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CHIAMATEMI DANI di A.Zilio, racconto di fantasia ambientato in epoca paleoveneta

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SAMBRUSON DALLE ORIGINI TRA STORIA E LEGGENDA - I PALEOVENETI

Caro Luigino

Invio a Monica questa “finestra” che allego, un racconto immaginato al tempo dei Paleoveneti. Se lo considera idoneo, utile per “umanizzare” le nostre palafitte, lo usi pure. L’ho scritto dieci anni fa. Ho solo adattato “l’incipit” al Premio letterario “La Seriola” di quest’anno. Ciao, Andrea.

Caro Andrea.

Ancora una volta mi servo di frammenti di corrispondenza per attivare la pubblicazione di un tuo scritto. 
Monica ti ringrazia di cuore per l’immaginoso racconto ambientato in epoca paleolitica nei nostri territori veneziani-padovani-ambrosiani. Pensa di utilizzarlo nei laboratori che stanno per iniziare, come lettura o esponendolo o fornendolo in copie ai ragazzi.
Ho letto anch’io il racconto, bello non solo per le sempre presenti motivazioni di tolleranza, accettazione, convivenza ma anche per la visione dell’ambiente, in quei tempi, nel nostro territorio.
I “margini della laguna”, la “radura prospiciente la laguna”, il  “taglio delle alture”,  le  “colline che assorbivano il sole al tramonto”, mi hanno portato a rileggere il Mito di Cleonimo, dove Tito Livio descrive l’ambiente trovato dal duce Spartano arrivando in laguna :

“ esploratori inviati per verificare la situazione del territorio, lo informarono che vi era un sottile cordone litoraneo, poiché oltrepassati gli sbocchi marittimi, vi erano i bacini lagunari e che si potevano vedere, piuttosto vicine, campagne coltivate e, più in fondo, delle alture, i Colli Euganei”.


Se mi permetti, inserisco il tuo racconto, come elemento di leggenda e fantasia, nel sito internet, alla sezione "Sambruson tra storia e leggenda", tra gli articoli sui Paleoveneti.
Ci risentiamo presto, ciao. Luigi.

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CHIAMATEMI  DANI

 di Andrea Zilio

     Era una notte meravigliosa, una di quelle notti che forse esistono soltanto quando si è giovani, questo pensava Dani. Era l’equinozio d’autunno, il cielo era sereno e c’era la luna nuova. Era un po’ di tempo che da un dosso osservava la radura prospiciente la laguna. Era illuminata dai fuochi, suono di flauti sorvolava le cima delle querce, la gente era allegra, ballava e cantava. La caccia al cervo era stata propizia, c’era carne abbondante a cuocere e il succo di uva passava di mano in mano in ciotole di terracotta, i cani uggiolavano ai piedi dei cacciatori attendendo la loro porzione di cibo. Non c’era inimicizia tra le genti dei villaggi della costa. Erano pescatori e cacciatori, a seconda delle stagioni, delle migrazioni e degli insediamenti. E poi gli interessi erano diversi.

Li vide per primo, poi fu circondato. 

     Tutte le pattuglie erano rientrate. I tre esploratori che il giorno precedente l’avevano catturato, ora potevano raccontare come erano stati loro ad essere sorpresi. L’uomo era apparso all’improvviso. Scostava i cespugli lentamente, sapeva di essere in pericolo, eppure avanzava, sciolto e agile nel passo. Il cacciatore barbuto, che raccontava, aveva preso la mira, allungando il braccio armato. Se lo sconosciuto fosse fuggito avrebbe colpito inesorabilmente. Non l’avevano mai visto.

     Lo sconosciuto aveva sorriso e aveva allargato le braccia, per dire che era proprio come lo vedevano, disarmato. Era poco più che un ragazzo, aitante, spavaldo. Aveva un corpo da guerriero abituato alla lotta per la sopravvivenza, ma lo sguardo, l’atteggiamento che mostrava non erano minacciosi, anche se, chiaramente, li stava sfidando.

     I tre l’avevano guardato a lungo guardinghi, perplessi. Il barbuto gli si era avvicinato minaccioso, mimando ancora un attacco per vedere la reazione. Non ci fu reazione. Scoppiarono a ridere. Uno lo punzecchiò con la sua lancia impugnata con destrezza dalla destra mutilata. Il ragazzo non fece una smorfia.

    “Quest’uomo è una donna” disse e sputò per terra.

    “Da dove vieni? Perché cacci nel nostro territorio?”

    Non era vero, non aveva armi. Era una provocazione.

    L’estraneo non disse una parola. Non era a loro che intendeva rivolgersi, evidentemente.

    L’avevano condotto via lungo accidentati sentieri, deviando dalle solite piste, fino al villaggio. 

    Ora i capifamiglia degli Ambrus erano tutti in assemblea, curiosi e minacciosi.

    “Parla”  ordinò Golon.

    A voce alta e chiara disse il suo nome.

     “Chiamatemi Dani.”

    Poi cominciò a raccontare. I linguaggi erano molto simili. I pur rari contatti, gli scambi e gli scontri creavano infatti occasioni per assimilare linguaggi e costumi.

    Aveva camminato per giorni e giorni nella foresta. Lasciate le colline, aveva attraversato acquitrini e boscaglie, guadato torrenti, schivato trappole, prima di giungere vicino all’acqua salata. 

    Già! Non era armato di arco né di lancia, aveva solo un bastone e un fagotto di pelle di montone sulle spalle. Era un vagabondo? Un cantastorie che aveva sentito parlare delle tribù che vivevano ai margini della laguna, di gente che mangiava pesce e carne con il sale? Forse non aveva mai mangiato pesce di acqua salata! Aveva deciso di provare quel sapore? Forse. Erano tante le domande che si poneva il capo. E non tutte così benevoli. L’uomo si era presentato da solo, in maniera originale, arrendendosi, non aveva avuto atteggiamento ostile, e questo era stato davvero sorprendente. Subito, di sua iniziativa, aveva detto il suo nome.

     Golon accigliato lo scrutava anche adesso nella penombra per capire se si celavano dei segreti, delle minacce in quell’uomo capitato nel loro villaggio senza uno scopo chiaro, senza intenzione di offendere, ma evitando abilmente le piste consuete e vigilate. Non mostrava alcun atteggiamento di sottomissione. I contatti fra le tribù sparse oltre la foresta e quelle delle lagune erano saltuari, di tipo commerciale, di baratto, spesso conflittuali. Il diritto era sempre del più forte e i più forti erano sempre in tanti. Dani, già lo chiamavano così, era un debole, non faceva paura, era solo. Nessun uomo saggio si avventurava da solo nella foresta. Forse si era smarrito, aveva sconfinato e, così com’era arrivato, presto sarebbe scomparso. Non gli era stato offerto cibo.

     “Forse è fuori senno.”

     Già pensava di scacciarlo, prima che scoprisse le tattiche di caccia e di difesa del suo villaggio. Nessuno poteva essere di peso in quella comunità, non gli si sarebbe potuto affidare alcun incarico, per diffidenza. Né si poteva perdere tempo a custodirlo. Chi era mai? Solo i bambini potevano essere mantenuti e le donne che allattavano. Gli uomini erano nati per lottare e cacciare o essere cacciati.

     Golon era il capo del villaggio degli Ambrus, un piccolo popolo di un centinaio di famiglie legate da vincoli di sangue e da interessi di sopravvivenza. Ogni famiglia era composta da non meno di quattro persone, i bambini erano numerosi, ma pochi diventavano adulti. Il freddo d’inverno era crudele, entrava nelle capanne tra le connessure dei tronchi dove il fango era stato liquefatto dalle piogge e l’alito di gelo ne usciva trascinando vittime, vecchi e bambini mal difesi dalle pelli di capra e di montone.

     “Da dove vieni, che cosa cerchi?” gli chiese a bruciapelo, insoddisfatto delle poche, inutili parole sentite.

     Si era fatto silenzio intorno, i canti erano cessati, i flauti erano stati riposti; le donne scrutavano dall’ombra, alcuni piccoli succhiavano al seno.

     “Chi ti manda?” incalzò Grundano, l’uomo più vecchio del villaggio, consigliere di Golon, guaritore e stregone. Offriva sacrifici agli spiriti degli antenati, era vissuto a lungo, perché nutritosi più di sospetti e di prevenzioni che di rape. Erano tempi in cui non esisteva legge diversa da quella stabilita dal più forte. Perdere un confronto significava perdere la vita, non c’era un secondo posto. Ogni tanto c’erano scontri dolorosi con tribù insediate a occidente, sulle colline, per invasioni in territori di caccia altrui. Stabiliti da loro. Non dagli Ambrus.

      “Credi che basti pronunciare un nome, per giunta inventato al momento per tua stessa ammissione, per salvarti?” Attese una risposta.  “Cosa cerchi? Parla!” ripeté. Seduto a gambe incrociate, arrotolava nervosamente la folta barba bianca. L’assemblea muta e tesa attendeva.

     C’era in quel giovane un atteggiamento di sfida, di arrogante compostezza. O di incoscienza. Un prigioniero che avanza immediatamente pretese, inaudito! Chiamatemi Dani! In apparenza non chiedeva niente, eppure imponeva una regola. Una peluria bionda gli copriva il mento e le guance, ma si vedeva che era già uomo maturo per aver vissuto metà del suo tempo. Quasi nessuno arrivava a cinquanta inverni. Solo Grundano vi era riuscito, perché, per la sua gente, era lo scrigno della conoscenza e della saggezza. Per questo gli erano stati risparmiati i combattimenti.

     Il ragazzo aveva fame, ma non mostrava segni di debolezza. Per due giorni era stato sorvegliato a vista in una capanna. Aveva potuto soltanto bere da uno dei tanti rivoli d’acqua dolce che scendevano in laguna.

     Dal fagotto di pelle che gli era stato restituito, Dani estrasse uno strano aggeggio, uno strumento ad arco formato da un legno domato con la forza, tenuto teso da filamenti sottili, da nerbi di cervo. Li toccò e un suono sconosciuto, melodioso ne uscì cogliendo tutti di sorpresa. I fuochi stavano spegnendosi, le donne spezzavano i tizzoni rimasti che mandavano scintille. Aggiungevano stelle al cielo stellato.

     Cominciò a cantare sottovoce accompagnato dalle vibrazioni intervallate e scattanti delle corde.

 

Com’è buono il cielo con la mia gente,

voglio bene al cielo, che è buono con me!

E’ lontano eppure abbraccia la terra.

Il cielo è mio padre,

la terra è mia madre.

Il cielo è il sole,

il cielo è la terra,

il cielo dà il fuoco,

il cielo dà l’acqua,

il cielo è i miei antenati.

Il cielo è di chiunque

lo guardi con occhi chiari.

 

Madrian fu mio padre,

cadde nella battaglia

dei campi che fumano,

vincitore contro irsuti invasori venuti dal nord,

difese i nostri villaggi sulle colline

e il nostro cielo rimase sopra le nostre teste;

raggiunse  in cielo suo padre Hanakon.

Hanakon, capo di una grande tribù,

 aveva accolto i popoli vinti

nel seno del popolo Euganeo.

E’ questo il nome del mio popolo.

Hanakon cadde trafitto da una freccia amica,

durante la caccia ai cinghiali.

Molti i sacrifici in suo onore,

sangue di tori, coi lamenti delle donne,

bagnarono le are sulle colline,

con quello dell’incauto che l’aveva colpito.

 

Hanakon raggiunse in cielo suo padre,

Bruno, all’età di quarantaquattro inverni.

Bruno era stato un violento, un forte, un eroe.

Aveva condotto le sue tribù,

attraverso gli inospitali monti del nord,

alle colline che si arrossano al tramonto,

vinse le tribù che già vi stavano,

offrì loro la pace; ma non accettarono.

Bruno fu spietato, un eroe per la nostra gente.

Non maledite Bruno, gente delle lagune,

lo sapete, questa è la legge

Madrian fu mio padre,

 figlio di Hanakon;

venne con lui  la concordia,

vinti e vincitori si unirono.

Il cielo è buono con tutti ora, sulle colline.

Marko ci guida, con salda mano:

è mio fratello, Marko.

Il cielo è buono con lui,

perché è valoroso.

Il cielo è di chiunque

lo guardi con occhi chiari.

 

     Golon era turbato, meravigliato. Tutto ciò che aveva udito era sorprendente, inusuale. Per la storia e per il modo di raccontarla. Forte, severa, sicura, sincera. Solo in parte conosceva il popolo che viveva sulle colline che assorbivano il sole al tramonto. Quegli uomini sapevano guardare oltre, erano in grado di alzare la testa e guardare in alto. Fu pervaso da improvvisa calma, da imprevista tranquillità. Soprattutto dal bisogno di conoscere meglio.

     Guardò gli anziani. Grundano abbassò due volte il capo. Aveva inteso quelle parole non solo come risposta alle loro domande, ma anche come messaggio. Anche gli Ambrus avevano una storia gloriosa che si tramandavano. Gli anziani la raccontavano attorno ai fuochi.  Ma la conoscevano solo loro e finiva là.

     “Portate cibo al forestiero.”

     Una ragazzina splendida, lunghi capelli, a piedi nudi, leggera pelle di agnello la ricopriva, sorriso di stelle, portò carne abbrustolita sui sassi arroventati, avvolta in cialde di farina di castagne. La porse delicatamente.

     Aveva fame, ma prima di servirsi le toccò la mano e le sorrise. Lei corrispose.

     “Rare sono le notti luminose come questa, ti fa sentire giovane, con voglia di osare” disse Golon pensoso.

     Dani si fece attento.

     Silenzio intorno. Risacca appena appena. Lontana, oltre le palafitte dei pescatori.

     “Ci può essere amicizia tra gli uomini di queste lagune e gli uomini che vivono su quelle colline?”

     Aguzzò gli occhi. A occidente vedeva un cielo basso, limpido, ricamato dal taglio delle alture.

     Un’intuizione rivoluzionaria gli era insorta, decisa. Come la lama che penetra sicura nella preda.

     Incontrarsi non con l’inganno, ma per trasmettere conoscenze, per scambiare esperienze, per capire.

     Dani intuì tutto e sorrise. Era questo che era venuto a dire.

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                                                                   articolo a cura di Luigi Zampieri

 

 

 

 

 

 

 

 

Ultimo aggiornamento (Giovedì 06 Marzo 2014 17:57)

 

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