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A.V.O. Associazione Volontari Ospedalieri

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IL PERIODO STORICO RECENTE - REALTA' ATTUALI O RECENTI

Caro Luigino…

L’Associazione Volontari Ospedalieri di Dolo è rappresentata anche da molti volontari di Sambruson, ex-dipendenti di tutti i settori. I responsabili sono il dott. Preciso e il dott. Barillaro di Sambruson (abita vicino a Giannino Segato). Barillaro e sua moglie, maestra, sono persone impegnate nella “solidarietà sociale” che dovresti contattare, a mio avviso, per la tua “storia”. Lui, tra l’altro, è espertissimo in  “computer”.
Per darti un saggio del loro “lavoro” ti invio un intervento che ho fatto a un loro convegno provinciale a Caltana, in collaborazione con il “Trovemose”, qualche tempo fa! Mi hanno stimolato, spronato e ho trovato idee e pensieri che nutrivo, ma non lo sapevo di avere. Li ringrazio.
Erano presenti autorità sanitarie e ospedaliere, rappresentanti della Regione, della Provincia, della Associazione.
Se pensi di trovare un angolo per l’AVO nel tuo sito, ti autorizzo, se credi, di utilizzare il mio intervento. E’ uno spicchio di storia del territorio, visto attraverso un filtro che conosco bene, il nostro paese. Il finale mi ha commosso, quando l’ho letto.
Sai chi mi ha offerto la poesia? Mirko Cerato. Incredibile! Quanti piccoli tesori si nascondono nei nostri “tosi” non più giovani. Ho cercato di valorizzarli e di impegnarli. Ciao. Andrea
Caro Andrea

Mi hai preceduto. Era infatti mia intenzione  inserire nella sezione “realtà attuali”  di Sambrusonlastoria anche l’articolo sulla associazione A.V.O., proprio perché ampiamente rappresentata da volontari e dirigenti ambrosiani. Lo spunto che mi dai con il tuo intervento, attualissimo anche se del 2009, è bello e importante e  largamente rappresentativo dello spirito  della associazione. Lo riproduco perciò integralmente e ti ringrazio. Luigi.

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 CONVEGNO dell’A.V.O  di DOLO  3 aprile 2009

  

LA DISABILITA’  NELLA  CIVILTA’  CONTADINA

Rappresento qui oggi il Circolo “Trovemose” di Sambruson di Dolo.

E’ una associazione di persone, non più giovanissime, che hanno fortemente voluto ritrovarsi, riscoprire insieme l’amicizia antica nata nelle stesse contrade, nei giochi d’infanzia, coltivata nella giovinezza, nel lavoro, nell’impegno civico comune.

Abbiamo sentito il bisogno di ricompattarci, di stringerci spontaneamente per ricreare momenti di forza, di collaborazione, di reciproco soccorso.

Siamo Circolo e non Centro Anziani. Non siamo ancora arrivati. Siamo ancora in circolazione, siamo ancora interessati, siamo ancora in movimento.

Mi è stato chiesto di parlare della disabilità nella civiltà contadina, in un territorio che mi è noto.

Con il termine disabilità si intende, normalmente, la diminuzione o la perdita di abilità, di idoneità a determinate funzioni.

Il disabile è una persona che si trova in una condizione di svantaggio nell’ apprendimento e nella esecuzione di funzioni che sono proprie di una determinata età o condizione socio-culturale.

Il termine “civiltà contadina” definisce un tempo ormai passato, vissuto dalle nostre genti dei campi. 

E’ stata fino a pochi anni fa una matrice ben definita della nostra società. Ha rappresentato un complesso di strutture, di comportamenti, di famiglie unite, di parametri sociali, economici, culturali ben identificabili.

Una volta le terre erano unite, non parcellizzate come ora. Erano lavorate in proprietà o in affitto o a mezzadria o con la partecipazione dei braccianti stagionali. Le famiglie erano patriarcali.

I vecchi genitori avevano numerosi figli, che si sposavano in casa, che di fatto formavano nuove famiglie, ma che non si allontanavano, perché non potevano per ragioni economiche. 

Molti granai si trasformavano in camere e molte tettoie in cucine. Furono anni di freddo patito, di privazioni continue, di paura degli sfratti e delle grandinate, di rinunce, di numerosi figli che premevano, esigevano e non capivano il perché dei molti no.

Furono però anche anni di grande calore umano e di solidarietà vissuta in modo autentico, naturale, senza che i contadini sapessero niente di psichiatria o di pedagogia. Era il comune sentire umano e parentale che li ispirava. 

C’erano famiglie con venti e più persone sotto lo stesso tetto, che si aiutavano nella lotta, nella fatica, nella voglia di farcela. Furono comunità in cui si esercitava spontaneamente l’attitudine alla solidarietà, il ruolo di cassa di compensazione delle debolezze e delle incertezze.

Nelle grandi fattorie c’erano i braccianti, i fornitori di braccia, c’era il boaro. Il bovaio.

Di solito era una persona, non sempre di casa, ma accasato, con scarsa iniziativa personale, poco abile a lavori che esigevano spirito di iniziativa, intraprendenza. Lavorava sodo, senza lamentarsi. Non ne aveva il tempo, non ne aveva la forza……i suoi gesti erano ripetitivi, quotidiani. Vedeva che gli riusciva, non protestava, temeva di perdere la sua fatica, ad altre non era idoneo, non era abilitato…

Amava le bestie, aveva un cane per amico, su cui sfogava la sua presunta superiorità, lo addomesticava, lo maltrattava  con ordini continui che l’animale, per ripetitività, portava a termine sempre meglio.

In campagna avere un cane, un gatto, un pulcino, un anatroccolo, un coniglio per amico, per confidente era normale per ogni bambino… non c’erano giocattoli, orsacchiotti, conigli di pelouche… c’erano quelli veri… facevano compagnia nei giochi, nei momenti di attesa di ritorno dai campi della madre, nei momenti delle lunghe malattie infantili in cameroni freddi dove il buio scendeva presto d’inverno … e la compagnia dell’animale preferito serviva da calorifero e da amico. Senza dubbio i piccoli animali in campagna erano compagni di giochi, di crescita, di superamento di attese..… occasioni di scoperta innocente dei primi misteri della vita.

Ricordo la solidarietà di contrada.

Ricordo famiglie della stessa via, entro cui la parentela si allargava, si dilatava. Nel momento del bisogno, dei lavori pesanti stagionali le persone si aggregavano, si aiutavano, si compensavano grazie alle diverse esperienze e abilità lavorative.

 In famiglie così numerose non tutte le persone erano prestanti, c’era sempre qualcuno che, per nascita o per le carenze mediche di allora, era portatore di disabilità fisiche, di turbe mentale.

Allora, una zia colpita da infermità agli arti inferiori aveva in famiglia una sua funzione naturale, una sua importanza. Era questa la terapia migliore. Le veniva assegnato un incarico a suo modo. Le spose avevano lavori pesanti nei campi, numerose gravidanze o figli da accudire.

Queste persone claudicanti custodivano la casa, guardavano il pollaio e l’orto, ricevevano il postino, il prete, il messo comunale, il mendicante… lavoravano la lana, aggiustavano i calzini di tutti.

Avevano un incarico sui generis, l’occasione di essere, come gli altri, indispensabili.

Ricordo una persona affetta da disabilità mentale.

Si muoveva in continuazione. Era un giovanotto forte, mal costruito, camminava storto, entrava al fresco sotto i portici delle altre famiglie, sedeva sulla paglia e aspettava in silenzio. Accettava un bicchiere d’acqua, un tozzo di pane. Non faceva niente di male, rideva sempre senza motivo. Chissà cosa succedeva sotto quella maschera impenetrabile. Le sue mani forti che metteva in avanti facevano paura a chi non lo conosceva, ma se gliele toccavi era contento. Usciva in suoni strani e il viso gli brillava…. e rideva… rideva… Cercava di comunicare a suo modo un bisogno di affetto, di corresponsione di sentimenti che, chissà in che modo! sentiva di poter sollecitare, ottenere, esigere. Era rispettato da tutta la contrada. Se ritardava, se si ostinava a non rientrare la sera, c’era sempre qualcuno che mandava un fischio alla sua famiglia per dirgli dov’era. Esistevano una solidarietà diffusa, un aiuto allargato volontario, spontaneo.

Ai nostri giorni le cose sono cambiate di gran lunga. Chi è invalido di solito o ha una pensione o è accompagnato o è assistito o è ricoverato in apposite strutture.

Certe soluzioni a volte possono apparire sbrigative, ma l’assenza della famiglia patriarcale ha cambiato il modo e il tipo dei rapporti e delle relazioni personali.

Nei nostri Comuni, i servizi alla persona sono diffusi, vengono erogati nel rispetto dei principi di eguaglianza, di imparzialità, di rispetto, di partecipazione, di efficacia ed efficienza, di qualità.

Si sono fatti molti progressi nel settore dell’assistenza domiciliare.

Le fasi acute sono sotto controllo, anche se problemi ce ne saranno sempre.

E’ questa la cornice entro cui desidero rappresentare la civiltà contadina e la disabilità.

Vorrei ora richiamare la vostra attenzione su un tipo di “disabilità” che nessuno degli operatori sanitari, delle assistenti sociali con cui ho scambiato opinioni, per avere tracce, consigli utili da sviluppare nell’incontro odierno, considera tale.

Vediamo tutti che il numero degli anni di vita aumentano, grazie al cielo!… aumentano gli anziani, aumenta il numero di persone che vedono rallentare il pieno possesso delle loro abilità… Eppure costoro non vengono considerati per quello che sono: persone meno abili.

La loro condizione non è chiamata disabilità, ma vecchiaia.

Rapide evoluzioni tecnologiche e terapeutiche. Migliore alimentazione. Minore fatica. Nuovi processi chirurgici e di rianimazione.

Sono tutti fattori che hanno portato a una maggiore sopravvivenza nell’ambito di patologie che, in passato, assale e avverte chi non riesce a mantenere il ritmo, il passo delle persone con cui vive, con cui è sempre vissuto, e si accorge di restare indietro.

La vecchiaia porta quasi inevitabilmente, con la decadenza fisica, anche il venir meno della memoria, della destrezza nei movimenti, nel camminare, nel vedere, nel sentire, nel capire, nel comunicare con prontezza.

Si sostiene che questa non è disabilità?

A chi capita di perdere la vista, un arto, la memoria … l’anagrafe non fa differenza. E’ sempre una persona che soffre. E’ un uomo che rotola all’indietro. Non è l’età  ad abbassare il livello di  dignità delle persone.

Non sono solo ad avvertire queste disarmonie. Leggo e ascolto sempre più spesso qualificati interventi in sintonia con queste nuove tematiche.

E’ vero! Ci sono molti servizi rivolti agli anziani, ai malati, alle persone non più idonee a badare ai più elementari bisogni… Vedo l’auto del comune che porta il pranzo, il medico che passa di frequente, l’assistente sociale che visita, si informa… Tutto ottimo, burocraticamente perfetto. A orario sindacale dell’operatore.

Ma la giornata  è lunga, la notte è lunga. Per molti anziani soli, negli ultimi anni, la camera diventa una gabbia, una bara in cui si è sepolti in anticipo.

La solitudine uccide la voglia di esistere, perché offusca, annebbia, congela, ti rende freddo e ostile con tutto, con tutti…anche con chi ti assiste. Con te stesso.

Con la perdita degli affetti più intimi…appare davanti, improvviso, il buio….  Soprattutto se si avverte che si è di peso… allora trema anche la fede… perché non capisci…

Ecco, arrivo al punto! Associazioni come l’AVO, la vostra associazione, che accoglie e forma persone disponibili, preparate ad assistere chi si trova in debolezza fisica o mentale, sono altamente lodevoli…. Ma più che in ospedale, vorrei dire, dove in qualche modo una assistenza c’è… occorrerebbe che tutti noi pensassimo a chi, alla dipartita del coniuge, resta terribilmente solo, inchiodato. Sente che il mondo che gli sta intorno va avanti, e lui resta indietro. Torna emigrante della vita. La carovana si allontana. La tristezza avanza, la paura lo inghiotte.

Non vedo studi di settore, non vedo organismi sociali, politici, religiosi avvertiti, disposti ad affrontare simili problematiche, che fra pochi anni saranno di enorme, diffusa, inquietante attualità.

Mi auguro che questi convegni servano anche a sollevare, a proporre riflessioni innovative, a spingere operatori etici, sociali, amministrativi ad ampliare il concetto di disabilità racchiuso, a mio avviso, in termini lessicali troppo stretti, anacronistici.

Tutti attraverseremo la palude dei passi lenti.

Pensiamoci prima, perché l’impotenza di agire, di pensare, di contare ti pone in una situazione di enorme disagio. Un uomo non può, non deve veder diluire la sua dignità e la sua integrità, nel momento in cui avverte che diminuiscono la sua capacità di intelligere, la sua prontezza nel muoversi.

Anziani ce ne saranno sempre più. Attualmente il 18,1% degli italiani ha più di 65 anni. Occorre che la società rifletta su questo fenomeno e che predisponga strumenti operativi veloci, forti in grado di far fronte ad evenienze così problematiche, non contemplate perché non comprese dai canoni.

Nella civiltà contadina simili eventi non esistevano: se non si moriva presto, si terminava la propria esistenza in famiglia.

Intanto è molto importante che le persone in declino siano stimolate a tenersi attive, curiose, interessate. E’ decisivo coltivare affetti, relazioni, contatti esterni… non bisogna chiudersi in casa.

Devono essere incoraggiate, sostenute ad agire, per tenere lontano il più possibile il sussidio comunale, la visita della assistente sociale.

Bisogna che ogni persona sia messa in condizione di esercitare la propria responsabilità. Bisogna allontanare il tempo della compassione.

L’aiuto più grande che le autorità politiche possono dare agli anziani, a noi anziani, è l’offerta di spazi idonei alle nostre forze, alle nostre contingenti esigenze culturali, sociali, fisiche.

Sappiamo ancora tutti per il bene comune.

Che cos’è il bene comune?

Prendo lo spunto da Ilvo Diamanti su  Repubblica di qualche settimana fa (13.02.2009).

 

Purtroppo “il Bene, da parecchio tempo, è considerato male. E guardato peggio. Chi lo predica è considerato un idealista. Un cacciatore di nuvole, visto che gli ideali sono vaporosi, mutevoli e viaggiano rapidi. Proprio come le nuvole. Ma soprattutto è ritenuto un debole. Vizio imperdonabile al tempo dei "cattivi", degli intolleranti, degli sceriffi, delle ronde, dei giustizieri.”

 

Ma noi sappiamo che operare per  il bene comune non serve solo al bene comune ….

serve anche al bene(essere) di chi lo persegue, di chi lo pratica. Aiuta a vivere, a tenerci attivi il più possibile… E’ questa una valida ragione per farci carico di chi vive il disagio, la disabilità.

E’ un modo intelligente per diventare volontari… di sè  stessi.

 Voglio concludere raccogliendo a piene mani questi versi del poeta turco Nazim Hikmet e spargerli attorno perché chiunque, se vuole, ne colga il profumo e l’insegnamento. Mi sono stati suggeriti da un amico del Trovemose. Li ha tolti dalla  cornice per offrirmeli.  Mai l’avrei immaginato. E’ un contadino. E’ qui.

 

Ultima lettera al figlio

  

Non vivere su questa terra

come un estraneo

o come un turista della natura.

Vivi in questo mondo

come nella casa di tuo padre:

credi al grano, alla terra, al mare,

ma prima di tutto credi all’uomo.

Ama le nuvole, le macchine, i libri,

ma prima di tutto ama l’uomo.

Senti la tristezza del ramo che secca

dell’astro che si spegne

dell’animale ferito che rantola,

ma prima di tutto

senti la tristezza e il dolore dell’uomo.

Ti diano gioia tutti i beni della terra:

l’ombra e la luce ti diano gioia

le quattro stagioni ti diano gioia

ma, soprattutto, a piene mani

ti dia gioia l’uomo!

 

°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

Andrea Zilio

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Tratto dalla Relazione di Andrea Zilio sul tema “La disabilità nella civiltà contadina” nel Convegno promosso dall’A.V.O. di Dolo a Caltana il 3 aprile 2009.

                                                                                  articolo a cura di Luigi Zampieri

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Ultimo aggiornamento (Venerdì 24 Gennaio 2014 18:13)

 

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