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BRENTASECCA lo "Spoon River" di Andrea Zilio sulla gente di Sambruson

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PERSONE - PERSONE
Caro Luigino, ho deciso. Ti spedisco subito il mio “Spoon River”.
Si chiama “Brenta secca”, come sai, il piccolo ramo del nostro fiume.Ci ho messo anni a pensarlo, a scriverlo con grande sofferenza. Solo così puoi spremere non solo pensieri, ma l’anima.   E’ dedicato alla gente, a personaggi piccoli, ma tipici del nostro paese, che vedo ormai sempre più attraverso un vetro appannato fatto di ricordi dolci e dolorosi. L’ho aggiornato appena. Qualche poesia supera il confine, ma la semplicità della nostra gente di campagna non varia. Ciò che voglio dire resta intatto. Molti personaggi li riconoscerai. Alcuni sono simbolo, emblematici. Altri sono volutamente adombrati. Il significato del messaggio, comunque, è chiaro. Ho voluto andare oltre le ville e i monumenti. Ho voluto parlare della gente, come ho fatto sempre, vedendola, questa volta, dall’altra parte. E non è stata facile, te l’assicuro. Nella scelta e nel dire. Quando scrivo, mi commuovo. Allora capisco che ho scritto qualcosa che merita rispetto, attenzione, credito. Questo è il caso.
Ti affido un altro piccolo tesoro, un poemetto, è un tassello insolito, una tessera originale del  mosaico della tua  Storia di Sambruson. Andrea.
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Caro Andrea
ho ricevuto il tuo “ Spoon River, Brentasecca”, è una cosa importante e comprendo la tua fatica e sofferenza ad averlo  scritto. I personaggi sono in gran parte riconoscibili e sono naturalmente molto rappresentativi e significativi o emblematici come tu dici, nella loro a volte semplicità, a volte complessità.
In questo ultimo periodo stavo pensando di inserire nel sito Sambrusonlastoria, una nuova sezione, intitolandola “PERSONE”, appunto per parlare un po’ più della gente e non sempre di ville e monumenti. L’avrei suddivisa in tre categorie:
PERSONE ILLUSTRI (esempio: Il Lirico Velluti, i due pittori Tito, lo scrittore Musatti, gli scultori De Putti e Cassetti, ect.).
PERSONE IMPORTANTI  (Sindaci, preti, medici, politici, Lino Vanuzzo, Riccardo Meneghelli, Orlando Minchio, Don Rimano, Dott. Bortolazzi, Bruno  Busetto e altri).
Aggiungo a questo punto  una terza categoria chiamandola semplicemente:
PERSONE ( questa categoria la dedico allo “Spoon River/Brentasecca” di A.Zilio. Mi sembra adatto). Ciao. Luigi.

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BRENTA SECCA

 

Pensieri in prosa, ma ispirati,

detti con passione,

con orgoglioso desiderio

di parlare di persone dell’altra Riviera

 che hanno alzato la testa,

una volta almeno,

informando che esistevano,

lasciando tracce,

ricordi inconfondibili,

del loro passaggio qui.

 

Questo paese

per secoli è vissuto

senza un nome definitivo,

senza identità.

Nessuno si è mai ribellato,

perché nessuno se n’è accorto.

 

Almeno un raggio di luce

merita chi,

per amore, per dignità

o per rabbia o  per vanità,

ha avuto attimi di emersione

nella massa inerte.

 

Parlerò di voi che dormite silenti

nel quadrato,

a mezzogiorno del paese.

Pace a voi, finalmente.

 

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Ecco il mio “Spoon River”. 

Inizio:

Sambruson, venerdì 10 aprile 2009

Andrea Zilio 

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1) CIPRESSO

Cipresso,

che hai fatto

degli ultimi tuoi cinquantacinque anni?

Ti vedo  bene, non sei cambiato per niente.

 

Venimmo da ragazzi

con una rete da roccolo

a battere i tuoi rami

a caccia di passeri.

Era una notte d’inverno.

Era una sfida che ci eravamo imposti.

C’era un gufo e ci scappò.

Spaventati a morte, noi lo seguimmo.

 

Non che mi interessi,

ma, così!, mi piacerebbe sapere:

qualcuno ha mai fatto il nido in te?

Sarebbe un luogo sicuro.

C’è troppo silenzio in questo quadrato,

certamente si chiederanno, perché?

 

Quante cose sanno i passeri

che alle nostre scuole ci vanno,

ma solo per nidificare sotto i coppi.

In qualche modo avranno capito

che meravigliosa trappola è la vita.

 

Dimmi, cipresso:

quante lacrime hai visto in mezzo secolo?

Anche di mie ne hai viste.

Cosa vuoi dirmi? ti ascolto.

Sono tornato senza roccolo.

Ho voglia di parlare con te,

vorrei contrattare con te un appiglio intimo

tra i tuoi rami per quando sarò leggero

e su impalpabile vento, mi verrò a posare.

Ho tanti amici qui.

Ogni tanto, con comodo,

li vorrei salutare.

 

2) BIMBO

 

E tu bimbo con unica data sul marmo,

oh, Paolino!

Tremava tutto il corteo,

si doleva per te.

E per tuo padre ancora più annichilito.

 

Che hai fatto nel frattempo?

Ti portai anch’io e pesavi niente,

cassa bianca.

 

Con tua madre in corteo silente

Solo cri.. cri.. cri.. sul ghiaino

facevano i piedi lenti e delicati, senza offesa.

 

Se n’è partita or ora, cercala, aspettala,

ti riconoscerà subito

 

Noi? Cosa vuoi che ti dica!

Non siamo più gli stessi,

a volte uno si chiede se ne è valsa la pena.

 

In che reparto sei?

Certo, dove gli Angeli osano

e dicono oooh.

 

Qui da noi non è successo niente,

 abbiamo corso tanto

per stare sempre fermi.

Così ti dico, se vuoi sapere,

altrimenti, come non detto.

  

3) GEOMETRA

 

Ehi, ricercatore di cocci!

Son qui per dirti:

stai tranquillo.

Non dirmi che sai

che al solo sentir  queste parole

uno comincia a preoccuparsi.

 

Quante volte le hanno dette a te,

i trafugatori delle tue memorie di pietra.

Palafitte, tombe millenarie, anfore d’unguenti…

Eh, sì! scrivevi poesie a un giovinetto,

piuttosto…

Imperdonabile!

 

I tuoi cocci ti restituivano alla civiltà.

Te li rubarono, ti tolsero di più.

Nessuno ti cercò più come prima.

Altolà!

 

Ti faccio sapere, amico geometra:

tutto a posto!

Sono tornati a casa i tuoi tesori, sai?

Ma sì!

 

Anche le piccole cose

sono tesori per chi le mette a simbolo,

a scopo del suo percorso.

 

Coloro che ti fuggivano,

ora sono nonni e mandano i nipotini

a studiare i tuoi cocci.

Proprio come tu volevi.

 

Fallo sapere nei luoghi dove sei.

Ora sei onorato nel nostro quadrato.

  

4) PRO MEMORIA

 

Non cercarmi tra le zolle,

posa altrove il tuo fiore,

amico.

 

Dove sono non è male

Ho trovato Enio, Letizia e Giovanna,

ed ora Luciana e Graziano,

ormai di casa.

 

Con Diego e Carlo

Parliamo ancora della squadra

E della maglietta celeste.

Siamo vissuti insieme in Brenta Secca

calciando un groviglio di copertoni

per pallone

E cantando la donna è mobile.

 

Cosa vi posso dire, amici?

Che la mia casa non è qui nel prato,

 ancora.

Quando il vento penetrerà il giaciglio

scioglierà la polvere al vento

E sarà musica.

 

Ascoltatemi di sera,

la mia voce è inconfondibile:

è stonata

 

Tra non molto sarò scomposto assai.

Ma alla fine saprò ricompormi

L’ordine mi piace.

 

5) MARIO

 

Il grano è alto quest’anno

Viene bene,

è piovuto molto ad aprile.

La terra fuma,

innalza il suo grazie al cielo.

Che ne dici, Biondo,

vorrei saperlo?

 

Se un campo andava bene

lo raccontavi.

C’è latte abbondante in latteria?

No, Biondo, ora non più.

 

“Da quando?” ti chiedeva Giovanin.

“Da ieri sera!” rispondevi svelto.

Parlavate in gergo, strizzando l’occhio

sensuale.

 

Cicca a lato e sorriso sornione.

Erano solo questi i vostri svaghi.

Piccoli sberleffi,

tra un sudore e l’altro.

 

I tuoi sette figli vanno bene,

come il grano d’aprile.

Ricordo una sera che ti venni a trovare,

non bussai.

Parlavate tutti insieme.

Mangiavate insieme.

Famiglia.

Bella gente hai lasciato, amico.

Dimmi, come hai fatto?

 

Non dissi niente.

Le porte erano aperte

le finestre erano aperte

i cuori erano aperti.

 

6) STORIA DI UN RISCATTO

 

Giovanni l’orbo, possidente.

Eri una freccia con il tuo cavallo baio

alla frusta per gli stradoni.

Gran parlatore e mangiatore,

esperto di femmine e di semine.

Ti vantavi di essere figlio di tuo nonno.

Narravi di tuo nonno che andò

al Caffé Commercio

a trattare l’acquisto dei campi in affitto.

Vorrei rivederti e sentirtelo

raccontare quello che altri hanno detto.

Erano orgogliosi, i contadini del paese,

della tua famiglia,

perché uno di loro si era vendicato.

In questo paese di broccoli e barbabietole,

tu  parlavi di uno che seppe elevarsi.

 

Si presentò vestito da campi:

pantaloni arrotolati

bomboniera aperta

cintura di balzo

camicia spalancata

terra secca sulle mani.

 

I padroni di città,

signorotti in declino

panciotto e orologio in vista

toscano tra i denti,

con figli debosciati,

lo fecero attendere.

Non gli diedero la mano.

“Storaro, allora, che facciamo?”

Poi dissero quanto.

(Raccontavi e facevi pausa.)

S’aspettavano cambiali.

Li fulminò,

“Volete oro o schei?

Fate presto, ho fretta.”

Tutti sbalordirono.

Balzarono in piedi, applaudirono.

Firmarono il contratto.

Allora gli porsero la mano.

Ma lui si scusò: non era in abito.

Dove ti sei nascosto nel quadrato?

Ti troverò, ti verrò a salutare.

Fa piacere a tutti, la vostra storia.

 

7) MATTO

 

“Cos’hai da guardare?

Lasciami dormire in pace.

Ti meravigli vero?

sentendomi parlare

con senno.”

 

“Cicci, sei tu che parli?”

E’ accanto a suo padre Toni,

in una nicchia modesta, ma sufficiente.

Ero lì per prendere misure ad occhio.

 

“Certo mi sorprendi, Cicci.

Ma, allora, tu sai ragionare.”

“Cosa credevate. Cicci è matto?

Non era vero.

Ci sono persone che hanno l’intelligenza

indietro un chilometro dagli occhi.

E il loro pensiero ha di fronte un percorso lungo

per  arrivare alle labbra.

 

Ma voi non avevate pazienza con me.

Andavo a rubare mutande di donna

appese ai trami, erano lì ad asciugare.
Per questo mi dicevate matto.

Voi facevate la stessa cosa, di nascosto,

tutto compreso. E non eravate matti!

 

Era l’età che s’imponeva.

Ma a me no.

Perché ero il matto.

 

Ognuno ha una vita sola

e la mia mi fu sprecata,

in paese non ci fu pazienza con me,

che peccato!

8) SIGNOR PROCURATORE

 

Signor procuratore la vedo preoccupata.

Non mi dirà che ha problemi

nel nuovo sito.

Lei girava con carta bollata in tasca.

Pronto a denunciare.

Che tormento un arrabbiato come lei intorno!

Mi dispiacerebbe che avesse ancora guai.

Sempre all’attacco,

ora mi sembra in difesa.
forse non le hanno ancora detto

che qui il sonno è eterno e garantito?

Lasci perdere, si distenda, dorma in pace.

 

Ti vidi una volta in tribunale a Dolo.

Ad accusare un galantuomo.

Non ho mai capito di cosa.

.Neanche il giudice.

Gli attribuivi sguardo truce,

colpevole di intenzioni malvagie.

Il geometra si toccava, non  si riconosceva.

Il giudice ascoltò, girò le carte, guardò e si pronunciò.

Assolto!.

Tu procuratore non battesti ciglio.

Avanti un altro, stesso discorso.

 

Dormi  nel quadrato da tanto tempo,

spero sia finito il processo  che ti riguarda,

perché ti vedo cupo assai

e senza pezze giustificative aggiuntive.

 

Tuo figlio Alberto sta venendo in tuo soccorso.

Ha lasciato la casa Fabiola

che cura i confusi.

E’ lui il bollo di fuoco

sul tuo passaporto,

sarà il tuo salvacondotto.

 

Ha ragionato di studi colti,

l’ho sentito,

fatti con un grande sacerdote,

già suo compagno di classe,

recitarono qualcosa e sorrisero.

Era stato paziente, il prete Francesco.

Aveva atteso che gli arrivassero i ricordi.

E le parole.
Quando ripasserò, ne sono certo,

troverò la tua fronte finalmente spianata.

Dopo che ti è venuta la nuova compagnia.

 

9) MARINARETTO

 

Sogno infranto a 11 anni, luglio del ’23.

Oh piccolo Monarin!

Un mese durò l’agonia

di una madre disperata

Sarà venuta a vedere

se la maglietta era a posto,

con il freddo che fa lassù, oltre le nere nubi.

 

Non poteva resistere

senza il tuo grembiule elementare

da rattoppare.

Che sia stato un problema di stiratura?

Ho cercato la tua storia.

Sono passati quasi cento anni!

Ma tu non lo sai,

dormi il sonno placido

dei bimbi protetti.

Sei là col berrettino da marinaio,

ti faceva bello assai

per essere contadino.

Un ricciolo ti esce.

La madre te lo sistemava

con due dita  umide di saliva

e di orgoglio.

Tuo padre sta in alto,

sorveglia che nessun altro bussi,

siete già stretti da soli.

Ma la vostra casetta funerea

pende da un lato,

nessuno la guarda,

a nessuno importa,

Cadrà presto, ha un equilibrio instabile,

e nessuno dirà niente.

A che è servito

il tuo passaggio in questi campi,

ragazzo vestito da marinaretto?

 

10) SPOSO RAPITO

 

Eri alto e forte, Giovanni.

Hai sempre avuto lo sguardo mesto,

figuriamoci ora.

Hai una foto che si scolora

ad ogni due novembre.

I parenti se ne sono andati.

Sei sempre più solo.

 

La tua promessa sposa

l’hai lasciata

in imminenza di altare.

Al momento del sì,

di un fiato solo,

il tuo se ne uscì.

Restò impietrita per anni, sai!

Con la sua veste bianca

intatta,

perenne

riposta con cura.

 

Cuore impietrito all’istante,

come la tua lastra.

Non sorrise più.

Bella figliola!

Incenerita sul salire della vita

verso una vetta agognata.

Se non sai t’informo:

è rimasta inchiodata in casa

come un alpinista fulminato sulla croda

che stava per scalare.

Senza speranze di vetta,

senza desideri di precipizio.

Là, in attesa, silente..

Sfida vivente.

Destino crudele.

 

Spero tu l’abbia incontrata,

spero non siate girovaghi entrambi,

non meritate.

 

Alza una mano

e chiedi al primo angelo che passa:

dov’è?

La potrei sposare, ora?

Ah, terzo cielo, a destra!

Grazie, chiederò là.

 

11) PATRIARCA

 

Conobbi un uomo,

capo di una tribù di fratelli, di figli e di nipoti.

Ognuno per sé.

 

Eppure,

nei grandi raduni di famiglia sedeva a capotavola,

 tutti lo guardavano,

facevano silenzio quando apriva bocca..

 

Gli chiedevano, si informavano,

poi ognuno se  ne andava

guardando indietro.

 

Nelle assemblee di paese

aveva per ultimo la parola.

Ed era quella che si scriveva.

 

Dov’è il valore?

Non è scritto, non è dato,

si scopre, si conquista goccia a goccia.

Si perde per un attimo balordo.

 

Vecchio buon Riccardo,

ti ho sempre visto canuto,

austero e pio.

 

Da te ho imparato ad ascoltare.

La tua fronte alta

era sgombra di rughe, di anfratti, di tranelli.

Era la trasparenza dei tuoi occhi chiari

a trasmettere fiducia,

a spingere la gente semplice

a chiedere consiglio a te.

 

Sulla tua tomba non vedo ghirlande,

ma fiori sparsi, differenti,

mani diverse, fuori circostanza.

 

Tanti di quelli che avevi intorno se ne sono andati.

Ma tanti piccoli ignoti ti ricordano.

Gli uomini come te si tramandano.

 

Quali monumenti eccelsi nascondono

questi piccoli cimiteri di campagna

che sanno solo d’incenso,

di brezza levantina

e scricchiolii di piedi devoti

sulle sminuzzate ghiaie!

 

12) BRACCIANTE

 

Scannabisse, tu non sai.

Mi piacque il tuo nome

e lo impressi ad un ragazzo

bello, triste, forte.

 

Sai, una storia la sua,

inventata eppur vera,

bella e dura,

che non si dimentica.

Così sarà per te,

spaccatore di zolle

con maglio di robinia.

 

Mediatore e vaccaio,

bracciante in offerta;

baffetti sbarazzini, inutili.

Li mostri ancora, belli e lucidi,

sorridente.

 

Non si disse mai niente di te.

Lavoratore, costavi poco.

Ti chiamavano.

Per questo sarai dimenticato-

 

Ma non da me.

Nei giorni di trebbia,

prestatore di manodopera.,

tra la polvere accecante,

sembravi uno scalatore.

La tua vetta era una paga,

misera, ma certa.

 

13) SINDACALISTA

 

Mi sono sognato di te,

Beppino.

Stanotte, e non so perché.

 

Non mi sono mai dimenticato,

ecco perché!

Trasmettevi allegria, sicurezza.

Parlavi di andare

Di fare

Di chiamare

Di lavorare

Di dare una mano…

Eri fatto così.

Ti sei sciolto per il prossimo tuo,

come te stesso, ora.

 

Avevi la casa da finire.

Mi chiamasti a vedere la tua casa.

La cercavo anch’io.

Ne parlammo,

fu per poco che non salii le tue stesse scale.

Com’eri orgoglioso!

 

Venni a Venezia

a trovarti

sulla sponda del tetto d’ospedale…

Dimezzato,

chino,

occhi bassi

non li alzasti…

Uscì Toni

occhi lucidi

ci guardammo

e piangemmo insieme

appena fuori.

 

Sono venuto a salutarti,

so che mi hai visto.

Ho alzato la mano da lontano.
”Che novità oggi?”

Il solito, Beppino.

 

14) VENTO DI SERA

 

Vento di sera, vento del tramonto,

come oscillano i rami dei salici

al tuo lento, delicato sfogliare:

altalenano litanie e rugiade,

lunghe dita aperte lo salutano.

 

Il nostro amico Bruno non è più qui.

Sì! E’ caduto come foglia secca

che si stacca senza rumore alcuno.

Eppure è stato uno schianto

vedere il suo ramo vuoto,

il posto a tavola vuoto,

il suo angolo scelto al circolo vuoto.

Portalo lassù in cielo oltre le stelle,

là tutto è pace, purezza, silenzio.

Cogli gli applausi dei giorni felici,

l’elenco delle cose buone fatte.

 

Siano perdonati errori

e debolezze terrene.

Il suo lenzuolo sia di fiordalisi,

i lini del suo sudario

rechino profumo di campi arati:

è cosa buona partire

con gioiose immagini per compagne,

col suono di voci note.

 

Vento di sera, suo angelo custode,

tu profumi di casa sua,

conosci il calore della famiglia,

lo accompagni già dal primo vagito,

tu hai raccolto il suo ultimo respiro.

Sii testimone il giorno del giudizio.

Alleggerisci il dolore ai suoi cari,

conducilo ai lidi eterni,

all’incontro col Creatore.

 

Preghiera del “Trovemose” a Bruno Brusegan

Sambruson, 5 aprile 2010

 

15) BRENTA SECCA

 

Qui la Brenta è ovunque.

La terra contadina di questi luoghi

ne è impregnata.

Il suo nome si spezzetta in mille rivoli

Una volta era così.

Nessuno ha visto, ma si capisce tutto

 leggendo le rughe della terra, le sue ferite, i suoi tormenti,

gli scavi, i rii contorti

piegati paralleli verso il mare,

come capelli bagnati

stirati da un unico pettine.

Gli acquazzoni si chiamavano brentane.

Noi, Brenta Secca,

siamo l’altra riviera, quella povera,

fatta di popolo,

non di ville patrizie.

Sull’onda pigra lavavano lenzuola,

le belle lavanderine.

Gli uomini fischiettavano

tra i tralci nella potatura.

Il fiasco prendeva il fresco

tra esche e raganelle.

La gente, imparentata

nel sangue, nel lavoro, nella terra, nel cielo,

nei tramonti sempre uguali,

si aiutava.

Non ci sono colline, non ci sono monti

a svariare i cieli.

Anche nelle rabbie, e nelle nebbie

di testa, si capiva:

 non si moriva per un confine.

 

E’ da qui che ho guidato acque al mare.

E’ qui che mi lascerò prosciugare,

non ho niente più da guardare.

Ricordo le ragazze a coglier violette,

quando l’arzariva scendeva pettinata

fino a filo d’acqua chiara.

I ragazzi frenavano bici sgangherate,

prese a prestito per una sera,

con zoccoli lucidati.

Oh, buonasera, signorine!

Oh, bella sera davvero!

Intrecciavano candidi grappoli,

fragranti, di robinia,

sedute su tappeti di nontiscordardime.

Luccicavo sotto la luna.

Era  bello sentir sorridere, sperare.

Ora neanche quello.

16) GENEROSA

 

Mi piaceva piacere.

Molti ragazzi mi seguivano e mi guardavano,

andavo alle feste,

ma la festa ero io, se non c’ero la festa non c’era.

 

Andai nella casa del principe dei ragazzi di allora,

assai ricco, assai ammanigliato nel paese,

assai colto, assai rozzo.

Ma la sua mente era già occupata,

tuttavia venne nel mio letto.

 

Volubile!

Mi stancai presto.

Ma non feci in tempo a girare altri sguardi.

Un morbo rapido mi rapì.

 

Il bravo figliolo seppe distrarsi,

ma mai mi dimenticò.

Ero valsa la pena,

forse.

 

Guardò altrove

già prima di andassi via di fretta.

Ho saputo che ora anche lui  è passato di qua, 

anche lui ha oltrepassato l’acheronte,

girovaga sbandato,

con l’aria di chi non gli importa

non ha ancora capito cosa gli è successo.

E’ stata una sbandata in curva

 e si sta ancora

chiedendo come sia stato possibile

a uno esperto,  ricco come lui.

 

Con me gli era andata bene

sembrava disposto a morire per me,

e invece non andò così.

 

Ci siamo incrociati in queste nebulose,

 ma non mi ha riconosciuto,

forse,

forse non ci siamo mai amati,

mai conosciuti.

 

17) COMMENDATORE

 

Riposi in un angolo in fondo,

assai discreto.

Non eri nobile di casata, ma di fatto.

Partivi con mazzette da cinquemila lire

in tasca.
Salutavi tutti con grande cera

 e tutti ti salutavano, molti con un inchino,

allungavi la mano

ti risalutavano

alzando il cappello.

 

Entravi in prefettura,

all’uscita allungavi un biglietto.

Perché? Ti chiedevano

Così, per niente. “Non si sa mai.”

Andavi in Comune, al  vigile allungavi la manina.

Il buon uomo scattava sull’attenti.

Comandi! diceva.

“Comodo, comodo”.

Andavi in curia, allungavi una busta chiusa

al segretario:

“sempre sia lodato,” ti rispondevano.

La vedova chiedeva

un posto in collegio per l’orfanello,

“… sa, commendatore, nessuno  mi ascolta.”

Andava a trovare il rettore

Che si scappellava all’uscita.

“Tutto a posto, signora.”

Al gondoliere che ti diceva grazie in anticipo

allungavi il foglietto  magico.

Cosa chiedeva?

Niente! Non chiedeva mai niente.

Da sole tutte le porte gli si aprivano.

Avevi capito che bisognava ungere prima.

 

Sì, tutte le porte si aprivano.

“Vedi come si fa?” mi dicevi. “Impara.”

Non avevo mazzette da cinquemila

E molte porte mi furono sbattute in faccia.

E’ rimasto un grande rimpianto per il buon uomo,

e le sue mazzette.

L’ha fatta sempre franca con gaudio di tutti.

Una volta diede anche a me uno di quei foglietti.

“Perché?” chiesi.

“Non si sa mai.”

 

Lo raccolsi, rinculai, lo misi in cornice.

Non vale più niente, ma non si sa mai.

 

18) ONOREVOLE

 

Una vita spesa bene, operosa, movimentata.

Giravi per i ministeri romani, qualsiasi.

E’ scomparso il tuo nome

dalla memoria dei paesani,

che pure molto avevi beneficiato

in cavalierati, in raccomandazioni,

in spintarelle, in prebende e promozioni.

Ora? Più niente.

L’unico devoto rimasto,

 il tuo segretario,

con affetto e dedizione.

Aveva trasformato la strada

in aula parlamentare.

Passo lento, sguardo a terra,

tanto, sapeva già che lo salutavano,

appena rispondeva con la testa.

Cellulare sempre aperto.

Per ore, per giorni, per mesi, per anni,

sempre stessa scena.

 

Sacra amicizia la sua!

Conosceva  l’indirizzo di tutti i palazzi,

gli orari dei treni, i prezzi dei taxi,

le locande dell’abbacchio scottadito,

i migliori alloggi per i pellegrini,

i monsignori che contavano.

E tu?

Avevi assunto l’aria capitolina

sguardo sempre rattrappito

una pensosa, sciatta loquela,

frutto del contatto con quel potere

inutile e sorprendente.

Perciò temuto e rispettato.

Il nostro contadino

era disuso ai discorsi in lingua,

non li capiva, perciò li temeva.

Il tuo incedere era stanco, sempre uguale,

sempre monotono, solitario.

Ora riposi ignoto

in un piccolo quadrato fuori paese,

vispo solo di cardi insistenti

e teneri ciuffi d’erba cipollina.

 

19) PENSIONATO

 

Quanti anni, don Raffaele?

Novanta.
Pare miga.
Grazie!

 

E’ stato segretario comunale.

E sempre ha conservato il titolo di segretario,

anche quando divenne assessore.

 

Il suo braccio destro

colpito da un malanno giovanile

era proteso ad angolo retto.

 

Avanzava sempre

con la mano tesa

e tutti gliela stringevano.

Tutti lodavano la sua umiltà, la sua semplicità.

Anche le autorità dovevano rispondere

a un gesto così spontaneo.

 

Forse fu per questo che amò l’umanità

oltre il necessario,

i paesani della Brenta Secca soprattutto

che vedevano venirgli incontro,

un’autorità

sempre sorridente, pronta a porgere la mano.

Quanti encomi!

 

Mai sospettò di niente,

finché, allo scadere dei novant’anni,

un novizio di politico

gli chiese spazio,

 gli chiese di rassegnare le dimissioni da assessore.

 

“Segretario, grazie di tutto, non possiamo ricandidarti.”

“Grazie, grazie” avevi risposto sorridente.

 

Eri diventato anche sordo,

così forse non hai saputo mai

che non eri più in nessuna lista.

 

Quasi subito uscì di pista.

 

20) L’IMPRESARIO

 

Sono nato sfoderato, rovesciato,

con la pelle all’interno e l’intelligenza in bella vista.

La scorrettezza mi veniva naturale,

che vi posso dire?

Divenni un bravo costruttore di palazzi.

Sono sempre stato spavaldo e arrogante.

Visto che funzionava

non  mi sono mai sottratto

all’occasione di barattare un niente con qualcosa.

Minacciando pur di non pagare un debito.

Vendevo le stesse case anche due volte,

creando disperazioni incredibili.

Ciò rafforzava il  mio coraggio.

Il successo è eccitante e pericoloso.

Ti fa credere onnipotente.

E’ successo anche a Napoleone.

Ho fallito più volte,  mi sono rimesso in piedi,

ma sempre con maggior fatica.

Siccome in questo mondo gli stolti abbondano

per me c’è sempre stata pastura.

Riuscivo a farmi pagare un caseggiato

prima di costruirlo e a non finirlo.

 

Mi denunciavano con corpose contestazioni.
Finiva che ci riguadagnavo ancora con le ristrutturazioni.

Poi mia moglie inorridita mi lasciò.

Mio figlio cambiò Paese.

Molti mi tolsero il saluto.

Ingrassai paurosamente.

Per l’inerzia che ad un certo punto ti coglie

per l’accerchiamento in cui ero precipitato,

sono finito sbandato.

 Non so neppure dove giaccio,

in quale ansa del naviglio

son precipitato tra canne e nidi di anatrelle.

Non le ho neppure spaventate.

Ho capito che la storia era finita.

 

Ed è perfetto come canovaccio

di una tragedia greca,

 per un rovesciato come me

è il massimo.

 

Non ho avanzato neppure un angolo d’orto

con tre margherite, un ciuffo di nontiscordardimé.

 

21) BOTTEGAIO

 

Mio padre mi parlò chiaro:

“Sii onesto e pio, fatti pagare subito”.

Avevo un negozio di chincaglieria che vendeva di tutto:

giocattoli, giornali, francobolli, lotto, presepi, cancelleria.

La nostra botteguccia è antica, è in centro,

il transito è assicurato..

 

Siamo bravi,

diamo ragione a tutti,

siamo discreti.

Imparai il mestiere in negozio, dal vivo.

“Dammi una pallina da ping-pong da cento lire”

mi disse Paolo, un compagno.

“Papà, quanto costa una pallina

da ping-pong da cento lire?”

“Cento lire.”

“Cento lire, Paolo.”

 Ero diventato ricco, molto magro, quattro ossa.

Sa, occorreva fare economia!

Ho sempre mangiato poco,

per vivere mi bastava quasi niente.

Per strada guardavo sempre dritto,

non guardavo donne,

non tenevo rapporti con nessuno,

così non davo prestiti.

 

Quando cambiai nicchia non me ne accorsi.

Smisi di respirare all’improvviso.

Non ci fu sperpero di badanti, di medicine,

di consulti costosi.

  

Ora mi copre un marmo meraviglioso color rosa,

mi dicono i miei in preghiera.

Ma non m’importa,

basta che sia a loro gradito,

che non sia a tramontana

che non mi sloggino presto,

che il Comune  mi tenga qui

trent’anni almeno.

 

Spero non sia costato troppo.

Son sempre stato trasparente,

per me non è cambiato niente.

 

22) SACERDOTE

 

La vita è amore, ma anche morte.

Nel fervore del mio nuovo apostolato

alle falde del monte Grappa,

correvo ansioso in motorino a portare soccorso,

e io non l’ebbi.

Come spiegare?

 

Un platano infranse la mia corsa e la mia vita,

caddi sull’asfalto.

La mia veste lisa fu intrisa per sempre

ed io rimasi vuoto dentro per sempre.

Fratelli cari, la vita va spesa bene,

ma è la morte, come muori, che crea la fama.

Non so perché, non so come mai,

un paesello della Brentasecca,

che già mi aveva dimenticato,

abbellì gesta normali per un prete

 da me compiute colà

durante la mia missione.

Certo il mio apostolato è sempre stato missionario,

avevo grande cuore,  anche se poco studio,

già! non tutti ebbero da me quello che cercavano

ma la volontà di amarli c’era tutta, sincera.

Solo una grande fede mi premiò.

Eppure ho una lapide in quel paesello.

Nessun prete ha avuto altrettanto

e perché? per aver sostenuto un campicello

per ragazzi da pallone?

Ora molti intingono il pane nel mio dolore,

brindano al mio nome.

Non capisco,

non ho fatto solo quello:

ho consolato molti,

qualcuno magari avrò ho confuso.

Anch’io lo ero.

Guardate le minuzie?

E la mia fede appassionata?

E l’apostolato mio accorato?

 

Mi dispiace per lo sgarbo fatto

ai miei confratelli,

grandi pastori e maestri,

che dormono dimenticati

nella chiesetta al centro del quadrato,

steso all’ombra di alti pioppi che mormorano,

chissà che cosa,

ogni sera al tramonto.

Dormo ai piedi del gran monte,

in cielo sto a fianco di mamma mia.

 

23) PARAPLEGICA

 

Ero piccola, bella, poliomielitica.

Che altro vuoi sapere, visitatore?

 

Non camminavo, caracollavo.

Tutti mi chiamavano zia.

Era il mio dottorato campestre

lungo la contrada delle Baccanelle

Da  bimba soffrii da morire,

da ragazza piansi da restare impietrita.

Era l’età dell’amore.

 

Tutti i coetanei erano teneri con me,

ma poi mi lasciarono sola,

nel mio casone di paglia e fango,

intrufolato nella campagna brentana

che scolava verso le barene

cariche di zanzare, di anguille e di folaghe.

I miei erano contadini di mestiere,

cacciatori e pescatori per necessità.

Ero povera, 

ma sempre ben pettinata, ordinata, 

profumata di fiori di campo.

Cosa credi?

Misi ciuffetti di violette

 nel mio piccolo corpetto.

 

Anche un rametto debole di ciliegio,

sospeso sul ciglio del fosso

oltre la siepe dei sempreverdi,

aveva osato avere il suo fiore

e il suo ciuffo di frutti rubicondi.

Perché no? Avevo pensato.

Attesi invano.

Allora il mio amore è stato quello di consolare

gli affitti più di me,

eppure belli più di me.

Di sorridere di buon cuore,

anche questo è amore.

Mi trovi sempre nel mio quadrato,

fa Prozzolo di nome il paese.

 

24) CALZOLAIO

 

Ancora non capisco come posso essere finito

così presto

a due passi dal rio Serraglio,

a monte della Brenta che si flette.

Caro amico, non immagini il silenzio di queste plaghe,

di notte ci passiamo solo il silenzio,

si può dire qualcosa tacendo,

non ci sono lacrime

solo effluvi di fiati sommersi,

non ti spaventare, viandante.

Ricordate la mia forza, e la mia voce tonante?

E la mia allegria e il mio appetito

e il mio buonumore?

Poi successe che d’improvviso

qualcosa cominciò a mangiare me dal di dentro

 svuotandomi,

lasciandomi sconosciuto anche a me stesso.

E pensare

che facevo una scarpa così bella che parlava

e uno stivaletto che rendeva una gamba di donna

 un gioiello.

Ora sono qui scalzo.

Anna mi chiama, mi cerca, i ragazzi lavorano fuori,

anch’io sono fuori

dalla casa che tanti sudori e rinunce mi era costata.

 

Ricordate, le feste del condominio?

Tutti invidiavano la nostra armonia.

 

Oh, se mi ricordo, Roberto, mi ricordo mi ricordo.

Sei stato un gigante di simpatia,

ancora parliamo di te con le famiglie di allora.

 

Eh, sì! Ma ho perso la mia partita più importante.

Dormo qui sotto le stelle fredde

che non capiscono, non ascoltano,

non sanno neanche di esistere.

 

Se passi, amico mio, fermati un attimo.

Guardiamoci.

 

25) PATER et MATER

 

Il silenzio è stato il vostro marchio di vita.

Parlavate poco, vi capivamo subito.

 

Gente travolta dal lavoro dei campi,

non potevate alzare la testa,

 figuriamoci la voce.

I nostri cimiteri

li chiamo quadrati,

vi radunano

allineati e coperti

siete come libri,

nelle biblioteche.

 

Ti ascolto, pater, eri saggio e buono

mi hai già detto tutto,

ma se qualcosa hai lasciato indietro

son qui pronto ad ascoltarti.

So che ne vale la pena.

 

Ci insegnavi, mater, con una piega del volto,

con un tono di voce,

con uno sguardo,

con un silenzio più lungo.

 

Avevate fatto la seconda

eppure mi avete insegnato tante storie,

stimolato a crearle, a inventarle.

A volte vengo qui solo,

vi racconto dei ragazzi

dei pensieri

dei travagli.

Entro nel vostro cuore,

mi guardate con occhi fissi.


So che mi vedete.

So che mi direte.

Tu sapevi sempre come fare,

padre.

Tu avevi sempre qualcosa da darmi,

madre.

 

26) CASELLANTE

 

Emilio  Dei, toscanaccio!

Trapiantato qui nel casello

della vaca-mora,

che portava gli operai a Marghera,

Guardiano delle traversine,

dovevi controllare il binario,

le distanze e l’allentarsi dei bulloni.

Sempre in mezzo ai sassi,

al baluginare dell’onda bollente dei meriggi.

Picchiavi con la mazza,

ne leggevi il suono vibrante, avvitavi,

passavi su un carrello spinto con un’asta,

in diagonale nella campagna verde,

salutavi i lavoratori della terra

con voce tonante.

Eri ammirato assai.

Sigaro fumante sempre acceso,

toscano, ovviamente.


Hai nostri contadini ha insegnato

a mangiare i chiodini,

funghi meravigliosi dei loro pioppeti infiniti.

Nessuno aveva insegnato loro a distinguere.

Vedendo che tu mangiavi e riprendevi a fumare,

i braccianti ti invitarono alla mensa

sotto la pergola e, dopo di te, li provarono.

Andò bene.

 

“Vi meravigliate, posteri?”

Non fatelo.

Ecco spiegato da quanto lontano

questa nostra gente minuta è partita

 e quanta strada ha dovuto percorrere per arrivare qui.

Ragazzi delle  scuole andate nei nostri cimiteri

e fatevi spiegare dalle maestre perché siete là.

Emilio è ancora tra noi,

lo trovate a Sambruson

sul muretto di tramontana.

Altri, di questi maestosi piccoli giganti

sono lì nel quadrato.

Ascoltateli.

 

27) DONNA DI CUORI

 

I campi di sorgo maturo

erano impenetrabili in agosto,

per le polveri urticanti e la mancanza di respiro.

Là si davano appuntamento,

perché solo i giovani coraggiosi osavano.

Là Lisetta riceveva.

Da ragazza aveva amato un ragazzo del sud.

Ma i suoi dissero di no.

Senza sapere perché:

era l’usanza polentona.

Soffrì da impazzire, poi fece soffrire gli altri.

 

Accettò tutti, ma con discrezione.

Si sapesse, ma non si vedesse.

Ecco salva la reputazione,

ecco l’ipocrisia nostra contadina.

Il buon nome era salvo.

Aspettava i ragazzotti 

in un giaciglio di erba medica,

invisibile ai lavoranti,

forte da far tremare i suoi coetanei,

che uscivano stravolti a tuffarsi nel Brentone.

Se ne vantavano e tornavano.

Eppure nessuno dei padri disse niente.

Lo si capì in seguito.

I bravi contadini, religiosi e pii,

avevano fatto altrettanto

nei loro giorni lieti, prima di chinare il capo

per tutta la vita

sui solchi di caranto.

 

Finì sposa felice e fedele

di un metalmeccanico
in un vicolo operaio.

Ora riposa in pace in un cimitero

che vede le ciminiere alle foci del naviglio.

I suoi sono sempre qui.

 I vecchi la ricordano ancora.
Se avessero i baffi come i loro padri

li arriccerebbero.

 

28) AVARO

 

Dove dormo nessuno lo sa,

non lo so neppure io,

certamente nella brumosa campagna brentana,

assolata da bruciare d’agosto

con larghe crepe  nella terra impietrita.

 

Fu in un’estate così che successe.

Da ragazzo ero stato poverissimo,

ero uno di numerosa famiglia,

uscii per fare da solo.

 Ero partito con un campo padovano.

Poi ne acquistai un altro, poi un altro.

Mi ero fissato un traguardo:

raggiungere 15 campi ed essere benestante.

Mi sposai con la  Celestina,

 non ebbi figli, lavorai come un forsennato

e a ottantadue anni raggiunsi il traguardo.

Non conoscevo più nessuno,

nessuno si ricordava più di me

Il giorno in cui tornai con il rogito del notaio di Dolo,

che mi assegnava la vittoria del quindicesimo campo,

mi fermai di scatto,

 salii sullo sgabello della mungitura, lo rovesciai,

e più mon fiatai.

 

Rimasi appeso al soffitto con la corda nuova

per un giorno intero.

Nessuno veniva più a casa mia.

Avevo scoperto, fulmine a ciel sereno,

 che la mia vita era stata tutta inutile.

A che era  servita la mia vita?

A scavare come un pazzo nicchie ai semi di mais,

a estirpare gramigna?

Aveva vinto lei, da tempo me ne ero accorto.

Di me non è rimasto nulla.

Hanno disperso le mie ossa che nessuno reclamava

Dormo da qualche parte,

ma non so dove nella gronda lagunare

della Brenta secca.

Come farò a ricompormi il giorno del giudizio?

 

29) RAGIONIERA

 

Bella come il sole e fortunata.

Diplomata e già lavoravi in banca.

Avevi una vita e tanti sogni davanti.

 

“Vai piano” diceva tua madre,

aprendo il cancello di ferro

alla tua cinquecento nuova.

Comperata a rate, ma sicura nel pagamento.

Anche quella mattina ti disse la stessa cosa.

Facesti un chilometro, eri in ritardo

Nel sorpasso di un carro di fieno,

sei rimasta infranta sulla fronte di un camion,

trasportava misera ghiaia

.

Tuo padre e tua madre più non sono usciti,

Si vedevano solo rasentare l’ombra delle case

e venire a deporre rose sul tuo giaciglio,

dove dormi sola.

 

Perché? Perché? Perché?

E questa  la domanda sconsolata

di tuo padre Ubaldo.

 

Chi voleva consolarlo,

più parlar non poteva.

 

30) MATER DOLOROSA

 

Pronipoti miei, vi racconto

come giunsi nel casone di canne

in mezzo alla risaia di Prozzolo

in una giornata di primavera.

Ero felice, giovanissima, mi ero risposata.

Avevo sposato un uomo gentile,

ma con quattro figli,

uno lo portavo in dote.

Ne avemmo altri sei in quella sterminata piana,

per noi era immensa,

anche se non lo era,

perché immenso era il vuoto di lavoro

intorno a noi.

 

Che altro potevamo fare

per riscaldarci e consolarci

sui duri pajoni di cartocci,

se non fare figli?

La laguna e i fossati pescosi

ci fornirono da mangiare

quando non c’era pane né polenta.

 Perfino il padrone del casone

andava via sconsolato

e senza niente quando veniva per l’affitto.

 

Mangiavamo a giornata,

i ragazzi dormivano in mucchio sotto il tetto,

gocciolava ogni volta che pioveva.

Poi, grazie al cielo, uno alla volta

ebbero un lavoro,

si sposarono lasciando spazio.

 

Rimasi vedova di nuovo,

ma non mi disperai, come potevo?

Guido, il più vecchio, mi aiutò,

lavorò una vita per una scodella di farina

Aldo soffrì prigioniero in Germania,
Lina e Tina andarono, per disperazione,

 servette a Roma,

 erano poco più che bambine.

Pasquale cantava nel coro della chiesa,

perché era uno svago,

Germano fu un  bravo fabbro,

 Dino si ingegnò in molte cose,

Bepi perse un occhio in guerra,

Nino era l’intruso, mai per me, sua madre,

Aronne era il più giovane, riuscirà a farsi una bella casa,

Maria  è l’ultima, ancora in via.

 

Siamo tutti qui,

nei cimiteri di campagna,

ognuno dorme il suo sonno,

non ci importa più di niente.

 

I figli dei figli

sono bravi e affermati,

sono diplomati, laureati, artigiani,

nessuno lavora la terra,

si fanno ascoltare nelle assemblee.

 

31) FABBRO FERRAIO

 

Fausto ti chiamavi,

buon auspicio.

 

Ma fu duro il tuo mestiere

di fabbro, domatore di acciai,

costruttore di vomeri.

I migliori.

Tutti venivano da te.

Passa qualcuno da te, ora?

Non ne vedo, son morti tutti i contadini.

 

Di chi vuoi sapere?

Storari, Cuchi, Pastoreti, Magnamai?

Brava gente, grandi lavoratori, grandi intenditori.

Sorridono fissi un po’ qua un po’ là,

umidità permettendo.

 

Tutti i santi hanno un premio.

Tu una officina celeste da tenere in ordine

ce l’hai di sicuro.

 

Il Padre che è  nei cieli

non lascia certo a sbando gente brava,

dà loro un premio secondo i meriti.

Lascia che l’anima sia felice

permettendole di restare

quello che è sempre stata.

Uno non è lì per caso.

 

Ti avrà dato un vomere celeste da sistemare

ne sono certo,

dei gioghi da incurvare

delle falci da affilare sull’incudine,

per i prati celesti

che noi neppure immaginiamo.

Lampeggiano frastuoni in cielo,

sei tu per caso, con i tuoi martelli?

 

Che altro può fare in paradiso

uno che non ha conosciuto altro che la sua incudine?

 

Quel che hai fatto

l’hai sempre fatto bene.

Dormi in pace, senza rumori.

 

32) AMBULANTE

 

Mi informerò.

Mi è venuta voglia di vederti, Gusto.

Dove sei? A Camponogara?

Per questione di tre metri di confine, dovrebbe essere così.

 

Mi ricordi la mia infanzia in una stradina polverosa

che si snodava tra i campi,

qui colline non ci sono mai state.

Faticava a  farsi strada,

eppure era sempre la stessa strada.

Tra fanghi infernali e ghiacci invernali,

noi facevamo vacanza, oltre le vacanze.

Non si passava.

 

Ma tu passavi.

Venivi con il tuo piccolo cavallo,

e un tentennante carretto

pieno di cassetti con cianfrusaglie,

pezze e bottoni, ciondoli e tovaglioli da ricamare.

Si fermava da solo a ogni ponticello,

testa bassa, orecchie chine,

come te.

 

Le contadine venivano

per chiederti spagnoletti, aghi, pezze da unire

per fare grembiulini

per noi bimbetti.

Vuoi che non mi ricordi di te?

Che ci portavi caramelle

assai piccole,  in verità, ma attese.

Eri una sagra, ti vedevamo venire da lontano,

ti aspettavamo in strada festanti.

Che paura che tirassi dritto!

Non passavi dappertutto, e quindi noi ci vantavamo

di avere una bottega in casa.

Dove sei ora, amico Sanco,

mancino di mano, ma serioso in volto,

anche di troppo.

 

Vorrei vedere se sei pacificato,

vorrei vederti sorridere una volta sola,

non l’hai mai fatto prima,

mi basta leggere una foto

 per capire se sei cambiato.

Le foto abbrutiscono al sole,

ma anche no, migliorano,

se chi è di là

ha trovato la pace sempre cercata

e mai incontrata.

 

33) LA FORNAIA

 

Non è possibile che tu sia rincantucciata

in qualche sottoscala celeste.

Ti ho voluto bene prima di conoscerti,

nonna del pane al Ponte.

Ti è stato assegnato senz’altro un posto luminoso.

 

Salivo dalla mia stradina e il vento girava,

veniva il profumo del tuo pane.

Niente! Per andare a scuola si doveva scendere per via Villa,

poi il vento girava ancora,

forse le case, forse gli alberi, forse perché tanto! era inutile.

 Subentrava  furtivo l’odore di gesso e d’inchiostro

della scolastica Gigia.

 

La fame passava.

Non  era fame fame per la gente dei campi,

brodi di verze e latte a volontà a tutte le ore,

ma una fette di pane odoroso,

fragrante, da farti piangere di voglia

non c’era mai.

 

Poi mi mandarono al tuo forno.

I campi erano stati spartiti.

Ci fu altro tipo di fame.

Delle piccole agevolezze,

agognate e mai conosciute.

 

Ti conobbi, bianca, infarinata,
per trenta, quaranta, cinquanta anni? Quanti?

Hai passato i tuoi giorni dicendo-sentendo

mezzo-chilo-tre-etti-quattro-ciope,

già finite le mantovane?

 

Quando ti vidi restai incantato.

Finalmente! Ti vidi già vecchia,

 spero tu non ti offenda!
O era proprio la farina impalpabile che già ti santificava?

 

Se si farà un giorno l’elenco dei personaggi da storia,

non si parlerà solo dei Cimbri e dei Teutoni,

 gli eruditi cresciuti qui racconteranno

la storia dei piccoli personaggi,

dei testimoni

 che qui hanno fatto la storia, a loro insaputa.

Tanti tasselli con piccole luci

faranno brillare

un paesaggio minore, sincero, autentico,

che sa di pane.

 

34) PATRIOTA

 

Il tuo nome era Antonino.

Da subito ti riconoscemmo come gigante.

Non eri bravo a parlare in lingua,

ti esprimevi chiaramente con timbro friulano,

con gesti loquaci, con un sorriso forte e sicuro,

con toni aspri, convinti.

Trascinatore!

Ti saluto, maestro.

Ho qui davanti a me la tua epigrafe.

Te ne sei andato molto giovane

e subito non ci credemmo.

Si era mai visto un vulcano spegnersi all’istante?

Un partigiano osovano schiantarsi sul palco,

mentre a Roma parla, chiede ai ministri

un aiuto per far crescere l’ospedale di Dolo?

Presidente, valoroso e forte, fosti rapito a tutti.

Venivi spesso tra noi in paese,

perché avevi scoperto i giovani migliori.

Quaranta corone di fiori al tuo tremendo funerale!

Lo vollero così i potenti, le istituzioni.

Poi sparirono.

Con Ulisse e Paolo e altri di quei ragazzi, in corteo,

anonimi tra la folla, piangemmo per te,

tenendoci per mano.

 

Riposi  oltre Tagliamento,

 ma il tuo cuore è ancora in noi.

L’ospedale ora è stato spostato,

la sala delle conferenze sarà adibita ad altro.

Sarà staccata, la lapide! Oh, sarà così, vedrai.

Lo so che a te non importa. Ma ai posteri sì.

Soltanto, chi sono i posteri, ora?

Siamo pochi, sai. Dispersi.

Sai, caro Nino, cosa successe a Gina,

dopo il tuo funerale?

Fu fatta una colletta tra gli amici per le spese.

Sei morto povero.

 

Un lunedì di Pasqua la vidi, tua moglie,

dietro un chiosco di frutta.

Cercava, sgranocchiava una mela:

era il suo pranzo.

Ahi! Un altro grande presidente,

eppure tuo avversario politico,

alzò la testa e urlò di sconforto. Ed era balbuziente.

Gina andò a stirare in lavanderia.

Ebbero un pane per sempre, lei e tua figlia.

 

Grazie, Nino, per averci portati a conoscere Porzus.

 

35) SCHERZEVOLE

 

“Cos’ha questa bicicletta?”

“Ha preso una brocca.”

“E non sei capace di usare il mastice?”

Rimproverava, rideva, metteva soprannomi

a tutti i ragazzi della piazza.

Ora sono pensionati,

ma sono stati professori, pediatri, ragionieri, 

sfaccendati di classe in politica.

 

Eri bisunto di grasso.

Tua moglie era la più bella maestra del paese.

Fu la mia in quarta elementare.

Ci faceva rigare dritti.

 

Venivo a riparare la ruota davanti impegnata nei fanghi

della mia stradina.

Speravo che le parlassi bene.

Ci lasciavamo maltrattare.

“Dirai una parola buona alla maestra Stella?”

Questo volevo chiederti.

Non lo feci mai, tanto sarebbe stato lo stesso.

 

Come hai fatto a incontrare una donna bella e intelligente,

tu sporco e ironico,  

allegro sempre?

nessuno lo capì mai.

Eppure ora lo capisco:

bello dentro come te

non ce ne’erano, pur sorridenti.

 

Il tuo successore,

Piero meccanico, altra pasta.

 

36) MECCANICO

 

Personaggi piccoli e maestosi.

Nessun giornale parlò mai di voi.

Nessuna autorità venne mai a farvi visita.

 

Ostile a tutti:

perché tutti ti prendevano in giro.

 

Perché Piero?

“Paese di bigotti e falsi, cosa credete?”

E noi giù a ridere.

“Io non credo, va bene?”

Eri diverso da Emo, meccanico tuo  precedente.

“Io non bestemmio, va bene?”

 

Eri perfetto nel tuo lavoro.

Eri onesto nel chiedere il pagamento.

 

Tu, ignorante di cultura, vuoto di testa,

un giorno provasti a spiegare

a studenti, come me,

che gli americani sbagliavano in Viet Nam.

E noi, giù a ridere.

“Ma  cosa vuoi sapere tu,

meccanico?”

 

C’era gente che sentiva, che intuiva

a cuore, le cose com’erano.

Non sopportavano i torti,

sfacciati,

i luoghi comuni.

 

Dove sei sepolto, Piero?

Vorrei trovarti, e portare i miei compagni di studi

per dirti che avevi ragione.

 

“Lascia stare, non mi interessa.”

 

Meccanico, dopo di te,

esperto in mastici,

non c’è stato più nessuno.

 

37) PESCIVENDOLO

 

Vedo che guardi ancora con ghigno,

anche se uno gira l’angolo, tu lo segui.

 

Ti chiamavano Rosso, perché

lo eri, totale:

capelli, volto, lentiggini, muscoli.

 

Passavi di casa in casa con la tua cassetta,

sul portabagagli.

“Pesceeee!”

 

Le donne, timide, uscivano.

“Cosa avete, oggi?”

“Quello che volete.”

Tu snocciolavi, sardee, schie, sgranfi, anguee,

passsarini,  allora cosa? quanto?

 

Eri spiccio, facile di maleparole.

Presi il tifo da te!

“Cosa?”mi chiedi. “Perché?”

Te lo dico: cape!

Scadute.

Puzzavano.

“E perché le hai mangiate?”

Anche adesso volete avere ragione,

bigotti della malora?

 

Ricordo un pomeriggio, di domenica,

sagra di S.Valentino, freddo,
eri ubriaco fradicio.

Riuscisti a sollevare con i denti

un sasso incatramato sull’asfalto.

Dopo lunga dolorosa fatica.

Davanti alla sala del cinema.

Ragazzi ti guardavamo sbigottiti.

Gli adulti dietro, con disprezzo.

“Che fate, guardate lo spettacolo?”

Non ti facevi intimidire da nessuno

Eri riuscito, una volta sola,

ad avere l’attenzione totale del paese.   

 

Sei stato un ribelle.

A modo tuo,

in un mare di conformismo.

Per questo ti ricordo.

Gente ha provato piacere

a tenerti lontano.

Di questo noi pagheremo.

 

38) ZINGARO

 

Ci fu un tempo i cui

noi universitari eravamo gagliardi,

unica cosa bella di un paese

dove i migliori avevano la quinta.

 

Le nostre imprese goliardiche furono famose

Inventammo un rimborso record:

con tanto di carta intestata e timbri.

“Per danni di guerra” a causa di carotaggi

nelle campagne da parte degli alleati.

Perché? Si era cercato il petrolio.

Tutti i notabili, i proprietari

furono convocati a Venezia,

in prefettura.

Nessuno mancò.

Parroco compreso.

Beffa totale, clamorosa, impensabile.

Già, era un primo d’aprile.

Belli eravamo, con Toni, Piero, Virgilio…

 

Ero tra questi ragazzi,

Gli altri si laurearono, si sistemarono, esercitarono.

Qualcuno è pensionato, qualcuno è accanto a me, ora.

Discorriamo ogni tanto,

ma non è come allora.

 

Ti capisco, Marcello, bighellone e scartato

Fosti un ribelle, un tipo originale,

hai saputo ergerti, da solo.

 

I tuoi amici poi furono altri,

don Bruno Nicolini, Mirella Karpati:

seguivano, istruivano, aiutavano i nomadi.

 

“Sì! Andavo a visitare le carovane e le tende,

fui loro amico , volevo conoscere, capire.”

Zingaro, mi chiamarono.

Nella mia totale indifferenza.

Anche per mia insistenza

fu costruita una scuola per nomadi

a Casello dodici.

C’è ancora? Fatemi sapere.”

 

Tranquillo, vorrei dirti.

Continua, sarai ricordato per questo,

nessuno dei tuoi compagni

ha lasciato traccia così larga.

E pensare

che per svago vendevi cachi.

 

39) ENIO

 

Fratello,

che fai oggi di giovedì?

Una volta lavavi la macchina.
Avevi l’orario ridotto,

poi perdesti anche quello,

poi il lavoro tutto.

 

Guardavi da dietro i vetri come ora,

sguardo fisso

inghiottito dal male d’ansia

non sapevi che fare.

Cadesti a terra come masso.

E fu per sempre.

 

Ti guardai,

non ci credevo,

mi guardavi come sempre,

ma eri spazi infiniti oltre.

 

Vorrei dirti

che è stato bello essere fratelli con te.

E’ stato un peccato separarsi così presto.

Oh, quante cose facemmo insieme,

con i tanti cugini!

lungo i trami e le rive.

Sapessi che silenzio

c’è adesso in tutta la stradina.
I pioppi ombrosi con i funghi?

e le raganelle al sole?

Non ci sono più, né i platani

che ci nascondevano nei giochi.

Neppure un ohe! senti.

Solo telefono, fax, e-mail.

 

Vorrei tanto vederti

per sapere se ti ricordi

di quando lottavano con le gocce dal tetto

sul letto steso in un granaio.

 

Non era così brutto sai.

C’erano canti, richiami e rincorse

lungo la nostra stradina fangosa.

Ora è bella, solitaria e muta.

 

Non è giusto avere fratelli e sorelle,

no! non è giusto

vederli andare via per primi.

Ed erano arrivati ultimi.

 

40) GIGI

 

Ho rivisto Gigi,

carissimo amico

di quelli da gomito a gomito

in chiesa, a tavola, in ospedale,

alla sagra di S.Rocco.

Avevi l’angolo della bocca

già messo in piega per darci

il motto, il vezzo, lo sberleffo

che c i aspettavamo.
Donavi sorrisi leggeri a tutti.

 

“Come va , lì da te?”

“Sai com’è!”

A un certo punto nella vita

la giovinezza di restringe

l’allegria pure.

 

Ahi! Come ci si dimentica degli amici,

che delitto è questo!

 

Passavo per vedere volti e scritte notevoli,

parte vecchia,  cadente, morti antichi,

grandi baffi, cappello in testa,

l’unica foto di matrimonio è anche di sepoltura.

 

E chi mi ritrovo in un angolo buio?

Nel quadrato di Dolo?

Vedo te, e mi sorridi, amico.
Lo fai davvero per me?

Ne saresti capace.

Vedo il tuo mezzo sorriso, Gigi,

il resto lo intuisco.

L’acqua ha trovato una fessura, ahimé!

Bisogna che venga a salutarti ancora,

prima che la muffa l’abbia vinta.

 

Sono contento di averti ritrovato.
Non mi scappare, lascia l’indirizzo sulla porta,

dove sei,

chissà che confusione!

Il giorno in cui passerò dalle tue parti,

 vorrei tanto incontrarti subito,

di certo sei in segreteria,

eh, San Pietro se ne intende!

ti avrà dato un posto per far sentire

 a chi viene che è bene accolto,

che è arrivato alla casa.

 

41) SIAMO TUTTI CARI

 

I tuoi cari!

Sempre insieme!

Non ti dimenticheremo!

 

Sono passato a visitare zie antiche carissime

nonni dal ricordo immenso,

affranti tra ghiaie sotto il sole

che annienta fiori e ghirlande

all’istante.

 

Solito sguardo,

solite parole

inermi, grigie, assurde.

La copiatura di fretta

che tutto livella,

ti fa sentire fotocopia di chi ti riposa a fianco.

 

Stiamo zitti, per favore.

L’opinione non è dei vivi,

ma dell’impresario

che ti toglie dagli impacci

in un doloroso momento

in cui sei solo, confuso.

 

Ecco, gli affetti cari

non salgono dai cuori,

ma dagli stampi, dai prontuari, dai necrologi già stilati.

Preferite questo o quello, oppure…

Si cerca  quello in rima, quello in bella grafia

o anacronistico purché …

E chi se ne accorge mai il giorno dopo?

 

Leggendo i necrologi scopri subito,

dal linguaggio fotocopia

non le gesta del defunto

ma la qualità dell’impresa funebre

che ha condotto nel quadrato

il caro estinto.

Infine

è  questa l’ultima parola vera:

è un viaggio caro,

caro.

 

Non farci caso, non si ripeterà.

 

42) PRESIDENTE

 

Vorrei chiamarti presidente

ma non so di cosa.

Ovunque andavi presiedevi.
Per sessanta degli ottanta e più.

Nella tua vita hai sentito solo questo appellativo:

buongiorno, presidente

buonasera presidente

come sta presidente

complimenti presidente.

 

Di cosa? Dove?

In cantina, nel consorzio agrario,

 del mais, nei macelli sociali

nei consessi fondiari o dei bieticoltori

nelle banche agrarie

nel club dei possidenti

nel collegio dei signori delle ville venete…

 

L’unica volta che dicesti… mi dimetto…

Zac! Sì, presidente!

Unanime fu il coro e l’applauso

L’ipocrisia verde è la migliore.

 

Da quel momento dovesti salutare per primo

E non tutti rispondevano.

 

Chi è? Non ti conoscevano più,

non  servivi più.

Poi ci fu il cordoglio,

assai mesto in verità.

 

Non  sei uno che s’arrende

Certo! Stai pensando di consorziare i serafini

di presiedere l’ala destra dei cherubini

di aggregare i presidenti pensionati.

 

Beh! un posto in consiglio,

con presidenza su arzilli di confine

tutto sommato ancor l’avrai.

 

Attento! T’avverto!

Presto avrai un concorrente

assai spregiudicato, ssst! frode fiscale.

 

Prima che gli dicano chi sei?

si presenterà:

i santi li ho fatti tutti io!

E poi, quel che dicono

non è vero, mi consenta che le spiego.

 

43) SEGRETARIO

 

Signor segretario generale

dell’ospedale generale provinciale

dagli occhi sbarrati perenni,

sei sempre lo stesso.

 

Allora sembravi attento,

silenzioso com’eri.

 

E invece non ci vedevi, scrutavi.

 

Eri sempre in attesa di capire

che cosa volesse il medico attonito,

venuto per un chiarimento,

che non c’era ,

perché il colloquio non iniziava neppure.

Invece eri tu che non ispiravi per niente.

 

Non osava parlare,

pensava che fossi disperso in studi di bilanci

eri solo in attesa di mettere a fuoco

la visione, e il problema.

 

Ti vedeva assonnato.

Era difficile vederti sorridere prima,

 figuriamoci ora.

 

Per scienza e cultura,

esperto di codici, codicilli e protocolli,

 non di rapporti umani.

 

Eppure nel chiuso tabernacolo

del tuo ufficio

avresti potuto essere un grande.

Senza quegli occhi sbarrati

che incutevano un timore inesistente,

 una lontananza esistenziale

scostante.

 

Peccato che grandi menti

abbiano cuori tiepidi.

 

Forse non era solo questione di lenti.

 

44) MARIROSA

 

Donna gentile, madre rumorosa,

ora pro nobis.

 

Sorriso contagioso, rapita in giorni  rapidi, contati.

A casa hai lasciato tutti esterrefatti.

Anche noi tuoi amici.

 

Sorridente, serena.

Così appari nel tuo santino.

Lo sai che le tue rose hanno un rosa triste,

in questo maggio tenero di olezzi

e di gradite fragranze?

 

S’allungano sui gambi le calle

ma non ti vedono,

non sentono il tuo passo, la tua voce;

 eri di famiglia nelle fioriere,

parlavi loro con tenerezza,

ti davano coloratissime risposte.

 

Anche il caminetto è spento.

Stupore per il visitatore!

D’estate era nido per la cova di miti alzavole.

 

I trifogli si ritirano presto,

mancano loro fiato, voce e luce.

 

I fiori sanno ascoltare e rispondono

non con i nostri ritmi e modi,

tu sapevi come, parlavi loro.

 

Parlavano le tue gardenie

e tutte le campanule sgargianti

aggrappate alle reti.

Lungo la strada… buongiorno,  Marirosa!

La gente ti salutava emergente

confusa tra i petali.

 

Le gallinelle, ora, razzolano in silenzio

vicino al canneto.

Cosa è successo?  si chiedono.

 

Quanti sul sagrato hanno detto la stessa cosa,

donna di generosità e di letizia.

 

Ora Rivale è in festa, ma non in fiore,

è più povero il tuo paesello,

tutti siamo più poveri.

quando cadono pilastri di madri portanti.

 

45) LA COMARE

 

Quando parlavi nessuno ti rispondeva,

guardavi altrove,

eri strabica.

 

Eppure hai aiutato a nascere centinaia,

di coloro che ora sono nonni e nonne

Onore a te.

 

Certo che, nascere,

sul momento,

è una sorpresa che non ti aspetti.

A uno devi pur lasciargli

un po’ di tempo per capire

cosa gli è successo.

E’ un fatto grave

essere sradicato dove stavi bene,

a tua insaputa.

 

A Brenta Secca, anni trenta,

si nasceva

per lo più in granai rattoppati,

in spazi strappati ai fienili

con coltrine ricamate ai finestrini,

ricordo in dote per amore.

 

Ti venivano a prelevare

all’ultimo istante,

arrivavi premurosa in calesse,

grassa assai,

eppure saltavi su per le scale,

mettevi le donne al lavoro, al fornello,

acqua e panni bollenti,

mandavi lontano gli uomini brontolando.

Ti obbedivano al volo.

Eri bruttina sai,

tutti ti benedivano.

 

In un modo o nell’altro.

 

Fosti la prima a prendermi in braccio,

eravamo in bassa stagione,

fine novembre,

perché marzo è buono

per mettere a dimora ogni tipo di vita.

Poi, in campagna, i lavori urgono.

 

Passo davanti e ti saluto

al limite del quadrato.

Tu non mi guardi affatto.

 

46) VAI IN SEMINARIO

 

Quante zolle hai spaccato,

quanta gleba hai scavato

quanti vitelli hai allattato,

 quanta verza hai mangiato

quanti insulti hai sopportato.

Che poteva mai fare

un mezzadro padre di futuri mezzadri?

 

A Brenta Secca

i figli dei contadini

nascevano già chinati,

già addestrati al signorsì.

 

“Portiamolo a far vedere”,

disse la donna preoccupata

che il figliolo fosse irrequieto,

impreparato ad affrontare il mondo

in modo a loro adeguato e corrente.

 

Andarono subito dal Bortolazzi.

Lo guardò, lo palpò:

apri la bocca, fai aaaah!

Si tolse gli occhiali.

 

Cos’ha fatto la comare?

Questo non vuole stare storto

Vuole stare sempre dritto.

Ahi, ahi! Vi darà dolori,

cari genitori.

 

Preventivamente,

lo mandarono in seminario.

Era un buon motivo, in campagna,

per mangiare all’ora giusta,

per imparare le orazioni,

senza imprecazioni.

 

 Passasti il resto della tua vita,

sempre chinato

e sempre sia lodato.

 

Sei stato sterrato,

un po’ qua, un po’ là.

 

Così  va la morte,

tutti allo stesso livello:

nessuno è dritto, nessuno è chinato.

Almeno quello.

 

47) PRENOTATI

 

Lino e Lina, si fa per dire,

prenotati prima di finire.

 

Cosa vi dite anzitempo,

dalla foto già smarrita, estinta

anzitempo ai posteri?

Cara,

hai capelli apposta da parrucchiera,

sempre uguali ormai, vai a farti

una messa in piega,

screpolata non stai bene

anche per chi viene e ti vede

così.

La foto? Ricordi?

Alzi la testa, signora

Un po’ a destra, prego, chiuda la bocca.

Sorriso! Fatto.

 

Le faccio la coppa alta o bassa?

Alta!

Vengo meglio, di profilo.

Già!

Ma sei stato ripreso di fronte.

Alta o bassa fa lo stesso.

Lassù  non interessa,

quaggiù nemmeno, ormai.

Sbrigatevi,

perché l’anagrafe,

passati gli anni di concessione

vi sfratta anzitempo

e allora che farete?

Hai già messo la giacca nuova,

a pallini celesti,   

a doppio petto, che più non s’usa.

Non l’indosserai quando sarà.

Già data alla S.Vincenzo.

 

Cambiano i marmi e le cornicette,

cambiano le preghiere e le usanze.

 

Siete già in  scadenza,

prima ancora di entrare in tabernacolo

Che non è eterno,

ma trentennale, non lo sapete?

 

48) CADUTO

 

Morto sul Piave?

silenzio

Morto sul Grappa?

silenzio

Morto sull’Ortigara?

silenzio

In Russia? In Albania?

 

Creatura! Che domande inique

ti faccio.

A che importa a uno che non c’è più

sapere: dove, perché?

Domanda da  superstiti,

strani,

ti battiamo i tamburi il 4 Novembre.

A te non importa, lo so!

 

Foto da morosa,

arsa, slavata, corrosa, ma prima… prima no!

Ti vedevo alla pari, occhi negli occhi,

quando la maestra Neva

ci portava a conoscere

i caduti in guerra,

a dirvi una preghiera,

a scrivere pensierini per voi,

in bella scrittura,

mi raccomando.

Ho la gola secca, fratello paesano,

caduto.

Non hai più parenti,

l’ortica ti rasenta,

nessuno pulisce la tua faccia marmorata;

chissà quante volte lo fece tua madre

quando succhiavi al seno!

Qui ti ha consumato lei di baci,

non sono state le stagioni.

 

La tua immagine s’incatrama

sempre più,

come il ricordo di tanti ragazzi

scomparsi tra nevi mai viste prima,

mai studiate a scuola,

ma che altrimenti mai avrebbero conosciuto.

Capirai!

Oh, infami governanti,

cosa avete fatto per i confini!

Ora che i confini non esistono

neppure per le siepi di contrada?

 

49) A FIANCO

 

Ci fu uno schianto,

bloccarono l’autostrada.

 

La cara scrisse:

stai al mio fianco

sempre, Elio caro.

 

Di lacrime ne sparse a fiumi.

Fu molto chiaro

l’affetto che ti portava,

e di cui aveva bisogno assai.

 

Dieci anni sono lunghi,

capirai.

Ora nel tuo letto stareste scomodi

in tre.

 

Nel tuo funereo alloggio

questi rischi non li corri,

almeno per ora,

nessuno infatti mette mano

oltre la fredda pietra.

 

Ti vedo indifferente.

Penso che neppure t’importi.

Ma quando sceglieste

 il loculo per due urne unite

non pensavi allo sfratto.

 

Datti pace,

uno dei tre darà il passo,

toccherà all’usato.

 

50) SOPRANO

 

Giovan Battista,

delicato cantore del ‘700.

 

Vieni dai tempi arcigni

quando a voi nobili,

con i serenissimi pregadi

Badoer, Grimani, Mocenigo,

tutto era permesso.

Chiese, balaustre, canoniche,

con zecchini sonanti

diritto di scelta del prete

per vile denaro vi erano concesse.

 

Marchigiano, tu no!

Sulle pietre sacre solo i santi,

non i soprani!

Se pur hai visto regge, teatri

e amanti d’alto rango,

dovremmo forse inorgoglirci?

No davvero!

 

Marmoree parole

che nessuno legge,

rintronano,

ma a chi?

Guardi dall’alto

con superbia

i campi che furono dei tuoi pari.

 

C’è gente sciolta dai lacci, ora.

E se li ha, li ha cercati

con sadico piacere.

Qui nessuno ti ricorda.

 

La vanità è un soffio,

dice Qoèlet,

lo dice la Bibbia.

 

Davanti a te,

c’è una muraglia di cinta

 con  le ultime lastre

dell’antico quadrato.

 

Quaggiù ti avremmo conosciuto,

saresti stato più di un soffio,

ti avremmo voluto bene.

 

51) AVISINO

 

Volontario samaritano,

hai donato il tuo sangue a tutti.

 

Occorse a te,

ma avevi dato tutto,

non ne avevi più.

 

“Che problema c’è?”

 

Quante difficoltà

hai fatto superare all’Avis,

con un sorriso,

e con  questo motto.

Su, coraggio! Volevi dire.

Trovavi sempre la via della vittoria.

 

Quanti ti conobbero

ti amano ancora.

Guarda che non è poco,

è difficile che accada.

Tu ci sei riuscito, Francesco.

 

Ora sei in un angolo,

cenere eccelsa,

memoria in tutti coloro

che ti conobbero.

Onore a te,

amico.

 

Impietrita,

una donna ti fissa, fiera di te.

In molti sommessi

passiamo,  chiniamo il capo.

 

Del tuo passaggio

hai lasciato bella traccia.

 

52) CONTADINO

 

Apri gli occhi, contadino!
Son venuto a salutarti,

a pregare per te.

Dio mio, quanti lumi!

Vi siete svegliati in tanti.

 

Vi conosco tutti,

lacrimo per tutti voi,

miei cari.

Non dimentico le mie radici.

E voi, donne misere e derise,

vestite di nero da subito,

costava meno la tela,

già pronte alla vedovanza.

 

Contadino, umiliato e deriso,

spero tu abbia trovato pace,

ricompensa, la carezza divina.

Ora siete nell’eternità.

Con il Padre,

che perdona e rialza.

 

I figli dei figli? Ah non sapete?

Per sgravarsi,

passarono nelle fabbriche.

Allora tutto si rovesciò.

I timidi si fecero arditi.

Vinsero i primi urti,

poi ci fu il riflusso,

come l’onda sulla spiaggia delle Giare,

spiaggia proletaria.

L’onda invade la terra, poi

spaventata per il suo azzardo,

torna nella marea confusa,

vagante, anonima.

Re Lear!

Brutti tempi…

i ciechi  si affidano a un pazzo.

Si credono anch’essi signori,

grati di stare alla sua ombra:

sono chini, non per timore,

ma per ambizione.

Topi di Hamelin!

Non sarete mai liberi.

 

Dormi in pace, almeno tu,

contadino,

ultimo crociato della gleba.

 

53) SUORA

 

“Ma non certo tu!”

 

Ci fu in chirurgia

una suora favolosa

per autorità e pietà.

 

Suor Ester si chiamava.

Nome austero, biblico.

Eppure dolce con il paziente afflitto

che invocava la famiglia,

quando le visite erano ad orario.

 

Passavi di notte con la lanterna,

a  vedere, a consolare

chi era solo con i suoi dolori.

Un po’ d’acqua, una pastiglia, un  sorriso.

 

Scadeva l’ora?

Categorica intimavi: visite, fuori!

Era l’ordine inflessibile,

imposto dall’alto.

 

Uno spavaldo, irsuto si oppose.

Si rizzò e ti offese.

Gridò.

“Ci vorrebbe un uomo per calmarti.”

Silenzio in corsia.

“Ma non certo tu.”

Pronunciasti queste ferme parole

lentamente,

a ciglio asciutto, a braccio teso.

“Quella è la porta.”

Confuso uscì.

 

Non so dove tu sia,

carissima suora,

volto pietoso

raccolto in una cuffietta bianca.

Tutti ti temevano, ti rispettavano.

E non tu sola, grazie, sorelle.

Il professore Loi a te s’inchinava.

 

Se, un giorno, la tua dimora definitiva

fosse tra noi,

sappi che gli ospedalieri di Dolo

passeranno a salutarti

per  una devota prece.

Il buon Dio te la annoterà. 

***************************************************************

INDICE

1.         Cipresso

2.         Bimbo

3.         Geometra

4.         Pro memoria

5.         Mario

6.         Storia di un riscatto

7.         Matto

8.         Signor procuratore

9.         Marinaretto

10.       Sposo rapito

11.       Patriarca

12.       Bracciante

13.       Sindacalista

14.       Vento di sera

15.       Brenta secca

16.       Generosa

17.       Commendatore

18.       Onorevole

19.       Pensionato

20.       Muratore

21.       Bottegaio

22.       Sacerdote

23.       Paraplegica

24.       Calzolaio

25.       Pater et mater

26.       Casellante

27.       Donna di cuori

28.       Avaro

29.       Ragioniera

30.       Mater dolorosa

31.       Fabbro ferraio

32.       Ambulante

33.       La fornaia

34.       Patriota

35.       Scherzevole

36.       Meccanico

37.       Pescivendolo

38.       Zingaro

39.       Fratello

40.       Gigi

41.       Siamo tutti cari

42.       Presidente

43.       Segretario

44.       Marirosa

45.       La comare

46.       Vai in  seminario!

47.       Prepagato

48.       Caduto

49.       A fianco

50.       Soprano

51.       Avisino

52.       Contadino

53.       Suora

_______________________________________________________________

                                    a cura di Luigi Zampieri

Ultimo aggiornamento (Sabato 10 Maggio 2014 11:02)

 

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