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LUIGI TITO

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PERSONE - PERSONE ILLUSTRI

Luigi Tito (1907-1991)

In occasione del centenario della nascita di Luigi Tito il Mart di Rovereto rende omaggio al poeta veneziano

Sono enormi sagome: nudi di donna sformati; stesi, ripiegati. Violenti perché reali. I corpi come i volti, il colore della carne. Il disfacimento della carne. Luigi Tito (1907-1991) è pittore di figura, ne tasta i limiti, la conduce all’estremo, la radicalizza. Istintivo, immediato, fedele al vero. Lo ricorda Roberto Tassi: “Dipinge in silenzio; non fa mostre, non invia a premi, non partecipa alle Biennali, non segue le mode, non pubblica cataloghi; lavora calmo e lento su piccole tavole, studia i toni, decanta i colori, stende le velature, a pennellate brevi, sottili, meditate, sempre frutto di ispirata misura o di lirica vivacità” . Una mostra gli rende omaggio, al Mart di Rovereto, fino al 13 gennaio. Una selezione di sessanta opere tra oli, tempere, disegni.

In costante ed intimo colloquio con i maestri antichi (da Tintoretto a Goya, Rembrandt, Vèlazques), Tito è capace di profonda amicizia con i suoi contemporanei. È in continuo scambio e contagio di idee con Mario De Luigi, Arturo Martini, Carlo Scarpa, il pianista Arturo Benedetti Michelangeli. Accese e inesauribili le discussioni sul “tono” in pittura: “ritornando a casa a notte fonda, discussione a non finire con Mario De Luigi e altri amici sul tono nella pittura. Qualcuno parla di tono locale, il che è molto superficiale” (stralcio dal Diario inedito).

Gigetto (come tutti affettuosamente lo chiamano) vive con la moglie Anny e i quattro figli a Venezia, nella bellissima e labirintica dimora liberty nella Fondamenta vicino a Campo San Barnaba. Il suo studio dalle alte pareti, a piano terra, è quello del padre Ettore, celeberrimo pittore ottocentesco, ora ci lavora suo figlio Eppe, scultore e musicista. Gigetto è pittore di emozione, intriso di entusiasmo e vivo sdegno per ciò che lo circonda. Trasforma l’emozione in pittura, e si vede. I suoi ritratti sono emananti, dipinti a pennellate dense, mai grumose. Il ritratto del volto fatiscente della contessa Avogadro è un monito alla caducità, un memento mori come lo è la vecchia del Giorgione.

Avverte i suoi allievi all’Accademia della pericolosità “del nuovo a tutti i costi” citando spiritosamente un brano di Gauguin da “Noa-Noa”:

“per 50 anni i giardinieri si adoperano a coltivare dalie doppie, poi un bel giorno tornano alle dalie semplici”.

 Non perché rifugga il nuovo, al contrario, è attentissimo a ciò che accade attorno a lui, e ne sente l’indignazione: la incorpora, la raffigura: “dicono che vado controcorrente. Non è vero. Faccio quel che so fare. Non ho mai dipinto un quadro astratto non perché non mi piacciono i quadri astratti (non c’è arte senza astrazione) ma perché seguo la corrente a me congeniale”. Ha una qualità rara per un pittore, la generosità di giudizio nei confronti di chi, come lui, pratica la pittura. Nel 1949, in occasione della mostra di Sironi a Milano, tracima d’entusiasmo: “che pittore! Che uomo! Le sue periferie! Quelle si sono una parola veramente nuova”. Stupisce e si rasserena per certi incontri che approfondiscono le sue riflessioni: “in casa Cini ho conosciuto il San Francesco della pittura moderna: Giorgio Morandi. […] mentre lo ascolto mi convinco sempre più che ognuno di noi viene da lontano, siamo tutti epigoni del ‘tempo di prima’”.

Ha parole di ammirazione per un ritratto di Antonio Mancini “ha un magma pittorico degno di Rembrandt”, così come la: ‘Rotonda di Palmieri’ del nostro Fattori capolavoro che resterà per sempre moderno pur affondando le sue radici addirittura in Giotto”. E a chi, verso la fine della sua vita gli domandava cos’è la pittura, rispondeva in modo schivo, per proteggere il mistero: “non so ancora che cosa rispondere, o piuttosto non voglio. Faccio parlare gli altri”.

 

Il sindaco ricorda Luigi Tito nel centenario della nascita

Il sindaco di Venezia, Massimo Cacciari, ha così ricordato oggi il pittore Luigi Tito, nel centenario della nascita:

«Si compiono oggi cent'anni dalla nascita del pittore Luigi Tito a Venezia, città nella quale sempre visse e operò, e dove è morto, nel 1991. Figlio di Ettore, celebre protagonista della pittura veneziana del primo Novecento, Luigi mosse i primi passi alla scuola paterna, ma presto individuò un proprio originalissimo percorso artistico, che gli valse l'apprezzamento della critica, tanto da esporre, nella seconda metà degli anni Trenta, in tre edizioni della Biennale.

Schivo e introverso, dopo quegli anni Luigi Tito - che aveva attivamente partecipato alla Resistenza - affinò nel silenzio e nella solitudine la sua coerente ricerca, ispirata all'espressionismo, pur rimanendo in fecondo contatto con i vivaci ambienti artistici del dopoguerra veneziano, ma arricchendola soprattutto nel personale confronto con la grande pittura, in primis con Rembrandt.

Docente all'Accademia di Belle Arti, per decenni Luigi Tito non espose a mostre, non partecipò a premi, non pubblicò cataloghi: soltanto settantenne, allestì la sua prima mostra personale, e fu l'occasione di una straordinaria scoperta, una vera e propria rivelazione; soprattutto i Ritratti - acutamente penetranti fino a essere talora impietosi -, ma anche le meditate Nature morte e i Nudi femminili sorpresero tutta la critica italiana, che definì Luigi Tito un "caso" della pittura contemporanea.

Il centenario della nascita viene celebrato con una grande retrospettiva al Mart, con la quale Tito viene restituito alla storia dell'arte, come scrive Pierre Rosenberg.

Venezia non può dimenticare questo suo grande figlio, che la ha amata e onorata, e il cui nome riecheggia nelle attività della Bevilacqua La Masa, che trova sede nella casa che fu di Luigi Tito, con la facciata da lui decorata».

Venezia, 6 dicembre 2007 

Omaggio a Luigi Tito (1907 - 1991)
09/11/07 > 13/01/08 - Rovereto (TN)

“Dicono che vado controcorrente. Non è vero. Con gran fatica ho eliminato in me la mentalità anti. Faccio quello che so fare. Non ho mai dipinto un quadro astratto non perché non mi piacciano i quadri astratti (non c’è arte senza astrazione), ma perché seguo la corrente a me congeniale”
Luigi Tito, 1985

Dal 10 novembre 2007 al 13 gennaio 2008 il Mart, Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto, in occasione del centenario della sua nascita, rende omaggio al pittore veneziano Luigi Tito (1907- 1991).
L’esposizione, a cura di Federica Luser e Margherita de Pilati, con la direzione scientifica di Gabriella Belli, presenta i ritratti, le nature morte e i nudi femminili di questo schivo e introverso maestro, attraverso un’attenta selezione di 60 opere, scelte tra dipinti, tempere e disegni.
I suoi ritratti rivelano una sorprendente capacità espressiva e un’abilità tecnica, ereditata da una conoscenza assoluta dei grandi maestri di fine Ottocento. Lo sguardo è impietoso davanti alla vecchiaia dei volti e all’ipocrisia del potere, come nei ritratti della Contessa Lia Soranzo, di cui realizzò numerose versioni tra il 1980 e il 1990 o nel Vescovo Giallo (1983). Solo di fronte ai figli i toni si fanno più sereni, come nel ritratto Lucia che legge (1966) e nel Ritratto del figlio Pietro Giuseppe, 1973.
La mostra sarà accompagnata da un volume monografico, edito da Temi, che ricostruirà un parte significativa e poco indagata del suo lavoro, mettendo a disposizione del pubblico la conoscenza di un corpus consistente di opere, corredato da una preziosa presentazione di Pierre Rosenberg.
Figlio dell’illustre pittore veneziano di fine Ottocento Ettore Tito, Luigi entrò in contatto fin da subito con il “mestiere dell’arte” ed ebbe l’occasione di portare a termine, ancora giovane, commissioni di grande importanza come il rifacimento della volta affrescata da Tiepolo nella Chiesa degli Scalzi a Venezia.
Nel 1932, una volta concluso il monumentale compito di restauro, Luigi Tito sentì impellente la necessità di allontanarsi dall’influenza paterna e intraprendere il suo personale percorso artistico. Entrò, infatti, in contatto con le avanguardie, tanto da stringere rapporti di profonda amicizia con Emilio Vedova e Arturo Martini, che nella Venezia di quegli anni furono esponenti di spicco del rinnovamento artistico italiano.
Luigi Tito, però, non si allineò mai completamente alle correnti artistiche del momento. Pur rimanendo fedele ai suoi maestri, guardava soprattutto l’opera di Rembrandt e i pittori della tradizione veneta, fu comunque apprezzato dalla critica, tanto da essere presente in tre edizioni della Biennale di Venezia, nel 1935, nel 1938 e nel 1940.
All’annuncio della Seconda Guerra Mondiale Luigi Tito si allontanò dal suo studio per partecipare attivamente alle operazioni di guerra tra le fila partigiane. Alla fine del conflitto, dopo un periodo dedicato alla politica, fu spinto dalla moglie a dedicarsi nuovamente alla sua vera passione, la pittura. Chiamato nel 1962 all’Accademia di Venezia, Luigi Tito per vent’anni affiancò all’attività pittorica l‘insegnamento alla Scuola libera del nudo. Bisognerà però attendere fino agli anni Settanta per vedere esposti pubblicamente i suoi lavori. In questi anni Luigi Tito conservò un atteggiamento riservato e solitario che Roberto Tassi ricorda così: «Dipinge in silenzio; non fa mostre, non invia a premi, non partecipa alle Biennali, non segue le mode, non pubblica cataloghi; lavora calmo e lento su piccole tavole, studia i toni, decanta i colori, stende le velature, a pennellate brevi, sottili, meditate, sempre frutto di ispirata misura o di lirica vivacità».


Villa Tito, a Sambruson,

di costruzione probabilmente settecentesca, fu nello scorso secolo la dimora di campagna dell’artista veneziano Ettore Tito. Pittore accademico vissuto tra 1859 e 1941, molto apprezzato per le sue scene popolari veneziane, i paesaggi e le figure mitologiche, Tito partecipò a numerosissime edizioni della Biennale d’Arte di Venezia e fu nominato nel 1929 Accademico d’Italia.
All’interno della villa si conserva oggi ancora il suo cavalletto da pittore e diverse stanze ancora conservano alcuni elementi decorativi voluti dall’artista stesso.
Lo spirito artistico della casa si continua a respirare: fu pittore il figlio di Ettore, Luigi (1907-1991), ma ne continua la tradizione familiare anche il pronipote Eppe.
Il parco all’inglese che circonda la residenza nasconde una ghiacciaia sotto ad una tipica collinetta ed una cedraia. Curioso è anche l’oratorio diviso in tre sezioni distinte, ed unico nel suo genere.


                                                                              a cura di Luigi Zampieri

 

Ultimo aggiornamento (Mercoledì 07 Maggio 2014 15:00)

 

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