la mano batte i tacchi. Pensi che lo faccia per deformazione professionale e invece no. Lo fa apposta. E’ un modo di presentarsi intimidendoti. Solo che, lui non lo sa, nessuno gli fa caso.

C’è il direttore del Credito bancario nord-est, agenzia cittadina numero uno. Il ragionier Settimio Bragagna, erre moscia, parla sempre come se la banca fosse sua. Taglia e concede fidi ossia vita e morte alle aziende, con la stessa sicurezza, o disinvoltura, con cui minaccia di tagliare la torta nuziale. E’ untuoso con i potenti che gli stanno sopra, implacabile con chi si trova in difficoltà. E’ pure zio dello sposo, da parte di madre, e si sente autorizzato a tutto. Ha annunciato che taglierà la torta con la sposa. Hanno tentato di dissuaderlo. Lui scherza alzando il coltello. “Non ci provare” hanno mugugnato astiosi i compari degli sposi, messi in ombra dall’esuberante zio.

“Che simpatici!” è riuscito ad esclamare.

C’è monsignor Demetrio Caverzan, eminente prelato di curia, ora ospite della Casa dei sacerdoti anziani. Ogni tanto esce dalle sue meditazioni e dalla stesura delle sue minuziose memorie che lo impegnano assiduamente e partecipa, eretto e compiaciuto, alle occasioni conviviali cui è invitato.

Romeo Biagini è una persona che dà retta a tutti e ad un matrimonio può capitare si debba compiere un gesto di cortesia per creanza, oltre che per il piacere di incontrare gente. Durante una pausa, tra una portata e l’altra, si è alzato ed è andato ad ossequiare il sindaco che ben volentieri gli ha fatto posto, prima di alzarsi e salutare, perché chiamato fuori per altri impegni. Così Romeo si è trovato nel bel mezzo di un’animata discussione che, pur assente il sindaco, maggiore protagonista, è continuata accesa più che mai. “Voglio un monumento in piazza ai miei antenati che di qui passarono quand’erano a Venezia.”

“E’ giusto, è giusto” borbotta il geometra Salvi, in minoranza in consiglio comunale. Soffia sul fuoco, un fuoco che non gli interessa per niente. Ma tutto serve. Non gli costa niente.

“Che ne dice il popolo?” stuzzica il geometra. Romeo è invitato a dare un parere su un argomento che non conosce per niente, e a darlo subito.

“Veramente…”

“Come osa dubitare?” Il generale si alza in piedi. Esalta gli eroici fratelli caduti sotto il piombo borbonico nel Vallone di Rovito e inveisce contro il sindaco che non gli dà troppa retta. “Sordo!” gli urla. Ma è già lontano. Ordina un caffè corretto con lo stesso cipiglio di quando, giovane tenente, passava in rassegna il suo plotone e urlava: “Plotone, at-tenti!”.

“Comandi!” gli risponde il cameriere, e tira dritto. Nessuno gli dà retta, nessuno gli dà ascolto, ma lui continua imperterrito. Chi si muoveva sull’attenti veniva consegnato, non andava in libera uscita serale. Non riesce a vivere in borghese. La sua mentalità è sempre da caserma. Siccome nessuno porta i gradi sulle spalle, è lui che li assegna mentalmente quando incontra qualcuno. Ovviamente nessuno è generale, nessuno è ufficiale di grado superiore, tutti intorno sono subalterni. Ma non ubbidiscono, e non può punire. E quindi soffre terribilmente. E’ arrabbiatissimo con il sindaco! Non vuole capire che i fratelli Bandiera meritano un monumento in piazza? “Ma, generale, non c’è nessuna traccia storica, documentata, della presenza in loco…dei fratelli Attilio ed Emilio… non c’è alcun motivo, evento recente…generale, lei mi parla del milleottocento… capisce? La sua richiesta è anacronistica… Tuttavia, sempre si può… se si vuole. Ma io non voglio!” Sono stati questi i termini concisi del sindaco. Chiari e forti! Il generale non tollera che qualcuno sia più intransigente di lui. Non capisce che, ora, il potere è il sindaco. Quel sindaco. In futuro, neppure lui potrà esprimersi con tale determinazione e sicurezza.

Romeo si trova in mezzo ad una Beresina che non immaginava. Guarda il geometra che piega il capo, fa una smorfia studiata, stuzzica e dà ampiamente ragione al generale. Un po’ perché gli piace vedere umiliato un ex-potente, un po’ perché lo vuole aizzare, usare per ragioni che di solito si dicono politiche, ma decisamente non lo sono. Guarda il generale e non sa che pesci pigliare. Si sottrae, appena nota un attimo di sbandamento, con un “con permesso” che nessuno gli concede, ma che lui si prende alzando un calice d’acqua minerale. Viene preso per un commensale non all’altezza della discussione, destinata comunque a languire sempre più.

Districandosi dal groviglio di curiosi che godevano un mondo, gratis, fa per tornare al suo posto. Ecco, cominciano a portare in tavola la minestra e fagioli con la cotica!

Inciampa nel commendator Baldanello, noto impresario edile della Riviera che tiene a braccetto il direttore del Credito bancario, ragionier Bragagna. Romeo ha lavorato delle ore in nero in ditta a fare il manovale, si conoscono bene, è stato maltrattato abbastanza. Vorrebbe sottrarsi, ma non ce la fa. Viene abbrancato anche lui. Baldanello ha gli occhi lacrimevoli di chi ha già tracannato. “Vieni, Romeo, che ti presento il potere finanziario della Riviera. Lo conosci il direttore? Lei conosce Romeo Biagini?” Nessuno dei due parla. “Piacere!” dice Baldanello per entrambi. Li trascina giù su altre due sedie libere e ordina al cameriere. “Tre prosecchini, grazie!” E’ talmente sicuro di essere servito che ringrazia in anticipo. E’ così! Viene servito immediatamente. Lui paga il cameriere con una strizzatina d’occhio, non gli costa niente, ma gratifica quel poveraccio che aspira ad un miniappartamento con angolo cottura a prezzi di favore. L’impresa edile Baldanello va per la maggiore, costruisce a livello regionale, lui è affermato e temuto. Batte la concorrenza, vince gli appalti, sta diventando un gigante nel settore delle costruzioni civili e pubbliche. Ha superato momenti critici. Otto anni prima era stato sull’orlo del fallimento. Aveva chiesto crediti importanti in banca, concessi a larghe mani. Poi, a causa di una forte esposizione con i fornitori e un calo di vendite, di timori esagerati della banca, di difficoltà di recupero crediti, era stato sul punto di pensare al suicidio.

In banca, Bragagna, che prima aveva pianto per averlo suo cliente, l’aveva seviziato con la pressante richiesta di rientro. Era un pavido, Bragagna, aveva temuto di farsi scavalcare dalle altre banche e di restare ultimo con il cerino in mano, maggiormente esposto. Era stato la causa principale della temuta rovina di una delle migliori, spregiudicate, imprese del comprensorio.

Il direttore Bragagna aveva sempre trattato Baldanello dandogli del lei. Nella fredda stanza della direzione al primo piano gli aveva dato dell’imbecille, del morto di fame, del … tipo da galera. “Come rientri, ora? Me lo vuoi dire? Dove sono finite le tue arie, Baldanello? Ma chi ti credevi di essere, pezzo di m….” Come un pugile groggy, Baldanello aveva subito, senza agitarsi, senza spaventarsi per non impazzire. Perché i beni c’erano. Era la banca che si ritraeva, che strappava il tappeto sotto i piedi all’atleta che fino allora aveva sollecitato a saltare l’asticella. Con audaci acrobazie bancarie, con giusti appoggi, con promesse e fiducia di altri, era riuscito a rimettersi in piedi. Aveva avuto l’ardire di tornare nella stessa banca, dove era trattato con i guanti, mentre trattava il direttore Bragagna da autentico pezzente. Così va il mondo. La paura era stata protagonista. Il direttore si era sentito potente con un debole che aveva creduto finito. Ora era trattato con pari moneta e gli interessi. Ma mentre Baldanello agiva in proprio, il direttore doveva soffrire in proprio, ma per conto della banca.

“Che ne dici, Romeo?” sogghignò Baldanello. Conosci la mia storia, vero?” “Eh!” Che altro poteva dire? Il direttore del Credito era tuttora un potente, per un operaio in pensione, bisognoso di qualche prestito per acquisti di famiglia. Ognuno si rodeva la paura sua.

Romeo Biagini non pensava che il pranzo matrimoniale della nipote gli riservasse così tante magagne. Gli stavano togliendo l’appetito quegli incontri fortuiti. Non vedeva l’ora di guadagnare il suo angolo e buttarsi sulla minestra di fagioli che vedeva girare fumante tra un “permesso” e l’altro, buttato là da sguscianti camerieri che stavano in piedi per miracolo, con tre piatti distesi in equilibrio sul braccio sinistro.

Baldanello non aveva più paura di nessuno, era un potente. Ossequiato e osannato. Pensò a sé stesso e capì perché, finito il matrimonio, pochi di quegli illustri signori l’avrebbero degnato di uno sguardo.

Avanzando di sbieco, si sentì tirare per una manica. Era l’ostetrica comunale, la dottoressa Gianna Salimbeni, notissima e vecchissima. Aveva assistito alla nascita di quasi tutti in paese. “Come stanno i figlioli?” “Bene, bene.” Neanche si ricordava che non aveva figlioli. Sentì il dovere di rallentare e sorridere alla gentile signora. Chinò la testa per ossequiarla meglio e incrociò lo sguardo di mons. Caverzan, nato in paese e poi emigrato a migliori incarichi curiali.

“Oh!” esclamò Romeo con un largo sorriso. “Sempre sia lodato” rispose monsignore con una mano all’orecchio.

Dovette fermarsi, sia pure in piedi a scambiare due battute. Era un dovere tra ospiti della stessa cerimonia, dello stesso banchetto. In qualche modo, tutti si sentivano più o meno parenti e svicolare non sarebbe stato simpatico né corretto.

“Vuole fare da arbitro?”

Romeo colse l’uscita della “comare” come una battuta spiritosa, invece faceva sul serio. “Io ho assistito a….” e disse a quante migliaia di parti. “Qui monsignore dice che ha battezzato più bambini di quanti ne ho visto nascere… ma… ma le pare mai possibile?”

L’ostetrica era stata una persona riverita e stimata durante tutta la sua vita professionale e tuttora lo era. Credeva che tutti i nati in paese e nei paesi limitrofi fossero passati per le sue mani. Per questo si sentiva grande, immensa, creatrice del popolo. In parte lo era, in parte dava un gran fastidio, soprattutto a monsignore che, prima di arrivare in curia, era stato parroco in diversi paesi e aveva amministrato moltissimi battesimi. Toccato sul viso, tutto rosso, cominciò ad elencare tutte le opere buone compiute. Tra cui migliaia di battesimi, appunto. Disse anche il numero esatto che, nella confusione, Romeo non afferrò. Ma per sopravanzare l’anziana ostetrica definitivamente, il novantenne monsignore cominciò ad elencare tutte le prime pietre di asili, canoniche, case di dottrina cristiana, restauri di chiese, chiesette e capitelli da lui promossi e inaugurati. Era stato davvero una persona influente, capace, ricca di iniziative, biblista apprezzato in seminario. Per un certo periodo aveva deciso, o suggerito, lo spostamento dei parroci, facendosi temere, o rispettare non poco. Ora, anche lui, pur onoratissimo a quella veneranda età, era relegato in un angolo con la “comare” a disputarsi un angioletto in più o in meno. Erano a fine corsa, eppure tentavano ancora di incutere l’obbligo della riverenza dovuta alla loro etichetta sulla porta.

Romeo si trovò in imbarazzo a dare un giudizio su cose che non conosceva affatto. Credeva a entrambi e gli bastava. Ma non lo mollavano con gli occhi né con il tiro della manica della giacca.

“Per me, secondo me…” attaccò e finì lì.

“Permesso?” Un cameriere invasore s’intromise e salvò Romeo operaio.

Un piatto fumante di minestra e fagioli, zac! fu poggiato delicatamente davanti ai commensali disputanti, che subito si girarono. Romeo si trovò solo e poté raggiungere tranquillamente il suo posto. Tutti erano curvi sul piatto, voraci e impuniti. Si affrettavano perché alcuni camerieri giravano già chiedendo se qualcuno ne voleva ancora un po’. Anche i titubanti si arresero.

Romeo raggiunse il suo posto, trovò il piatto freddo. Alzò la testa e vide che la replica da lui non sarebbe mai arrivata.

Lo zio della sposa pensò: ho potere su qualcosa, su qualcuno? Pensò a Teresa. Era l’unica che potesse accettare l’esperimento, ad assoggettarsi, a farsi maltrattare, per dargli la soddisfazione di dire in piazza che anche lui era potente. Ma certamente, solo in casa! Poi si ricordò che l’unica potente, in casa, era Teresa, la quale, a sua volta, non aveva nessun altro su cui sfogarsi. E lui doveva accettare tutto a fin di bene. Perché le voleva bene.

 

IN ATTESA

 

Romeo Biagini deve passare a casa dell’amico Angelo. Come d’accordo. Anche se, a questo punto, non sarebbe proprio il caso. Nel bagagliaio c’è tutto l’armamentario per la pesca, e uno zainetto con le vivande. “Passa tu da me” gli aveva detto la sera prima.” “Passo io, d’accordo.” Dovevano andare a pescare.

Da quando è in pensione gli capita spesso di pensare a ruota libera. Gratis, per sé, senza rendere conto a nessuno. Stabilito che a questo mondo siamo tutti pellegrini, in viaggio, si definisce “…un pellegrino pari”. In nessun testo esiste una definizione simile, però a lui basta. Pari, perché il suo passaggio è verso qualcosa che gli manca, lo sente come bisogno di un appoggio. E’ il  bisogno di sapere, di capire che cosa è venuto a fare a questo mondo. Perché? A volte gli sembra di trovare la risposta, ma non è mai soddisfatto. Conoscere lo scopo del suo vivere è l’anello mancante cui tenta di aggrapparsi.  Sa che c’è. Spesso sta in ansia, ma non potrebbe fare a meno di questo anelito.

Angelo è un pellegrino dispari. Ha bisogno di completezza, ma non cerca mai. Aspetta. Non sa che cosa, ma aspetta. E così consuma inutilmente il giorno. Oh, bè! Poi c’è chi non si pone affatto simili preoccupazioni, vive alla grande, come viene viene. Alla fine, paf! E non si saprà più niente.

Ogni tanto andavano in fondo alle Giare, in barena. La barca, chiusa ben bene nella cavana, era del cognato, gelosissimo, che però ad Angelo la prestava volentieri. “Solo a te!” gli diceva. Gli faceva certi lavoretti in casa, dopotutto viveva in casa, sistemava i rubinetti, travasava i fiori della sorella, dava una mano di minio ai cancelli, andava a giornata fuori.
Romeo e Angelo andavano insieme qualche volta in valle. Angelo ci sapeva fare e Romeo era di compagnia, godeva a guardare il volo radente delle anatre e gli scatti del chiurlo, a toccare l’acqua con le mani, a tirare su le reti con i cefali impigliati, mentre l’amico trafficava con il motore.

Angelo non era un gran lavoratore. Anzi, non lo era affatto. Faceva solo lavoretti. Non si stancava mai. Se proprio doveva lavorare era per fare qualcosa che lo divertisse. Era un uomo in perenne attesa. In attesa di qualcosa. Di eventi, di un lavoro, perché non aveva mai faticato davvero. Pensate che abbia trascorso una vita senza fare niente? Sì, si può dire.

Non erano più giovani, anche se fingevano e si chiamavano “tosi”. Quando hai scavalcato la mezzeria tra i settanta e gli ottanta, hai poco da fare il gradasso. Ma Angelo ci provava ugualmente. “Mi sento giovane.” Il motto, a forza di dirlo, faceva un buon effetto. Romeo, per esempio, pure essendo di due anni più giovane, pareva più vecchio. Non gli riusciva ad incoraggiarsi da solo. Invidiava l’amico. Brigante di un Angelo!  “Come fai a campare senza fare niente?” “Cosa dici mai? Sto aspettando la grande occasione.” Non era mai colpa sua.

Era spiritoso e teneva su la compagnia, quando facevano le loro rimpatriate. Sempre più rade, per la verità. Perché, ad ogni raduno mancava invariabilmente qualcuno. Scuotevano la testa e mormoravano le solite parole. “Eh, poareto! Chi l’avrebbe detto?” E non se ne parlava più.

“Ad aprire gli occhi ci ho messo nove mesi. E’ stata un attesa molto lunga, ma alla fine ne sono uscito fuori elegantemente.” E giù a ridere! Diceva a tutti che, ad aspettare, aveva cominciato subito e non aveva più smesso. A scuola non era mai riuscito a far niente, aveva poca voglia. Aveva sempre la maestra sbagliata, secondo lui. “Con le preferenze!” Lui non lo preferiva nessuno, ma campava lo stesso. La pagella proletaria che pareggiava tutti i meriti ce l’ebbe pure lui, con giudizi bizantini che dicevano e non dicevano. Un lavoro non lo scelse mai. “Ma non è colpa mia” diceva. Aspettava che fosse il lavoro a scegliere lui. Non trovava un’occupazione senza fatica, un lavoro che gli piacesse. Aspettava! Era sempre in attesa che qualcosa di miracoloso succedesse.

“Angelo Vai.” “Dove?” rispondeva lui. Erano molti a perdere la pazienza e a ignorarlo. Ma non ci faceva proprio caso. Faceva il gradasso già alle elementari. Quando la maestra Zuppino, severissima, faceva l’appello, lui, invece di rispondere ”presente” chiedeva spiritato: dove?

Aveva un cognome che non era affatto strano. Tutti i cognomi lo sono, se uno ci pensa. Basta non pensarci. Angelo cercava di attirare l’attenzione con poca spesa, con poca fatica. Suo padre aveva fatto il casellante alla ferrovia. Anche lui per un po’ di tempo aveva alzato e abbassato le sbarre, poi l’avevano sostituito, prima che succedesse una disgrazia. Si dimenticava gli orari di passaggio dei convogli.

A Romeo vengono questi pensieri, mentre aspetta al semaforo che scatti il verde. Scuote la testa. Vorrebbe dire tante cose. Vorrebbe tornare indietro. Vorrebbe andare in un altro momento. Ma proprio non può, ovviamente. Ci deve andare.

“E’ lì che mi aspetta, ci scommetto” si disse. Fece un malinconico sorriso. A parti inverse, certamente, Angelo non si sarebbe mosso. Avrebbe atteso un altro momento.

Due colpi di tromba irritati alle spalle lo fecero sobbalzare. Era verde da un miliardesimo di secondo e non se n’era accorto. Qualcuno lo avvertiva. Grattò mettendo la marcia e si mise in moto piano. Non aveva tutta la voglia che uno può pensare. Una bella scampagnata a pesca diverte, distrae, mette appetito, ma, ormai, non era certo il caso di prendersi simili pensieri.

Romeo Biagini ero uno che, quando pensava, muoveva le labbra e a volte mormorava qualcosa. Non era una persona abituata a fingere. Era sincero davvero, perciò stava male davvero. Aveva i denti inchiodati e la gola secca.

“Cosa dirò?” si chiese. E così pensando si trovò davanti ai cancelli di Angelo Vai. Per primo vide il cognato, proprietario della barca, poi la sorella, in uno stato che ognuno può immaginare.

Salutò, entro in casa e vide Angelo in tenuta da caccia e pesca. Portava la cravatta. Questo era un segno innovativo, incredibile, fuori luogo. Negli ultimi quarant’anni, Angelo non aveva mai più portato cravatta. Eppure, chissà perché! quando ti mettono in cassa da morto ti mettono la cravatta.

Eh, sì! Angelo Vai era morto all’improvviso qualche ora prima. Senza preavviso, senza motivo, senza malattia. La morte? L’unica che non aveva atteso, l’aveva colto di sorpresa. C’è sempre qualcuno che ti sorprende, ma nessuno è svelto e irripetibile, come la morte. Gli andò vicino, lo toccò su una spalla. Lo facevano anche gli altri, si fa sempre così. Si commosse un po’. Gli venne spontaneo. Dovevano essere in barena  a quell’ora, a tirare su le reti seguendo i sugheri.

La sorella spiegava ai curiosi com’era successo. I curiosi compassionevoli ci sono sempre. Implacabili. Vogliono sapere, indagare per calcare poi le parole di compartecipazione. “Oh, ma come è successo?” Come se importasse, a quel punto. “Io ero qui… lui era lì… mio marito era là…” Sono discorsi inutili che non interessano a nessuno, chi li pronuncia neppure se ne accorge, ma servono per non scoppiare in un fragoroso, insopportabile silenzio.

Romeo Biagini fu colpito, non tanto dal volto sereno dell’amico morto, ma dal fatto che gli avessero già messo la cravatta. Certamente non era sua. Aveva una giacca scura sul comodino. Pronta. Intendevano cambiarlo. Non è decente andare all’altro mondo vestiti da pescatori. Giacche scure non ne aveva mai avute, sempre maglioni! Certamente la sorella avrà scavato e trovato nel fondo del baule qualcosa del marito.

Erano gente all’antica. Come dire? non alla moda. Fino a qualche anno prima si sarebbe detto: gente di una volta. Nel senso sacro, integro, tradizionale, comune, solido. Sempliciotto, in apparenza.

Ci fu la veglia funebre. Si diedero il turno in coppia. La morte la chiamavano transito. Passaggio. Così si era sempre detto. Fu cambiato da funerale, vestito di nero, con la solita cravatta nera. Non era mai stato protagonista di qualcosa, sempre in seconda fila. In attesa. Questa volta non aveva scampo. Toccava a lui e nessuno gli passava davanti.

A un turno, a notte fonda, partecipò anche Romeo insieme al cognato Silvestro. Fecero l’alba parlando di tutto. Di caccia e pesca, in particolare. E’ raro che a una veglia o a un funerale si dica una preghiera, si rivolga un pensiero deferente al caro estinto. Si parla di tutto, tranne che di lui. Romeo Biagini lo sapeva e non lo tollerava. Volle parlare di Angelo. Sterzò più volte il discorso sul modo di vivere, sull’esistenza strana di Angelo, che pure era stato a suo modo felice.

“Ah, mi ricordo…” Cominciò così, il cognato, grattandosi la testa, come se volesse crivellare, passare al vaglio i ricordi, ripulirli e prendere solo quelli adatti alla circostanza.

Attendere, per Angelo, non era stato un atto di pigrizia, ma un modo di esistere. Aveva preso la vita con calma e così l’aveva sempre condotta. Si meravigliava che gli altri si meravigliassero di lui. Certamente, se tutti si fossero comportati come Angelo, il mondo sarebbe ancora inchiodato al tempo delle caverne. Questo, il cognato glielo aveva ripetuto spesso. Però c’era sempre stata limpidezza nell’animo di quell’uomo dalla fronte liscia, senza rughe, senza pensieri, senza preoccupazioni. Senza trame nascoste.

A trent’anni pensò di dare un aiutino alle sue attese, decise di fidanzarsi. Aveva messo gli occhi addosso a Dora dei Rovati, una sartina che abitava nella stessa strada, quattro case più avanti. Si conoscevano molto bene, troppo bene, c’era tra loro una vera amicizia, quasi una fratellanza, le famiglie si aiutavano vicendevolmente nei lavori dei campi. Erano cresciuti insieme, tutti ragazzi di contrada, qualcuno era uscito da quel ghetto familiare ed era andato a lavorare in fabbrica. Quasi tutti, appena finita la guerra, erano rimasti a zappare le terre in affitto. Anche Angelo era rimasto, soprattutto perché, già verso i quindici anni, si era innamorato di Dora. Il fatto è che mai gliel’aveva dimostrato e per una ragazza, allora, farsi avanti non era un bel fare. Tutti si maritavano, molti nella stessa via, e loro due? Niente. Angelo capì che c’era del tenero anche dall’altra parte e si era messo in attesa, certo che, un bel giorno, Dora l’avrebbe guardato con occhi languidi e gli sarebbe cascata tra le braccia. Verso i trent’anni, lei sposò, quasi all’improvviso, un operaio che già stava fuori e lavorava alla Mira Lanza. Angelo restò malissimo e non trovò mai un perché. Proprio in quei giorni aveva deciso di fare uno sforzo e di porre a Dora una domanda secca: e allora, cosa pensi? Era arrivato troppo tardi. Poi lasciò andare definitivamente la scelta di vita. Decise di non maritarsi mai più. Mai più, perché, per lui, lo era quasi stato.

Era notte fonda e i due uomini in veglia, alla luce delle candele, sembravano ancora più pallidi e sconfortati, ma era anche il sonno a metterci la sua parte. Parlavano anche per tenersi svegli.

Romeo si ricordò qualcosa del povero Angelo. Già lo chiamavano così, ed era ancora caldo, si può dire. Si ricordò di quando i padroni della campagnola vollero sbarazzarsi dei fittavoli offrendo loro un campetto di terra gratuitamente, per avere la liberatoria sul resto, senza ricorre alle carte bollate. Era comunque un affare. I padroni premevano, Angelo non si decideva  ed era sul punto di perdere tutto quando…

Romeo si fermò di colpo. Capì che stava percorrendo un terreno minato. Sì, perché, all’epoca dei fatti, intervenne poi il cognato Silvestro a rilevare tutto per conto della moglie, sorella di Angelo. Le malelingue dissero che aveva approfittato dell’ingenuità del primo avente causa. Per sdebitarsi, si diceva, aveva accettato di prenderlo in dote, di tenerlo in casa come “fioeo de anema”. Silvestro fece di tutto per togliersi la nomea di furbo, elargendo anche troppo al cognato sempre indeciso, ma non c’era stato niente da fare. Anche in quella circostanza triste, il fatto era saltato fuori, per puro caso, ma perché era ormai era consolidato nell’opinione generale.

Romeo restò sospeso a mezz’aria con la voce finita in tosse. Silvestro scosse la testa ripetutamente. “Puoi dire pure” disse. Silvestro aveva permesso ad Angelo di condurre una vita umile e serena, libera, al sicuro dalle trappole della vita, in casa. Aveva sopportato il peso per amore della moglie, ma questo, nessuno, pur vedendo le cose come stavano, aveva voluto riconoscerglielo. Silvestro capì che, anche di fronte alla morte, le insinuazioni e le gelosie, loro sì!,  sono dure a morire.

Per sdrammatizzare e sviare il discorso da citazioni spiacevoli, Silvestro ricordò i giorni dell’alluvione. C’era stato, molti anni addietro, un autunno piovoso, mai visto prima. Le acque, spinte dallo scirocco, non scesero al mare, il fiume si ingrossò e, in una curva indebolita dall’onda, deragliò. L’argine divelto permise all’acqua limacciosa di invadere le campagne, di lambire le case e le stalle. Tutti si diedero da fare per salvare il salvabile. Angelo non si diede da fare, imprecò, molestò la gente perché, a suo dire, ad una successiva ispezione dei tecnici, tutto sarebbe risultato a posto e non ci sarebbe stata alcuna indennità. “Aspettate!” diceva “che fretta c’è?” Fretta ce ne n’era, eccome! Nessuno gli dava più retta, ormai lo consideravano una persona di poco conto.

Andava a pesca, andava a caccia, spesso da solo, qualche volta in compagnia. Erano i suoi passatempi preferiti. Erano giorni quelli in cui si sentiva trasformato, padrone delle ore di cui non doveva rendere conto a nessuno. Aveva le licenze dovute e in permessi in regola. Nessuno si sognò mai di fermarlo per controllarlo, si sapeva che era una persona rispettosa delle norme e delle regole. Anche troppo, secondo l’opinione della gente. Perché aveva un modo di vivere senza passioni, senza emozioni, senza soddisfazioni. Il suo comportamento era divenuto, col tempo, irritante, sconcertante.

“Basta avere pazienza.”

Questo motto era l’indicazione di un metodo di vita per Angelo. Lo diceva a tutti, non si arrabbiava mai. Era la fretta a complicare le cose, diceva. “Molti problemi si risolvono da soli, basta aspettare.”

Romeo Biagini era stato amico di Angelo per una vita intera, ma non aveva mai condiviso questo modo di ragionare, pur passando con lui piacevoli ore a pesca in barena.

Una delle quattro candele si spense, ma nessuno dei due la riaccese. Silvestro si stava appisolando e Romeo stava rimestando confusamente pensieri, ricordi, rimpianti.

Si ricordava delle riflessioni che facevano in barca, in attesa di raccogliere le reti. Parlavano di cose passate, ma anche degli anni che restavano da vivere. “Non molti, ma ci sono.” Sorridevano, pareva che parlassero di altri. “Almeno io ho la pensione” diceva Romeo. “Tu come farai, Angelo, che non hai niente?”

“Non ti preoccupare. In qualche modo farò.”

 

 


Indice Invio Pubblicazione  PAG.


1.  La signorina Mary G.                     Giugno 2005          Luglio  2005          2

2.  Avevo un amolaro                                                       Settembre 2005     5

3.  C’era una saresara                                                                                    9

4.  Uomini e rami                                                                                           15

5.  Un tassello nell’anguria                 14.09.05                                           18

6.  Acquerello dolese                                                        Febbraio 2006      21

7.  La catena del focolare                                                                               24

8. A suo modo 28

9.  Le stagioni non sono più quelle                                                                30

10.  Tutti insieme o niente                          17.09.05                                     34

11.  La vedova Malagugini                       23.09.05       Luglio 2008             37

12.  Il professor Gastone Pastorin             26.09.05    Ottobre 2005          41

13.  L’assessore ai Buoni Respiri   15.10.05                                    45

14.  Pane e ciclamini                                  15.10.05      Novembre 2005      49

15.  Non so come dirtelo 30.10.05                                                                 53

16.  Da voi che tempo fa?                          27.10.05       Dicembre 2005        57

17.  La casa di Sergio                                 24.11.05       Marzo 2006             60

18.  Lettera a Dino B. 02.12.05                                                                       64

19.  Lady Vetril                                           02.12.05 67

20.  Sentite niente?                                  12.12.05  70

21.  Buon viaggio, Alessandro!                 19.12.05         Febbraio 2007        74

22.  Diamoci del tu 23.02.06                    Luglio 2006 88

26.  La Piuga                                              26.01.06         Giugno 2007          91

27.  Madonna del fioretto                          04.03.06         Aprile 2007            94

28.  La frittata                                            22.03.06         Aprile 2006            98

29.  Perché piangi, Luisella?                      27.03.06                                        102

30.  La notte della civetta                          30.04.06          Maggio 2006         106

31. Adelina                                                 18.05.06                                        110

32.  Piazzetta Rivolta                                 29.05.06           Giugno 2006        114

33.  Il barbiere                    06.07             15.08.06           Settembre 2006   118

34.  Gente di piazzetta        07.07              15.08.06           Ottobre 2006       122

35.  L’alunno Piombin Michele 08.07        15.08.06            Novembre 2006   126

36.  Riguardati!                             30.06.06 24.12.06           Maggio 2008 134

38.  Testimonianze                            10.10.06 142

39.  Gli indifferenti            11.10.06          24.12.06                                      138

40.  Declino sul Brenta      17.03.07          24.03.07                                        143

41.  Un chiodo al giorno    23.05.07          21.09.07             Ottobre 2007     147

42.  MarcoAurelio              30.05.07          21.09.07             Dicembre 2007   150

43.  La responsabilità         31.10.07         01.02.08             Febbraio 2008    154

44.  Non avere paura          03.12.07         01.02.08             Aprile 2008        158

46.  In attesa                      31.12.07         01.02.08                                         163

 


 

Le Novelle dolesi sono racconti.

Non è un libro per bambini. L’immagine infantile della copertina rappresenta lo sguardo sincero e critico con cui l’autore ha voluto  rappresentare i suoi protagonisti.

Le chiama novelle perché, al semplice racconto, aggiunge, introduce pensieri e osservazioni personali, convinzioni, a volte opinabili se si vuole, ma sempre presentate con chiarezza, correttezza, sottile ironia, sostenute da argomenti.

L’origine della novella è sempre un’ispirazione o un fatto veri, un personaggio vero, un avvenimento accaduto. Durante la narrazione vengono plasmati, diventano non lo scopo del racconto, ma i mezzi e contribuiscono a comporre il mosaico che rappresenta la visione della vita, dei rapporti umani, sociali, culturali, spirituali dell’autore.

MADONNA DEL FIORETTO

E’ una rievocazione di giorni lontani, d’infanzia, di giochi, di scuola, di amicizie, di primi innamoramenti, di sofferenza, di ricordi tra coetanei che si ritrovano, dopo anni, davanti al capitello di una madonnina a un crocevia dove, da ragazzi, andavano a recitare il rosario… e a guardare le compagne … che se lo aspettavano.

Con gli anni i ricordi si annebbiano, diventano piatti e grigi, come l’immagine sacra, coperta di polveri annerite e di rampicanti che tentano di coprire ogni cosa.

BUON VIAGGIO, ALESSANDRO

E’ stata scritta dopo un incontro con una classe di prima media in un paese della Riviera del Brenta.

L’autore ha incontrato una scolaresca molto vivace, ben preparata, interessata, che ha saputo intessere una discussione assai impegnativa, anche perché gli era riuscita l’impresa di far cadere le loro paure o presunte vergogne e a scucire i loro pensieri reconditi, un attimo prima sconosciuti o a stento trattenuti, rendendo felici i ragazzi, gli educatori e sé stesso.

Può fare riflettere insegnanti e genitori.

DA VOI CHE TEMPO FA?

E’ una commovente rievocazione di storia familiare.

Ma può essere vista anche in senso più largo, ampio, universale.

Il ritmo è forte, intenso, veloce, fa trattenere il respiro.

Non può essere spiegata. Ma solo ascoltata in silenzio.

SENTITE NIENTE?

Vuole rappresentare una storia di grande attualità. Riguarda la presenza di persone che vengono da altri paesi, da altri continenti. Creano sorpresa, a volte paura, a volte pietà, a volte irritazione.

 


articolo a cura di Luigi Zampieri

Ultimo aggiornamento (Giovedì 02 Agosto 2018 16:01)

 

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