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FOLCLORE LOCALE Ins. Aurora Viglione

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IL PERIODO STORICO RECENTE - LA SCUOLA ELEMENTARE DI SAMBRUSON, TESTIMONIANZE

Una visione di Sambruson di alcuni Insegnanti delle Scuole Elementari degli anni '60, in occasione dell'inaugurazione dei nuovi edifici scolastici.
Tradizioni popolari, proverbi, filastrocche, piatti tipici, festività, leggende del luogo.

Folclore locale

Ins. AURORA VIGLIONE

Col termine folclore, che etimologicamente significa sapere popolare, si in­tende evocare, per porli in risalto, particolari aspetti di quel mondo suggestivo in cui viviamo e di cui spesso non sappiamo cogliere la saggezza e la genuinità, perché l'osserviamo, superficialmente, solo nelle manifestazioni più appari­scenti.

Anche Sambruson, come ogni altro paese, ha il suo folclore: un complesso di leggende, favole, filastrocche, indovinelli, proverbi, usi e costumi, pratiche e feste, credenze e superstizioni, che costituiscono l'anima del popolo: un mondo che, come dice il Pitrè « ... palese e occulto di realtà e immaginazione si muove e si agita, sorride, geme a chi sa accostarvisi e comprenderlo».

Dopo avere insegnato per tre anni in questo piccolo centro, a contatto dei bambini e delle loro famiglie, intrattenendomi spesso con uomini e donne di ogni età e delle più disparate condizioni sociali, partecipando alla vita del paese, alle feste religiose e alle poche altre manifestazioni collettive che vi hanno luo­go, mi è gradito puntualizzare alcuni aspetti e caratteri del folclore locale che, pur non avendo grande ricchezza e rilevabile molteplicità di forme, è pur sem­pre pieno di vitalità ed ha, a mio parere, un vasto interesse umano.

Essendo Sambruson un paese fondamentalmente sano e godendo la popo­lazione, più per merito delle vecchie generazioni, fama di essere devota alla chiesa e fervorosa nelle pratiche religiose, mi piace cominciare proprio dalle festività. I Santi che si venerano particolarmente e si festeggiano con solennità sono: S. Ambrogio, S. Valentino e S. Biagio. Si deve poi ricordare la festa votiva del 4 luglio.

SANT'AMBROGIO - 7 dicembre

S. Ambrogio, che è il santo protettore del paese, si festeggia solennemente il giorno 7 dicembre. Si vuole che il Santo durante un suo viaggio, abbia avuto modo di passare proprio per Sambruson e abbia personalmente dato inizio alla costruzione di una cappella; col tempo questa sarebbe stata ingrandita, ab­bellita e sarebbe diventata l'attuale chiesa. Sopra il campanile, costruito intorno alla metà del 1700 dagli impresari fratelli Berno, anch'essi di Sambruson, e col­laudato nel 1753 dal perito pubblico Paolo Rossi, con grande partecipazione e soddisfazione della popolazione, è posta, su un perno girevole, una statua del Santo, osservando la direzione della quale i vecchi sanno prevedere il buono e il cattivo tempo.

Nel giorno dedicato a S. Ambrogio, la Chiesa è affollatissima e tutta la popolazione, si può dire, dai bimbi ai vecchi, rende omaggio al grande pro­tettore e lo prega perché vigili sempre e aiuti l'intero paese.

Contrariamente a quanto comunemente si crede, ho appreso, conversando con un vecchietto, certo Emilio Menegazzo, nato e vissuto sempre qui, che il nome di Sambruson non deriva, per deformazione dialettale, da Ambrogio, ma da «bruso». Il «bruso», infatti, sarebbe una specie di distilleria, di rudimentale fabbrica di grappa, che esisteva un tempo proprio dove ora c'è la piccola piazza del paese, la quale si chiama ancora «Brusaura». Anzi, il vecchietto col quale ho parlato, molto simpatico, modello per laboriosità e integrità di costumi, si la­mentava con me di questo brutto nome che il paese ha conservato e mi ha con­fidato che da parecchio tempo sta insistendo presso un gruppetto di giovani studenti affinché s'interessino e si rechino dagli organi competenti per far cam­biare nome al paese: cosa che egli ritiene possibilissima e che desidererebbe vedere prima di morire.

SAN VALENTINO - 14 febbraio

Particolare importanza, dal punto di vista folcloristico, assume la festa di S. Valentino che, oltre ad essere festa religiosa, è l'unica sagra vera e propria che si faccia in paese .

La piazza e le vie sono, per tre o quattro giorni, piene di giostre, baracconi vari e bancarelle di giocattoli e dolciumi.

La tranquilla Sambruson si anima allora, specie nel tardo pomeriggio, fino a notte inoltrata: allegre musichette, spari di fucili del tiro a segno, suoni di trombette e vociare di venditori ambulanti si intrecciano nell'aria impregnata di odore di fritture: è, infatti, carnevale e quasi ogni famiglia approfitta per fare le tradizionali frittelle, i galani o le gavette.

In occasione di questa festa, quasi in ogni casa ci sono ospiti: amici, cono­scenti, parenti lontani o figli sposati fuori, tornano, per qualche ora o per qual­che giorno, a rivivere, insieme alle persone care, nell'atmosfera serena della fe­sta che esercita sempre un fascino sugli ospiti, e in un tempo è dagli stessi ani­mata, approfittando anche della temperatura divenuta ormai un po' più mite: un noto proverbio Veneto, diffusissimo anche in questa zona, dice infatti:

Da S. Valentin el  giasso no tien gnanca un pulsin.

La mattina del quattordici febbraio c'è grande affluenza di popolo alle Ss. Messe, che si celebrano con orario festivo, e nel pomeriggio, per le fun­zioni solenni.

Le mamme portano anche i bimbi più piccoli e tutti insieme pregano il San­to perché tenga lontano da loro il brutto male della epilessia, detto anche, in dialetto, «mal de San Valentin».

Si racconta infatti che questo Santo abbia miracolosamente guarito un bim­bo affetto da tale malattia, cedendo alle preghiere accorate e ferventi di una madre: perciò è venerato come protettore degli epilettici.

SAN BIAGIO - 3 febbraio

La festa di S. Biagio è soltanto religiosa e non ha solennità come le altre due, sebbene sia anch'essa molto sentita da tutta la popolazione.

S. Biagio è venerato come protettore contro il mal di gola. Si racconta che uno dei suoi miracoli, mentre era ancora in vita, sia quello di aver salvato un bimbo che stava soffocando per una grossa spina di pesce conficcatagli in gola.

Dopo le funzioni, grandi e piccoli si prostrano davanti all'altare e, a turno con grande devozione, baciano la reliquia del Santo, che viene offerta a ciascuno dalle mani del sacerdote.

Era tradizione ben radicata, che ancora oggi si rispetta presso qualche fa­miglia, recitare al mattino o, a digiuno e trattenendo il respiro, una breve fila­strocca in onore del Santo:

« San Biasio dale nove sorele; nove oto, oto sete, sete sie, sie sinque, sinque quatro, quatro tre, tre do, do una, San Biasio xè sta   sensa gnanca una ».

FESTA VOTIVA DEL 4 LUGLIO (in onore della Madonna)

Significato tutto particolare e profondo, e importanza esclusivamente locale, ha la festa del 4 luglio, in onore della Madonna, per ringraziamento alla Sua materna, miracolosa intercessione in uno dei più tragici e dolorosi momenti della storia del paese.

Nell'estate del 1836 era scoppiato e infieriva a Sambruson il cholera morbus. L'epidemia dilagava paurosamente da una casa all'altra, da una contrada al­l'altra: ogni giorno mieteva vittime su vittime, seminava dolore e disperazione. I più vecchi ricordano di aver sentito raccontare dai loro padri episodi stra­zianti su questo triste periodo. Si dice che dove oggi sorge l'asilo infantile ci fosse una grandissima fossa, dove i corpi dei morti per l'epidemia avevano se­poltura comune, ammassati l'uno sull'altro, senza cassa e senza che fosse possi­bile distinzione alcuna, tanto erano numerose le vittime.

In quei momenti di angoscia gli animi dei cittadini di Sambruson, sempre tanto devoti e pii, si rivolsero, con tutto il fervore di cui erano capaci, a Dio e più ancora alla Madonna; si aggrapparono, quasi, a Lei come all'unica àncora di salvezza e sperarono.

Si racconta che la sera del 4 luglio di quello stesso anno, due umili conta­dini: Pelato, detto Noventan, e Zampieri, detto Paccan, ritornavano dai campi, stanchi dopo il lungo lavoro della giornata; prima di rincasare, per implorare ancora una volta la pietà della Vergine e la Sua intercessione per far cessare il terribile morbo, vollero fare una visita in Chiesa: improvvisamente e mira­colosamente la Madonna apparve loro, dolce e consolatrice e li assicurò che le preghiere calorose di tutti i fedeli erano accolte e finalmente esaudite e che l'epidemia sarebbe subito cessata, e con essa la mortalità. Così fu: da quella stessa sera la situazione migliorò.

Un quadro, che ancora si conserva gelosamente nella sacrestia della chiesa, ricorda questa apparizione miracolosa della Vergine ai due contadini. Esso vie­ne esposto ogni anno il 4 luglio e venerato con vivo senso di gratitudine e di filiale devozione alla Madonna. Anche gli adulti e gli anziani, nonostante il periodo sia di intenso lavoro per la campagna, quel giorno ascoltano la S. Messa e si recano alle funzioni, fedeli al voto degli avi.

I discendenti di uno dei due fortunati contadini (Zampieri) vivono ancor oggi a Sambruson e parlano con orgoglio del loro antenato veggente.

Per quanto riguarda le altre grandi feste religiose: Natale, Pasqua, Ascen­sione, Corpus Domini, Assunzione, Immacolata, ecc. i riti e le tradizioni sono, più o meno, comuni a tutto il Veneto e specialmente alle provincie di Padova e Venezia.

NATALE

II giorno della vigilia di Natale, molte famiglie continuano una bella tra­dizione che, però, va ormai scomparendo: quella, cioè, di far colazione verso le dieci, al mattino, mangiando una buona porzione di «pinsa», un dolce rustico, fatto con melassa, farina di grano e granoturco, uva passa, pinoli, ecc., e poi consumare un unico pasto abbondante verso sera.

Piatto tradizionale della sera della vigilia è quello dei «bigoli in salsa», cioè spaghetti conditi con un sugo speciale, fatto con sardine salate.

Dall'imbrunire fino a mezzanotte, squadre di ragazzi percorrono le strade del paese, cantando «La pastorella»; essi si fermano di casa in casa augurando Buon Natale e ricevono spesso delle buone mance. Molti anni fa erano gli uomi­ni, invece, che cantavano nelle varie contrade un'altra dolce nenia natalizia: «La ciara stela».

Col passare del tempo si trasformano gli usi, cambiano le abitudini e si affievoliscono, fino a scomparire, le più belle e poetiche tradizioni.

PASQUA

Anche per Pasqua, fino a una cinquantina di anni fa, c'era la simpatica usanza, a Sambruson, di fare il «pan santo».

La domenica delle Palme, il parroco predicava in chiesa che durante la settimana santa avrebbe mandato per ogni casa i suoi «fabricieri» (aiutanti di fiducia) a raccogliere la farina.

Tutti coloro che desideravano mangiare, nel giorno di Pasqua, questo pan santo, specialmente gli ammalati, preparavano la farina e la davano ai fabricieri.

Tutta la farina raccolta veniva portata in un forno a Dolo (poiché allora a Sambruson non ce n'erano) e lì veniva fatto il pane che il giorno di Pasqua, dopo la Messa solenne, veniva posto sopra una grande panca, benedetto e poi distribuito, in quantità corrispondente, a coloro che avevano dato la farina.

Altra tradizione, ancor oggi vigente, ma che va scomparendo, è quella di conservare tutte le uova che nascono il venerdì santo e succhiarle, uno cia­scuno, il mattino di Pasqua, a digiuno: si crede che ciò preservi dal mal di schiena.

Sempre nel giorno di Pasqua si usa cuocere le uova sode, tingendole di rosso o di verde, con erbe e sostanze coloranti, e poi giocare a «rugoleto»: farle cioè ro­tolare in una buca scavata il giorno precedente, cercando di colpire con le proprie quelle dell'avversario, fino a ridurle in poltiglia; per ogni uovo che si è costretti a ritirare dal gioco si paga una certa somma, secondo gli accordi presi.

ASCENSIONE

Nel giorno dell'Ascensione, invece, si usa ancora, in qualche casa di conta­dini più abbienti, mangiare la lingua di maiale, «la bondola», insaccata.

Non rispettando questa tradizione, i vecchi temevano di non poter ucci­dere il maiale l'anno successivo, infatti dicevano: «La bondola, se magna el di dell'Asensa, se no perde la semensa ». (1)

PIATTI CARATTERISTICI

Sono i tradizionali piatti veneti comuni, più o meno, alle città e ai paesi di tutta la regione, con qualche piccola variante: «risi e bisi» (riso e piselli);

«paste e fasioi» (pasta e fagioli) e altre minestre di verdura; «polenta e tocio» e «polenta e bacalà»; «risi e uganega»  (riso e salsiccia).

In quanto a dolci, si usa fare: la «fugassa» (focaccia), a Pasqua e le frittelle a carnevale.

Ma ormai, anche qui nessuno si prende più la briga di fare pasticcetti in casa e tutti trovano più comodo e più «chic» comperare ogni cosa bella e pronta.

PROVERBI

Nei proverbi, antichi quanto l'uomo, si può dire, è raccolta in sintesi sempre efficaci e poetiche tutta la saggezza popolare.

Pieni di quel gusto sentenzioso caratteristico dei vecchi, di arguzia, brio, praticità, buon senso, schiettezza, di tradizionale attaccamento ai valori reli­giosi, essi servono a mostrarci il vero volto della gente, quel volto che spesso si nasconde dietro la maschera delle convenzioni.

Il proverbio è una delle forme, anzi la più semplice e simpatica, direi, delle forme, attraverso le quali l'esperienza dei padri, sempre fruttifera, passa in eredità alle nuove generazioni.

Nonostante sembri, purtroppo, che anche i proverbi, come altri aspetti del folclore in genere, vengano considerati appartenenti ad un'epoca ormai passata e superata e siano, quindi in decadenza, io ho ritenuto opportuno e utile rac­coglierne alcuni, tra quelli che mi son sembrati più significativi, originali e di­vertenti, i quali, toccando svariati settori della vita del paese, ne presentano un quadretto riassuntivo e gustoso.

Prima di trascrivere e descrivere, sia riguardo ai proverbi che alle filastroc­che, ninne-nanne, ecc., quanto ho potuto raccogliere dalla viva voce della po­polazione, dalla tradizione orale, in genere, e dai pochi manoscritti conservati in parrocchia, mi pare utile, ai fini di una conoscenza più particolareggiata e verace della zona, precisare che, essendo Sambruson località limitrofa, posta tra Padova, della cui diocesi fa parte, e Venezia, che ne è la provincia, risente degli usi, dei costumi e del dialetto anche, dell'una e dell'altra città, per cui la ricerca in proposito è più difficile e complessa, ma non per questo meno interessante.

Per una esigenza di chiarezza e ordine, ho pensato di dividere la raccolta nei seguenti argomenti: meteorologia; amore, donne, matrimonio; povertà, ricchezza, commercio-guada­gno; malattie, morte; vari.

(1) II «seme» del maiale. 

METEOROLOGIA

Da Nadale un pie de gale, da Pasqueta un'oreta.

(A Natale le giornate si allungano di un piede di gallo, cioè poco, all'Epi­fania un'oretta).

Da Santa Lussia el fredo crussia. (A S. Lucia il freddo cruccia).

Da Sant'Agnese el fredo core su par le siese.

(A S. Agnese il freddo corre sulle siepi, cioè diminuisce).

Da S. Valentin el giasso no tien gnanca un pulsin.

(A S. Valentino il ghiaccio non sostiene più neppure un pulcino).

Da Nadale el zogo, da Pasqua el fogo. (A Natale il gioco, a Pasqua il fuoco).

Da S. Martin se veste el grando e anca el picenin.

(Per S. Martino si veste il grande e anche il piccino).

Se piove el dì dell'Asensa par quaranta dì no semo sensa.

(Se piove il giorno dell'Ascensione, piove per quaranta giorni).

Co' le nuvole core al mare, tote i bo e va' arare.

(Quando le nuvole corrono verso il mare prendi i buoi e vai ad arare).

AMORE - DONNA - MATRIMONIO

Chi fa più de mama, ingana.

(Chi fa più della mamma inganna).

El vin bon va venduo su la so sogia.

(Il vino buono va venduto sulla propria soglia).

Viso belo par bon co' qualunque capelo.

(Un bel viso sta bene con qualunque cappello).

La prima xè regina, la seconda fachina.

(La prima moglie è trattata da regina, la seconda da facchina).

Da novelo tuto xè belo.

(Nei primi anni di matrimonio tutto è bello).

Oro bon no ciapa macia.

(L'oro vero non si macchia).

La dona se no la brusa, la intenze.

(La donna è come un tizzone che, quando non brucia, sporca).

MALATTIE - MORTE

La salute no ghe xè oro che la paga.

(Non c'è oro abbastanza per poter pagare la salute).

El male vien a cari e el va via a onse.

(Il male viene in gran quantità e se ne va molto lentamente).

Male de pele, salute de buele.

(Il male della pelle è salute per l'intestino).

Chi more el mondo lassa e chi vive se la passa.

(Chi muore ha la peggio, mentre chi vive torna a godere).

POVERTÀ - RICCHEZZA - COMMERCIO - GUADAGNO

Chi ghe n'à in cassa porta qualunque strassa.

(Chi ha  indumenti e biancheria in serbo,  non si  vergogna di  adoperare quelli vecchi).

Ago e pesseta mantien la poareta.

(L'ago e la toppa mantengono il povero).

El can de tanti paroni more da fame.

(E' facile che il cane che ha più di un padrone muoia di fame).

Chi vole grasie vaga al Santo.

(Chi vuole delle grazie si rivolga ai santi; ovvero:  chi desidera qualcosa si rivolga a chi gliela può dare).

Chi varda cartelo, no magna vedelo.

(Chi si fida del cartello non mangia vitello, ma viene ingannato).

boca sarà', no ciapa mussati.

(Bocca chiusa non piglia moscerini, cioè:  chi non parla non ottiene).

Chi no varda el schelo, no vale un schelo.

(Chi non tiene conto del soldo non vale un soldo).

Chi impresta perde el manego e anca la sesta. (Chi presta perde manico e cesto: tutto).

VARI

Chi no ghe n'à no ghe ne dopara.

(Chi non ha criterio non ne adopera).

Sangue dal muro no se ne cava.

(Non si può togliere sangue dal muro).

Chi xè de l'arte stima l'opera.

(Chi è del  mestiere  può apprezzare l'operato).

FILASTROCCHE E NINNE-NANNE

Le filastrocche e le ninne-nanne, tramandate di padre in figlio, per tradi­zione orale, e che anch'io ho appreso e raccolto dalla viva voce dei paesani, presentano, naturalmente, termini di senso oscuro, versioni diverse e spesso contraddittorie dello stesso vocabolo. Io le trascrivo come le ho sentite ripetere di bocca in bocca, specialmente dalle persone anziane, dalle nonne e dai nonni, poiché i giovani ormai, non solo non imparano, ma non sopportano più nem­meno di ascoltare le cantilene semplici e senza pretese di un tempo che consi­derano ormai definitivamente superato.

Alcune di queste filastrocche e nenie sono veramente ricche di freschezza, immediatezza e di spunti gentili e delicati, altre invece sono piuttosto insipide e scialbe, ma penso che tutte, possibilmente, meriterebbero di essere riportate qui per parlarci delle usanze, della vita, del cuore della gente di Sambruson, sottraendole così al pericolo di venire, fra qualche tempo, spazzate via com­pletamente dalla ventata di insofferenza per tutto ciò che appartiene al pas­sato, anche per le più dolci consuetudini e tradizioni, che si sta abbattendo sul mondo odierno.

Le prime due ninne-nanne, brevissime, sono ancor oggi molto in uso. Esse si canterellano sottovoce, cullando il bimbo fra le braccia.

Nana bobò,

pepe cacò,

tuti fa la nana

e el putelo mio no.

Tata burata,

i spini par la gala,

i ossi par i cani,

i fasioi par i furlani,

la papa par i putei,

el megio par i osei,

i osei siga cìo

dormi dormi, putelo mio.

Tenendo il bimbo sulle ginocchia e tirandolo avanti e indietro, per le mani, fino a fargli sfiorare la terra con la testa:

burata buratina

 un saco de farina,

un saco de formenton,

 butelo zò par chel balcon.

Tenendo ancora il piccolo sulle ginocchia, ma facendolo, invece, sobbalzare dolcemente:

Tun tun, tun tun musseta,

la mamma xè 'ndà messa,

co' le tetine piene

par darghele ai fantolini,

i fantolini cria:

la marna xè 'ndà via,

la xè 'nda dal caregaro:

el caregaro gera drio fare fogo,

la galina gà fato el vovo,

la lo gà fato picenin.

viva viva San Martin!

San Martin xè 'ndà sui copì,

a sercare vovi rossi:

vovi rossi no ghe gera,

San Martin xè 'ndà par tera,

el se gà roto na gambeta,

el se gà messo un boletin:

viva viva San Martin

  

Filastrocca in onore di San Giuseppe:

San Giuseppe veciarelo,

 cossa gavio su chel sestelo?

— Gò na fassa e un paneselo,

 par infassare Gesù belo,

 Gesù belo, Gesù d'amore,

par infassare nostro Signore.

Nostro Signore no gà dota,

quel'anema devota!

Cari 'sti penini,

che va su par 'sti scalini:

la mamna i gà fati,

el papa i gà creati,

par andare nela ceseta,

tore l'aqua benedeta,

par lavarse le man e el viso,

par andare in Paradiso.

Della seguente filastrocca esistono, in vari punti, versioni discordanti; io la riporto qui attenendomi alla versione più comune:

Doman doman domenega,

xè la festa dela selega:

la selega xè 'ndà in piassa,

a comprare la salata.

I sbiri i la ciapa

e i la mete in preson.

La salta sul leto e la trova un confeto,

el confeto xè duro, la salta sul muro;

el muro xè bianco, la salta sul banco;

el banco xè roto, la salta sul posso;

el posso xè pien de aqua:

povera selegheta, la xè 'ndà soto aqua!

Soto aqua ghe xè Verona,

dove che i canta, dove che i sona,

dove che i pesta erba bona.

Erba bona fa prin pran:

trenta, quaranta, tuto el mondo canta,

canta da galo, risponde da capon,

dove xè la vecia: da drio el balcon;

dove xèlo el balcon: el fogo lo ga brusà,

dove xèlo el fogo: la aqua lo gà stuà;

dove xè la aqua: el bo la gà bevua;

dove xèlo el bo: el xè corso sule montagne;

dove xè le montagne: la neve le gà coverte;

dove xè la la neve: el sole la gà desfà;

dove xèlo el sole: su l'ocio del Signor!

 

LA GIOVANE NUORA

Se me mario e trovo madona,

in tuti i modi la vogio contentare.

Se la me dirà: — Moreta, va tore el sale —,

— 'ndé vu, madona parche mi go male—.

Se la me dirà: — Moreta, va tor l'ogio —,

— 'ndé vu, madona parche mi no vogio—.

Se la me dirà: — Moreta, va dormire —,

— Sì sì, sì sì, madona, ve vogio ubidire. —

 

Per concludere, trascrivo una breve filastrocca a soggetto prettamente locale:

                                 LE CAMPANE DE SAMBRUSON

Din, don don, le campane de Sambruson

le sonava tanto forte

che le bufava zò le porte

e le porte gera de fero,

volta la carta ghe gera un puliero.

El puliero ga fato na voltavia,

volta la carta, la xè finia.

  

INS. AURORA VIGLIONE



 

a cura di Luigi Zampieri

Ultimo aggiornamento (Sabato 25 Gennaio 2014 14:42)

 

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